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Incontri di Pianeta Poesia

Libreria Punto Einaudi
Firenze, giovedì 31 maggio 2012

Ho sognato di viaggiare | su di un treno azzurro | correva lungo | la pianura assolata | nulla e il silenzio | padrone incontrastato (Epigrafe pag. 7)

Torno su di lui | cerco dallo stesso viaggio | il senso del futuro | l’eco di nuove speranze. (Quale avvenire? pag. 50)

La poesia “Epigrafe” è il sogno di un viaggio tra il nulla e il silenzio, nulla e silenzio amici del poeta che ha bisogno di sostare nel vuoto, di trattenere il respiro per conoscere le note sotterranee che l’attraversano e portarle alla luce, vergandole sul foglio.

“Quale avvenire?” chiude la silloge con la domanda del titolo della lirica a cui risponde la speranza viaggiatrice nascosta dentro il sogno iniziale, sogno d’un viaggio lungo le cinquanta pagine del libro, cinquanta stazioni dove Menotti ad ogni poesia interrompe il cammino per contemplare, riflettere, ricordare.

Stazioni, quelle del titolo della raccolta, intese nell’accezione originaria di fermata, di sosta…che è indispensabile alla creazione poetica.

Menotti Galeotti con questo suo ultimo lavoro ribadisce e sottolinea che la poesia, oltre alla sosta, ha bisogno del silenzio per riempire con la parola il nulla del bianco della pagina : parola difficile da trovare e, se trovata, difficile da far aderire al colmo di sentimenti che dallo spirito erompono.

Difficile, infatti, dire con il segno scritto la forza eruttiva dell’emozione, quella sovrabbondanza del sentire di cui parla anche Zanzotto (v. “In questo progresso scorsoio”, Garzanti, pag. 103) e di cui il poeta Menotti è cosciente. E riesce a comunicarcelo con efficacia, a dirci la fatica della ricerca di quella che lui chiama ombra e che ombra in effetti è, al confronto con l’ardente luminescenza dei lapilli emozionali cui tenta di dare nome.

La parola è nascosta e il lavoro del poeta consiste nel portare alla luce quella che più s’avvicina all’indicibile : un’impresa quasi impossibile che impegna l’autore, divenendo al contempo sua croce e delizia tra fogli bianchi e fogli tinti nell’inchiostro (cfr. L’ultima speranza a pag 45) e la cui volatilità Menotti efficacemente così descrive: La parola accenna | si promuove | davanti ti saltella  | si nasconde nelle pieghe della voce | si ritira fugge via. | L’autore sbigottito cerca invano dove sia | solo l’ombra | qualche spizzico | sotto terra frantumata.

Nelle stazioni dove Menotti si ferma, c’è la natura dei luoghi amati : il mare, il lago, il poggio, l’antica dimora, luoghi contemplati dentro stagioni che s’alternano come gli stati d’animo del poeta il quale osservando il fuori riflette se stesso con tutta la sua storia, i suoi incontri, i suoi affetti, i suoi sogni…

Un’interessante pista di lettura di “Stazioni” può essere quella d’inseguirne i sogni . Essi s’impongono in apertura, come abbiamo letto all’inizio e colorano anche molte liriche della raccolta:

Maturo un sogno | volare d’improvviso | fin là dove tramonta | il sole (pag. 17) dice Menotti che più avanti scavalca i sogni del mattino (pag. 20) per poi ricadere nel “L’incubo” d’ un tremore senza fine (pag. 21) di pianto e di tenebre…

Ma la forza della speranza che percorre non detta tutte le poesie del libro per soffermarsi alla fine dentro la sostanza della nominazione, appare come futuro di pace e di libertà nel significativo sogno/metafora dei tre giocatori capaci di far vincere il fante di fiori dalla pistola chiusa per sempre nel fodero della storia (pag. 26), speranza che riempie anche il sogno del ragazzo di strada, di volare al di là del muro del carcere dov’è sepolto (pag. 27) e che tinge d’azzurro il sogno del vecchio morso d’antico dolore ma sempre aperto alla luce del nuovo mattino (pag. 29) e al sorriso del cielo pronto ad accogliere il volo dei suoi pensieri (pag. 33).

I sogni di Menotti sono, forse, il segreto del poeta, “Segreto” che è anche il titolo d’una poesia di Giuseppe Ungaretti che scrive:

Solo ho amica la notte | Sempre potrò trascorrere con essa | D’attimo in attimo non ore vane; | Ma tempo cui il mio palpito trasmetto | Come m’aggrada, senza mai distrarmene. || Avviene quando sento, | Mentre riprende a distaccarsi da ombre, | La speranza immutabile | In me che fuoco nuovamente scova | E nel silenzio restituendo va, | A gesti tuoi terreni | Talmente amati che immortali parvero, Luce. (da “La terra promessa” 1935-1950).

Notte, sogno, silenzio, speranza, luce …parole che troviamo ricorrenti , insieme ad altre d’intonazione spiccatamente sociale, nella poesia di Galeotti che ha avuto il privilegio di avere Ungaretti come docente all’Università, del maestro sorbendo l’incisiva e al tempo stesso allusiva versificazione.

Di Menotti Galeotti, narratore e poeta di lungo corso con una ventina circa di pubblicazioni alle spalle, avevo avuto occasione di parlare il novembre del 2011 alla presentazione del suo libro Versi e racconti (Edizioni Polistampa 2010): un libro dove anche i racconti sono stesi con pennellate sospese tra prosa e poesia, poesia che sempre arricchisce la pagina narrata con riflessioni, domande, suggestioni, evocazioni…

In questo suo ultimo lavoro aperto e chiuso da un sogno, il treno azzurro dell’Epigrafe si ferma alle stazioni di territori dai profili di luoghi, città, memorie, volti e creature raccolte in un cantico che contiene bellezza e dolore, emarginazione e fratellanza, emozione e resa, amarezza e speranza, tutte voci dell’anima, come suggerisce un verso della poesia “Di giugno” a pagina 43, voci dentro lo spazio dei pensieri che sempre inseguono la luce | bianca in fondo al tunnel. (da “La ferita” pag. 39).

Recensione
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