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Il sacro e altro nella poesia di Andrea Zanzotto

Lettere a San Paolo / Una traduzione inedita
L’«agape» è predilezione

Il tema del convegno tenuto nell’ottobre scorso all’Abbazia di Praglia riguardava Andrea Zanzotto ma affrontava della sua poesia un aspetto «tanto delicato quanto assai poco scontato», come lo definisce Mario Richter nel presentarne gli Atti: e cioè il sacro, il sacro nella poesia di Zanzotto. Se è più facile e delicatamente umano fissarlo nella saggezza, «nell’umiltà quasi evangelica» della persona, nella sua ammirazione per i mistici, per la loro esperienza personale del divino, addentrarsi nella ricerca entro la poesia, analizzarla alla luce di quel tema per rilevarne i passaggi e i momenti appartenenti a quella sfera riesce più difficile, come mostra Silvio Ramat nel suo intervento, con un’analisi di passaggi significativi nella raccolta di Vocativo (1957, 1982), con intere poesie quale Elegia pasquale o con semplici ricorsi evangelici, gloria in excelsis, tantum dic verbo

Di grande interesse è poi la vicenda pressoché sconosciuta e il testo inedito pubblicato in Appendice, di una traduzione delle Lettere di san Paolo, commissionata al poeta dall’editore Neri Pozza agli inizi degli anni Sessanta all’interno di un progetto che avrebbe dovuto comprendere l’intero Nuovo Testamento. Come chiarì Zanzotto stesso in un’intervista estrema (2009), egli lavorò dapprima ai Colossesi e ai Filippesi, quindi agli Efesini e ai Galati, dove si arenò per l’interruzione dell’edizione; mancò così l’ultima mano di cesello e per il resto il traduttore non si rallegrò che di piccoli passi, a caso, per un ulteriore gradevole e utile esercizio personale. La versione direttamente dal greco fu compiuta su un’edizione del Novum Testamentum graece et latine, probabilmente quella allora in voga a cura del Merk, Pontificio Istituto Biblico (la prima edizione Nestle-Aland è dell’84).

Del greco, appreso dapprima in ginnasio e poi anche insegnato, Zanzotto si era fatto un compagno di strada molto piacevole e rinfrancante; e quanto a san Paolo, «un grande personaggio» sempre molto discusso in ogni tempo e non sempre rispettato genuinamente dai traduttori, cercò di darne «la pienezza». E non se ne sarebbe mai accontentato, dopo il bulino avrebbe voluto usare anche il cesello. Ma anche così qual è, il risultato è straordinario, a giudicare anche solo testo dei Colossesi dato nel volume nel facsimile del dattiloscritto, otto pagine, lasciato dal poeta fra le sue carte conservate dai familiari. Discorso rigoroso, concentrato, con le durezze e le vaghezze dell’originale mai risparmiate con imbonimenti; e con l’occhio giustamente fisso anche alla Vulgata geronimiana, parte essenziale della nostra storia e, fin qui, del vissuto quotidiano.

«Timoteo il fratello… per voi pregando» apre esattamente come in greco e nel latino di Gerolamo. Il termine «predilezione» per il greco agápe è di Gerolamo; anche «tenuta in serbo» e «a voi pervenuto» tiene conto della Vulgata. A fondo pagina un passo convulso viene lasciato alle sue formidabili contorsioni, quali anche nella Vulgata: «Rafforzátivi (Vulgata confortati) in tutta potenza secondo la forza della gloria (claritatis) sua per ogni sopportazione e longanimità (patientia et longanimitate), rendendo grazie con gaudio al Padre che ci degnificò (dignos nos fecit, greco adeguò) ad aver parte della santità dei santi»… Grecismi e latinismi schietti (chirografo, sopraedificati in lui) e perle s’incontrano anche più avanti: «mistero celato lontano alle ere e dalle generazioni… Uomini, amate le mogli e non siate amari verso di esse… Perdonate nella preghiera, restando in essa desti… Sempre il vostro discorso sia insaporito di sale…» E altrove e grandi conî come convivere, concorporati, poliscintillanti

Zanzotto si esprimeva così su san Paolo: non ci si devono permettere con lui «manipolazioni» pietose, «dilatazioni» ad uso e consumo del pubblico. È, oltre tutto, «un grande personaggio», che va rispettato ad ogni costo.

13 ottobre 2013

Recensione
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