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Il significante stupore dell'esserci
indagine critica sul poeta Pietro Nigro

di Fulvio Castellani

la Scheda del libro

Capitolo I
Conosciamo Pietro Nigro

Con ironica convinzione, Heinrich Heine era solito affermare: "La vita è una malattia, tutto il mondo un ospedale. E la morte è il nostro medico". Al che, quasi per rimettere nel loro giusto posto i tanti tasselli di una verità universale, Benjamin Franklin rispondeva: "Ti piace la vita? Allora non sciupare il tempo, che è la stoffa di cui è fatta la vita".

Abbiamo voluto partire da queste affermazioni per parlare del poeta Pietro Nigro proprio perchè Pietro Nigro ama la vita in ogni sua sfaccettatura e la considera una malattia piacevole, da incapsulare, da vivisezionare, da gustare fino in fondo. Non a caso il suo vuole essere un messaggio di pace e d'amore per una società che trovi le sue fondamenta nella giustizia pur nella consapevolezza che una tale aspirazione comporta non poche difficoltà di realizzazione a causa della natura stessa dell'uomo.

"I miei versi - usa sottolineare con il metro di una sincerità a tutto campo - vogliono pertanto scuotere e sollecitare ad un'azione concreta chi a questi valori crede, ma in realtà coltiva teoricamente solo nel proprio intimo, appagandosene. Ma vorrei anche scagliare i miei versi a chi, responsabile degli immediati destini umani, possa non restarne indifferente; e quindi ai giovani affinchè capiscano il vero scopo della poesia". E questo per il fatto che la poesia non è un semplice excursus emozionale, bensì, come ha scritto William Wordsworth, "è l'alito e il più fine spirito di tutto lo scibile, è la serena espressione dell'aspetto di tutta la scienza".

Detto questo, eccoci a tu per tu con Pietro Nigro, nato ad Avola, in provincia di Siracusa, l'11 luglio 1939, già docente di lingua e letteratura inglese presso il liceo scientifico. Risiede a Noto, a pochi chilometri dal paese nativo, con la moglie. Ha due figlie sposate.

E' ancora un ragazzino quando comincia a scrivere delle scenette in rima su persone, animali e luoghi: con piglio scherzoso ed ironico. Ma non disdegna la stesura di brevi racconti su argomenti di vita vissuta oppure dei flash cronachistici sugli avvenimenti del luogo. Alcuni di questi scritti vengono pubblicati su cartelloni che sono allestiti dagli stessi ragazzi. All'età di dodici anni, tra l'altro, un suo cartellone (del quale era diventato il coordinatore di squadra) vince la gara su un lotto di una dozzina di concorrenti.

Verso i quattordici anni il suo impegno diventa più costante ed i contenuti si impreziosiscono e si dilatano.

"Ricordo benissimo - sottolinea con soddisfazione Pietro Nigro - che a quindici anni avevo le idee ben chiare e sapevo già quale sarebbe stata la mia strada. Mi dedicai alla composizione poetica con fervore, mentre stava nascendo in me la passione per la musica che mi trascinò ad imparare, da solo, a suonare il pianoforte, con rari interventi da parte di mia madre, ed a comporre, vari brani classici, liriche, romanze e qualche canzonetta".

Il dado è tratto. Cosicchè Pietro Nigro dà la stura ad un en plein di momenti culturali: scrive racconti, a sedici anni una prima commedia dal titolo "Noi studenti", altre commedie, saggi critici, poesie...

"Tengo a dire - aggiunge - che fin da allora non ho mai fatto programmi, anzi tutto è successo in maniera estemporanea, traendo ispirazione e monito dagli avvenimenti che andavano susseguendosi e dalle mie pulsioni interiori".

Per questo motivo, ancora oggi la sua ricerca poetica prosegue senza problemi di immagine, senza "gomitate", o ipocriti atteggiamenti da poeta ispirato in impegnate serate in smoking o in costose sedute gastronomiche con secchielli e spumante.

Ma scopriamo più da vicino questo poeta che intende sì intensificare la sua presenza attraverso concorsi e convegni, riviste letterarie ed antologie, però con estrema onestà ed usando argomentazioni e concetti esistenziali che facciano esaltare ancor più la pienezza della sintesi e la geometria della metafora.

— Ci sono degli autori, italiani e non, che predilige ed ai quali si affida, in un certo senso, per suggere al meglio i tanti perchè della poesia e della vita?

"Ce ne sono molti, classici e contemporanei. Mi piace citare tra i poeti inglesi William Wordsworth e Samuel Taylor Coleridge per la notevole liricità, per l'uso di un linguaggio semplice e proprio del popolo, per l'interesse alla vita degli umili, per l'immaginazione e il senso del mistero, quindi Percy Bysshe Shelley per il suo impeto, per il suo linguaggio icastico, per la sua natura ribelle che non accettava compromessi e condizionamenti (vedi "The Necessity of Atheism" che gli costò l'espulsione dall'Università di Oxford), per il senso etico della vita, per la speranza nel futuro che gli farà dire nell' Ode on the West Wind: "Se l'inverno è vicino, non può essere lontana la primavera", per la sua fede nel potere dell'amore. Tra i poeti francesi nomino a esempio i Simbolisti per il loro anticonformismo, in particolare Charles Baudelaire per la suggestione musicale (proprietà misteriosa dell'ispirazione, che traduceva, come lui stesso affermava, impressioni, stati d'animo e aspirazioni), Paul Verlaine per il lirismo quale bisogno di superamento della realtà circostante alla ricerca di un mondo ideale, Jean-Arthur Rimbaud quale nuovo Prometeo alla conquista del fuoco divino attraverso l'investigazione dell'inconoscibile, Stephane Mallarmé per la concetrazione del pensiero e la purificazione del linguaggio, per la sua nuova poetica che esprime non la cosa ma l'effetto che essa produce, Paul Valéry per il rigore e la lucidità dell'intelletto, per l'applicazione del metodo leonardesco al pensiero in quanto, come Leonardo sezionava il corpo umano per scoprirvi i segreti, lui sezionava l'idea per scoprirvi la verità: come a dire che il corpo non è solo il centro di attuazione dell'Eros, ma anche centro di creatività".

— E per quanto attiene i poeti italiani?

"Mi è inevitabile partire da Ugo Foscolo per la comunanza con la poesia preromantica inglese. Ai motivi propri della corrente preromantica: la sera e i sepolcri, simboli della fragilità umana, si aggiungono altri temi (la bellezza, la virtù, l'eroismo) che sono sì illusioni, ma ideali necessari e inalienabili che nei "Sepolcri" trovano la sintesi nel mito dell'immortalità delle memorie umane tramite la poesia. E' comunque in Giacomo Leopardi che ritrovo motivi comuni, a partire dall'attitudine alla poesia per "vocazione naturale e irresistibile", per il senso del mistero dell'essere ("Canto notturno"), per il pensiero dell'infinito e lo sgomento del nulla (anche se nella mia poesia l'elemento speranza è sempre presente), non meno che per la caratteristica filosofico-moralistica della sua produzione poetica e lo spirito eroico e combattivo che sfocia nella fratellanza degli uomini come unica risorsa contro l'indifferenza della natura ("La ginestra"). Una grande affinità con il Leopardi trovo nella poesia di Giuseppe Ungaretti, dalla musicalità al tema della precarietà umana di fronte al mistero del mondo, alle riflessioni sul tempo e sulla morte. Il mio tour si conclude con il "compaesano" Salvatore Quasimodo che ricanta la grecità della Sicilia, la cui trasfigurazione mitica realizza simbolicamente valori irraggiungibili in una simbiosi di simbolismo ed ermetismo nella tradizione greca di cui è impregnata la cultura locale".

— Che cosa pensa dell'attuale poesia made in Italy?

Non posso non constatare che la crisi della poesia, di cui spesso si parla, stia nella carenza di sentimento e di spiritualità, nell'assenza di valori esistenziali a vantaggio di un arido cerebralismo contenutistico e formale. Sperimentazioni dove la novità a qualsiasi costo produce risultati che non esito a definire antipoetici se non apoetici, e dove gli effetti tecnici e le perifrasi lessicali, in funzione di metafora, denotano aridità di sentimento e di idee. E neanche gli scherzi verbali, i giochi di parole, per quanto sottili, ricchi di humor, intelligenti, sarcastici (vedi Edoardo Sanguineti) incontrano il mio apprezzamento. La poesia non ha bisogno di astruse parole, di una spasmodica ricerca di parole che non siano state mai o raramente riscontrate; la poesia respira l'atmosfera dell'anima e della mente, del sentimento e dei valori, della realtà "vera" e dell'immaginazione "possibile": fuori dalla sua atmosfera muore".

— E della poesia estera?

"Mi soffermo su autori che ritengo basilari in un discorso poetico più ampio e in cui predominano temi come l'idealismo, la disillusione, il rapporto uomo e ambiente: il nord-irlandese Seamus Heaney, stabilitosi poi a Dublino dove vive tuttora, e Allan Ginsberg della Beat Generation americana. "Ancora una volta siamo di fronte ad una scelta equivoca", ha detto Carlo Bo appena saputo dell'assegnazione del Nobel 1995 a Seamus Heaney. Avrebbe preferito un poeta italiano, ma tra i poeti "ufficiali" italiani in chi sono riscontrabili i contenuti, il livello artistico e la forza poetica di Heaney? Questo poeta, del così detto "movimento dei regionalisti", ha la propria terra nel sangue e, descrivendone i miti e la cruenta realtà, ne fa un simbolo: un proiettarsi nel mare più grande dell'infinito e del mistero con i soli mezzi disponibili, personali, limitati, circoscritti, tormentosamente privati ma inequivocabilmente umani. L'altro poeta, Allan Ginsberg, come gli altri scrittori anticonformisti della Beat Generation, auspica una libertà di linguaggio e una nuova interpretazione di se stessi e del proprio ambiente. Un dissenso che, se anche corrotto dall'influenza politica, per me rappresenta una reazione positiva alla passiva accettazione di uno "stato quo" che umilia le aspettative di riscatto degli spiriti liberi".

— Si riconosce, in qualche modo, nella nuova poesia?

"Ma che cosa si intende per nuova poesia? Tanti aspetti, tanti stili, contenuti ed obiettivi diversificati da interessi culturali, socio-politici, pulsioni personali, intime, influenze classiche, moderne, post-moderne, sperimentali: tuttavia nel calderone mentale tutto viene lavorato, rielaborato, dopo averlo accettato o meno. E da questa operazione nasce una "propria" poesia nel caso migliore, un'imitazione o un plagio nel caso peggiore; una poesia o una non-poesia. Si è figli del proprio tempo ed è perciò inevitabile che il buono e il cattivo, il bello e il brutto ci influenzino. Sarà la qualità della mente, il talento, il genio, la capacità di intuizione o di profetismo, la sensibilità e il rapporto costruttivo con l'esterno a creare l'opera d'arte e, nei casi eccelsi, il capolavoro".

— Quale valenza può avere la poesia nel contesto di una realtà sociale in continuo mutamento?

