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Dal fondo dei fati

Giorgio Luti, nell’introduzione alla prima raccolta di poesie di Patrizia Fazzi, Ci vestiremo di versi (Edizioni Helicon) aveva individuato nei grandi temi di ascendenza leopardiana – amore, dolore, poesia – le componenti fondamentali del testo, rilevando come, grazie alla qualità comunicativa della scrittura e alla funzione di« forza salvifica» affidata alla poesia, il «trepido diario» della Fazzi fosse in grado di trasmettere un messaggio intimo e insieme pubblico, in virtù di quel connotato «liberatorio e sublimante» che è proprio della poesia.

Dal fondo dei fati, uscito nel marzo del 2005 per le Edizioni del Leone, con prefazione di Giovanna Vizzari, si pone su un piano di continuità con l’opera precedente e, almeno su un punto fondamentale, ne costituisce il naturale sviluppo, segnando con chiarezza l’ambito concettuale da cui muove tutta l’indagine della Fazzi: mi riferisco alla riflessione sulla poesia e sulle sue interne motivazioni, cui rimandano in apertura le citazioni tratte da Per il battesimo dei nostri frammenti di Mario Luzi e da Book with no back cover di Richard Burns.

Già in occasione della presentazione della prima raccolta di poesie della Fazzi, avevo avuto modo di osservare come il filo tematico che percorreva tutta la raccolta fosse costituito dalla ricerca sulla scrittura poetica, ricerca non teorica, bensì strettamente legata ad un processo di autoanalisi di natura metapoetica che portava la Fazzi ad indagare i possibili esiti che le sue parole producevano non solo su se stessa, ma, come aveva giustamente osservato Neuro Bonifazi nel risvolto di copertina, anche sui destinatari cui le poesie erano rivolte. Proprio questa ricerca di significato sul valore dell’espressione poetica e sulla forza comunicativa della poesia costituisce l’ “anima” di questa nuova raccolta.

L’opera, divisa in otto sezioni, «si sviluppa facendo della poesia strumento di lettura e interpretazione della vita stessa» come osserva Monica Venturini nella sua recensione su “Caffè Michelangiolo”: ricordi familiari, evocazioni paesaggistiche, momenti di vita quotidiana diventano emblematici segni che rimandano a un discorso più ampio che investe il senso della vita e i suoi valori, con una interrogazione insistita e sofferta sul “male di vivere”, percepito nella sua indecifrabile totalità e sulla speranza, su quella «assurda amatisssima spes» che «si ribella – dice la Fazzi – ad una morte lenta e razionale» ( Spes).

Questi temi sono organizzati «una struttura a specchio», notata da Davide Puccini, a partire dalla prima sezione, Per l’anima che è in te, e s’intrecciano lungo tutto il percorso con una serie di rimandi interni, per concludersi nell’ultima, Vento di poesia, con un ritorno all’inizio.

Fin dalla prima sezione, Per l’anima che è in te, la Fazzi si pone in un atteggiamento interlocutorio, quasi a voler sottolineare, questa volta, il carattere più pubblico che privato dell’opera, mentre vengono affrontati preliminarmente i grandi quesiti connessi alla natura della creazione artistica e al ruolo del poeta nella società contemporanea. Se l’anima infatti desidera espandersi in armonia con l’universo fino a diventare tutt’uno con il processo della creazione («essere foglia fiore frutto seme | in un ciclo cangiante e universale» si legge in Papaveri e prati), la realtà irrompe sempre con il suo carico di dolore e di speranze disattese mettendo in crisi questa universale aspirazione all’armonia.

Solo la poesia può garantire all’uomo una possibile sopravvivenza, ma il poeta del nostro tempo è consapevole dell’inadeguatezza dei propri strumenti, perché in un mondo dominato da “pulsanti e telecomandi” la voce della poesia si fa tenue, a volte appena percettibile. Di qui l’accorata invocazione:«Millenaria parola | che irrori la mente | e stimoli gemme sul rigo, | soccorrimi, | sovrasta gli schermi, | esplodi nel grigio dei cuori, | fiore spinoso, | trionfante | ritmata | magia» (L’opera bella). Le parole hanno dunque la forza di indicare la via da seguire, come simbolicamente si legge in Parole cometa, e quando si saranno fatte strada nel vortice della «notte elettronica» aprendosi un varco «nella giungla dei suoni» di cui si nutre il «gregge stordito assordato», allora finalmente nel silenzio potranno risorgere, «timide parole», è vero, capaci però di farsi nuovamente “pensiero”(Risorgeranno parole”).

