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La poesia di Franco Orlandini

Franco Orlandini ha saputo cogliere in ogni nota della sua storia esistenziale, una porzione di quel finito-infinito, che varia e si modifica con ìl mutare stesso del tempo, delle vicende quotidiane, delle convinzioni, delle esperienze... In tal modo i riuscito a comporre un mosaico policromo ed uniforme al tempo stesso, misurato con. accentuazioni parsimoniose e vivide, originali e coerenti; come si conviene, del resto, a chi ha la poesia nel cuore ed alla poesia dedica con convinzione ed amore il meglio di sé, ovvero una missione catartica per meglio assorbire la parola che si fa pensiero, archivio, specchio dell'anima.

Colto da limpido amore per il bel verso, Orlandini non ha mai lasciato nulla al caso ed ogni sua visione si è accentuata con preziosità lessicali e linguistiche, avvalendosi anche di vocaboli rari ed arcaici, che comunque bene si armonizzano nell'insieme discorsivo. Essi anzi danno maggiore scorrevolezza e solarità al tracciato lirico, riuscendo, talvolta, a trapassare i recinti del dubbio fino a riversare il riverbero dell'immagine, esteriore od intima, nelle sequenze concettuali di una scrittura dai ritorni non sempre prevedibili: "Le lucertole sostano estasiate | sopra il rude biancore della pietra; | appena erode, ai bordi, uno stridio, | il silenzio del campo verdebiondo"...

Orlandini ha sempre privilegiato l'uso dello endecasillabo sciolto, da solo o con settenari; si sente in ogni sua composizione il calco di un classicismo non di maniera, ma naturale, e raggiunto con uno studio, attento e meticoloso, dei maggiori interpreti della poesia antica e di quella dell'Ottocento e del Novecento. Ciò che balza subito all'occhio è la freschezza delle immagini, il suono delle parole, il curvarsi quasi ad ascoltare l'essenza del vivere: "Simile a un fiore schivo | è il silenzio scoperto in questo luogo, | all'-incerte sorgive dell'aurora. | Si stenderanno lievi, al primo sole, | i petali; e staremo a meditare, | lo sguardo fisso al placido prodigio". Il poeta si slancia in direzione della luce, oltre le colline, con il desiderio, palpabilissimo, di correre col vento per non trovarsi impreparato allo appuntamento con il giorno nuovo, che paragona ad un asceta che è riuscito a vincere "la battaglia della notte" e che sì ritrova con la raggiera del sole sulla fronte.

Orlandìnì coniuga il rapporto romantico, che ha con le tante meraviglie naturalistiche, con una fitta ragnatela di versi rasserenanti, allegorici e moralistici al tempo stesso. La sua, in questo contesto, si rivela una scacchiera delicata e trasparente in. cui il dolore e la malinconia si sublimano nella sfera dell'inconscio (e non solo) , fino ad assumere la parvenza di una rappresentazione reale anche se, al fondo del gioco mentale, ciò che brilla di luce propria è la ricerca di un ideale di perfezione interiore.

"Tendenzialmente – ha voluto rimarcare il poeta – è presente nella mia ricerca poetica una tensione spiritualistica, sospinta dal sogno, che a volte s'oscura e che si ripresenta, di poter raggiungere, al di là della vicissitudine, la "calma purità" d'una fonte ideale, "che dell'essere affranto ricomponga | la totale figura".

E a questo proposito Silvano Demarchi ha scritto che quella di Orlandini "è una liricità vissuta nella colpevolezza della vanità delle illusioni terrene, dei disvalori che affliggono il nostro tempo. Laddove l'angoscia si fa più acuta, le contraddizioni dell'esistere trovano adeguata risposta nella speranza dell'oltreità, del riscatto metafisico". [In "Contributi per la storia della letteratura italiana – Il secondo Novecento" di Aa. Vv.. vol. II G. Miano Editore Milano, 1998. Tra le raccolte pubblicate: In cammino 1982; Stagioni 1994; Attese 1997; A specchio del mare 2000]

E' evidente il continuum nel discorso poetico di Orlandini, anche se, logicamente, i ricorsi tematici assumono una diversa angolazione di lettura e sia proprio il tempo, il tragitto stesso dell'esistenza a scandire movimenti, giochi di luci ed ansie salvifiche. Non si è mai fermato a riposare, il poeta; e se lo ha fatto il suo riposare è equivalso a prendere fiato ed a ripercorrere l'itinerario della mente, le piccole - grandi gioie dello essere uomo e di specchiare se stesso nel volto della madre, morta novantenne verso la fine del Novecento. Davvero splendidi i versi dedicati ai genitori: armoniosi, essenziali, dialoganti, lamentosi e pervasi da un rimpianto rivelatore, che sa di sofferenza e di tenerezza; come quelli che si riferiscono alla "vecchia madre": "Sempre più lieve peso davi ai suolo: | così parca nel cibo, | il primordiale latte | e il pane ti bastavano | e di ogni stagione i dolci frutti..."

Il padre, macchinista delle ferrovie, viene rievocato sulla sua locomotiva a vapore: "Nel vento era il tuo viso ed il riverbero | aveva della fiamma | chiusa e ruggente dentro il focolare; | dell'ansito all'ascolto della tua | locomotiva... E se di fumo il tunnel | si rigonfiava, come i tuoi polmoni, | al chiarore tendevi | con l'occhio repentino e salutavi | con un fischio deciso..."

Sono pagine intense, quelle di Orlandini, anche se in apparenza piane e consenzienti; pagine dalla grafia variegata a livello di emozioni, ma unitaria per personalità ed orizzonti recepiti e da recepire. Egli insiste nel dare spazio ad una realtà metafisica e contemporaneamente a coniugare il respiro della natura nel segno di un nutrimento, non soltanto mentale, che gli consenta di respirare anche dinanzi a "lisi brandelli d'utopie perdute".

Non dà tregua, pertanto, al suo bisogno di evasione dal chiuso circuito individuale. Non si ferma ai passi che nella città risuonano anonimi e neppure si limita ad assaporare il nitore di un unico paesaggio, ma segue il trasmigrare delle nubi... Al pari degli uccelli di passo penetra nella nebbia dei giorni e ritorna a sognare oltre il limite dell'eco...

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