"Non è forse il poeta il più sensibile osservatore dei fatti umani che non solo evidenzia e trasmette, ma analizza con profetica intuizione, ricavandone valide indicazioni per la soluzione degli annosi problemi umani? Ma quanta poca sensibilità in chi dovrebbe, grazie alla sua sedicente maturità e ai suoi sedicenti interessi sociali, curare i rapporti tra l'espressione poetica e le attività socio-politiche per una reale crescita civile! La poesia in ogni caso rappresenta una guida al giusto percorso che la società deve seguire nel suo continuo evolversi. Ma affinchè le intuizioni poetiche possano dare dei risultati è essenziale che il terreno sia fertile, e per questo le istituzioni culturali e scolastiche devono preoccuparsi della diffusione della poesia senza i soliti individualismi che hanno un solo obiettivo: l'affermazione personale, il successo, il divismo, veri nemici delle finalità reali della Poesia".

— Crede nei valori dell'amicizia e come si inserisce tale sentimento nel suo mondo lirico?

"La comunicazione comunque espressa (con i mezzi tecnologici o, più spiritualmente fattiva, con i mezzi artistici) porta ad un rapporto umano che una comunanza di interessi ed il contatto fisico fanno evolvere in una convivenza interiore, un matrimonio di anime che è lo scopo ultimo dell'Arte nella sua espressione più alta. Questa comunione determina uno stato mentale che è presupposto per la costituzione di un'area sociale ben definita, basata sull'emotività artistica, non massificante, bensì fondamentalmente individualistica. Nel mio mondo lirico due sono gli elementi predominanti: il bene comune e la ricerca dei valori metafisici. La poesia è perciò un contenitore di esigenze sociali, di elementi costruttivi dei rapporti fra uomini, esseri viventi, ambiente, natura; un tentativo, attraverso l'intuizione dei poeti, di scoprire la strada giusta verso la civiltà, sinonimo di amicizia secondo il significato etimologico: amore quale principio e fine del nostro corso vitale".

C'è un motivo per cui si dovrebbero leggere le sue poesie?

"Non rivendico nulla per me se non fosse per il piacere di soddisfare la mia esigenza di comunicare con gli altri tramite uno strumento artistico qual è la poesia. Sì, il piacere di trasmettere agli altri le stesse emozioni, le stesse impressioni che ho riportato nelle mie composizioni. La stessa gioia o sofferenza che l'hanno prodotta, indipendentemente da interessi o sollecitazioni provenienti da ambienti o club culturali che comunque io non frequento, essendo le mie frequentazioni solo nel territorio dell'anima e dell'ambiente che mi circonda e dal quale l'anima trae linfa. Anche perchè non considero l'arte come mezzo di diletto e come scopo per guadagnare consensi ed inserimenti in gruppi di potere culturali, bensì l'esatto contrario".

— E come vorrebbe essere ricordato?

"Il piacere di essere ricordati è una distorsione di chi si immagina dopo la morte essendo ancora in vita. Una falsa sensazione. Pertanto non mi sono mai preoccupato di essere ricordato, visto che il godimento artistico riguarda soltanto il mio presente. Non nego comunque che umanamente sia piacevole pensare di poter trasmettere quel pathos che ti prende quando l'anima si esalta con tutte le implicazioni che comporta, e di lasciare di me l'immagine di un uomo che ha tanto amato la vita, la natura, l'arte, l'amore, la bellezza e in primo luogo la giustizia e la bontà".

Capitolo II
Turbamenti ed echi iniziali

La primavera poetica di Pietro Nigro, dopo una fitta parentesi di ricerche e di affinamenti stilistici, prende il via, ufficialmente, con la pubblicazione della silloge "Echi di vita", che fa parte di un volume a scacchiera in cui figurano anche raccolte liriche di Anna Maria Bonfiglio, Franco Di Stefano e Filippo Giordano.

Siamo nel 1981 e Pietro Nigro è già conosciuto ed apprezzato per il suo impegno umano, sociale e culturale che fuoriesce a raggiera a tu per tu con il vuoto della quotidianità e che lui, novello Prometeo, tenta di annullare facendo ricorso al fuoco dell'amore e della speranza.

La consapevolezza della fragilità dell'uomo o, meglio, della sua transitorietà invoglia Pietro Nigro a fermarsi sull'attimo fuggente: non tanto per focalizzarne i lati ottimali, quanto per tentare di oltrepassare il nulla e di dare forma, almeno a tratti, a quelle verità nascoste che possono, se visitate o rivisitate, affinare il piacere alla vita in ognuno di noi. Si notano in tal modo quelli che saranno gli elementi predominanti della sua poesia, ossia la ricerca di un bene (o di una felicità) comune e di un punto d'appoggio per scovare en plein air principi universali dell'essere. I valori e le cause del prima, in pratica, trovano nella sua poesia, dai turbamenti esistenziali evidenti e palpabili anche laddove si sofferma a dialogare con il certo, un terreno fertilissimo: vuoi per la pienezza dell'assunto tonale, vuoi perchè da un'amarezza di fondo si sostanzia una gioia soffusa, pennellata con sospensioni evocative ed intuizioni visualizzanti.

Si assiste ad un close-up quasi istintivo, seppure rielaborato in chiave di ritmo e di vuoti-pieni.

Già nella prima poesia della silloge, dedicata alla sua terra di Sicilia, c'è questo ricorso al piano ravvicinato con in primo piano il canto soffocato degli uomini dalla "scorza d'ulivi" ed in primissimo piano quel germoglio di speranza che si nutre al "canto di riscatto" e che diventa "pietra fertile di sudore", "squarcio d'azzurro", "solco di coltro e di vomere"...

Si assiste poi, in progressione, ad un riempirsi e vuotarsi di attese e di ansie che nel segno dell'amore assume, a seconda della sua intensità e della sua presenza-assenza, le tonalità della malinconia, del ricordo, dell'appagamento e, perchè no, dello smarrito genuflettersi dinnanzi al "buco nero del dubbio".

Pietro Nigro grida talora la sua impotenza di fronte all'angoscia dell'incertezza, ma lo fa usando una grafia esaustiva, quasi a voler significare che l'immagine dell'uomo si veste a festa od indossa gli abiti dimessi sempre e comunque nel segno di una volontà, universale o personalizzata, suscettibile di modificazioni.

E' ligio ai suoi principi di onestà e di nitore interiore anche allorquando il fascino di una lotta non porta che a un commiato in punta di piedi; e questo perchè in lui esiste sì il dubbio del conoscere e del misconoscere, ma esiste contemporaneamente la volontà di far scorrere il tempo, il suo tempo, tracciando sentieri di luce sul libro di un'esistenza che tende a non far avvizzire le radici del sogno e ad ascoltare, nonostante tutto, il canto della zagara e del sole sugli aranci ed i limoni della sua Trinacria, mitica, smarrita e grondante attese. Fare poesia diventa così un atto liberatorio, quasi un librarsi al di sopra dell'essere e del non essere, più precisamente di quella materialità in cui l'uomo-poeta, pur non rinnegandola (e sarebbe impossibile, assurdo), si trova ad agire in quanto coautore del presente.

Si nota di pari passo un certo rifiuto della realtà che lo condiziona e che lo spinge ad aspettare "la prossima notte - per poter sognare ancora".

Si sente come un nuovo Don Chisciotte, "ridicolo e commovente", quando si fa in quattro nel difendere il suo diritto a sognare. Ma è un Don Chisciotte credibilissimo e che sposa, con voluttà e convinzione, il dualismo vita-morte in quanto capace di trasformare tale dualismo in sogno-speranza.

Ed è proprio questa sua capacità di rinnovare l'oggi e di rinnovarsi a far declinare, in maniera diversa, il suo percorso dentro l'io lirico, un io che vaga non a caso alla ricerca delle radici e che trova nell'alito del tempo e nel vento (due elementi che si rincorrono quasi nel suo messaggio scritturale) quell'illusione, fragile ma non per ciò scomponibile, che lo fa gridare, tra le persiane scostate di fronte alla vita-sole e con trasudante persuasione:"Amo la fissità - di cieli limpidi - che non conoscano nuvole - di tempesta - su una terra di pace".

Ciò chiarisce anche il perchè la presa di coscienza e la nostalgia di un passato perduto, ma ancora prepotentemente assiso sullo scanno della memoria, investe di nuovi significati la sua realtà, per intenderci, a cui Pietro Nigro lancia l'invito a mantenere il legame con la storia ed a modificarsi come fa l'inverno al sopraggiungere della primavera.

Non importa se scenderanno altre foglie a Cluny, se sulle colline di Montmartre piangeranno altre chitarre ripetendo i rintocchi di antiche nostalgie, se Chopin strapperà altre nostalgie di tempi vissuti... Per lui il mistero non sarà mai tale se si accompagnerà all'urlo della morte e alle carezze dell'amore, se avrà la certezza di non cavalcare invano i momenti dell'oggi, se l'acqua della speranza rinfrescherà altre corroboranti e rigeneranti illusioni...

Un interrogativo, comunque, si accompagna all'eleganza della sua espressione lirica sempre dai toni alti e nitidi: se sia il vento a macinare il tempo oppure se sia il tempo a polverizzare il vento.

Ma si tratta di un interrogativo luminoso. Per rendercene conto è sufficiente affidarsi alla stessa caducità delle convinzioni, anche se le certezze hanno il potere, magico in un certo senso, di rinnovarsi e di trasformarsi in nuove certezze. Ciò spiega l'amarezza che si condensa in questi versi: "Non andremo più a raccogliere - fiori di campo tra gli ulivi - nè a cercare soffici fienili - per i nostri amori all'aperto". Al tempo stesso avvalora la sua volontà di spezzare arcobaleni e di rifare, al pari di Van Gogh, "nuove terre atemporali - nuove stelle d'afferrare con mano". Sì, perchè Pietro Nigro ha la forza della volontà nel proprio io e non lascia nulla al caso. Tanto che i turbamenti esistenziali si mutano in fibrillazioni emotive non appena il dubbio, l'irrequietezza, passano attraverso il filtro di una non utopistica osmosi a livello sociale ed umorale. E che una religiosità ben definita accompagna in direzione della tutela dei diritti e della dignità dell'uomo. Come a dire che, aperta "la scorza dei rovi", è riuscito a trovare "una vita nuova" ed un tracciato che dalla sicilianità si travasa in un diorama dalle colorazioni accese e vibranti.

Capitolo III
Oltre l'ignoto e la nostalgia

"Leggo e rileggo ogni poesia: mi sembra - la pelle rabbrividisce - di ascoltare la logica continuazione dei nostri colloqui di venti anni fa. La lettura di ogni brano scende su di me come l'effetto benefico di una doccia ristoratrice".

Questa breve annotazione di Giovanni Stella (un ex allievo di Pietro Nigro), apparsa in "Reportage" nel 1984, focalizza d'un subito il continuum della ricerca dell'ubi consistam metafisico e la coerenza poetica con cui Pietro Nigro mette a fuoco situazioni e memorie, verità e prospettive, sogni e disinganni. Nella raccolta "Il deserto e il cactus", datata ottobre 1982, troviamo infatti, ampliato ed affinato, il tema ricorrente della tristezza esistenziale che però si riscatta, come ha rimarcato nell'introduzione Guido Miano, "corroborato da una forma di possesso istintivo, di materica adesione con le radici della terra e con gli oggetti che la connotano".