Questa prima sezione offre, come si vede, la chiave di lettura per tutta l’opera. Si tratta ora di analizzare i grandi temi che ne costituiscono la struttura portante.

Il primo tema che emerge dalla lettura del testo è quello che ha per oggetto il senso della vita nei suoi molteplici aspetti. La seconda sezione, Vita vivenda, si apre, non a caso, con una sorta di “ballata della vita”, che è come un’esplosione, un grido dell’anima che tutto comprende: la «vita contenta | di essere vita», la vita che «spera e dispera», ma anche la vita «che passa radente | e tutti colpisce | di mazza e fendente»: «vita donata | da vivere tutta – dice la Fazzi – la vita | la vita» ( La vita). Ma, a mio avviso, questo che potremmo considerare un vero e proprio inno alla vita non deve ingannarci: le poesie che seguono – ben cinque – si pongono, in continuità, come un momento di riflessione e di approfondimento dal quale emerge il senso più profondo dell’esistenza: duro è riconoscere la “luce” dei giorni nell’accavallarsi di «incontri e coincidenze strane», difficile «dilatare l’attimo» e «captare la pepita | tra la ghiaia scorrevole del tempo».« Niente è più come prima » dice la Fazzi, nella bellissima poesia che porta questo titolo: il volto delle cose muta incessantemente «senza soluzione o ritorno | senza una quasi logica | spiazzando le speranze | irridendo le illusioni» e solo a volte la vita consente che si avverino «briciole di sogni […] poi come fantasma passa inafferrabile». «Ci sono cose che il tempo non cancella» – recita l’inizio di un’altra poesia – né ci è dato sapere dove il «pacco», pieno o vuoto che sia, arriverà: il pacco a cui metaforicamente si allude è il giorno che passa, cui rimanda la citazione senechiana Cotidie morimur posta in epigrafe (Il pacco).Tutto si consuma, «e si ripetono i giochi della vita | come in un gioco onirico dell’oca»: si succedono i giorni in un alternarsi di illusioni e speranze, ma a volte «sfuggono i dadi dalla mano | o danno un numero che sempre poi | ti incastra nella casella | “fermo un giro». (Il gioco dell’oca)

Ma la vita è anche amore, passione, paure represse e limiti mai varcati, la vita è «una piega non stirata | sotto l’abito perfetto che si mostra», dice la Fazzi, eppure, senza quella ruga incisa noi non saremmo niente, come non saremmo niente senza le nostre difese con cui tentiamo ogni volta di proteggerci dal dolore, da quella “piega” che scava dentro e diventa «cicatrice lenta a risarcire…». Occorre dunque resistere alla vita come lo scoglio che biancheggia di spuma, corroso dai flutti, che resiste «e s’irradia | di spruzzi di cielo» (Lo scoglio), perché sono proprio le contraddizioni della vita o le sue opposizioni che fanno di lei un «doloroso meandro | dove perdersi con gioia» (Vita). Si arriva così alla constatazione che «Va da sé la storia, | il mondo, | le cose», che è inutile rileggere gli eventi cercando «la nota a piè di pagina, | l’asterisco rivelatore…»: «È dentro noi – dice la Fazzi – la verità, lo specchio, | l’unica vera grazia» (L’unica grazia). Chiude la sezione la stupenda sintesi de La scia: «Meteora è la vita | che passa e ci trafigge. | Resta però la scia di parole luminose»: al carattere illusorio e fuggevole della vita viene ora contrapposto con forza quello persistente e durevole della poesia.

Il secondo grande tema è quello del viaggio inteso come metafora della vita nei suoi molteplici aspetti. In questo senso le due sezioni che seguono possono essere considerate uno sviluppo e un approfondimento di questo unico grande tema. Il vero viaggio, la terza sezione, si apre con la serie delle Cartoline da San Vincenzo, immagini poetiche di un viaggio dell’anima, che racchiudono memorie e affetti e sottolineano la nostalgia del distacco, momento ineludibile che ci separa dalle persone o dai luoghi che amiamo. Luogo simbolico di questo viaggio sono le stazioni, «incroci di vita, | provvisoria, clandestina, raminga» (Le stazioni), che decidono a volte del destino del viaggiatore, mentre dal treno s’intravede «l’elica del tempo» che sorvola i profili delle colline e i tetti sparsi delle case (Dal treno). E anche se “balaustre di pietra” impediscono all’uomo di realizzare il suo sogno assoluto di libertà, il viaggio prosegue in un «rinnovarsi di soste e illusioni» (Viaggio a Lerici) in cui simbolicamente s’incarna il senso della vita.

