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Dove si forgiano gli uomini

“Ho letto Dove si forgiano gli uomini ritrovando parte dei miei ricordi ed una infinità di spunti originali. Tra l’altro mi ha colpito l’apparizione del padre morto da anni, il suo controllare le carte dell’ufficio come se fosse un giorno come un altro. Auguro davvero che questo testo venga pubblicato."
Pupi Avati (2003)

Nei contrasti è il senso della vita

Prima parte

COMMERCI E TASSE

Il dottor Bianchetti, commercialista, era uomo canuto e dal viso come una foto di un libro di storia, con barba pizzuta e l’espressione insondabile. Cortese e fermo, ascoltava con lieve compiacenza l’esposizione del cliente, preparandosi la breve e perentoria arringa in serbo per quando l’altro, esausto, paresse tacere. Con sguardo da confessionale ed un fare professorale, concludeva sentenziando sulle pene fiscali e burocratiche che avrebbero afflitto mio padre. Avevo credo sedici anni. Venivo portato a volte al cospetto di costui, perché apprendessi le fatte del commercialismo e degli affari con i quali un giorno mi sarei dovuto misurare. “Vedi Romano, anche tu un giorno potrai diventare un commercialista”, mi rassicurava mio padre.

Non divenni mai commercialista. Con il passare degli anni invece, prese sempre più corpo in me la passione per il trombone. A “coulisse” (francesismo: in italiano, “a tiro”, parola ben brutta). Il trombone a coulisse non è il grande trombone che fa le note basse, bensì quello “che si allunga” e che molti chiamano tromba. Che non è. Perché la tromba è un’altra: quella di Louis Armstrong (ma solo dal 1928 in poi, perché prima suonava la cornetta, che non è quella del telefono); Il trombone grosso di cui sopra, si chiama invece bombardino ed è simile al basso tuba, che in America è più grande e si chiama “susaphone”. Io comunque suonavo il trombone e non divenni mai commercialista.

IN QUEGLI ANNI

In quegli anni il modo di parlare e di comunicare tra le persone era molto meno diretto che verso la fine del millennio. Ciò peraltro lo pensavano a loro volta anche quelli della generazione precedente alla mia. Ed avevano ragione. Prima ancora poi, ai genitori si dava addirittura del lei e si doveva stare in piedi per parlare con loro (per lo meno, così succedeva in Vietnam e questo l’ho appreso recentemente dal figlio di un Mandarino). Comunque di parolacce io non ne potevo dire in presenza di mio padre (mentre ora, le dico in presenza di mio figlio e non me ne vanto).

Le insinuazioni non si dovevano neppure pensare, così accadeva che situazioni che oggi non fanno neppure sorridere, finivano per diventare spassose sceneggiate ove l’aspettativa e gli ammiccamenti erano protagonisti di grati momenti familiari. Con questo spirito, in casa attendevamo la visita del dottor Berolderio. Fiscalista.

Persona riverita e temuta, per le sue passate e a me misteriose cariche nel mondo sussurrato degli Uffici. Anch’egli dall’aria professorale, sebbene molto diversa da quella del dottor Bianchetti commercialista.

Era il dottor Berolderio un personaggio più simile ad un generale che non ad un professore. Ed anche assomigliava ad un maestro uscito da un romanzo polveroso, per la sua fisicità, che dominava sugli allievi (e ogni volta ne voleva presenti in maggior numero): dovevamo quindi presentarci tutti al suo cospetto, chi con l’aranciata, chi per togliergli il cappotto e chi per riportarlo sul treno per Torino.

Parlava solo lui, il buon Berolderio, sottovoce e per commi e circolari, lentamente, inesorabilmente. Come un oracolo. Codesto dottore veniva con penna nascosta (ché sicuramente l’aveva dentro in tasca), giacché oltre alla carta, puntuale chiedeva con noncuranza se non ci fosse anche una penna. Che io prontamente estraevo di tasca e gliela davo; iniziava così ufficialmente la revisione del bilancio.

Ho sempre amato la bellezza. Ho sempre cercato, come tutti credo, di possedere oggetti ed opere di pregio. Era dunque bella la mia biro, bella e dorata. Quando la riunione finiva il Berolderio aveva fretta e andava, per non perdere il treno e zac, infilava la mia penna nella tasca (la sua) e via, di corsa alla stazione! E nel trambusto non sempre realizzavo l’accaduto, ma appunto anche volendo, a quei tempi, nessuno di noi avrebbe osato farglielo rilevare.