E' un'azione di scavo mentale, quella messa a segno nelle due parti di cui si compone la plaquette, che ha radici lontane e che ha come substrato interiore il fermento dei colori e dei sapori della Sicilia, la reminiscenza della sua antica grandezza e la realtà della sua decadenza attuale.

Ecco così che già alcuni titoli della sezione iniziale ("I segni del tempo", 1976-79) rispecchiano un tale assunto: Ci riferiamo a "Esodo", a "Fame", a "Sud"..., in cui le tematiche sociali si aprono su un ventaglio non più smagato di riflessioni nostalgiche, bensì fortemente ancorato al quotidiano che viene letto e proposto con un linguaggio dai toni a volte crepuscolari e tal altri foscoliani, e dal quale emerge una personale visione dell'ignoto e dei recinti che frenano le speranze mentre "lontano - un marranzano squarcia gli addii - con spini di fichi d'India - ad una terra che muore".

Il discorso si allarga in seguito ad abbracciare lontananze d'affetti ed aneliti di gioia, lacerazioni emotive e pregnanti saliscendi che si affidano ancora una volta al vento e al tempo per testimoniare presenze e la volontà di dimenticare pur mantenendo a memoria le pagine di un diario costruito in parte sotto il cielo di Parigi ("un estremo rifugio") ed affidato più spesso al fruscio lieve degli alberi che mantiene inalterato un lamento di gioia e di nostalgia.

Pietro Nigro si fa cantore e vate di un itinerario che travalica il contingente, e che diventa via via colloquio con l'eterno e con il vuoto che ci sovrasta, con i silenzi che si accompagnano allo scontrarsi dei sogni in due, con la parola che da immutabile certezza si fa mutabile riflesso di un miraggio che ritorna fin troppo presto preda della sabbia e di quel deserto in cui ci si muove nostro malgrado.

Il linguaggio gioca, con compiutezza formale, sui risvolti segreti della parola e sulla musicalità dei suoni e delle immagini, mentre il fascino timbrico e l'immediatezza dell'ispirazione solidificano un pentagramma dal nitore sofferto e perciò genuino e verace.

C'è, sì, al fondo la componente del rimpianto; tuttavia vi si riscontrano esiti metafisici e sensazioni di speranza che sostanziano un pensiero dalle modulazioni intense che viene reso con versi anche secchi e nervosi, comunque sempre sofferti sul filo di uno stato lirico in cui l'ispirazione raggiunge la purezza del sentimento primario e finale.

Un tanto fa dire a Paola Lucarini ("Firme Nostre", dicembre 1985) che "vivendo di ricordi si acquista il coraggio di sognare" e che "il sogno soccorre l'anima, esso rappresenta un'oasi di pace fiorita nel deserto del mondo".

Ed è proprio quest'ansia di sognare all'ombra del ricordo a rendere calzante la "povertà antica"; il "macinare sassi con la tua bocca di mulo", il "sentirsi mutare in quercia"... Pietro Nigro centra perciò il bersaglio del dopo senza ignorare le cadenze dei classici e fa circolare il suo canto alla vita e all'amore (amore per la donna del cuore, amore per la terra d'origine) sfumando le lontananze ed usando un "tu" dialogante che sa d'infinito e di finitezza oltre che di un allargarsi, quasi magico, di certezze affidate non tanto a silenzi definitivi, quanto ad una visione onnivora che tende a far breccia nell'assordante fragore di un destino che può essere mutato, almeno in parte, volgendosi "al cielo come fanno i gabbiani".

Da ciò si deduce che quel senso di vuoto e di solitudine leggibile dal gioco a scacchiera delle "fredde ombre" e "delle solitarie luci", si smembra non appena il canto si innalza a melodia, a feeling con l'oltre che giustamente va vissuto, o quantomeno intuito, con un certo anticipo per non trovarsi poi impreparati e con la sera già impressa negli occhi.

Nella seconda parte, quella che dà il titolo al libro, ritroviamo diverse composizioni liriche presenti in "Echi di vita", ma è una presenza che serve a mettere in chiaro le intenzioni liberatorie, dal punto di vista del "riguardar le stelle", di Pietro Nigro che include in tal modo, nel proprio diario umano, una componente sociale più avanzata, ossia più accosta alla verità dell'essere e del non essere in un contesto aleatorio com'è l'attuale.

A ragione è stato scritto al riguardo che (e sono parole di Raffaele Attardi pubblicate dal "Corriere della Scuola" nell'aprile del 1985) "La solitudine e il contatto con la natura sono la sua pace" e che Pietro Nigro "identifica nel gabbiano il suo desiderio di volare e di godere della pace degli immensi spazi" in nome di un tourbillon di "germogli di speranze tra pietre fertili di sudore".

Giustamente è stato rimarcato anche (e sono espressioni di Domenico Apicella apparse nel periodico "Il Castello" nel giugno 1984) che "Il deserto e il cactus sono per lui i simboli della sua terra sofferente", mentre "il metro dei suoi versi è cadenzato come un'ossessione, come una nenia che culla, ma cullando strazia l'anima ansimante".

Si sofferma, dunque, più in profondità sulle analogie e sul riaffacciarsi di situazioni in negativo; e lo fa nella convinzione, avvalorata dal fatto che lui vede la poesia anche in funzione profetica e non soltanto come sintesi estetica di miti e di progressioni o regressioni affettive e sociali, che il sogno alla fin fine può frantumare il miraggio di una pseudo-verità e rifocillare il viandante che si affida alla linfa del cactus per arrampicarsi in direzione di nuove, e non fatue, "illusioni di vita".

Vivere costa fatica, e lo sa benissimo Pietro Nigro allorquando afferma che "non è più il mare una forza della terra - se il mare è rimasto - un miraggio che l'estate rinnova". E lo conferma allorchè, sognando o captando la terra promessa (la pace interiore, l'ancoraggio con un io e un tu costruiti a misura d'amore e di dialogo dall'elettrocardiogramma dalla grafia regolare ed unitaria), urla ai quattro venti che "quando muoiono le ore - voglio restare solo - a gustarmi il silenzio del nulla". Come si conviene, del resto, al termine di una battaglia per la vita e quando, dopo aver goduto dei "colori di campi e di mari", si ha il coraggio di ammettere che "le passioni si spegneranno nell'infinito - rotolare dei secoli".

In verità, la posizione assunta da Pietro Nigro in quest'occasione appare più pregnante e circolare proprio perchè la parola-cosa è correlata da unità di rapporti e da appartenenze ed apparentamenti dalle soluzioni inedite, ben definite da uno sguardo che abbraccia l'intera scena della vita: l'immaginario e l'introduttivo, le stanze della memoria ed ogni possibile reticolo oggettivante.

Si riscopre uno scenario in movimento in cui l'"io" e il "tu" sono sì i protagonisti in assoluto, ma lasciano spazio anche ad altri primi piani, ossia al sole che si attarda a ricucire la storia della sua terra, alle voci che fuoriescono dai fondali del cuore, alle affermazioni-invito ed alle definizioni sospensive. Un unicum, pertanto, che si cala in un paesaggio policromo e che ritrae, sviscerando, il senso profondo dei bassorilievi elegiaci destinati a caratterizzare, non in maniera simbolica, il movimento delle ore ed il planare delle foglie sull'eterno allungarsi ed accorciarsi del tempo. E il tutto con il supporto di un paesaggio interiore in cui la bontà fa il pari con la gioia di vivere e la natura occupa un posto di rilievo nella scala dei valori da tutelare e da difendere.

Capitolo IV
La dimensione del tempo

Il "terzo tempo" (se così si può dire) di Pietro Nigro si accentra nei "Versi sparsi", la silloge che racchiude un gruppo di poesie redatte tra il 1960 e il 1987. Qui il discorso si raccoglie in un circuito di tensioni e di sollecitazioni che vive delle esperienze vissute. Non si tratta, in ogni caso, di un bilancio personale, ma di un primo traguardo raggiunto dal quale affiora, o riaffiora, l'inquietudine dell'uomo, sospeso e titubante tra la vita che sfida e l'invisibile e visibile richiamo dei problemi esistenziali ed affettivi.

Il linguaggio si affina fino a stabilire un rapporto dialettico intervallante sia sul piano dell'animazione stilistica che su quello, più distaccato, della riproposizione delle contraddizioni nodali in cui vive la propria terra.

C'è sempre un'amarezza diffusa al fondo delle verità liricamente diluite sul filo di un lirismo colloquiale a tratti o trasfigurante e, come ha felicemente intuito Giorgio Berti, "nella sua espressione misurata, l'eleganza e la nitidezza sembrano innate, e l'eredità classica, ermetica e crepuscolare vi è filtrata in una armoniosa modulazione del metro libero".

Sul tutto si muove la dimensione del tempo, la ricerca di uno spazio ben catalogato in cui muoversi ed agire; uno spazio che Pietro Nigro ricava nella sua Sicilia che assurge in tal modo non a retorica argomentazione fine a se stessa, bensì ad un luogo ideale in cui sistemare e far vivere l'antico e il nuovo, le attese e le certezze. Una fattispecie, per intenderci, di simbolo e di tramite che lo aiuta a far esplodere il proprio conflitto di vuoti-pieni ed a trovare una via d'uscita, seppure sofferta, in direzione del dopo.

Nelle sue poesie, in pratica, c'è una liricità dominante, che è tale soprattutto allorchè sfiora, delineandoli con grafia d'artista raffinato, i paesaggi siculi ed il ricordo dei giorni passati a Parigi in compagnia della donna amata.

Un esempio chiarissimo lo si respira in questi versi:

"L'eternità non è chimera
per chi non fa dimenticare
gli ombrelloni rossi
della Place du Tertre,
a chi li vedrà
come li vedemmo noi."

(Al Pichet du Tertre)

Ma il suo canto, ancora una volta, si fa fluido, pur nella stilizzazione del verso e nelle brevità dei componimenti, di fronte all'immenso, all'infinito, a quel rincorrersi di giornate e di secoli che racchiudono i tragitti del nascere e del morire:

"Ora è ieri e domani.
Com'è bello rivivere
tante volte
la nascita e la morte."

(Ora è ieri e domani)

oppure assoggettandosi all'esitante accettare i momenti non verificabili:

"Immagino le ombre
cosa avranno da dirsi
nell'oltretomba
per tutta un'eternità."

(Paganesimo)

Ed è questa paura od attesa dell'eterno a scandire altri ritmi, altre ansie, altre argomentazioni in chiave malinconica e di travaglio intimo.

Il fatto che Pietro Nigro affidi alla poesia il suo grido di dolore e di rabbia, di libertà e di fede, è sintomatico del suo atteggiamento non ipocrita ed utopico di fronte alla violenza ed alla difesa della natura e dei più deboli.

