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Ci vestiremo di versi

Arezzo
Teatro della Bicchieraia
10 aprile 2001

E’ una stagione nuova quella che stiamo vivendo. Mai come ora infatti la poesia parla al femminile. Si tratta di una fioritura improvvisa, ma non certo imprevista perché da tempo si avvertiva nell’aria questa voglia di dire, questo bisogno di esprimersi con parole nuove, come se una generazione, la nostra appunto, avesse scelto di impegnarsi sul terreno della scrittura per diventare più propositiva e farsi voce e coscienza di un’intera stagione, quella che Mario Luzi giustamente considera “una stagione liberatoria della personalità femminile”. Accade così, negli ultimi tempi, di doversi confrontare sempre più spesso con autentiche voci di donne e la produzione, non certo indifferente, a cui abbiamo assistito anche ad Arezzo, lascia intravedere spazi nuovi ed orizzonti aperti per accogliere la “poesia al femminile” e collocarla in un suo preciso contesto, i cui contorni si definiranno forse nel tempo; ma non c’è dubbio che è stata aperta una strada che molte altre donne potranno percorrere.

Tra le raccolte di poesia uscite negli ultimi tempi, Ci vestiremo di versi, di Patrizia Fazzi, Edizioni Helicon, 2000, con introduzione di Giorgio Luti, occupa a mio avviso un posto degno di rilievo, destinato penso (ed è un augurio), a diventare una voce dal suo specifico timbro ritmico e tematico. Non nascondo che quando ho letto per la prima volta le poesie di Patrizia, sono rimasta colpita proprio dalla capacità di dominare le emozioni attraverso l’uso sapiente e calibrato di un ritmo che è suo, è la sua voce poetica che sceglie le “occasioni” della vita per trasformarle in poesia. Ma questa emozione di fondo rimane e trasmette al lettore il senso di un’esperienza vera e di una ricerca che, a volte, appare anche molto sofferta.

Giorgio Luti, nella Introduzione intitolata Perché la poesia?, cercando di cogliere la sostanza di questa ricerca, individua nei grandi temi di ascendenza leopardiana – amore , dolore, morte – le componenti fondamentali del testo, dove la poesia rappresenta, nel nodo inestricabile di amore e dolore, l’”ancora di salvezza”, la “forza salvifica” – come scrive Luti – a cui è affidato il messaggio di speranza che Patrizia Fazzi intende consegnare a suoi lettori.

E in effetti, se c’è un filo tematico che percorre tutta la raccolta, questo è proprio costituito dalla ricerca sulla poesia e sui suoi possibili significati, ricerca non teorica, ma strettamente legata ad un processo di autoanalisi che porta la Fazzi ad analizzare i possibili esiti che le sue parole producono, come osserva giustamente Bonifazi, non solo su se stessa, ma anche “sui destinatari a cui sono rivolte”. Ed è questo, anche a mio avviso, l’aspetto più originale e “incantatorio” del libro, la cui magia consiste in una scoperta sempre nuova di possibili significati, dedotti, se vogliamo, dall’esperienza quotidiana, dall’amore, dal dolore, dalla sofferenza, dalle attese in cui ognuno di noi può riconoscersi, ma che l’autrice riesce a sollevare in una sfera più ampia, in una ricerca di senso, di cui la poesia rappresenta l’unico tramite. Che cos’è dunque la poesia per Patrizia Fazzi?

La poesia è essenzialmente amore e speranza. Non a caso la prima e l’ultima poesia della raccolta, Ci vestiremo di versi e Vola poesia, sono emblematiche per comprendere questo percorso di amore e speranza che va dall’individuale all’universale, dall’esperienza privata in cui la poesia si presenta come consolazione e rifugio rispetto alla lacerazione dell’anima, al senso di perdita e di separazione dalla persona amata (“Resteranno le mie parole | quando non ci vedremo più.| Brilleranno al sole | come i miei capelli | che non potrai accarezzare...| Ci vestiremo di versi | come di carezze | e per una volta ancora | la poesia si farà amore | e ci salverà.”), fino al canto finale che ha l’andamento di un inno o di una preghiera, sottolineato dall’anafora alla ripresa delle singole strofe, invito alla poesia a volare alta “per tutti”, dono “inatteso”, ma tanto più prezioso in quanto unico valore in grado di dare un senso alla vita.

Se queste sono le coordinate di fondo entro cui si può inquadrare la ricerca poetica di Patrizia Fazzi, molte appaiono le indicazioni di sviluppo del tema: poesia è “ascoltarsi”, “viversi dentro” (L’anima come un fiore) oppure è “magico effetto di vita” che si ottiene infilando “parole con l’ago dorato del ritmo”, è “questa buffa, bellissima cosa | che sale improvvisa e distesa”, “ illogica serie di ragionate parole” che consentono di “seguire l’onda montante del cuore” e dare significato alle gioie e ai dolori della vita (Perché la poesia?).