Passarono sei mesi e ci riunimmo ancora per il controllo semestrale di gestione. “Una penna l’avete?”. Dalla tasca elegante del mio gessato estrassi allora una gloriosa e popolare Bic – preparata preventivamente per il sacrificio – e gliela porsi. Egli la prese in mano e dopo una pausa desolata, senza parola proferire ma fulminandomi con una occhiata, diede inizio alla revisione del bilancio semestrale.

TRASLOCO

Le cose erano andate avanti. Dopo molti anni insieme, il mio “padrino” (o vice-padre, come diceva mia madre) ci aveva lasciati. Insomma, il suo secondo marito. Me e mia madre. E non ne capivo il perché. Forse perché non c’era un perché, o forse perché ce n’erano troppi.

Ci aveva lasciati con l’occasione di un trasloco, e una sera mentre preparavamo il mio letto mi disse: “non vengo sai, io non vengo nella nuova casa”. Al mio groppo in gola, per confortarmi assicurò che saremmo rimasti amici e che ci saremmo visti molto spesso. Non lo rividi più. Anzi, lo rividi ancora una volta, trent’anni dopo a un funerale. Non mi riconobbe.

La data del trasloco arrivò puntuale ed il giorno dopo anche il trasloco entrava nel mio passato. Mi ritrovai così nella nuova casa milanese, molto più bella o forse solo più lussuosa di quella lasciata e in cui avevo vissuto la mia infanzia e la prima adolescenza. Mia madre, per la seconda volta nella sua vita si ritrovava sola con il suo bambino, ora cresciutello e che stava malinconicamente imparando a vivere senza la certezza di una presenza paterna. Questo appartamento, più grande e più lucido, era più spoglio e non solo perché i mobili venivano da un appartamento più piccolo, ma perché una eco più profonda rifletteva da quei muri bianchi di quella casa che non era ancora diventata la mia casa.

RIGOLETTO

In quell’anno – credo avessi quattro anni – venne a vivere a Milano il mio cuginetto preferito: Rigoletto.

Con i suoi genitori, arrivava da Parigi (per me luogo piovoso) dove presto sarei andato a trovarlo con mia madre. Di quella loro casa a Montparnasse, avrei sempre conservato una vivida immagine: il lucernario della mansarda, le ombre dei piccioni appollaiati in trasparenza ed un soppalco dove silenziosi cenavamo con raffinati formaggi francesi. Intorno acre l’odore gustoso degli olii da pittura di suo padre, famoso artista, ed un profumo affascinante, che usava mia zia Minerva, sua madre.

Rigoletto giungeva ora a Milano, la mia città. Ero felice come un bambino. Fu così che potemmo vederci più spesso, durante tutto quell’anno in cui rimase a vivere a Milano.

E fu bello vedersi. Ma come sempre nella vita di poi, iniziammo anche a vedere che il presente non aveva la magia del passato e neppure l’illusione del futuro.

Così, quando se ne ripartì per andare a vivere a Roma, potemmo finalmente ricominciare a sognare di poterci rivedere. Di nuovo perfettamente felici.

LATTI BOLLITI

La vita incomincia, già ad un anno di età, a farsi più dura. Non più soltanto latti bolliti e focolari, ma l’assenza (anzi il sospetto inconscio dell’assenza) di sufficiente padre. Di fatto andato via e diviso. Dicono fosse stata la guerra a rovinare quel matrimonio, insieme a tutte le cose che la guerra distrugge o rovina. Separati dalla linea gotica, mio padre le scriveva lettere di grande amore. Quando riuscirono finalmente, dopo un paio d’anni, ad incontrarsi, non si ritrovarono più. E rimasero, per il resto della loro vita, legati da uno struggente rimpianto. E da me.

Prima di nascere ascoltavo splendide musiche classiche. Mia madre le proponeva al suo pancione – mi confidò un giorno – perché ne ascoltassi la bellezza. Fu così che dopo, una volta nato, amai sia la musica che la mamma. Ma non proprio e non sempre del tutto. Tentavo a volte infatti perfidi dispetti alla mia mamma e poi, più avanti nella vita, anche alla musica. Fu così che iniziai a studiare uno strumento. Ma invece della musica classica, suonai musica jazz.

Ma dell’inizio, dei primi mesi della mia vita ho un ricordo preciso e delicato. La culla in cui stavo, al fondo del letto grande di mia madre, il tepore di una tenue luce, il profumo del latte bollito, una grande tenerezza, il buio.

