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Il ritorno della struttura poematica in Veniero Scarselli (1931- 2015)

Veniero Scarselli ci ha lasciato un anno fa, il 22 settembre 2015. Era nato nel '31 a Firenze. Personaggio schivo, è vissuto per un quarantennio - a partire dalla metà degli anni Settanta - in un podere del Casentino, Toscana, in provincia di Arezzo, vicino a Pratovecchio, a contatto diretto con la natura, secondo un ideale di vita contestatario e rurale, comunitario e semieremitico a un tempo. Figura dai poliedrici interessi, è stato letterato, scienziato, filosofo, contadino, e ha dato vita ad una forma poetica assolutamente personale ed inedita che recupera l'antica struttura poematica, con una visionarietà vagamente dantesca, condita di sottile ironia e amalgamata con una concezione eminentemente scientifica della vita. Un modo di poetare modernissimo ma controcorrente, che torna a considerare il verso come un'arte di conoscenza, equidistante dal minimalismo e dal barocchismo, dall'intimismo e dall'estetismo oggi imperanti.

Scarselli è poeta agli antipodi di ogni filodossia, per questo sarebbe stato gradito a Platone che bandiva poeti ed artisti dalla sua Repubblica, in quanto "amanti degli spettacoli", anziché amanti della verità. Si parla spesso di poesia filosofica, a proposito di Scarselli, ma va chiarito che la sua visione del mondo, intensamente umanistica, gronda di interessi scientifici e di studi che tendono a risolvere le domande metafisiche in senso scientifico-fisiologico. Laureato in Biologia a Firenze, nel '56, prosegue e intensifica gli studi a Milano come assistente dell'Istituto di Fisiologia Umana e consegue la libera docenza in Fisiologia Generale, occupando posti a livello dirigenziale in diversi centri europei di ricerca biomedica. Deluso tuttavia da tali ricerche, le dismette nel '74, avendo scoperto un volto antiumanistico della scienza che tradisce le sue idealistiche illusioni. Da quel momento decide di dedicarsi interamente alla vita agricola e alla riflessione poetica.

Ne nascono proposte controcorrente dall'aspetto di moderni racconti epici. Il loro apparire, sul finire degli anni Ottanta, spiazza totalmente e lascia perplessa la critica del tempo, attestata su posizioni sperimentaliste ed intimiste, istrionico-liriche, di stampo orfico entrambe, comunque orientate verso soluzioni di nichilismo e di smarrimento, di vuoto di valori e di assoluta vanità. Quello di Veniero Scarselli è un caso isolato nella storia letteraria dei nostri tempi. Per avvicinarci alla sua poetica può essere utile riportare le conclusioni del saggio filosofico Indagine molecolare sul Bello, da lui pubblicato nel 2011 nelle Edizioni Prometheus: "Nell'arte, e specialmente in poesia, si tende a privilegiare il sentimento invece del pensiero, le emozioni invece dei contenuti intellettuali; si tiene in cara considerazione - per fare un esempio - solo la poesia che commuove, come se scopo della poesia sia titillare gli istinti per sprigionare sentimenti ed emozioni".

Poi continua: "In base a questo preconcetto, è stata buttata a mare come non poesia una gran fetta della buona poesia di tutti i tempi, fra cui addirittura molta di Dante. Ciò non sarebbe accaduto se si fosse continuato a considerare la poesia per ciò che è sempre stata fin dai tempi più antichi: vale a dire nient'altro che un mezzo di comunicazione la cui funzione è soddisfatta semplicemente quando raggiunge il massimo di efficacia nel rappresentare, convincere e avvincere. La naturale conclusione è che sarebbe più consono a una tradizione millenaria utilizzare la poesia per offrire nuovi concetti e nuove rappresentazioni del mondo, siano esse veritiere o fantastiche, anziché giocare all'ermetismo o sfogare i propri sentimenti privati senza trasmettere alcun messaggio originale degno di interesse".

La cosa che più sorprende, nei tanti poemi cui ha dato vita la fertile penna scarselliana, è lo stretto rapporto che è riuscito a creare tra scienza e mito. Nella sua poesia il racconto mitico torna ad occupare una posizione centrale e la domanda metafisica recupera il suo insostituibile ruolo nella produzione artistica, germogliante da sempre, fin dai tempi più remoti, nei territori della gnosi. E' giunto il tempo che la cultura riscopra questa sapienza arcana. Non sto dicendo di attingere alla mitologia (quella è aria fritta), ma di attingere a quel serbatoio di intelligenza cosmica, a quel laboratorio creativo universale, a quella coscienza o sorgente archetipa cui l'umanità (come tutto il vivente) è collegata. Nel mito, in nuce, c'è tutto: arte, poesia, religione, filosofia, scienza, non ancora entrate in competizione tra di loro per settarie smanie di egemonia.

