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Franco Orlandini, con la meticolosità che lo contraddistingue, si è calato per diversi anni nel vivo dell’universo letterario, italiano ed europeo, dell’Ottocento e del Novecento, cucendo e ricucendo notizie, aneddoti, argomentazioni e letture critiche riguardanti alcuni dei maggiori esponenti della poesia e la loro conclamata “solitudine”.

Un discorso, il suo, quanto mai approfondito e singolare, tale(e non poteva essere altrimenti)da incuriosire e da coinvolgere anche il più smaliziato dei lettori.

Franco Orlandini non si sofferma a navigare in superficie, ma va subito al concreto mettendo in luce la personalità e le motivazioni legate al tema della solitudine e della relativa condizione esistenziale e spirituale di questo e di quell’altro esponente della poesia.

Troviamo così dei riflessi puntuali intorno ai vari personaggi della scapigliatura, ad alcuni aspetti della vita culturale fiorentina nel Novecento, ad una lettura attenta della storia della rivista “Il Convivio” di fine Ottocento...

L’indagine critica ed esistenziale tocca via via Leconte de Lisle e i solitari paesaggi che navigano nella sua poesia, Georges Rodenbach (“il poeta del silenzio”), Emilio Praga, Giovanni Camerana, Stéphane Mallarmé, Charles Guérin, Antonio Machado (uno degli esponenti di spicco della cosiddetta “Generazione del 1898, assieme a Miguel De Unamuno), Georg Trakl, Guillaume Apollinaire che dichiarava in maniera esplicita: “Io sono soggetto al Simbolo della costellazione dell’Autunno”…

Un indagare, quello di Franco Orlandini (che è anche un apprezzato e colto poeta, autore tra l’altro di raccolte come “In cammino”, ”Transito”, “Stagioni” e “A specchio del mare”), che ci offre l’opportunità di rileggere parte della nostra storia letteraria e che lui, non da oggi, riesce a cogliere nella sua essenza, usando anche un metro di lettura specifico, ossia incentrato su alcuni argomenti, come gli animali, il paesaggio, l’amore e in questo caso la solitudine che, purtroppo, anche oggi marchia di sé quanti agiscono nel mondo, piccolo o grande esso sia, della poesia.

Trovano ampio spazio naturalmente dei saggi riguardanti Vincenzo Cardarelli, di cui dice, tra l’altro, “E’ vissuto da randagio; compreso nella sua vicenda interiore, è rimasto fuori dalla vita della gente comune”, Camillo Sbarbaro, Giuseppe Villaroel (che “ha trovato appagamento nel sogno, una condizione allettante a confronto della tristezza dell’esistenza”) e Luigi Bartolini, “uno degli ultimi amanti della natura”.

Sono libri come questo, e non a caso, che esaltano la vera poesia, le tipiche espressioni dei poeti.

E Franco Orlandini ha il merito di aver centrato il bersaglio alla grande, da par suo, come si conviene da parte di chi, come lui, ama la poesia, la bellezza della parola poetica, l’armonia di un verso e di un’immagine.
Recensione
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