Poesia è mettere a nudo la propria dolente umanità: ecco allora che “lastra impietosa diventano | le parole che si dicono versi” e lasciano intravedere come in una radiografia “lo scheletro | e i dolenti tessuti”. Ma poesia è anche “alchimia” che scioglie e trasforma “i grumi segreti delle emozioni | in bolle leggere, | vestite di aria e di luce”, è continua sperimentazione di parole con cui la Fazzi tenta di trattenere “incisa sul foglio”, la vita stessa che “esala dall’alambicco” (Alchimia). E per concludere questa breve ricognizione sul terreno della ricerca dei significati, poesia è “liberazione” che “con maglie tenaci” dipana “in parole | il nodo gordiano dei giorni”, “lacrime scritte sono i versi | che la mano raccoglie | liquefatte parole, | depurato tormento” (Liberazione). Certo è che la poesia – come si legge in La nota segreta, testo di forte ambivalenza semantica in cui il valore della parola poetica si coniuga strettamente con l’amore – diventa per Patrizia Fazzi come una “seconda pelle”, “l’abito che calza perfetto”, il “riscoperto colore dell’anima”.

Questa ricerca sui possibili significati della poesia costituisce, come ho detto, uno dei tratti costitutivi della raccolta, che accomuna per molti aspetti la produzione della Fazzi ad una linea di tendenza sui cui si muove tutta la poesia negli ultimi anni, caratterizzata dalla presenza pressoché costante di inserti metapoetici che inducono la riflessione sulla poesia e sulle sue possibilità di sopravvivenza in un mondo dominato da linguaggi tecnologici e settoriali e da un profondo, diffuso processo di massificazione e appiattimento del codice lingua, nonché dalla perdita di specificità del genere stesso, i cui confini si sono fatti nel tempo sempre più labili. Ma, come ho già avuto occasione di accennare, la ricerca della Fazzi è strettamente connessa ad un continuo processo di autoanalisi che si muove secondo due direttrici o due costanti tematiche, l’amore e il dolore, che Giorgio Luti ha sottolineato con forza nell’Introduzione, considerandole “le vere ragioni che sfidano il tempo”, in quanto penetrano, come egli afferma, “nello spazio più segreto della nostra esistenza”, collocandosi, al pari della poesia, “nell’ambito indefinito della speranza”, leopardianamente intesa.

Ora, se è vero che amore e dolore sono strettamente intrecciati nell’esperienza umana e poetica di Patrizia Fazzi – molto belle sono a questo proposito le poesie scritte in memorie del padre o lo straziante commiato alla madre (“Te ne sei andata in silenzio, mamma cara | in un giorno di gioia sbarrato dal dolore”) – è altrettanto vero che, specie in quelle più recenti, l’indagine si sposta dal recupero memoriale o dal dolce colloquio affettivo con la persona amata o con il figlio o con le “tenere pianticelle” della sua II D, ad un’incalzante autoanalisi, quasi una messa a nudo dell’io, nel tentativo di tracciare un bilancio della propria esistenza, un bilancio a volte amaro e sofferto, ma che rimane sempre e comunque aperto alla speranza. E’ questo il cammino che da Crocevia porta a Per i miei cinquant’anni, attraverso una serie di testi come Il dolore, Passato, presente e futuro, Nel mare dell’anima, Il fondo della vita, La passione di vivere, nei quali più forti si avvertono questa esigenza introspettiva e le contrastanti spinte che la sorreggono.

Amore e dolore comportano, come afferma Luti, la presa d’atto della “sofferenza come coscienza dell’esistere” e la consapevolezza che l’amore è “spinta vitale” irrinunciabile. Ecco allora che la poetessa non esita a mettere a nudo la propria inquietudine, il senso di una dissonanza profonda che produce dubbi e lacerazioni: “Ora, i pezzi della mai vita | non combaciano più” si legge in Crocevia. Il cuore brucia “colpito da una scheggia impazzita”, “terra rivoltata | è l’anima nuda”... “E’ a un crocevia la mia vita | ed ogni strada è in salita”, mentre metaforiche presenze tempeste si addensano sul cielo della vita. Ma, in maniera quasi speculare, si annuncia la ripresa: i sogni sono “intatti e ancora capaci | di illuminare orizzonti” e la pioggia che cadrà sarà acqua purificatrice “da cui rinascere pura”.

Questo procedimento ritorna anche in Passato, presente e futuro: “Impietosa mi conto sul petto | le molte ferite e le poche medaglie | che mi ha riservato la vita | sul campo dell’infinita sua guerra”. Le ombre del passato si deformano, i ricordi sono muti e “non riparano più | dall’afoso presente”; “nebulosa è la sfera” del futuro. Ma “il mio cuore ostinato” continua a cercare una tregua e “il mio cassetto di sogni incompiuti | luccica ancora | e lo rimiro, incantata”, scrive Patrizia.