LONDRA

Su un vecchio aereo Caravelle (che allora era nuovo fiammante) andavo con un volo notturno, sopra l’Europa verso l’Inghilterra, accompagnato da mio padre. Avevo quindici anni. Andavo, perché dovevo “almeno” andare a imparare l’inglese! – “per la miseria! ” (una delle imprecazioni più forti di mio padre), visto che mi avevano fregato sin dal primo trimestre della quarta ginnasio, consigliando a mio padre di ritirarmi. Sei mesi. Ecco cosa mi ero preso. Sei mesi “di galera” (io la vedevo così), senza condizionale. In collegio. In Inghilterra. Londra.

Ma era quella una Londra misteriosa, che avevo spesso scrutato su di una mappa fantasiosa e buia in corridoio, con parchi disegnati di gorilla nello Zoo, musei e guardie pomposamente vestite da Beef Eaters. In quegli anni andare a Londra era ancora raffinato privilegio per pochi ed una volta lì, ci si trovavano gli inglesi. Quelli veri. Quelli della tradizione secolare, cortesi, pieni di humour, con bombetta e garofano all’occhiello ed amanti degli animali. Era il sei Gennaio. Del 1961.

Parolacce in turco e in iraniano, in greco ed in francese, però – e questo si – anche in inglese.

Tutto ciò (ed anche qualcos’altro), imparai in quel collegio di Cadogan Gardens, che non esiste più. Ma già da prima che non esistesse più, già non era più stato il mio collegio. In cui avevo vissuto e anche sofferto e amato, per un pezzo importante della mia vita.

Vari decenni fa e quindi pochi anni dopo quel tempo, ero tornato un giorno in quella via, per rivederne i muri. Ricordo.

Presi la metropolitana e scesi a Sloane Square. Mi diressi verso il mio collegio e ne imboccai la via. Qui mi fermai. La strada era deserta, erano le undici di una mattina di una domenica. Tanti ricordi mi affollarono la mente: i compagni, le cose, la malinconia sofferta, le volte che avevo percorso quel vicolo per andare dal tabaccaio all’angolo. Mi voltai indietro e poi riguardai avanti. Infine mi girai e mi diressi ancora verso quel tabaccaio ed entrai.

Riconobbi quella tabaccaia. Da cui avevo comprato tante volte quelle sigarette (ed anche i cioccolati), ma lei ora mi disse solamente “Buongiorno, in che posso servirla?”.

Mi ricomprai così allora quelle sigarette. Tristi. Tacqui. E me ne uscii.

Ora stavo per passare di nuovo, dopo anni, attraverso quella porta. Da cui passavano i professori e le altre persone importanti.

Ma anche gli studenti. Solo per due volte nella loro vita: la prima, quando all’inizio del primo corso si arrivava, accompagnati da un genitore, e la seconda quando, all’ultimo giorno della fine dei corsi, si andava via.

Mi fermai ancora ad ascoltare una voce, che riconobbi con emozione: quella del mio Direttore! Parlava lento e preciso e fuori, in quella estate, lo ascoltavo dalla finestra socchiusa.

Entrai. La grassa segretaria non era più al suo posto, non c’era. Ce n’era un’altra.

“Buongiorno signora; io sarei, cioè sono, un ex studente del collegio e passavo di qui, così ho pensato …” – “Prego, si accomodi: vorrebbe parlare con il Direttore?” – “Sì! Grazie, se è libero..”. Dopo una decina di minuti apparve Mr. Wickley.

Proprio lui, per nulla cambiato, maturo, per me allora di età indefinibile, come sempre capita ai ragazzi a cui appaiono “di età indefinibile” tutti gli adulti (ed è un bene che sia così, dato che quando ci provano, a definire, ci danno almeno vent’anni in più della nostra età) e quando vedono un vegliardo vero, di ottant’anni, lo descrivono come un “signore un po’ più vecchio di te”, quando il “te” magari, ha cinquant’anni.

Era alto e magro il Direttore, dal viso aperto e simpatico. Molto inglese. Si diceva fosse dell’altra sponda (allora si usava questa espressione e lo si diceva spesso di chiunque), soprattutto riferendosi a persone importanti, evidenziando così le proprie invidie e frustrazioni.

Non esistevano neologismi, come gay o diversi. Quando ci si riferiva a un diverso quindi, erano solo due gli approcci disponibili: il primo, discreto e corretto, senza valenze aggiunte, portava a due termini: pederasta, o invertito. Ma anche, appunto, “dell’altra sponda”. Il secondo, diretto, brutale e molto “politically incorrect” come si dice oggi , li definiva: “culi – ricchioni – froci – finocchi – checche – culattoni”.