Anche lo scorrere del tempo accompagna il viaggio dell’uomo e la sezione intitolata Cambio di stagione tende ad evidenziare proprio «quella speranza indefinita di futuro che trova – come osserva la Venturini – nella natura e nel susseguirsi delle stagioni la sua piena rappresentazione». «Cosa ci attenda non so – recita Vento di luglio – da questo vento che avvolge | in uno schiumare di foglie»; certo è che «ad un tratto | la stagione dei sogni | si fa breve». Il tempo incalza, taglia i rami secchi delle illusioni, toglie certezze al futuro; ancora una volta il “cambio di stagione” segna un momento di passaggio: rito breve, effimero, che lascia trasparire le nostre più segrete aspettative e le incertezze che le accompagnano. Non è un caso che il tema del viaggio trovi una sua provvisoria conclusione con la sezione che dà il titolo all’opera, Dal fondo dei fati, che proprio per l’andamento più autobiografico che la caratterizza, sottolinea come il vero viaggio sia quello interiore, colloquio sommesso dell’anima con se stessa che tutto comprende: la storia che il tempo scrive sulle pieghe della pelle; i sogni, i ricordi, quel nucleo di dolore che resiste «avvinghiato alle viscere | renitente e implacabile» (Il nucleo); e ancora la voglia di libertà e di assoluto che non si attenuano, nonostante la vita abbia imposto altre strade da percorrere; il senso della morte che fa tutt’uno con la vita; la parola come unica possibile àncora di salvezza, «placebo d’amore» inestinguibile, «filo invisibile» di un discorso mai interrotto e, infine, la speranza, la «pietrificata speranza» di Spes, la poesia che chiude la sezione, la cui gioia ha “radici profonde” che consentono di continuare a credere nella vita: «Vedi, io resto per te | che ancora filtri cielo | anche dai frammenti, | resto per una perla di emozione, | per un tuo ineluttabile sussurro […] giù giù dal fondo dei fati aspetto | lo sbocciare del tuo seme».

In L’anima sul foglio e Filo siderale s’intrecciano e si combinano l’una in funzione dell’altra, la dimensione memoriale e quella metapoetica. La parola torna a farsi filo conduttore: «Bisogna che mi punga la parola | e mi scaraventi l’anima sul foglio», dice la Fazzi, per raccontare la vita che è e quella che è stata. E anche se «il nucleo di dolore» persiste, la speranza che possa farsi luce si fa sempre più chiara. Tornano ne Il filo siderale le voci e i suoni della vita passata, i racconti dei padri che «la casa inghiottita» ha portato via con sé, ma resta il senso di avere scoperto che «eravamo, | anche un quadro, una sedia, | uno scorcio di sole | dall’angolo di quella finestra»: resta il filo siderale che unisce i vivi e i morti in un silenzioso, incessante colloquio d’amore, unico filo tenace che consente di ritrovare nel ricordo le radici vere della nostra esistenza. Ma proprio perché la morte è sempre una rinascita, la Fazzi non può che ringraziare la vita per i doni che le ha concesso: per i dolori, per gli amori non sopiti, «per il dono di una parola che mi spiega | e mi disegna come un paesaggio di natura» (Ti ringrazio vita), per quella «vita che vive e non si nega» e, nonostante il trascorrere del tempo, manda segnali di luce, pulsioni che ancora accendono il corpo e la mente. Ecco allora che nel cammino segnato da una rinnovata speranza «si fa dolce il viaggio | pure fra sassi e scosse» e la vita altro non è che un «oscuro eppur meraviglioso | labirinto» dove l’io si muove ormai come «su binari conosciuti» (Per me Arianna).

Ma, fra i numerosi temi che abbiamo analizzato, quello che tutti riunisce e collega dalla prima all’ultima sezione è, come osserva Giovanna Vizzari, «il grande amore per la poesia, sentita come esperienza vitale insostituibile». Con l’ultima sezione, Vento di poesia, la struttura circolare si chiude e la poesia torna nuovamente a parlare di se stessa: la poesia arriva “come un tornado” ed è «Temporale e arcobaleno | insieme»; è lapillo e lava («E allora come lapillo che schizza | esplode il verso | come lava dolce e inarrestabile»); è qualcosa da mangiare («ti mangerò, poesia, | e inghiottirò con te, come polpette calde, | anche i dolori»); è medicina da prendere a gocce ed è, addirittura, “premonizione”.