Ecco perchè bisogna (e sono parole sue) "credere nella poesia: non in una poesia strumento del potere, ma in una poesia che si faccia potere; non in una poesia ideologica, ma in una ideologia poetica". E credere nella poesia significa, come nel suo caso, educarsi al bello, soffrire in silenzio, interpretare il proprio io tramite la civilizzazione del collettivo e dell'universale.

"Poi che tutto quello che è deve essere - ha scritto Ugo Foscolo nell' Epistolario - e se non dovesse essere non sarebbe, a noi non resta che rassegnarci a questo bizzarro miscuglio di vizi e di virtù, di commercio protetto e di usura vituperata, di ladri impiccati e di ladri dorati, di devoti e d'increduli, di poveri e di ricchi: bizzarro miscuglio, ma che fa tutto il bello e mirabile del genere umano".

Si era agli inizi dell' Ottocento allora, ma il discorso sembra fatto apposta per l'oggi tanto è attuale e profetico; e sembra un discorso quanto mai calzante anche per l'uomo-poeta Pietro Nigro in quanto, nei "Versi sparsi", sa captare la coralità della sofferenza e della malinconia e rompere in quattro il pane della speranza proprio allo scopo di uscire dal tunnel dell'indifferenza dilagante ed a boomerang.

Accostandosi alla città industrializzata ha così l'opportunità di sventagliare ai quattro venti il perchè tale agglomerato "è una scatola di smog" e di lasciar meditare sul fatto che "breve è la vita e sì stupenda cosa - per perderla crudelmente - nei meandri di un profitto omicida".

Riflettendo poi sulla vita stessa (un tema tra i più sviluppati in questa terza plaquette) non può fare a meno di ammettere, con una ragnatela di scoramento, che "all'alba il giorno è lungo - lontano il tramonto" e che "poi il sole declina - e si rattrista l'anima: - piange la notte".

Ecco quindi che, per sfuggire il certo e per vivere a tutto tondo, mette in circolo delle scansioni emotive che sono altrettante luminarie e verticalizzazioni rinfrescanti:

"Ho colto l'alba di un giorno
su uno sferragliante treno
del mio profondo Sud
e ne ho fatto uno scrigno
a racchiudervi aromi
di zagara e salsedine."

(Ho colto l'alba)

o, se preferiamo, delle genuflessioni in punta di piedi:

"Coglimi e non dir parole.
Questo è il tuo piacere
e la volontà mia".

(Amore e verità)

Nel corpo di queste poesie sparse (vengono considerate tali perchè non sono state concepite come un unicum predestinato) troviamo la concretezza e la rappresentazione visiva dell'oggetto-soggetto, quasi che dalla chiarità della parola-verso sia stato ereditato un linguaggio diretto: quel linguaggio che è stato del primo Salvatore Quasimodo e che in Pietro Nigro ha trovato altre dimensioni proprio perchè mixato con l'uso non frammentario di frequenze espressive raccolte dal vivo e declinate in tono discorsivo ed incidente.

Non a caso ad un certo punto dice di far suo "l'eco d'un canto lontano - che dagli Iblei teneramente scende", quasi a voler oggettivare l'estensione del tempo che ormai ha fatto sua.

Capitolo V
Il significante stupore dell'esserci

Il cerchio del reale e del miraggio si allarga e si identifica ancor meglio nella quarta esperienza poetica di Pietro Nigro, una tappa senz'altro importante nel contesto del suo ideale linguistico e di quella filosofia della vita che lo ha portato a superare la barriera del sogno proprio per far vivere il sogno.

Già il titolo della raccolta di versi: "Miraggi", sta ad indicare quale sia il suo invito interiore, la sua volontà di purificazione e di perfettibile resurrezione liberatoria.

Vi appaiono, come ha ben tratteggiato Massimo Iannicelli in una recensione apparsa su "Reportage" nel giugno 1990, "i mille dubbi dell'uomo, le ansie, i quesiti, i misteri della vita; il tutto attraverso un incidere continuo di sofferenze, fatiche, dolori che non alterano la consapevolezza che in fondo la vita sia una grande illusione".

Ciò spiega il perchè si assista ad un rincorrersi di vita e di morte nella prima delle tre parti in cui si compone o scompone la silloge. C'é anzi un sospiroso chiudersi su se stesso e nutrirsi, al di là del contingente, di quell'immenso che talora sembra volersi appropriare della sua ricerca volta a mettere le mani su "quel mondo - ove muore l'oblìo". Il tutto si sostanzia, comunque, nel tentativo, riuscito, di annullare gli "spazi temporali e geografici", di cui fa cenno Pino Amatiello nella prefazione, e di godere, a fondo, del gioco, simpatico e ad incastro, che fa della vita un compendio di nuove felicità a patto soltanto che egoismo e altruismo, dolore ed accettazione, si scontrino e si elidano a vicenda.

E' questo il "miraggio" di cui si fa interprete Pietro Nigro?

La risposta non può che essere positiva vuoi perchè il suo viaggio all'interno dell'uomo lo porta a cavalcare la tigre di un'insofferenza costruttiva, vuoi per il fatto che il pensiero ungarettianamente accetta l'assunto che "la morte si sconta vivendo".

Platone aveva affermato che "è meglio subire l'ingiustizia che commetterla" e su questo punto Pietro Nigro si dimostra d'accordo, però ci fa capire d'un subito che bisogna combattere l'ingiustizia e non starsene passivamente ad aspettare che siano altri a prendere l'iniziativa.

Questa annotazione è doverosa per spiegare i perchè lo spingono a scrutare nel cuore del suo Sud, il suo "territorio dell'anima", allo scopo di far vivere, o rivivere, le antiche certezze, il riassunto storico che lo lega ombelicalmente ad una concezione esistenziale propria di tutti i poeti del Sud in quanto, non da oggi, "tutti i Sud si somigliano", come va affermando da tempo Raoul Sanchez.

Nello shaker del suo fare e vivere la poesia troviamo, di conseguenza, una cronaca singolare di esistenze e di vicessitudini, di interpretazioni e di memorie: a volte in chiave romantica, più spesso marchiate da una catarsi non artefatta sia a livello di redenzione che di purificazione e di elevazione morale e spirituale.

Non c'è mai una contrapposizione assoluta tra il bene e il male che era stata fatta propria dalle dottrine catare; c'è invece un rigoroso richiamarsi al "disperato grido di vita prima del tramonto", quasi che il tracciato dell'esserci si vesta di uno stupore non frivolo e diventi un significante ruolino di marcia, di verifica e di confronto.

Se Pietro Nigro comunque (sono parole di Liliana Grita raccolte da una recensione pubblicata nel 1992 nella rivista "Talento") "si distingue soprattutto per l'ispirazione profonda che lo investe e lo ferisce in un destino di morte che gli fa dire: "sopravvivere è pena", tuttavia lascia sempre un po' di spazio alla speranza come una piccola luce nel tempestoso cielo del Sud". E questo avvalora il fatto che è la nostalgia del sogno a rendere sconfinato o circoscritto il deserto del presente ed a spingerci, dopo un giro concentrico ed a raggiera di illusioni e miraggi, verso quelle "attese" di cui ci rende partecipi nella parte conclusiva della silloge "Miraggi". Senza dimenticare che per esserci è necessario saper gustare la vita stessa ("un sussurro di fronde - che agita il vento"), il piacere di una simbiosi totalizzante a completare il tempo delle presenze ("amore che scivola - nelle pieghe di un'altra carne"), il tentativo di uscire dai labirinti costruiti ad hoc dal tempo ("e l'uomo senza più catene - su arcobaleni di un promesso riscatto antico - verso il nuovo Walhalla - compì il suo destino divino - Prometeo felice nell'ultima vittoria").

Versi caldi, i suoi, eleganti, sofferti, riletti, rimescolati, vissuti, concianti, ermeneuticamente moderni...

E quante sfide emergono dal suo continuo interrogarsi, dal suo voluttuoso bagnarsi di storia e nutrirsi di nemesi!

Un esempio:

"Si nutrirà in eterno il mio spirito
del canto di un tempo senza tempo?
Si esaurirà la lunga attesa
di promesse che sempre più vani
rendono gli anni
che sanno di nulla?"

(Attese)

Il suo tracciato, a ben vedere biografico, pone tuttavia (ed in questo caso ci avvaliamo del giudizio di Dino Papetti, tratto dalla rassegna "Alla bottega", maggio-giugno 1992) "richiami, oltre l'ossessiva suasiva e sobria cadenza delle mille difficoltà e delle mille pene, oltre l'imponderabile gioco del bene e del male, fino a raggiungere la cifra più esatta attorno alla vicenda esistenziale (messaggio di giudizio, di allegoria o di salvezza)".

In ogni decisione morale ecco così che Pietro Nigro, da persona onesta qual è, si assume in proprio la razionalità delle scelte. Sia quando il probabile si basa sulla reciprocità simmetrica. Sia se il possibile è la condizione determinante per fare in modo che norme e valori siano tali soprattutto per ragioni morali, non mai utilitaristiche.

Non giochi di parole, dunque, bensì un navigare corretto e composto in braccio a verità smarrite e cercate a dimora di nuove speranze. Tante cose vorrebbe per se stesso e per gli altri non gridando inutilmente parole di collera e non facendo violenza ai violenti:

"Vorrei sentire urla di coscienze ridestate
e aprire occhi ciechi
per troppe tenebre di prigionia"

(Vedo morire colori di campi)

"Vorrei rivivere momenti
di un passato rifatto
che si esalta nel ricordo"

(Utopia)

"Vorrei essere come tanti
che non sanno leggere i tremiti delle fronde
tra le chiazze azzurre del cielo
con i loro occhi di terra"

(Lacrime di stelle)

Ma quanta amarezza in questi tanti "vorrei"! Quanti squarci di pessimismo leopardiano! Quanta malinconica certezza che oltre il recinto del suo credere nella vita, nel miraggio che si fa vita, non rimanga che una sola convinzione, da lui incapsulata nei seguenti versi, che sono lo specchio quasi magico di un processo di rarefazione e di autoipnosi iniziatosi da lontano e che lo spinge ad epigrafiche risposte e riflessioni:

"Ho visto il nulla riempirsi di fantasie
cercare motivi di vita
in vane illusioni,
per vivere"

(Per vivere)

E questo seppure, e non occasionalmente, il richiamo della speranza sia appena dietro l'angolo di casa e le cadenze notturne accompagnino le note in crescendo di una chitarra innamorata:

"Un silenzioso istante
rivela il tremito
di due corpi che vogliono stringersi
ed amarsi"

(Città di notte)

o vogliosa di ricreare atmosfere discrete:

"Potrai mai dimenticare quelle nostre brevi
grandi storie d'amore a Parigi?"

(Estate a Parigi)

Da qui il rimando doveroso alle conclusioni di Pino Amatiello che condividiamo in toto: "Poesia alta, smagliante, colma di fantasia e di immagini sublimi; poesia che riscatta "ismi" e oscurantismi, alla quale il Fato - quello che Pietro Nigro evoca con un lessico "familiare", che gli proviene da lontane radici - sono certo riserverà il conforto di un'assonanza con il lettore sensibile e capace di provare ancora un'emozione, quella che, nonostante tutto, la Poesia sa dare agli animi nobili".