Mi fissò. Chiedendosi dove avesse già visto il mio viso. Poi avvicinandosi lento e risoluto, mi disse “ma si, io ti conosco, certo: Scalini, Romano Scalini, qua la mano, figlio mio.” Io gliela strinsi forte. Poi ci accomodammo nel suo studio a parlare. Non era cambiato. In quell’ufficio ero andato ogni sabato a ritirare la paga settimanale per le piccole spese. Ma soprattutto, il luogo era stato, ed era, “la Direzione”. Di una scuola. Quindi un luogo formale e solenne, dove spesso si veniva giudicati. E dove si chiedevano i permessi.

Ora però non dovevo chiedergli più nulla.

Quando me ne andai sapevo che non ci saremmo rivisti più.

RIGOLO

In quell’epoca adolescenziale, dibattuta tra erotismo e malinconia, Roma era per me sinonimo di dolce abbandono, ed era la mia meta più eccitante e ambita. Lì vi abitava in quel tempo Rigoletto (il cuginetto preferito) divenuto ormai il cugino Rigolo e che sapeva tutto della vita, in quanto aveva una villa in costa azzurra.

Rigolo era per me come un fratello maggiore. Il divano della loro casa era allora di uno splendido velluto verde bottiglia e la casa, fresca di spesse mura romane, profumava elegante. Ilari nebbie aleggiavano poi, quando ci si ritrovava a conversare, spesso di cose piccanti – fossero piatti al peperoncino od altro – tra quelle pareti tappezzate di olii. Da allora quando sento parlare di salotti romani, ricordo sempre e solo quel salotto e quel divano verdone. Ed è così che in fondo, i “salotti romani” hanno anche oggi per me una valenza istintivamente positiva, mentre quelli milanesi non mi sono molto simpatici, salvo eccezioni. Ed a questo proposito, anche in casa mia, verso il 1960, il mio stesso salotto era stato fatto diventare da mia madre un salotto milanese. Comunista. Mia madre, che lo era (e mai decise di smettere di esserlo, anche quando credo avrebbe voluto) aveva una volta organizzato una “serata” – come le chiamavano – protagonizzata dalla presenza di un ragazzino di pochi più anni di me, un enfant prodige che molti decenni dopo divenne – durante il suo tempo – un grande leader di partito (non ricordo quale fosse la sigla esatta, di sinistra, sotto la quale ebbe il suo mandato). Ricordo il ragazzino dall’aria per bene, che “parlava molto bene” – come si usava dire allora in quell’ambiente – e nessuno che avesse nulla da rispondergli, tranne che chiedergli con deferenza qualche precisazione aggiuntiva. Era molto preparato. E questa era un'altra frase tipica di quel giro. Dopo il suo lungo assolo, si sentiva nell’aria la tentazione forte di tributargli un applauso, forse eccessivo. Invece gli si dava un whisky, che allora era di moda (e non si usavano tanti “12 years old”): un whisky, era già buono.

Quel leader futuro poi – nel futuro – fu silurato.

La zia Minerva aveva un carattere poderoso, un profilo da statua greca e un’imponente figura. Una forza della natura. Suo marito era silenzioso ed era appunto un grande pittore. Lei faceva bellissime sculture in metallo, lui splendidi quadri. Ed io mi mettevo di mezzo, un po’ qua e un po’ là, a “rompere”, come qualche volta mi facevano – e non troppo velatamente – capire. Ma mi volevano molto bene ed amavano prendermi in giro. Era, il nostro, un racconto a puntate. Quando rientravo in casa loro, ricominciavamo insieme le avventure. E spesso ce n’erano di belle. Ogni giorno si doveva inventare qualche divertimento. Poteva essere un piatto persiano, oppure la pagliata al ristorante del macello, le palle di toro a Parigi o il panino al caviale davanti al televisore e cose del genere. Vi era qualcosa di decadente in quel modo di vivere, ma ciò mi affascinava molto ed era molto diverso dal modo di essere di mio padre, aperto sì anche ma non troppo, ad altri modi di vivere – da bambino pensava infatti che avrebbe potuto fare il barbone e vivere sotto i ponti – ma che poi invece, per mia fortuna fece l’Ingegnere. Mio padre scriveva tutto. Scriveva di tutto. Su di tutto. Dappertutto. E quando inventarono la macchinetta per fare le etichette, mio fratello che era un ragazzino con senso dell’umorismo, sopraffatto dalla casa divenuta una fioritura di etichette ne posizionò altre due, a sorpresa, nel bagno del Papà – alla base del gabinetto –lapidarie: “Piede destro”. “Piede sinistro”.

UN TIRO A DUE

Ero il Capo. Sceso sopra la slitta, mi facevo tirare su in salita nella neve da due amici, due bambini di cui ero il superiore (visto che i gradi li attribuivo io). In quel momento avevo nove o dieci anni.

