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Presente continuo

Questa silloge di Maria Antonia Maso Borso si pone come una trepida ricognizione della realtà (soprattutto di quella emotiva), tentando caparbiamente la ricerca di un senso della vita, con implicazioni a vario livello e di diverso tipo. In questa operazione, una continua e progressiva presa di coscienza va scoprendo come dietro ad ogni sofferenza si nasconda (ma anche baleni) una verità misteriosa, un musicale silenzio, il miracolo quotidiano della vita e del mondo, come atterraggio forzato, da cui è difficile prescindere, anche se non si verifichi qualche incidente lungo il volo.

Un velo di sogni (ma anche un soprassalto del sangue) si insinua nell’estenuazione dei temi, spinti verso la sublimazione delle occasioni esistenziali e delle pulsioni del cuore, che sfociano sovente in un’aria sospesa, la quale ammanta, sotto un uguale lucore, ogni realtà materia o spirituale.

Ma soprattutto questa silloge si coagula, a strati sottili, intorno all’immagine balenante della vita, scandendo la scrittura poetica almeno su quattro temi importanti: il male del vivere, l’ala della morte, il giro delle stagioni, l’elegia dell’amore.

Ecco, allora, la solitudine e lo sgomento sulle strade del mondo, come un labirinto di sogni in cui si cammina insieme, ma sconosciuti. Ecco l’ambigua e segreta presenza della morte, come un tramite tra la vita e l’ignoto, come perdita di care presenze e come vittoria della poesia sulla vita. Ecco i colori e le musiche delle stagioni, con gli stupori dell’oro d’autunno e l’argento dell’inverno. Ecco, infine, la cercata e sfuggente aura amorosa, come romanzo da scrivere e stupore sensuale, come apparenza di gioco, porto di pace, apertura di canto.

Recensione
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