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Poesie controcorrente e racconti in versi

La poesia di Fabio Dainotti non è solita abbandonarsi al flusso nostalgico del ricordo, e nemmeno ama troppo concedersi al lirico rapimento del sogno, alla romantica pittura di paesaggio o alla riflessione meditativa. L’autore di queste Poesie controcorrente, ha sempre prediletto rapidi schizzi che paiono abilmente tratteggiati ad inchiostro di china. È come una serie eterogenea di istantanee, così nitide e precise, però, da cogliere in un attimo e fissare sulla carta diverse tranches de vie, con tante figure e figurine (come recita il titolo di una delle sei brevi sezioni) che formano un mosaico le cui tessere – pur raggiungendo alla fine una sorta di autonoma compiutezza – il poeta non ritiene indispensabile riordinare in una conseguente successione temporale o inquadrare in una cornice che possa dare loro un’armoniosa unitarietà: quasi, si direbbe, volendo sottintendere che lo spontaneo svolgersi ed evolversi dell’esistenza non può essere costretto in un sistema monolitico quanto fittizio, poiché sempre è destinato ad infrangersi e a disperdersi in una spettacolare molteplicità di particolari.

Dainotti è un poeta che rappresenta magistralmente il disincanto con cui l’uomo maturo guarda alla sua giovinezza, agli eventi, alle cose, alle persone del suo vissuto; alle esperienze importanti e durature come pure a quelle effimere, dissolte nel volgere di un’ora, di un momento, di una stagione.

Sono, queste poesie, simili a cartoline in bianco e nero di un album sfogliato con un sorriso ironico, sornione, in qualche caso persino vagamente cinico.

Sono guardate col distacco del saggio che, mentre nota e ricorda, dice: ho compreso, quindi ora so; e intanto lascia ad un altro osservatore (chi legge i suoi versi, ovviamente) il gusto di riflettere e di interpretare, di scovare fra le righe il non detto, l’alluso, il sottinteso; tentando magari di scoprire anche quanto ci sia del poeta nella realtà che rappresenta, oppure quanto i personaggi e le figurine – che egli ricrea mentre le rammenta – siano o no in parte ‘controfigure’ di lui stesso.

Non ci sono qui languori o rimpianti o struggenti abbandoni. Anche gli amori di cui si fa cenno sono deliziosi quanto fuggevoli: modellini di signore contemplate mentre sfilano eleganti con ombrellini al braccio, oppure donne dall’aria vissuta che intriga, corteggiate al tavolino di un caffè, desiderate sulla sabbia assolata di una spiaggia o nella chambre separee di un albergo.

Ma tutto è vita, tutto ha un senso e un suo valore irripetibile. Sono episodi fra loro separati, che hanno tuttavia “fatto la storia”: un’incredibile giostra di vicende talora illuminate e osservate da una stella variabile, che è tale, a sua volta, perché rispecchia la mutevolezza dell’esistenza, l’umana volubilità.

Paolo Ruffilli, nella conclusione della sua prefazione, afferma che la poesia di Dainotti «si può definire una sorta di cronaca dirottata, giunta alla sistemazione delle immagini dopo essere passata al vaglio di una ragione che intende per lo meno tentarne una decifrazione per guardare in faccia la realtà senza paure, nelle vicende quotidiane, nelle relazioni interpersonali, nell’amore, nei dubbi e nei punti morti della vita». E questo voluto andare controcorrente comporta quindi «una disposizione positiva e decisamente anticonvenzionale, – scrive ancora Ruffilli – nella convinzione che la poesia, dicendo il meno possibile è in grado di leggere sorprendentemente nelle pieghe del silenzio».

Miserie, tradimenti, fughe, gelosie, ex amanti perduti e ritrovati, persino i famosi fidanzatini di Peynet ci sfilano davanti agli occhi come parte di un’elaborata fantasmagoria, di una Festa galante (c’è l’ombra di Verlaine?...) svagata e voluttuosa, dove tuttavia nessun costume, nessuna maschera riesce a nascondere del tutto uno sguardo intimamente rassegnato e malinconico: «Il bocchino, i capelli impomatati; / lusinghiere parole. / Un decollete di donna, / morbida nel guardare, lenta nel dire. // Una musica triste al pianoforte. / Indistinta, nel fumo dei liquori, / la voluttà di perdersi e trovarsi.»

Recensione
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