Legati alla mia cintura tiravano e io salivo agevolato, guardando il cielo. Molto presto si ribellarono, e non lo fecero più.

La banda si chiamava Jupin Cincas. Il nome l’avevo deciso io. I soci erano quattro. Ma pubblicavamo fieri il nostro giornale, due numeri: il primo e l’ultimo. Nel primo erano arrivati due articoli di dieci righe ognuno, su fatti sportivi dell’epoca. Poi c’era il fondo del Direttore (che ero io) in cui minacciavo di espulsione e di multa i soci che non collaboravano. Per contenere la scarsità di scritti, appiccicavo figurine di fiori di montagna su ogni copia del giornale. Infine indicavo al pubblico ludibrio l’elenco di chi non aveva ancora pagato quella quota annuale che sarebbe servita (come recitava lo Statuto depositato in casa mia), “per aiutarsi nello studio e nella vita”. Il giornale si chiamava, su mio suggerimento, “lo Strillone” e nei primi numeri si componeva di una pagina; la tiratura era di cinque copie e la diffusione di quattro (quattro copie carbone, perché l’originale restava in Direzione).

Il secondo numero riportava soprattutto dati personali dei soci: nome, cognome, luogo e data di nascita, indirizzo e telefono, indirizzo della casa in campagna, al mare, in montagna, nome e professione del padre, della madre ed infine l’elenco delle automobili e degli oggetti di valore posseduti dai familiari. Credo che il movimento che inventò la “Privacy” nacque allora, contro di me.

Dopo qualche mese la banda comunque si disfò e non restò neanche il giornale. Mi dispiacque. In realtà mancava l’entusiasmo. Oggi mi chiedo che tipo ero. Ero? Forse ha ragione mia moglie.

PETACCI

Petacci, mio compagno di scuola delle medie, mi aveva confidato di conoscere due ragazzine che ci stavano. Il concetto di starci era relativo, ma comunque fosse, per me era già molto.

Vivevano sul lago Trasimeno e Petacci le vedeva ogni estate durante le vacanze. Marta e Annachiara: avevano quattordici e tredici anni.

“Troppo grandi” esclamai! Che io le volevo di dodici.
“E comunque…” – gli chiesi – “che cosa ci si può fare, con loro?!”
A questa domanda non fu mai possibile dare una risposta precisa.

Né andai mai a trovarle, e la risposta rimase tra i misteri della mia vita.

BALLINI

“Pronto, Ballini? Sono Scalini ciao: andiamo al cinema? Ti aspetto all’Orfeo tra dieci minuti, no, non so cosa danno: a fra poco, ciao.”

Ogni giorno in quell’anno passavamo due ore (quelle dello studio a casa), al cinema. Facevamo la seconda media. Andavamo a scuola portando un’infinità di libri, ma eravamo tosti noi del dopoguerra. Portavamo dizionari, quaderni, mele e panini, generi vari dentro alla cartellona che si caricava tutta su un solo lato del corpo, tenuta da una mano che sbilanciava ogni regola della corretta crescita della spina dorsale di noi che avevamo tredici anni ed eravamo quindi – secondo quanto leggo oggi sui giornali mammoni e garantisti del 2002 – nel periodo critico per lo sviluppo del ragazzo. Oggi, dicono, sono costretti, questi ragazzi, a portare ben cinque chili nello zainetto. Noi di zainetti non ne conoscevamo perché c’era solo lo zaino, cioè quello che gli alpini e gli alpinisti caricavano con venti chili di derrate. Di problemi di “cinque chili sulla schiena” non ne avevamo, purtroppo, perché ne portavamo sette o otto in una mano sola. Crescevamo diritti lo stesso (o storti lo stesso) ma senza sapere che tale carico sarebbe poi divenuto un fatto scandaloso, secondo qualche normativa illuminata del terzo millennio. Inoltre, cosa che non può capitare con lo zainetto, la cartella tenuta con la maniglia era ogni giorno presa di mira tra i compagni di scuola che con una grande pedata disarcionavano la stessa dalla presa e spiaccicavano la cartella al suolo, lasciando il collega con la mano vuota e dolorante, desolato.

Con Ballini non scambiavamo neppure una parola, ma in compenso passavamo le due ore di studio contenti e in grande simbiosi, guardando lo stesso film a sorpresa, mangiando lo stesso tipo di gelato nell’intervallo e mangiandoci le nocche delle dita durante il secondo tempo (ognuno le proprie, anche se avremmo potuto scambiarcele, vista la rarità del vizio), che sembravano dei culi di scimmia, come diceva mia madre alla sera quando mi rimproverava. Quell’anno, a scuola fui respinto.