Capitolo VI
Oltre e attraverso

Gli ultimi versi che si possono leggere nella quinta raccolta di poesie: "L'attimo e l'infinito" (che figura in un volume collettivo che raccoglie i testi dei finalisti nella selezione editoriale "Alcyone 2000") sono ancora una volta incentrati sul tempo e sull'amore:

"Ma disfa il tempo storie d'amore
che lentamente si dissolvono
in tremule chiazze d'ombra e di luce
e non sarà più nostro il domani"

(Quella sera a Montmartre)

Sono versi di una malinconia decisamente personalizzante, ossia chiaramente nigriana nel senso che racchiudono il fondo stesso di quella che è la spinta emotiva di Pietro Nigro e la sua collaterale certezza che dal dolore potrà, e si potrà, trovare il giusto appiglio per andare oltre e attraverso il finito e l'infinito.

Il suo orizzonte è liricamente intenso, come si conviene a chi, come lui, sa ascoltarsi ed ascoltare, sa comprimersi il petto e rialzare la testa, sa guardare in faccia l'oggi e programmare il dopo, sa dire pane al pane e vino al vino: da siciliano verace qual è e da poeta universale quale è stato giudicato.

Pietro Nigro, in pratica, dimostra di saper cogliere, come ha felicemente intuito Enzo Concardi nella premessa, i diversi aspetti del mistero che ci sovrasta, "come quando interpreta immaginificamente le voci e le suggestioni di misteri più prosaici e mondani, quali gli enigmi della notte, chiara metafora del destino umano".

Ed è proprio l'uso appropriato e calzante della metafora a scandire i ritmi della sua fusione stilistica tra il contesto filosofico e avanguardista, tra il suo viaggiare aleatorio al disopra e dentro la storia e quel suo piacevolissimo tentativo di dare scacco matto al vissuto.

C'è, quindi, un certo contrasto all'interno del suo agire ed un tanto è stato rilevato ancora da Enzo Concardi (un critico quanto mai attento e meticoloso dei fatti legati alla nuova poesia); cosicchè il circuito finito del quotidiano gli va stretto e cerca nell'attimo fuggente (o nell'attimo che ritorna con una luce diversa) quel quid che gli consenta di aprirsi ad un sorriso.

E che lucore, che en plein di emozionanti galoppate sulla criniera del sole, che giochi in verticale tra lusco e brusco non appena incapsula il sogno e lo modella a significante veicolo di speranza esistenziale!

Sembra a tratti che le illusioni (ed è questo che lui nascostamente ed apertamente desidera) vadano oltre l'ineffabile nostalgia del vissuto e che il tutto da lui costruito, con certosina pazienza e da cesellatore instancabile, indossi l'abito della festa:

"Piange la storia crimini ignoti
solo a chi non sa o non vuole vedere"

(Piange la storia)

"Datemi un appiglio ancora
ad eternare il presente"

(Ho solo speranze d'armonie)

E se c'è ognora il sapore acre di un'amarezza secolare al profondo della sua prigionia quotidiana, c'è di pari passo uno slacciarsi costante dalle catene dei perchè in quanto è consapevolissimo che il percorso della vita (la sua e quella degli altri) più ci si avvicina al traguardo del dopo tanto più "ha bisogno di selciati di verità ingannate - per sopravvivere sorgenti di nuovi mattini".

Per questo motivo cerca nuova forza, nuove argomentazioni per insistere nel suo indicare la via da percorrere per uscire dal labirinto delle realtà concluse e per rinnovarsi non nel segno di tediose ripetizioni, ereditate dalla tirannia di millenni consumati in maniera anonima oppure senza quella porzione di fantasia che riesce a trasformare una partenza in un possibile e prossimo arrivo.

Due sono i modi di intendere e di vivere il presente: accettandone passivamente gli accadimenti oppure non accettare compromessi e risalire dalla notte al crepuscolo.

Pietro Nigro, ci sembra, ha imboccato quest'ultima strada e gli esiti, a livello di poesia e di novità espressiva, sono a dir poco splendidi: per compiutezza formale, per dignità di contenuti, per pregnanza di impronte e di calchi preparatori...

La poesia, in tal modo, diventa anelito di rinascita in ogni senso, in quanto strumento di volo per raggiungere il cuore delle cose stesse e per "dare certezza all'incorporea e volatile sostanza delle parole", di cui fa cenno Flavia Lepre. Sì, perchè le parole, per avere un corpo, devono necessariamente cementarsi e, per non rimanere inutili frecce di una faretra vuota, assumere la figura, seppure cangiante e modificabile, di una verità a misura d'uomo.

Per giungere ad un tanto, Pietro Nigro libera quel "tu" colloquiale che è un po' il suo stesso io che sviscera penombre e nostalgie e che reclama non mondi provvisori e realtà irrisolte, ma "illusioni a scavarti conforti". Poi "si dona - amante - al primo amplesso" del giorno, fa in modo di imparare in fretta a volare "verso una meta a cui l'anima aspira", a dimenticare la sofferenza "che un fatale dramma di vita infligge - e rende crudeli uomo e natura"...

Ma il suo attimo va oltre il finito, ha bisogno di cielo e di libertà che trova proprio rifugiandosi nel proprio io:

"Io chiudo gli occhi
e sono infine
nell'infinito"

(Dentro, qualcosa)

Il suo grido definitivo, in un certo senso, lo eleva allorquando intuisce che la poesia - per la vuotezza dei tempi che corrono e per la massificazione delle immagini, oltre che degli affetti e delle verità - sta correndo un grosso rischio: quello di morire o di diventare preda, consapevole, di una prosodia anonima, aritmica e generalizzata:

"Muore la Poesia
se non procacci speranze di voli supremi"...

"Muore la Poesia
se alimenti sterili vanità"...

"Muore la Poesia
se non hai chimere da coltivare"...

(Muore la Poesia se...)

E' inutile dire, a questo punto, che Pietro Nigro vive la poesia fino allo zenit: anche perchè, da sempre, si rivolge agli altri per sollecitarne le riflessioni e le emozioni, per smuoverne l'apatia spandendo a trecentosessanta gradi versi come "Voglio uomini che siano luce".

In questo quadro si muovono in maniera ottimale i suoi tuffi dentro le voci assenti e presenti di Bruno Vilar ("L'infinito del cielo - ha disperso la tua voce - sulle ali dei gabbiani - lasciandoci solo silenzi"), di Beethoven ("Ti cercavo - come si può cercare - il tepore fra i petali di una rosa - in una notte di bruma") e specialmente del padre a cui dedica versi dalla concrezione ritmica che finisce per addolcire l'intreccio mai concluso tra la vita e la morte, pur rovesciandosi nell' abisso del canto:

"E il mondo rimane come prima
dopo la tua morte
albero che perde le sue foglie
e le rinnova"

(E il mondo rimane come prima)

Ecco, dunque, l'oltre e l'attraverso di nigriana concezione. Ecco il gioco ad incastro dei vuoti e dei pieni. Ecco il turbinare concentrico di realtà e di porzioni di realtà. Ecco il concretizzarsi del sogno di fronte allo specchio dell'incerta consapevolezza di esistere un qualcosa che è già stato e che può assumere sfaccettature diverse.

Di certo, il suo, è un mosaico a cui mancano ancora delle tessere. Sì, perchè l'immagine lirica che fin qui ci ha trasmesso è talmente vivificante che lascia fin troppo bene intuire ulteriori folgorazioni in chiave metafisica e spirituale, ossia usando quei grimaldelli che lo hanno, non a caso, convinto dell'impossibilità umana di risolvere il mistero dell'universo e, nonostante questo, lo hanno stuzzicato a non rinunciare mai alla ricerca in tal senso. E non è da escludere che per focalizzare ulteriormente il suo assunto morale e sociale non utilizzi il poemetto oppure faccia ricorso alla sua antica passione, il teatro, che dovrebbe permettergli di rendere più tangibili alcuni concetti esistenziali "che la composizione poetica (come lui stesso dice) per la sua sinteticità non potrebbe ben delineare, sebbene la metafora costituirà sempre la base comune dei due generi".

Andrà oltre il presente?

Una domanda alla quale già in tanti hanno dato una positiva risposta e che lui, dall'alto di una sicilianitudine a tutto campo, si farà in quattro per rendere ancora più concreta.

Agenda letteraria

Molteplici e tonificanti sono stati gli spazi letterari che Pietro Nigro ha saputo conquistare nel segno di una meticolosa e puntuale ricerca stilistica, formale e contenutistica. Ecco i più significativi.

Opere edite

1981: "Echi di vita", poesia (Edizioni della Società Storica Catanese);
1982: "Il deserto e il cactus", poesia (Ed. Miano);
1988: "Versi sparsi", poesia (Ed. Club del poeta edito)
1989: "Miraggi", poesia (Nuova Editrice Spada);
1995: "L'attimo e l'infinito", poesia (in "Quaderni paralleli di nuova poesia", Ed. Miano).

Opere su Pietro Nigro

1984: "Pietro Nigro", fascicolo monografico a cura di Ernesto W. Messere (Ed. Rossi).

Riconoscimenti

Per meriti letterari è entrato a far parte, in qualità di socio effettivo od onorario, dei seguenti Istituti Culturali: Tiberina, Mediterraneo, San Cirillo, Machiavello, Pontzen, San Marco, Hera Lacinia, Città di Boretto, Virgilio-Mantegna, Altair, Pantheon, Marconi, Valentiniana, Alessandro Magno, Fanum Fortunae, Accademia delle Scienze di Roma, Amici dell'Umbria, Capridea, Art Gallery Club, Legion d'Oro, Ciac-Catania "Nino Martoglio", Associazione Italo-Ticinese, Associazione Siciliana delle Lettere e delle Arti - ASLA -, Centro Studi Carlo Capodieci, Società Storica Catanese, Contea di Modica, Centro Culturale Michelangelo, Gruppo Letterario Acarya, Cenacolo Letterario del Movimento Federalista dei Cavalieri per l'Europa, Centro Letterario Artistico "Martin Luther King"...

E', inoltre, consigliere ad vitam dell'Accademia "Città di Boretto", socio del Movimento Internazionale Arte e Poesia di Agrigento, consulente in Letteratura Italiana dell'Istituto per la Diffusione Culturale di Napoli, Cavaliere di Grazia del Sovrano Ordine di San Giovanni di Gerusalemme, Cavaliere ufficiale dell'Ordine di San Giorgio Moscovita, segretario provinciale per Siracusa del Lisspae, past-president dell' International Empire Club di Noto.

Fa parte di commissioni giudicatrici di concorsi di poesia, narrativa e saggistica.

Collaborazioni

Oltre ad aver aderito ad antologie ed a repertori di autori contemporanei, collabora o ha collaborato a giornali e riviste con poesie, racconti e saggi critici. Citiamo le seguenti testate giornalistiche: "Il Diario", "Sìlarus", "Issimo", "Artecultura", "Talento", "Punto di Vista", "Alla Bottega", "Il Galeone", "Poeti nella Società", "AZ", "Adige Panorama", "Foglio Notizie Lisspae", "La Ballata", "Tratto d'Unione", "Comunità in cammino", "Reportage", "Il Pungolo Verde", "Logos", "Il nuovo D'Artagnan", "Valigia Diplomatica", "Presenza", "Corriere delle Arti", "Il Mulino", "Teleuropa"...

