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La poesia di Paolo Carlucci

«La poesia, nella funzione originaria, è nata nel gioco e come gioco».

Il riferimento a Homo ludens di Huizinga, alla “funzione ludica” della poesia la cui essenza è stata ben capita ed espressa dal Vico quando ha sottolineato come per intenderla bisogna sapersi vestire dell’anima di un bambino (per il bambino infatti il gioco è «la cosa più seria», «al pari di un lavoro», direbbe Pascoli), meglio di ogni altro si presta ad introdurre una analisi della poesia di Paolo Carlucci da Dicono i tuoi pettini di luce. Canti della Tuscia a Strade di versi e senza dimenticare Haiku e versi brevi.

Il gioco come unica cosa seria, la trascrizione ludica del passato come modo di stabilire una comunicazione tra i secoli.

Non a caso Huizinga richiama Eraclito che, secondo quanto racconta Diogene Laerzio, preferiva i giochi dei bambini alla politica al fine di sottolineare questa disposizione dell’artista al gioco come all’unica cosa seria.

E, a proposito del «gioco serio dell’arte», per usare le parole del Nostro, si veda quel componimento significativo di Strade di versi, una sorta di poetica, intitolato Autoritratto a quarant’anni, che è un ritratto significativo dell’artista, «refrattario alla modernità», che «valente, così per gioco – serio si crede, / va lento con le novità / e con ilarità vede oggi / il carnevale della flessibilità».

Un altro aspetto della poesia di Carlucci ben sottolineato dalla critica più avvertita, da Emerico e Noemi Giachery a Eugenio Ragni, è il sentimento del tempo, o meglio quel peculiare sentimento della temporalità, quella capacità di ricreare magicamente attorno a un paesaggio o a una situazione una atmosfera di tempo.

E certo non a caso Plinio Perilli ha richiamato Cardarelli e, con Cardarelli, tutti quegli altri «cinici che avevano fede in ciò che facevano» quando ha osservato: «Ci si sente Cardarelli e una certa luce italiana del primo Novecento, gloriosamente rondista».

Ecco, appunto Cardarelli, poeta dello scherzo e dell’indugio, il Cardarelli di Il cielo sulle città, opera il cui titolo originario, come risulta da una lettera a Ernesto Braghetti del 24 ottobre 1937, era Porte sull’infinito e che rappresenta un significativo punto d’arrivo della rivisitazione della terra natale, il Cardarelli cui è dedicata l’ultima sezione dei Canti della Tuscia, è il nume tutelare che vien fatto di richiamare come terminus ante quem di questa pregevole produzione poetica di Paolo Carlucci.

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