Qualche anno dopo, mi venne un altro tic nervoso, assieme ad un paio d’altri compagni di Ragioneria (ché alla fine divenni Ragioniere), così che andavamo tutti in giro mangiandoci le guance interne e tirandocele sempre più in avanti per raggiungere nuovi pascoli, tanto che alla fine dell’anno la nostra ambizione era, quasi come in un’allegoria che ci suggerivamo ghignando, di poterci tirare il cuoio capelluto davanti, girandocelo sulla testa e mangiucchiarcelo. Eravamo un po’ schifosi, come capita spesso di essere ai tipi che sono un po’ schifosi.

LA ROSA

Quarantacinque anni. Quando avevo quell’età succedevano altre cose.

La giornata grigia sembrava scelta apposta per guardare dentro a quell’appartamento vecchio di Via Aurelio Saffi, di quella Milano che era ancora Milano, pur essendo già troppo cambiata.

Il parquet vecchio della sala buona era invaso da tutto quanto era uscito dagli armadi già svuotati da chi era andato “a prendere pure tutto ciò che voleva”. Da quegli armadi che si consideravano vuoti, ma che in un ultimo spasmo avevano reso quanto ancora avevano dentro. Entro sera sarebbero venuti quelli che buttavano via tutto nella spazzatura. Io ero l’ultimo a controllare ed il custode mi aveva cortesemente dato ancora un’ora.

Già tolto e ripartito tutto, anche molte foto degli album della zia Rosa, vedova da molti anni coi suoi gatti e infine morta all’ospizio (i gatti in salvo). Ben curata. Riverita da me e da qualcun altro.

“Ma io non muoio mai?” – mi chiedeva sempre con aria sorpresa e speranzosa, ad ogni mia visita. Io le assicuravo che sarebbe morta. Lei allora, tranquillizzata, passava ad altri temi, che erano sempre gli stessi.

Portati già via gli estratti conto della banca e le ricevute più varie (non buttava niente questa zia, neanche i rotoli vuoti della carta igienica, di cui avevamo trovato un armadio pieno), i libri, i vestiti vecchi (ma vecchi davvero, alcuni) e tutto il resto, il parquet rimaneva ancora provocatoriamente ed incredibilmente pieno.

Inizialmente piegato ma poi inevitabilmente acquattato sul pavimento sfogliavo, senza possibilità di risolvere quel piccolo grande problema, i fogli, le lettere, le foto meno interessanti rimaste, le carte di lavoro ed altre cose accumulate nel corso di una vita solitaria. Qualunque ultima selezione potessi ancora io fare, essa non avrebbe significato una soluzione equa che non condannasse altri documenti e suoi ricordi, ingiustamente al macero.

E così poi tutto va in niente. Ed il destino delle cose degli uomini, dopo la loro dipartita, è sinistramente legato alla mancanza di spazio.

RITROVARE ALFREDO. REPORTAGE

1996. Valparaiso. Cile.

Ho cinquant’anni. In Sud America è estate. Avanziamo in prima, con l’auto nipponica di Cristian, architetto e jazzista, tra le anguste vie sterrate salendo un ripido “cerro” montagnoso dalla parte povera della città. Passiamo vicino a case basse di “adobe” (fango e sterco secchi), dipinte di ogni colore e dal fascino australe. L’origine delle colorazioni pittoresche e ardite è – qualcuno mi confida – l’acquisto a prezzo basso di fondi di magazzino di colorifici.

Un cane triste costeggia un muro color cobalto, che dietro l’angolo diventa ocra. Così, tra occhi che guardano e gente che indica dove, infine arriviamo e scendiamo.

Lo sguardo scivola verso la baia e l’oceano, scuro e solenne: il Pacifico. Sono passati undici anni da quando vidi l’ultima volta Alfredo Espinoza. Era a Santiago. Ricordo bene quel giorno del Dicembre 1982: io stavo ritornandomene a casa dopo alcuni anni vissuti nel suo paese ed ero al commiato. Una forte stretta di mano e un abbraccio sudamericano. Mi diressi all’uscita della sala di incisione e mi girai ancora un istante verso di lui con uno sguardo, che mi è rimasto fino ad oggi. Alfredo il grande? Alfredo il grande. Un artista. La cui grandezza lo accompagna durante la vita, al passo con la sua sfortuna. Se fosse nato negli Stati Uniti all’inizio del secolo, starebbe nella grande storia del jazz. Perché quando entra in formazione in una orchestra, qualsiasi orchestra, essa comincia a volare come accadeva con il grande Bix Beiderbecke, negli anni venti. Gli anni veri.