L'ideale estetico di Scarselli considera il Bello non fine a se stesso, come accade per molte poetiche dei nostri tempi al seguito dell'ideale dell'"arte per l'arte"; ma neppure lo considera al servizio di altre categorie mentali, come potrebbero essere la filosofia, la scienza, la politica, la religione. La conoscenza del Bello è spontaneamente connessa con la conoscenza del Vero. Fa tutt'uno con essa. Non è filosofia, non è religione, non è scienza e non è neppure poesia. A Veniero infatti non piace di essere chiamato poeta. Piuttosto si sente, nel senso originario di questo termine, un creatore di miti. L'orfismo, a mio parere, non c'entra, dal momento che Orfeo insegue un ideale di Bellezza autonomo e separato dal Vero. Il seducente cantore tenta di catturare gli dei con il canto, anziché seguirli e lasciarsene ispirare. Egli è un iniziato, un misteriosofo, e la misteriosofia è nascondimento, laddove il mito è rivelazione.

La poetica scarselliana è lontanissima dall'orfismo, in quanto agli antipodi della segretezza e tesa al palesamento, alla trasmissione di verità universali. E' mitopoiesi nel senso originario del termine, arcaica e innovatrice nello stesso tempo. Tutto ruota intorno all'esigenza di nuove risposte al bisogno ancestrale degli uomini di capire se stessi. Uno sforzo generoso di rifondazione del mito, una reinvenzione possente del senso della vita in tempi di nichilismo e disintegrazione di valori. Non è vero che il tempo dei miti sia finito. Finita è la mitologia, non la mitopoiesi. Si sono estinte le favole logore e stanche del passato, non la capacità di sognare, di dar corpo a nuove cosmogonie, a sorgive rivelazioni del significato della vita, sia pure facendo ricorso a quel sapere scientifico oggi disponibile, sconosciuto ai poeti del passato.

Veniero smonta i tradizionali dogmi religiosi, non per dichiararne l'infondatezza, ma al contrario per giustificarli con profonda dottrina attraverso l'annuncio di una metafisica nuova e di una nuova sconcertante teofania. Al di là delle discutibilissime ipotesi che avanza - e ben venga la discussione - ciò che maggiormente interessa è la formulazione di una mitologia nuova che si oppone all'arido materialismo dei nostri tempi con un afflato metafisico di moderno spessore, intriso di saperi scientifici. Interessante è la traduzione in senso evoluzionistico e finalistico, ma prettamente biologico, del problema morale. Egli scrive: "Comunque si concepisca Dio, la mia resta una concezione fondamentalmente manicheistica, dove il Bene ed il Male sono sempre in lotta, il Bene identificandosi con l'Ordine e lo Spirito, ed il Male col disordine molecolare, con la materia, con il corpo". In sostanza, è buono tutto ciò che favorisce la vita e cattivo tutto ciò che tende a distruggerla.

Scarselli ha dato vita, all'incirca, ad una ventina di lunghi poemi, molti dei quali raccolti da Bastogi nel 2004, sotto il titolo di Il lazzaretto di Dio. Nel poema intitolato La suprema macchina elettrostatica", edito da Genesi nel 2010, si fa particolarmente esplicita la chiave anticonformista, un po' sarcastica e dissacratoria, della riflessione metafisica. Nel suo viaggio alla conquista della Montagna Sacra, la cui vetta emana "vividi lampi di luce azzurrina", il poeta è accompagnato da una moderna Beatrice che si fa chiamare Super-Gemma, la quale lo avvicina ai misteri dello spirito in un orizzonte meta-scientifico, sorprendente e inusuale. Tra una ridda di fascinose immagini e di considerazioni stupefacenti viene rivelato al poeta il segreto salvifico della Grande Fabbrica che lancia anime artificiali negli spazi siderali, riempiendoli d'Amore e correggendo in tal modo l'errore della creazione che le aveva intrappolate nei corpi fisici, destinandole a dissoluzione.

Tesi non meno originale e discutibile è contenuta in "Ascesa all'ombelico di Dio", edito da Genesi nel 2012. Il poema ricalca il viaggio dantesco nell'ultramondano, rovesciandone radicalmente le prospettive. Con ironia raffinatissima e con sapiente padronanza metrica, l'autore immagina di essere capitato, nel mezzo del cammin di nostra vita, nel misterioso tunnel che conduce all'aldilà, accompagnato da una guida femminile (la Super-Gemma che già conosciamo). Così, in versi arditi e sapienziali, racconta l'esperienza vissuta in quel Budello allettante e raccapricciante a un tempo, che assimila e metabolizza gli umani nel ventre di Dio. Resosi conto di ciò, egli torna precipitosamente sui suoi passi, ansioso di "ritrovare al più presto il vecchio mondo". Non senza, tuttavia, l'atroce strazio provato per lo svanire dell'amata figura che l'aveva accompagnato nello sfortunato viaggio.

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