«Cerco parole – dice la Fazzi – parole extrema ratio» e le parole che la sua mente cerca «Hanno uno spessore tenue d’infinito» (Vento di poesia), sono come «gocce liberate d’anima», hanno la forza di «bruciare il pianto» o sono «vento leggero-vento di poesia» che culla e allontana “dilemmi spinati” e “testarde speranze”. Ma questa voce che parla dentro, specchio a se stessa e all’anima che pudicamente si racconta, è una voce che non parla soltanto per sé: «Sembra che svenda | parole, – aveva detto la Fazzi in Etiam tua, la poesia che apre la prima sezione – ma sono anche la tua voce» e ora, in chiusura, si confessa: «Mi sono trafitta di luce | e ho detto la mia storia. | La mia e di tutti, ad inseguire | rosse verità, | scatti in avanti, | trappole catartiche», perché a volte basta un verso, dice, per ritrovarsi «e riacciuffare l’anima sull’orlo dell’abisso: | un parapetto di parole che ti salvi | dal capogiro lento che ti assale | e fa tabula rasa del pensiero…» (Basta un verso). La poesia ha dunque un potere salvifico e come tale va coltivata: «Vorrei piantare parole, | […] e accomodarle piano | nella terra di tutti, | vederle germogliare | accanto al muro dei sogni | con ogni giorno una lacrima | e una stilla di sole.» ( Piantare parole). Solo nella terra di tutti, infatti, la poesia potrà tornare a far sentire la sua voce e diventare musica che apre all’ascolto di inedite armonie.

Vorrei concludere questo mio lungo intervento – ma il libro meriterebbe ben altri approfondimenti – con alcune osservazioni sulla scrittura della Fazzi. Già nella prefazione Giovanna Vizzari osservava con felice intuizione che «il mondo di Patrizia Fazzi […] diventa sempre meno consistenza oggettiva quanto più cresce in intensità e robustezza l’oggetto lirico, raccolto dall’autentico sguardo interiore»; per questo il suo verso «avido di emozioni da comunicare […], dice sempre la Vizzari, è privo di oscillazioni leziose e bizzarre […]; la sua parola è calda, serena, naturale», segnata da un’esigenza di verità che le imprime un carattere incisivo, a volte lapidario o sofferto. Dal punto di vista formale, è importante sottolineare come, rispetto alla precedente raccolta, ci sia un notevole salto di qualità: «il dettato è ancor più asciutto ed essenziale, prosciugato fino all’osso – osserva Davide Puccini – sì che si apprezza maggiormente per contrasto l’improvviso fiorire di una metafora destinata ad incidersi nella memoria»; anche il ritmo si è fatto più rapido e sicuro, senza perdere in musicalità. Gli strumenti di cui la Fazzi si avvale sono in apparenza assai semplici, ma proprio questa “semplicità” costituisce un punto di approdo non indifferente. La sua voce ha infatti un timbro unico in cui coesistono classicità e modernità: classica è la limpidezza del verso che ritaglia nitida l’immagine offrendola come icona preziosa alla mente; classica la scelta del lessico che affida alla parola il compito di indagare su se stessa, liberandola dalla consunzione dell’uso per restituirla poi arricchita di sempre nuovi significati.

Moderna è invece la voce di questa poetessa, una donna che, come tutti noi, vive le incertezze e le insofferenze dell’oggi, ma che ha il coraggio di guardare al futuro e di lanciare soprattutto ai giovani un messaggio di speranza. Questa sua modernità, come ha osservato Paolo Ruffilli, trova piena corrispondenza nella musica del nostro tempo e la interpreta in profondità. La sua poesia infatti «suona sincopato» dice Ruffilli: a volte sembra frenarsi, altre cala, altre ancora si arresta per poi ripartire veloce, sempre però mantenendo «la cifra della sincope», che riflette la frantumazione profonda della coscienza contemporanea. A questa voce l’augurio di “volare alta”, fino a diventare parola in cui molti altri ancora possano riconoscersi e ascoltarsi.

Arezzo, 6 maggio 2006

Recensione
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