Premi

Ha conseguito molti primi premi assoluti, tra questi Sicilia Asla '79; AIART '80; Valle del Belice; Quasimodo; Pavese; Il Grifone; Accademia Internazionale S.Marco, Delegazione Toscana - American Institute for the International Trade Promotion (Direzione Europea); Etna 2000; Areopago Cirals '82; Accademia Fanum Fortunae '83; Borghetto '85; La Torre (ex-aequo) '85; XVIII Premio Naz. Poetico Musicale "Heirkte 2000"(Festival di Palermo) '89; Picenum '90; Sicilia Asla '90; Artepoesia '91; Sicilia Asla '93; Città di San Gaudenzio '95; Sicilia Asla '96...

Nel 1985 gli è stato assegnato il premio "Luigi Pirandello" per la letteratura a Taormina. Nella Sala del Cenacolo di Montecitorio - Camera dei Deputati - gli è stato conferito il premio "La Plejade" 1986 "per la produzione letteraria e poetica già riconosciuta a livello critico".

Bibliografia

Articoli, commenti ed annotazioni critiche sulla sua opera sono stati pubblicati su "Historia", "Tuttolibri", "La Nazione", "Il Resto del Carlino", "Giornale del Sud", "La Sicilia", "Il Tirreno", "La Gazzetta di Mantova", "La Voce di Ferrara", "Gazzetta del Sud", "Corriere Adriatico", "Uomini e Libri", "Controcampo", "Il Diario", "L'Eco di Brindisi", "Il nuovo Giornale dei Poeti", "Sìlarus", "Quaderni dell'Asla", "Adige Panorama", "Alla Bottega", "Pensiero ed Arte", "Corriere della Scuola", "Firme Nostre", "Talento", "Presenza", "Logos", "Artecultura", "Il Castello", "Valori Umani", "Il Tratto d'unione", "Il Pungolo Verde", "Il Palostrico", "La Ballata", "Reportage", "Il Galeone", "AZ", "Canicattì Nuova", "Netum"...

Della sua attività si sono occupati, tra gli altri, Giorgio Bàrberi Squarotti, Fulvio Aglieri, Salvatore Arcidiacono, Rosario Arcuri, Benedetto Macaronio, Guido Massarelli, Angelo Silvestri, Giuseppe Martucci, Pio Ferrari, Gino Parente, Luigi Pumpo, Anna Maria Scheible, Leone Piccioni, Enzo Concardi, Fulvio Castellani, Maria Coraiola, Giovanna Markus, Michele Amico, Guglielmo Gigli, Angela Martini Tessitore, Lia Ciatto, Giuseppe Amico, Nino Carbone, Calogero Montanti, Franco La Monaca, Venera Carbè, Alessandra Gallotta, Mario Balzano, Ignazio Privitera, Angela Musumeci, Aldo Zolfino, Giuseppe Alaimo, Roberto Trapani della Petina, Marisa Romano Losi, Lucio Zinna, Pino Amatiello, Giorgio Berti, Italo Rocco, Vincenzo Bendinelli, Franco Lanza, Giuliana Langman, Franco Boveri, Marcello Petri, Antonio Magnifico, Raffaele Attardi, Carlo Deromedi, Guido Miano, Silvana Lucchini, Pasquale De Orsi, Gino Spinelli de' Santelena, Michele Schillaci, Flavia Lepre, Ugo Zingales, Bruna Spagnuolo, Giorgio Santangelo, Teodosio Martucci, Gaetano Arnò, Maria Grazia De Giosa, Silvano Demarchi, Guerino D'Alessandro, Salvatore Mauciere, Paolo Montoneri, Giovanni Stella, Paolo Candido, Sebastiano Belfiore, Salvatore Spagnolo, Vincenzo Seneca, Fabio Ciceroni, Serafina Bissanti,, Rosella Bono, Eugenio Brasey, Tatà Lo Iacono, Elisabetta Salati di Iaconi, Adolfo Lamarina, Gualtiero De Santi, Egidio Mengacci, Marilina Di Cataldo, Donato Accodo, Teresio Zaninetti.

E' presente nella "Storia della letteratura italiana, Il secondo Novecento" (Ed. Miano).

Testimonianze critiche

FUGACITA'

Salvatore Mauciere
(da "Artecultura" n.6, giugno 1979)

"La consapevolezza della fugacità dell'uomo in questo mondo, induce l'autore a cogliere solamente quei pochi attimi di vita veramente vissuta, per essere quindi pronto a scavalcare la soglia del nulla eterno".

VERSO UN "AUTRE"

Paolo Candido
(da "L'Istrice" n.2, marzo 1979)

" La coscienza e la nostalgia - soffusa - d'un passato tormentosamente vivo, ma irrimediabilmente perduto, investono di nuovi significati la realtà, violentemente sospinta verso un "autre" che fa intuire l'eternità, nel commovente tentativo di riuscire a mantenere, indefinitamente, un vivo - e per questo doloroso - legame col passato".

POESIA COME VERITA'

(da "Uomini e Libri", marzo-aprile 1980)

"Il pensiero di Nigro è certamente e indefinibilmente sicuro, quando sa individuare contrasti stridenti fra povertà e ricchezza, quando sa celebrare figure antiche, ataviche, ancestrali, rendendole vicine al lettore. Qui il fare poesia è forza, ma soprattutto verità, che non può non scaturire da una poetica compiuta, in grado di autorappresentarsi".

DISAGIO E RIMPIANTO

Salvatore Arcidiacono
(da "Gazzetta del Sud", 27 febbraio 1982)

"In lui c'è disagio, rimpianto, desiderio di pulizia e riscatto, ma il tutto è mantenuto in limiti molto dignitosi e controllati".

UN LIRISMO TRASPARENTE

Anna Maria Scheible
(da "Areopago Cirals", maggio-giugno 1982)

"Pietro Nigro esprime la tragica esperienza della vita umana e in special maniera della sua terra del Sud. Traspare dai versi una capacità eccezionale di accogliere il dolore, di assimilarlo, di trasformarlo in un canto lirico sommesso, patetico e dolce, ma quasi scevro di tristezza, per quella forza intima del poeta di emergere dal dolore. Con arcana naturalezza egli riesce a descrivere momenti indimenticabili, soffusi di alata poesia, attraverso delicate espressioni, profondamente sentite".

SIMBOLOGIE ETERNE

Paolo Montoneri
(da "Canicattì nuova", 11-25 luglio 1982)

"Nella poesia di Nigro si nota il tentativo di fermare col magico dell'estro poetico quell'eterno fluire del tempo che cancella le cose e i sentimenti, annullandoli nell'oblìo del passato. A rappresentare la dialettica eterna della vita interviene il vento, simbolo del movimento eterno, che invola verso gli occhi assorti e malinconici del poeta ricordi tristi del passato, come foglie caduche d'autunno che tuttavia rappresentano per lui l'unico dolce oggetto del suo pensiero capace di rasserenarlo dinanzi all'idea della morte".

I CONFINI DEL NULLA

Guido Massarelli
(da "Il Pungolo Verde", luglio-settembre 1982)

"Il panteismo poetico di Pietro Nigro suggestiona, travolge e si fa seguire verso i confini di quel "nulla" che lo stesso poeta esalta e ne fa entità divina e umana".

UN CANTO APERTO

Guido Miano
(dalla Presentazione a "Il deserto e il cactus", Milano 1982)

"Il suo è un canto aperto, nel senso che vi defluiscono, captate dalla vocazione a un'inestinguibile speranza, le istanze e le problematiche esistenziali dell'uomo moderno, con le sue inquietudini inappagate, la sua ricerca dolente dell' ubi consistam metafisico; un'operazione mentale che potrebbe apparire scontata, bruciata ai margini del tempo, se non vi intervenisse la partecipe e totalizzante attitudine a genuflettere sulla terra dei padri il significante respiro dell'ispirazione".

MUSICALITA' E ARMONIA

Gino Spinelli de' Santelena
(da "Pensiero ed Arte", marzo-giugno 1983)

"E' una poesia che lascia un segno nel nostro cuore, per le immagini vibranti di intense emozioni, per i sentimenti che lo sostengono e per quella delicata armonia che pervade ogni pagina. Nigro è poeta autentico, palpitante di turbamenti, che sa cogliere dall'universo le più delicate espressioni, il ritmo d'una musicalità che riesce a sommuovere la nostra anima sempre assetata d'infinito".

UNA SENSIBILITA' DOLENTE

Giorgio Bárberi Squarotti
(da una lettera datata 24 giugno 1983)

"Una sensibilità acuta e dolente, che si estrinseca nella musica lieve e malinconica del verso e nelle immagini un poco crepuscolari di cui si compiace. Ma è un discorso poetico sottilmente fascinoso e suggestivo.

LA CERTEZZA COME FINE

Gino Parente
(da "Il Pungolo Verde", luglio-settembre 1983)

"Il suo fine non è il miraggio di qualcosa che abbaglia e non esiste, ma è la certezza dell'essere e dell'esistere, certezza riflessa prepotentemente nello spirito indagatore dell'uomo, rimasto pur sempre una delle tante creature dell' Onnipotente, supremo tessitore dei nostri destini. Il verso, pur libero, è ricco di armonie ed il tutto è musica che affascina e conquista".

PASSIONALITA' E IMPEGNO

Angelo Silvestri
(da "Logos", settembre-ottobre 1983)

"Pietro Nigro si mostra attento e perspicace accusatore di una condizione sociale che fa dell'uomo uno strumento di profitto e di morte. E anche quando il suo orizzonte prospettico si dilata, in una carezza tenera e serena com'è la carezza di ogni coscienza conquistata nel dolore, sempre il verso risponde con una passionalità struggente, che lacera ogni velo di ipocrisia e traccia un amorevole incanto là dove la tragedia è passata con "tutto il suo peso". Poeta versatile e vibratile, il cui impegno assolve pienamente, Nigro fa uso delle parole e dei versi come di una lama che incide, che vuole incidere, nelle coscienze una autentica ragione di vita, un perchè, un senso vivo ed umano.

SICILIA E MERIDIONALISMO

Luigi Pumpo
(da "Presenza", 31 ottobre 1983)

"Non mancano i segni di un meridionalismo mai gratificante. E forse le pagine più belle sono proprio quelle legate alla Sicilia, terra natale del poeta, che appare con tutta la sua emblematicità, con i suoi drammi esistenziali, con le sue bellezze".

TRASCENDENZA

Giorgio Santangelo
(da una lettera datata 18 gennaio 1984)

"Il motivo esistenziale fondamentale, l'ansia d'eterno, trascende la quotidianità e la temporalità, e, tuttavia, questa poesia è tutta radicata nella storia e nella contemporaneità: di qui la sua tensione umana e civile, come nella splendida Terra di Sicilia, ch'è una delle liriche più belle che, in questi ultimi tempi, siano state scritte sulla nostra isola".

