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La terra domani

Il viaggio, lo notava Maupassant, è un lasciare il noto per l’ignoto, e in questo somiglia al sogno. Ma anche, aggiungeremo, alla poesia che, svelando le terre inesplorate del nostro inconscio, ci arricchisce e ci rende diversi. Consente al nostro io di uscire dalle angustie del sé per condividere una più larga esperienza dell’umano e lasciarsi trasformare dall’incantesimo del nuovo: Au fond de l’Inconnu pour trouver du nouveau, scrive Baudelaire nella poesia “Le voyage”.

E quindi ci sembra di grande interesse un libro recente di Paolo Carlucci, La terra domani, che ha come tema, appunto, il viaggio: Viaggi fra Storia e Mito nella prima sezione, Viaggi nella Natura nella seconda, e Viaggi civili nella terza. Il poeta viaggiatore si dichiara «argonauta moderno di miti» (p. 27), e dei miti antichi segue le tracce, non con la cicatrizzata indifferenza classificatoria dello storico, ma con i sensi vigili e insieme arresi, disposto a subordinare la sua scienza al caleidoscopio delle emozioni. Da Cipro a Ravello, da Sperlonga alla Sardegna nuragica, da Ischia (forse l’antica Scheria di Nausicaa), a Tarquinia, a Famagosta, alle Isole Azzorre: i versi assecondano «l’eterna chitarra del mare», si inebriano delle luci e dei venti nei quali appaiono figurazioni di dei e si odono le voci antiche, gli echi di storie che incantano con i loro frammenti.

Abbandonata l’utopia di una restituzione integrale delle civiltà del passato, resta il gesto pirata della poesia, che ne cattura poche briciole e le rivive non tanto nei libri, ma nell’eccezionalità del viaggiare, nel coniugare cioè i miti con le terre dove sono nati, con i profumi, le piante, la scenografia terrestre o celeste o marina. Non sfugge però al poeta che quelle terre recano i segni spesso devastanti della modernità: nel giardino delle Esperidi «gracchia meccanica una gru che fa ombra» (p.19), e spietati massacri e devastazioni deturpano le terre mediorientali, mentre una tecnologia apparentemente neutrale riordina e allinea al nulla le non più immaginabili invenzioni della fantasia umana: «E me ne vado vasaio di parole, scriba di gesta / antiche o nuove, tra beep di radio che aggiorna / lo Stige on line dei massacri lontani tra i minareti» (p. 23).

Con il procedere del libro, e specialmente nella terza parte, si accentua l’interesse per il «Male globale», e il poeta ripercorre il ripetersi dell’«urlo della Storia» antica e moderna, dalle croci di guerra in Normandia, ai campi di concentramento nazisti, dalle tragedie connesse con la rivoluzione russa, alla distruzione delle mura di Ninive da parte dell’Isis, per poi contemplare, spettatore sbigottito e impotente, il degrado delle città; il Primo Maggio sbiadito, dove la precaria part time canta l’Internazionale, sommersa dai flutti della società liquida (p.96); la donna che nel tram 8 urla e “latra” insulti; la Suburra today sommersa da rifiuti («Cronista di visioni vado dunque nei Fori/ Imperiali dell’immondizia!») e abitata dagli homeless rintanati tra i cartoni. (pp. 92,93)

Nel libro, dunque, si scontrano ebbrezze e incanti trasmessi da quanto resta della bellezza del passato con la risentita cronaca della rovina che incombe sul domani della terra: “oggi / nell’inferno, pellegrino mi sento, ebbro/di storia e polvere” (p.50). E uno dei non pochi pregi del libro è proprio la capacità di coniugare senza scompensi di stile i toni rapiti dalle visioni, lo spaesamento ebbro del viaggiatore e l’indignazione o il sarcasmo del cronista di fronte a scempi e turpitudini. Ed è proprio l’aver utilizzato la dimensione del viaggio a consentire il pluralismo dei toni e dei temi, suggerendo che il nostro vivere è un cammino instabile fra resti del passato e flash del presente, perduta ormai l’unità e la certezza dell’esperienza.

Recensione
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