Ci si fa incontro sua madre, Marcelina, che ha sedici anni più di lui e con un sorriso ci racconta di Alfredo mentre entriamo nel soggiorno. E’ una grande sala con una splendida vista sul golfo e la città. Noto nel muro una grossa crepa, ricordo dell’ultimo terremoto di cinque anni prima. Al prossimo temo che il soggiorno crollerà sulle case di sotto. “Sa, ho cercato di farlo reagire, ho messo su i vostri dischi, ma non si è alzato. Lui fa così. Però, poi quando è solo, lo sento che suona il clarinetto, sa, il sax glielo hanno rubato già da qualche anno”.

Marcelina ci fa strada nella casa lungo un buio corridoio in cui dopo qualche anno sarebbe caduta morta, ed al fondo si fa da parte, lasciandoci soli ed a voce alta verso una porta dice: “Ci sono i tuoi amici!”.

Sia io che mio figlio e Cristian avanziamo imbarazzati, cercando ognuno di fare andare avanti l’altro. Mi ritrovo, per anzianità o per ruolo, ad affacciarmi per primo.

Fatimo. Dopo la sparizione e la successiva apparizione di Bogotà, lo avevamo soprannominato Fatimo. Il fatto era capitato su di un volo notturno dal Cile a New Orleans, nel 1981, quando avevamo io trentacinque ed Alfredo trentanove anni. Eravamo stati incaricati, io ed un altro musicista, di non farcelo scappare. La Banda era in trasferta verso la mitica città del delta del Mississipi, in Louisiana. Ma Alfredo era un’anguilla e non aveva mai avuto il senso della realtà. Poteva perdersi – come Frankestein – seguendo una farfalla, oppure ritrovarsi su di un altro aereo pensando a note e ad armonie. O pensando ai Fenici.

Ci eravamo quindi piazzati ai suoi lati, bloccandolo poliziescamente nelle file di fondo di quell’aereo semivuoto.

Fino allo scalo tecnico in Colombia non c’erano stati grossi problemi. Ma lì Alfredo ci chiede di andare a cercare delle scarpette da regalare al suo nipotino. Noi cerchiamo di resistere e di dissuaderlo, ma non c’è niente da fare. Allora lo scortiamo per i corridoi deserti, dove però qualche negozio sembra aperto. Qui il ricordo diventa nebuloso. Alfredo fa un paio di finte, poi vuole andare nella toilette e improvvisamente non c’è più. Noi ci guardiamo in faccia. Ci ha fregati tutti e due.

“Tu vai di qua! Io vado di là! Fra quanto riparte? Ci ritroviamo là!” ma non c’è più nulla da fare, è ormai chiaro: è riuscito a sparire.
Torniamo in aereo e Alfredo non c’è.
Due commenti, un’altra occhiata, ed eccolo invece apparso. E’ seduto al suo posto. Non sapremo mai come abbia fatto.

Alfredo sembra, con i suoi capelli lunghi e corvini, un indio dell’Amazzonia e con il clarinetto è un cacciatore di teste che tira la cerbottana fatale. Ma è cileno, quasi argentino. A Buenos Aires lo chiamano “El Chileno” e in Cile “El flaco Che” cioè “il magro argentino”. A Parigi, dove aveva suonato con i più bei nomi come Bill Coleman, Bud Freeman, Bill Rank e Lionel Hampton, è ancora oggi una leggenda. Nemo propheta in patria.

“Devo comprare le sigarette”. Ricordo anche quel sabato estivo del 1982 a notte fonda, a Santiago, quando mancavano quaranta minuti al “toque de queda”, il coprifuoco!

“Ma Alfredo, fra poco dobbiamo lasciare la macchina, non c’è tempo!”. Niente da fare anche quella volta: mi occorre solo un minuto” e così, a malincuore, lo lasciai entrare nel bar. Un problema complesso, perché oltre ad avere pochi minuti per arrivare a casa, ero vestito da cavernicolo (venivamo da una festa in maschera, ma non era carnevale) ed inoltre avevo la clava. Non mi sembrava il caso di entrare nel bar. Peggio, mi preoccupava un eventuale controllo dei Carabineros, in orario vietato, assieme a un tipo come Alfredo ed in più essendo io vestito da cavernicolo. Mi sembrò di attendere anni. Uscì dopo mezz’ora. Con un occhio nero e senza sigarette.