Questa capacità di guardare con incanto a ciò che la vita riserva, questa possibilità di trovare una via di uscita nello scrigno dell’anima dove c’è ancora tanto da ammirare, è la molla segreta che spinge l’autrice a scrollarsi di dosso le lacrime e a gridare il suo indomito amore per la vita, ad accettare la verifica totale che il dolore impone, quella che, come osserva ironicamente, “a volte ti diploma” (Il dolore): “amara e testarda la voglia di fare” (Vecchiaia) resiste anche quando più crudo si fa il bilancio e una sottile malinconia introduce al grande tema della fine delle illusioni che coincide, inesorabilmente, con la morte.

E’ il percorso della memoria che si dipana da Via Masaccio, “il mio viale di bambina”, e lascia intravedere, dietro il “pastello di memorie”, le trasformazioni che il tempo ha prodotto: “Ora il verde è cemento, | il grigio insidia anche i capelli | e l’album degli affetti è quasi spoglio.| Le bambole sono di pelle viva e tenera, | ma il gioco della vita è duro. | Si delinea in fondo la fine della corsa “. E ancora, sono le incertezze tra cui l’anima si dibatte quando “si ritrova sola, ad annaspare”, quasi priva di meta, senza porto a cui tendere. Ma proprio “Quando i sogni ti abbandonano”, dice Patrizia Fazzi, ecco che allora l’anima intuisce “il fondo della vita”, come si legge nell’omonima poesia, e capisce in che cosa consista “l’inganno ineluttabile”: nel divario cioè tra sogni e realtà, tra “slancio generoso | e tradimenti del passato, | tra ciò che ancora, | ciecamente spera | e ciò che, oramai, si è realizzato”.

Questa presa d’atto nasce come si vede dalla sofferenza, dall’innegabile constatazione che la vita prima illude e poi smentisce le sue promesse, come diceva Leopardi: ma questa presa di coscienza non è per la Fazzi motivo di rassegnazione, nè approdo a soluzioni ultime o nichiliste. Al contrario, le sue ragioni nascono dal cuore e trovano nella vita stessa la risposta di speranza e di certezza che percorre tutta la sua poesia. Non a caso le ultime quattro poesie sintetizzano con limpida serenità interiore i nuclei tematici attorno ai quali ruota l’intera raccolta: La “passione di vivere” è ancora intatta, anzi, “ribolle, incosciente”, a dispetto degli anni che passano; la mente “rincorre | bersagli e piste lontane”; la vita è “mela proibita e succosa...da mordere piano, ma tutta” (La passione di vivere). Insomma “La mia casa dell’anima | è sempre in costruzione “ come si legge in Per i miei cinquant’anni, nonostante i bilanci lascino affiorare passioni non sopite e anche le mete raggiunte presentino “un vago sapore d’inganno”. Ma il viaggio che resta da compiere, pur nella consapevolezza del disincanto, è rischiarato da una “lucciola, | ostinata, di allegria”, piccolo e luminoso faro che consente a Patrizia Fazzi di guardare serenamente al futuro.

La speranza di salvezza viene ancora una volta dalla poesia: “Ho dentro ancora per te tante parole” dice l’autrice rivolgendosi alla persona amata, e forse un giorno quelle parole “si scriveranno da sole | nel cielo raggiunto | e ancora fecondo degli anni” (Per te tante parole). La consapevolezza di questa inscindibile unione di amore e poesia, di individuale realizzazione e aspirazione a una pace che sia per tutti motivo di speranza sigla l’appello dell’ultima grande poesia che, simbolicamente, delinea questo percorso: Vola poesia è un grido accorato alla poesia, perché resista “anche nella nebbia e nella notte” e si levi come “inno” e “preghiera”, come forza e pulsione che anima la vita, allietandola con la sua musica interiore e purificandola dalle scorie del dolore e della sofferenza.

Molte altre cose si potrebbero dire su questo libro così ricco di saggezza e di emozioni, di equilibrio e di inquietudine e così dominato dalla forza di un verso che è ritmo interiore e trascina con la sua dolcezza e con la magia evocativa delle parole; e molto ancora si potrebbe dire sul lessico, sulla costruzione compatta dei componimenti, sulla essenzialità delle immagini, ma questo è lavoro che altri e meglio di me potranno fare. Vorrei chiudere citando i versi essenziali nei quali è possibile, a mio avviso, ritrovare la sostanza di questo discorso: “Ecco, è questo poesia:...| Cogliere l’anima come un fiore | e ogni volta è uno strappo, | ogni petalo chiaro | un dolore (L’anima come un fiore), L’augurio è che dopo questo libro altri ce ne vengano offerti e che Patrizia Fazzi possa continuare a raccontarci il suo amore per la vita e la sua tenace voglia di dire.

Recensione
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