PRESSIONE PSICOLOGICA

Franco Boveri
(da "Controcampo", novembre 1984)

"Lo stile poetico, sempre molto curato e soffuso di delicatissime espressioni, non subisce alcuna metamorfosi e mi pare che sia sempre in crescendo, frutto evidente di una maturazione continua e regolare, caratteristica proprio di chi sente la naturale necessità di perfezionare quell'ansia che lo attanaglia con forte pressione psicologica".

"STIMMUNG" ISOLANO

Carlo Deromedi
(da "Adige Panorama", n.55, marzo 1984)

"... La drammaticità della iterazione ostinata delle immagini della droga, della violenza, della ipocrisia, di una vita sfuggente, di nullità e precarietà si contrappone in un riscatto inatteso e perentorio a quell'eden antico che apre una sua stupenda lirica "Crisalide". E' la chiusura, il rifiuto dell'effimero, per incarnarsi, finalmente, nella limpida serenità dell'amore: segni palesi di una vocazione poetica che ha certamente lontane radici. Poi l'irrefrenabile tormento dell'anima in un avvenire immaginato "di quercia", ma che si ritrova nella "fragile carne"; richiamo alle più raffinate elegiache movenze latine nell'ovidiano desolato "nunc deformatus aerumnis", ma che subito si riscatta in "Pace" e in "Miraggio".

Moderno, armonioso, sofferto, questo suo stile in "Stimmung" isolano e fortemente "vero", trascina in una continua estetica ammirazione".

STRUGGIMENTI

Guerino D'Alessandro
(da "Il Tizzone", n.6, 1985)

"Temi a carattere sociale e sentimentale, pieni di struggimento interiore, di ottima fattura estetica, senza fratture e senza intoppi sillabici. Pagine poetiche in cui abbonda l'humus lirico, acchè non si spengano nell'anima umana la solidarietà, la concordia, l'amore fra le creature, per l'apertura ai cieli, per un'agognata restaurazione della bellezza etica sulla terra, in cui tutto è caduco, contingente".

RELIGIOSITA'

Donato Accodo
(da "Profili critici di scrittori contemporanei per la storia della letteratura italiana", EILES, Roma 1985)

"... si riscontra una religiosità che non è di tipo arcaico bensì con basi di cristianesimo quale si è definito e mantenuto attraverso i secoli, pregno di umana comprensione e nello stesso tempo ferreo nel difendere i sacri diritti e la dignità dell'uomo, filtrato attraverso una strada letteraria, che è il proseguimento di quella tracciata nei secoli da eminenti pensatori che hanno contribuito alla formazione di una società più o meno accettabile.

Poesia eletta quella del N., efficace, che occuperà di certo un posto di tutto rispetto tra autori validi, meritevoli di lode per il loro fattivo apporto di opere e di pensiero".

ACCENNI BIBLICI

Bruna Spagnuolo
(da "Alla Bottega", novembre-dicembre 1986)

"Nelle poesie di Nigro si può cogliere un amore-essenza incondizionato per la sua terra. La realtà storico-socio-ambientale ad essa connessa costituisce uno sfondo d'ansia-angoscia non detto (indicibile), percepito (impercettibile) attraverso le righe commosse. Non mancano punte di accenni biblici, in viaggio verso la realtà inquietante dell'attualità, che Pietro Nigro conclude come veri e propri gesti-verso dettati da indomito coraggio, intriso di consapevolezza (smagata quanto cocente) d'impotenza dolorosa".

LA POESIA E' L'UOMO

Giuseppe Martucci
(da "Artecultura", luglio 1990)

"Quale poesia si legge nel componimento di Pietro Nigro? La risposta sarebbe nessuna di tutte le possibili aggettivazioni che si vorrebbero proporre. Nel suo componimento la poesia è l'uomo. L'uomo critico che formula la domanda della coerenza nella spiegazione poetico-culturale con le istanze della vita. Pietro Nigro interviene e studia l'interrogativo della sfera della razionalità affettiva, del sentimento facoltoso che resta stupefatto nei confronti della negazione, ossia del perchè del non rapporto tra l'equilibrio e la disgregazione".

SICILIANITUDINE

Teresio Zaninetti
(da "Logos", settembre-dicembre 1990)

"La sua problematica, che è quella di una sicilianitudine universale, trasmette il proprio essere in sintonia, come poeta e come uomo, con il nostro e il suo tempo. Vi si ritrovano concetti e valori umani, civili, sociali, entro un linguaggio autoctono, ritmato, lirico, abbondantemente prolusivo ma anche maturo e preciso".

PAESAGGIO-AUTORITRATTO

Franco Lanza
(da "Storia della letteratura italiana - Il secondo Novecento", vol. I, Guido Miano Editore, Milano 1993)

"Tutto giocato su crepuscolari dolcezze fino a stremate tonalità d'un paesaggio-autoritratto, e con particolare struggimento, l'epigramma di Pietro Nigro: "Non andremo più a raccogliere / fiori di campo tra gli ulivi / nè a cercare soffici fienili / per i nostri amori all'aperto. / Si è smarrito il sorriso dei tuoi vent'anni / tra le rughe del tempo" (Caducità) che si prolunga in echi d'elegia:"Il ricordo miete le tue messi / e sgrana la spiga / illusioni d'una vita / che miseramente muore" (Speranza)".

L'ISOLITUDINE

Lucio Zinna
(da "Storia della letteratura italiana - Il secondo Novecento", vol. I - Guido Miano Editore, Milano 1993)

"Il legame con la terra è tema fondamentale della poesia di Pietro Nigro; esso va a fondersi con un altro tema, costituito dal trascorrere del tempo, dal rimpianto del passato, in un "canto memoriale - ha scritto Leone Piccioni - in cui Nigro sintetizza l'amaro destino di una umanità destinata a riscattare gli errori di una società trafitta da barbare indifferenze."

Se tanto accade a chi resta, il poeta isolano emigrato/immigrato, tra discese e salite che ne scandiscono irregolarmente l'esistenza, resta dimidiato tra luoghi d'origine e luoghi d'elezione. Qualcosa lo spinge a scendere, qualcosa lo spinge a salire, come il diavoletto di Cartesio".

IL SOLE DELLA SPERANZA

Flavia Lepre
(da una lettera datata 3 luglio 1995)

"Le tematiche spaziano in un vasto cielo, ma sul fondo più remoto di ogni verso del Nigro sta ammirato l'amore, soprattutto quello per la sua Sicilia, per questa terra in cui prevale - malgrado le negative realtà di oggi - l'indiscussa potenza di una bellezza naturale tale, talvolta, da togliere il fiato. In queste poesie l'ombra delle miserie umane si perde nei mille rivoli della Storia, ma il sole della speranza risplende vivido e non si consuma fra i meandri oscuri che occultano lacrime e sangue! Esso brilla nel cuore del poeta e nel cuore della sua gente, mentre il vento di scirocco passa, col suo fiato caldo, tra le antiche mura delle chiese barocche e lungo vie che, con i loro monumenti e i loro palazzi, regalano agli occhi immagini di epoche lontane, di dominazione araba e normanna...".

LIBERA COSCIENZA

Teo Martucci
(da "Artecultura", novembre 1996)

"La poesia di Pietro Nigro non si adagia affatto su comodi schemi populistici o di sterile denunzia ma penetra come una lama tagliente nel corpo vivo delle contraddizioni umane. Ma Nigro non è poeta unilaterale (nè in effetti la vera poesia lo è...). Proprio dai suoi chiari e sintetici versi di profezia e di sferzante ironia nei confronti delle infinite corruttele che travagliano la società contemporanea, prendono avvio accenti di mirabile dolcezza, di versi che possono, dopo aver pagato un tale scotto, autenticamente confrontarsi con il sentimento, la memoria, la tenerezza e non con i suoi inutili paraventi. Una poesia, quella di Nigro, oggi piuttosto rara, distante dalle attuali correnti che spesso prediligono i sentieri di un intimismo à la page o lo sperimentalismo più evanescente. Nigro, sceglie, oggi, la strada più difficile, quella dell'impegno, ma fuori dagli schemi ideologici, incentrata su un concetto dell'uomo quasi pascaliano, che diventa il terreno su cui innestare una fine analisi della società e della sua violenza... A questa difficile situazione della comunicazione contemporanea e, di conseguenza dell'arte, la poesia di Nigro reagisce con il sussulto della libera coscienza, capace, ancora, malgrado tutto, non solo di affascinare, ma anche nel contempo di contribuire a definire nuovi orizzonti di umana e creativa speranza".

° ° °

Appendice

da "Il confine"

Ero arrivato al Confine.
Nella terra di nessuno,
la Casa.
Sapevo chi l'abitasse,
ma non potevo entrarci.
Il terribile infrenabile fremito
di chi sa che là sia la soluzione
non mi abbandonava.

Dio percorreva il tempo o il tempo scorreva ai suoi piedi?

Ti sentivo fluttuare
presenza insinuante
nei sensibili recessi dell'anima,
immagine incorporea che si nutre di conoscenza
ritmica essenza
dello stesso colore rosaviolaceo
dell'insegna alla porta del tempo.

Finalmente al Confine. Sapevo che era questa la strada. Gli altri si saranno smarriti nei meandri dei loro pacati appagamenti. Io volevo arrivarci a qualunque costo. M'interessava sapere se intuire una Presenza volesse significare esserci. Per me l'arte è indagine, per gli altri pretesto per esorcizzare l'inganno: meglio sfruttarne i benefici. La Poesia come veicolo della verità è disinteresse di futili vanità, soddisfacimento di bisogni mentali e costruzione di una nuova dimensione.

Ma questo è chiarore d'alba o tramonto?

Quando passai sotto la montagna, quel tunnel interminabile mi fece perdere il senso del tempo.

Nè alba, nè tramonto. Luce, soltanto luce senza tempo. Luce di un sole nuovo. Mondo di luce che abbaglia la mente.

Ora la Casa mi veniva incontro e mi invitava ad entrare. Era come se solo il pensiero si muovesse, non il mio corpo, come se ancor prima di entrarvi, conoscessi la verità. Di certo quel luogo non mi era ignoto, immagini di un sogno in cui si travestiva una remota realtà.

Come avrei potuto provare una tale intensa sensazione di cosa vissuta: nella mente il segreto, suo frutto il ricordo. Era un risveglio dopo un sonno durato millenni.

La verità mi è stata sempre vicina, discreta e protettiva si insinuava nelle mie fantasie, nelle mie visioni, nei miei pensieri.

Diafana dimorava tra i miei versi, suggeriva immagini e mi trasportava ai lontani miti che sapeva sarebbero divenuti la realizzazione di un’attesa, il compimento di un percorso millenario.

La verità mi era stata sempre vicina, custode e compagna pietosa, stimolatrice di immagini vissute, antiche; genesi e rivelazione.

Preludio di una nuova ragione la Casa m’invitava ad entrare.

