Servizi
Contatti

Eventi


Trittico.
Omaggio a Franz Schubert, Clara Wieck Schumann, Pyotr Ilyich Čajkovski

Il recente lavoro poetico di Mariagrazia Carraroli - "Trittico", con prefazione di Giuseppe Baldassarre e lettera del musicista Giuseppe Fricelli - è occasione di interessanti riflessioni sul rapporto che da sempre intercorre tra musica e poesia, arti complementari sin dall'inizio dei tempi, che si sbaglia a voler identificare tra di loro. La musicalità indiscutibile della poesia non dovrebbe trarre in inganno, inducendo a considerare quest'ultima come una sorta di sottocategoria musicale. La poesia non è una forma della musica ed è bene che resti totalmente autonoma rispetto a quella, così come è vero anche il contrario. Non si fa un buon servigio a nessuna delle due, se le si omologa o le si rende suddite l'una dell'altra.

In discussione non è la melica tradizionale, come neppure lo sperimentalismo poetico, dodecafonico e sgangherato, dei tempi attuali (possono andar bene entrambi, giacché di ogni mezzo può avvalersi la poesia), bensì l'uso di essi sconsiderato, dimenticando che i mezzi non possono essere trasformati in fini. Se la poesia è autentica porta la musica con sé, non la deve cercare chissà dove, ma la Carraroli fa di più: trasferisce in poesia l'anima musicale di tre grandi compositori del passato (Franz Schubert, Pyotr Ilych Cajkovskij e Clara Wieck Schumann, moglie di Robert) rendendo la scommessa più difficile e lavorando su un innesto poetico-musicale non implicito, ma esplicitamente dichiarato. Vive dunque sulla propria pelle l'ardua problematica e ne esce vincitrice.

Ella attua infatti un vero e proprio transfert da un'arte all'altra, che non solo non mortifica, ma addirittura esalta la specificità del proprio mezzo espressivo: la poesia. Ed è straordinario che riesca a farlo in totale assenza di retaggi metrici tradizionali, con una versificazione libera che sembra prescindere dal romanticismo di cui i tre musicisti sono intrisi, ma non è così. L'esito letterario, infatti, è autenticamente musicale e ciò comprova che la cosiddetta musicalità della poesia non è che una qualità intrinseca della stessa, un puro e semplice suo attributo. Proprio come si può dire di un uomo che è un combattente con riferimento ad aspetti caratteriali e spirituali della sua personalità, a prescindere dal suo reale possesso di tecniche di lotta o dalla sua padronanza di arti marziali.

Winterreise ("viaggio d'inverno") apre e chiude il primo dei tre poemetti informando sulla vena e sulla personalità musicale di Schubert, attratta dalla stagione invernale che, contrariamente ai fuochi roventi e alle vampe esplosive dell'estate, spinge verso dimensioni interiori e "benignamente miserie / e segreti cela / sotto la neve". Dei nove quadri, sette (Pianoforte, Viandante, Città, Feste, Canto, Padre, Donna) parlano di Schubert, del suo estro musicale che "abisso vette accoramento / generoso profuse / sui tasti // dolore amore / lacrime e fiamme mutando / in armonie". "Dal suo spirito ho raccolto / inferi e cielo / percorso ogni luogo", afferma la poetessa dando vita ai nove momenti musicali, di cui i due ultimi (Incompiuta e Morte) sono lasciati alla voce inquieta e diretta del musicista.

E passiamo a Josephine Clara Wieck, moglie di Robert Schumann, pianista lei stessa di grande talento. Mariagrazia Carraroli tesse in punta di penna, con vera maestria, un poemetto straordinario, dove racconta il dramma d'amore e morte dei due musicisti, immaginando un dialogo tra una voce fuori campo (la sua) e quella dell'appassionata pianista che rammenta la sua vita accanto a Robert, morto in manicomio a soli quarantasei anni, lasciandola con otto figli. Ora "Sulle spalle c'è la vita / ma la vita senza amore / perde vita / e amara pesa / senza amore la fatica". E confida Clara alla poetessa: "La musica di Robert sono io. / Io la sua onda lui il mio mare". Poi, rivolta all'estinto: "Ora il tuo lungo buio viaggio / s'è fermato / disperata, io, in braccio un bimbo, / e gli altri: / "Dov'è nostro padre, perché non è tornato?".

Il terzo poemetto è dedicato a Pyotr Ilych Cajkovskij, il quale "Sono / sasso che brucia" dice di se stesso. Pyotr rimanda infatti alla pietra e Ilyich al fuoco: "il doppio nel nome", alludendo a un "impossibile equilibrio". Fin quando non viene la morte a sopire l'ansia di assoluto e "finalmente riconciliati / Pyotr e Ilyich / intonano pacificazione". Di nove stanze si compone anche questo poemetto, dove la voce del protagonista (L'uomo, L'amore, La maschera, La morte) si alterna con quella dei territori della sua Russia (Steppa, Fiumi, Taigà, Tundra) e il tutto è concluso da una suggestiva Lettera a me stesso, dove si torna sul tema della morte che assopisce la guerra degli opposti: "Ti lascio mio doppio / ti consegno l'ultima preghiera: / incontrami nel sogno / stanotte / e tacitamente / prendimi per mano".

Recensione
Literary © 1997-2018 - Issn 1971-9175 - Libraria Padovana Editrice - P.I. IT02493400283 - Privacy - Gerenza