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Finché ci sarà una nota

Davide Rondoni nel contributo che ha per titolo Un mondo invaso di parole (prodotto per il numero speciale di Testimonianze 518-19 “Con gli occhi dei poeti”) affronta il problema della «diversità» della parola poetica e, parlando di una sua traduzione di Rimbaud, così conclude: “La diversità della parola poetica è il contributo del poeta. Una parola trovata e composta a rischio dell’anima […] è il contributo del poeta in questa epoca di parole mosse da miriadi di interessi (dalla lotta alla noia - «il peggiore dei vizi» diceva Baudelaire – ai soldi, alle nuove ideologie). Senza questo rischio assoluto la poesia si riduce a letteratura, affiancabile e spesso sovrapponibile a altre forme cangianti di letteratura, di parole senza rischio. Ma questa parola che cala le sue radici nell’abisso, nel «niente» che viene inseguito come preda, […] questa parola che risuona di un’impronta terribile e dolcissima […] è l’altra parola del mondo. Anche oggi”.

Nel presentare la raccolta di poesie di Patrizia Fazzi che ha per titolo Finché ci sarà una nota, ho voluto introdurre il discorso proprio con questa riflessione di Rondoni sulla «diversità» della parola poetica che mi sembra pertinente per affrontare il tema del rapporto musica-linguaggio nel libro. Come afferma Claudio Santori nella Introduzione al testo, la silloge di Patrizia Fazzi occupa un posto “tutto particolare non solo fra i lavori consimili venuti in luce in questi ultimi anni, ma anche all’interno della produzione stessa dell’Autrice.” Si tratta infatti “di un esperimento di virtuosismo lessicale – dice Santori – di sorprendente originalità” in quanto l’Autrice non ha fatto “la solita poesia sulla musica, ma una poesia che sia musica”, portando “dal piano metafisico a quello letterale” il linguaggio musicale, come ben osserva il Maestro Roberto Fabbriciani nella Presentazione al testo.

Ed effettivamente nuovo è il linguaggio in cui si esprime la Fazzi rispetto alle precedenti sue raccolte e al tono pacato e melodico della sua poesia che racconta spesso di vita, di ricordi, di incontri con grandi artisti (si pensi a questo proposito a Giampaolo Talani o all’incontro con la grande pittura di Piero della Francesca, per citarne solo alcuni), attraverso un linguaggio limpido e conciso, raramente però del tutto introspettivo. Ecco, la novità che a me sembra più evidente in questa nuova breve raccolta di poesie è proprio lo scavo introspettivo che l’Autrice mette a fuoco nel momento in cui instaura un rapporto profondo con la musica, nel cui “cosmico codice” avverte “il brivido dell’universo”. O Musica, / ora ti riconosco, / mi appari nella tua forza / immensa e lieve, // numero che si fa suono / suono che si fa cuore // nel tuo cosmico codice / avverto / il brivido dell’universo. Anche la poesia che apre la silloge, dedicata a Nicola Piovani, intitolata Finché ci sarà una nota, evidenzia il rapporto fra la Musica e le emozioni che essa suscita, tanto che il “crescere e salire di armonie” diventa “battito e sangue”, mentre l’“onda di pause e di ritmi” si trasforma in un linguaggio che, senza parole, racconta la vita e si fa universale: ecco allora che – dice la Fazzi – “tu, musica, / sarai / antica e nuova lingua / per noi”.

Nella poesia intitolata Un sogno quieto torna questa apertura dell’anima, filtrata attraverso il risveglio segreto che la vibrazione delle note scandisce su cellule “immerse nel chiarore musicale”, fino a raggiungere “un’estasi pacata” dove l’io finalmente “riconosce il suo codice segreto” e lo asseconda in un saliscendi di note e di emozioni che percorrono lievi la “scala di infinita bellezza”. Altrove (La musica è un prato) si nota un rapporto che in maniera circolare lega cuore e mente: la musica è un prato, un giardino segreto, è “disciplina del cuore e della mano”, è un “codice miniato” che apre a mondi sconosciuti e, mentre prende dolcemente per mano l’anima, “la educa e la trasforma”, facendola rinascere aperta a nuove visioni. Simile a un filo d’erba, anch’essa rinasce ogni volta e non è mai la stessa.

Anche nella poesia in omaggio al Maestro Renato Sellani, intitolata Tocchi di velluto, dopo un crescendo di note che sembrano espandersi con il ritmo impetuoso del verso che si contrae, si allunga, in un crescendo che si espande da una nota all’altra, come “frementi” sono i tocchi dell’artista sulla tastiera, nelle ultime due strofe riemerge l’analisi introspettiva di cui parlavo sopra, in quanto la musica diventa il tramite tra il mondo del quotidiano e quello interiore, subliminale, direi. Essa infatti è “l’armonia che annulla il silenzio”, mentre il ritmo incalzante e allo stesso tempo lieve dell’aggettivazione (“sublime, giocosa, suadente”) finisce per fare da contrappasso al “rumore scomposto” che proviene dal mondo che ci circonda, fino a diventare “barriera estrema al dolore dei giorni”. Tornare bambini, ignari di quello che la vita ci riserva: questo il dono che la musica può per un attimo regalare all’uomo, che non significa regressione, ma libertà di guardare la vita prima ancora di averla sperimentata e in questa libertà ritrovarsi con tutte le creature che nascono, crescono, muoiono nella consapevolezza che la vita è un divenire di cui l’uomo fa parte.

Per questo conta “essere” e “resistere”, come recita la poesia dedicata al Maestro Roberto Fabbriciani, intitolata Essere, e avere il coraggio di lottare per “essere”, nonostante il cosmo sia avvolto da una nebbia simile ad “una grigia gabbia”, smarrita la bussola che orientava il cammino, “amara e arsa la gola”. Ma dal seme del dolore un giorno spunterà alla luce “un filo d’erba”, / un fiore ancora / innalzerà una corolla di note, / di colori aperti / e crescerà per continuare ad essere, / per essere dentro la vita”. Concluderei questo mio breve discorso, citando per ultima la poesia intitolata La linea di sublime dove nella prima strofe il gioco delle allitterazioni (“tocchi che toccano”; “cerchi concentrici”) imprime un ritmo forte e insieme silenzioso a quella “linea di sublime” che è nell’intimo di ognuno di noi finché un’emozione non la fa sussultare e la risveglia. È la divina armonia della Musica che, simile a un’ala che “bianca si libra nell’aria”, giunge là dove solo il pensiero può arrivare e tocca a passi di danza “la lira a corde del cuore”. Prima di chiudere un particolare apprezzamento ai disegni originali dell’Artista Gianni Delogu che accompagnano con leggerezza e acutezza di interpretazione le poesie presenti nella silloge.

Arezzo, 13 aprile 2019

Recensione
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