Ma qualcosa me lo impediva. Solo il pensiero percorreva il tratto che mi separava da Essa. Il corpo immoto. Un muro invisibile davanti, i piedi radicati nella terra di nessuno.

Ma il corpo, cos’era il mio corpo?

Il pensiero sembrava sostituirsi al corpo. Era come se il pensiero e il corpo subissero una metamorfosi: Come se il corpo perdesse la sua prerogativa che lo legava alla terra, divenisse più leggero e fluttuasse in una nuova dimensione.

da "Diario Minimo"

Ero a letto. Avevo spento la lampada del comodino con la speranza di recuperare il mio angolo della caverna, al riparo dalle intemperie, lontano dal nuovo giorno, dimentico per alcune ore di quella luce che mi avrebbe riportato in un ambiente che rifiutavo per la sua falsità, per la sua ipocrisia e che lasciava credere che i valori fossero la cosa più importante di questo mondo quando poi il potere rappresentava l'unica vera mira per cui la gente sosteneva che valesse la pena lottare. Il buio non mi spaventava più come quando bambino lasciavo accesa la luce di notte come se essa potesse proteggermi da quei mostri descritti nei libri di fiabe. L'orco mi è stato compagno sgradito nella fanciullezza. Pochi anni dopo nell'adolescenza dovevo scoprire che quell'orco non faceva paura a nessuno, un orco ad uso e consumo dei bambini la cui precocità permette di essere prematuramente indisciplinati, quasi si rendessero conto che è l'indisciplina a guidare il mondo. Rendersi poi complici di quest'inganno lo considero più infantile dei giochi innocenti e irresponsabili dei fanciulli la cui sola colpa sarebbe quella di non riuscire a capire perchè gli adulti possano fare certe cose, infrangere la legge senza poi pagarne le conseguenze.

Sono quasi le due, non riesco più a stare sveglio. Vorrei continuare questo stato tra la veglia, dai lineamenti ormai sfumati, indecisi nello stabilire l'importanza di mantenere il rapporto con ciò che è stato e ciò che sarà, e il sonno, indefinibile nel suo vagabondare tra l'incerta regione del nulla e l'inverosimile fantasia dell'essere. In questa indecisione sta, forse, il dramma della mia insoddisfazione di non essere in grado di risolvere i miei problemi esistenziali, quando anche gli studiosi più accaniti, proseliti di questa civiltà del potere non trovano anormale l'incapacità di risolvere i problemi metafisici, poichè è sufficiente la gratificazione derivante dalla loro ricerca intellettuale per ritenersi soddisfatti. Avrei desiderato una natura fittiziamente interessata ai grandi problemi, ma in realtà rivolta solo al proprio soddisfacimento. Quand'ero piccolo, mia madre ci teneva a preparare noi bambini, me e le mie due sorelline, alla recita della vigilia di Natale o di San Silvestro. Mi ricordo che ero particolarmente preoccupato non tanto per la cattiva figura che avrei potuto fare davanti a mio padre, unico destinatario di tanto trambusto, quanto per la cattiva figura che avrei fatto fare a mia madre che dopo tanto trambusto non avrebbe raccolto il meritato plauso.

La sensibilità è la chiave per aprire la porta alla coscienza con tutti i suoi trabocchetti sociali, dalla possibilità di lasciarsi maltrattare per non andare contro il principio di non maltrattare gli altri, all'inutilità di procurarsi una cassaforte ove custodire ciò che non si è avuto modo di accumulare in anni di mediocrità.

Tale atteggiamento ad una prima impressione può apparire rinunciatario e perciò segno di debolezza; farsi maltrattare senza reagire equivarrebbe ad ammettere la supremazia della cattiveria, senza tener conto, però, che ci vuole più forza a controllarsi senza reagire, che a reagire.

dal saggio "Paul Valery":
Cap. III - Opere Poetiche: I -"La Jeune Parque"

Questo lungo poema fu dedicato ad André Gide: "Depuis bien des années j'avais laissé l'art des vers; essayant de m'y astreindre encore, j'ai fait cet exercise que je te dédie". 30)

La Jeune Parque era stata concepita come una suite musicale, una composizione musicale a più parti. Questo poema è considerato uno dei più oscuri della letteratura francese, ma ciò non deve scoraggiarci al fine di ricavarne le idee e gli stati d'animo e dunque il pensiero che regge l'intera opera.

Innanzitutto è necessario considerare ciò che Paul Valéry stesso ci dice. Egli ha voluto infatti dipingere nella Jeune Parque le idee che si era fatto sull'essere vivente e sul funzionamento stesso del suo essere in quanto pensa e sente. Tutti i critici sono concordi nell'ammettere che la materia trattata in questo poema come anche nelle altre sue composizioni poetiche si presta più alla filosofia che alla poesia; ma riconoscono nondimeno che il Valéry l'ha saputo animare di potenti accenti lirici. La malinconia, l'eterna malinconia del Valéry che stende un velo su tutto il poema, la sensualità che fa parte della natura dell'uomo, il mistero che è la causa della malinconia del poeta, formano un insieme spettacolare per la mente. La Jeune Parque conosce la sua dualità: materia e spirito, corpo e anima, intelligenza e sensualità. Ed è proprio questa dualità che provoca il suo tormento.

Nella vicenda mentale del personaggio, secondo l'intendimento del Valéry, possiamo vedere noi stessi come in uno specchio.

Una giovane donna in uno stato di tristezza e di turbamento lascia il letto durante la notte e va ad ammirare il mare, luogo molto amato dal poeta mediterraneo. Poi volge lo sguardo verso il cielo pieno di stelle alle quali innalza una preghiera:

Tout-puissants étrangers, inévitables astres
Qui daignez faire luire au lointain temporel
Je ne sais quoi de pur et de surnaturel;
Vous qui dans les mortels plongez jusques aux larmes
Ces souvrains éclats, ces invincibles armes,
Et les élancements de votre éternité,
Je suis seule avec vous, tremblante, ayant quitté
Ma couche; ...

31)

In questi versi si avverte un senso di smarrimento in un universo sconosciuto ed eterno. La Giovane Parca dalla visione degli astri, "les diamants extrémes",32) percepisce il mistero, ma questo rimane inaccessibile alla sua ragione. Essi le dànno delle schegge di conoscenza, ma la Verità è preclusa alle sue possibilità di comprensione.

Dopo aver contemplato le stelle, la Giovane Parca esplora il suo intimo, le sue profonde foreste e vi scopre un serpente "qui vient de la mordre": 33) la sensualità, "la secrète soeur (qui) brùle". 34)

Ma la Giovane Parca preferisce restare sola, con la speranza che "ici-bas" possa essere esaudito il suo bisogno di verità.

Tout peut naìtre ici-bas d'une attente infinie. 35)

Allora ella caccia il serpente, pur confessando il timore di perdere la sua "mursure fine". 36)

Alla falsa dottrina della sensualità preferisce l'intelligenza.

La Giovane Parca è cosciente della contraddizione della sua natura: da una parte c'è la coscienza che si ribella a tutto ciò che non è chiarezza; dall'altra parte la "mortelle soeur", 37) l'Io, il contrario della coscienza, sensualità e passione, inquinamento dell'Essere; ma al centro, come intermediario del compromesso fra i due opposti, sta l'intelletto, che ne purificherà la natura.

Qui sta il senso della Giovane Parca, in questa coesistenza di sogno e di spirito di chiarezza che tendendo alla conoscenza ne fa il prototipo della coscienza cosciente.

Unico scopo sarà la ricerca dell'"Harmonieuse Moi" 38) a cui tutto è chiaro come il giorno.

Ma a contrastare questa ricerca si erge la morte. Come il sole crea l'ombra, così la vita crea la morte. Il Nulla diventa allora l'oggetto della sua meditazione:

Je pense sur le bord doré de l'Univers
A ce goùt de perir qui prend la Pythonisse
En qui mugit l'espoir que le monde finisse.

39)

Un senso di disperazione e di rassegnazione la inducono ad accettare la realtà finita. La noia di conoscere il futuro la fa ripiegare verso il passato. La nostalgia del passato s'impadronisce della Giovane Parca. Desidera ardentemente che i bei giorni della sua infanzia ritornino e le portino la desiata serenità. Ella ricorda una passeggiata che fece fanciulla nei boschi dove fu presa dalla vertigine dinanzi al meraviglioso spettacolo della natura che rinasceva:

Le printemps vient briser les fontines scellées
l'étonnant printemps rit, viole...

40)

Mi vengono in mente le parole del poeta inglese John Cowper Powys. 41) Egli scrisse: "Chi mai potrà negare l'esistenza di un nesso organico, potente, magnetico, psico-chimico, che unisce ogni vita? Nulla cresce su questa terra, nulla vola nell'aria o nuota nel mare che non sia legato da un qualche sottile vincolo magnetico alla sfera solitaria della nostra anima. La vita che è in noi in questi momenti di consapevolezza soverchia la morte; il bene soverchia il male".

E allora bisogna amare, continuare l'eterno ciclo della vita?

La mente consiglia alla Giovane Parca di evitare simili vanità: il destino dell'uomo è la morte. A questa constatazione la giovane donna si commuove e piange della triste sorte degli uomini.

L'aurora è vicina. L'angoscia abbandona la Giovane Parca e l'intelligenza riprende la sua attività. La visione del mare la rinfranca e scaccia l'idea della morte.

Paul Valéry ha voluto suggerirci di accettare con rassegnazione la triste sorte umana: nulla potrà mutare le leggi della natura.

Il filo della vita dopo la morte notturna dello spirito viene rimesso al dito della Giovane Parca, che tuttavia è continuamente ripresa dall'intimo tormento interiore che le fa dire con malinconia:

Dors ma sagesse, dors: Forme-toi cette absence;
Retourne dans le germe et la sombre innocence.
Abandonne-toi vite aux serpents, aux trésors...
Dors toujours! Descends, dors toujours! Descends, dors, dors!

42)

Infine il sole la strappa alla sua infelicità e ritrova il gusto della vita.

                                                il le faut, ò Soleil,
Que j'adore mon coeur où tu te viens connaìtre,
Feu vers qui se soulève une vierge de sang
Sous les espèces d'or d'un sein reconnaissant
.

43)

Il duplice carattere della vita mentale di Paul Valéry è messo in luce in una lettera ad André Fontainas che cita M. Berne-Joffroy:

"C'est bien un exercise, et voulu, et repris et travaillé: oeuvre seulement de volonté; et puis d'une volonté seconde, dont la tàche dure est de masquer la première: Qui saura me lire, lira une autobiographie dans la forme. Je tiens que mon principal bénéfice est dans les remarques faites au cours de ce long travail". 44)

30/40) Poésies, Gallimard, Paris 1942, La Jeune Parque, pp. 51-68

41) John Cowper Powys (1872-1963) - Scrittore inglese, nato a Shirley nel Derbyshire. Tra le raccolte poetiche: Mandragora (1917) e Lucifero (1956). Tra i romanzi: Estasi (1929) e Tutto o niente (1960).

42-43) Poésies, Gallimard, Paris 1942, La Jeune Parque, pp. 80-82

44) Berne-Joffroy, Présence de Valéry, p. 200-201

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