Introduco il viso nella squallida stanza e Alfredo è di profilo, sul letto basso, quasi un pagliericcio, guarda avanti il muro e fuma l’ennesima sigaretta. Di fianco, tra cicche e libri, è spiegato sgualcito un vecchio manifesto dei suoi concerti in un Festival di Breda, in Olanda, credo del 1973 quando era stato la “star” di quelle giornate.

Ci guardiamo negli occhi. “Alfredo!” – “Romano!” e si tira un po’ su per abbracciarmi. Da sopra la mia spalla anche mio figlio lo saluta e Alfredo prontissimo riconosce il bambino ora uomo e gli fa festa. Poi tante cose. Incomprensibili a noi.

Oggi, dopo vari altri anni ancora, non importa quanti, Alfredo mi telefona per augurarmi buon anno mentre scrivo in giardino queste note, dopo una siesta, davanti all’azzurro della piscina immerso nel mio vizio invernale di una estate australe.

E’ passato poco più di un anno dal nostro concerto del 2000 al Petit Journal St. Michel a Parigi, primo di vari di una breve ma intensa tournée per la quale avevo lavorato per alcuni anni. Quella rimpatriata lo aveva finalmente e giustamente restituito alle scene in Europa, lo aveva restituito ai suoi amici migliori, quelli fuori dal suo paese.

Quest’anno forse se lo porteranno in giro per l’Europa. Siamo contenti. Tutti e due.

REPORTAGE DAI TEMPERANCE SEVEN

Anni 90. Milano. Italia.

“Vittorio?” – con il più tipico accento inglese ecco rispondermi dall’Inghilterra un nome che mi spiazza dalla successiva frase che ho in serbo. Come “Vittorio”?! Io non sono Vittorio, anche se in effetti mio cugino lo è; vuoi vedere che questo si confonde col cognome del mio nome? Ma io non ho avuto il suo numero, neanche lontanamente, da Vittorio, ma addirittura da persone e luoghi che stanno dall’altra parte del mondo!

Era stato tre anni prima, credo.

Avevo passato il Capodanno dall’amico Antonio, in Cile, e c’era Mario, un argentino di origine portoghese. Un’aria da affabile pensionato, è un grande esperto, collezionista e giornalista di jazz. Dopo abbondanti libagioni, Pisco ed esotiche leccornie, a notte fonda si congedò raccomandandomi, semmai fossi andato in Inghilterra, di telefonare a John Davies.

“Buongiorno, mi chiamo Romano Scalini, lei non mi conosce…” e lui a interrompermi: “Vittorio?!” – e io: “No, non sono Vittorio, io mi chiamo Romano: effettivamente Vittorio è mio cugino. Ma vengo da un’altra via: ho avuto il suo indirizzo da Mario Toscano, sa, quel suo amico argentino, l’ho conosciuto in Cile, ha presente?…” – “Mi saluti Vittorio!” – insisteva imperterrito costui, tanto che non potei che accondiscendere e: “Senz’altro glielo saluterò, non mancherò di farlo oggi stesso.., si, Vittorio”. La conversazione surreale non durò molto di più di così e mi accordai, sui generis, per risentirci qualora mi trovassi a Londra. Mi diede l’impressione di essere estremamente indaffarato, anzi di più: mi ricordava il cappellaio matto di Alice nel paese delle meraviglie.

Chiamai Vittorio.

Gli raccontai brevemente di avere parlato con questo personaggio, (che suona la cornetta, il trombone, le ance, che colleziona, aggiusta, scrive, edita, conosce e così via). Ma io non sapevo – e me lo dice Vittorio – che John R. T. (attenzione: chiamarlo sempre così: John R. T., pronunciando le due iniziali allegate “AR – TI”) fosse uno dei “Temperance Seven”. Qella Jazz Band che negli anni sessanta fu in cima alla Hit Parade con milioni di dischi venduti in Inghilterra (proprio quando io stavo in collegio a Londra e accendendo la radio diffusa dalla Direzione, spesso si ascoltavano appunto i loro “Pasadena”, oppure “You’re driving me crazy”)!

Sono su un nero taxi londinese e sto andando dall’aeroporto di Heathrow verso la casa di John R. T. Davies. Il tassista sa benissimo chi erano i Temperance Seven ed è lieto di vederne uno dal vivo, quando appare gesticolando dal suo Cottage, John (R.T.), uguale a Babbo Natale!

Già dopo mezz’ora sono stato testimone di fatti insoliti ed improbabili come l’aggiustatura perfettamente riuscita di due dischi 78 giri rotti in due e con pezzetti mancanti (uno con un buco), il baratto di una cinepresa di un passo inesistente (inglese?) contro una caffettiera di peltro, l’apertura in diretta di uno scrigno (vuoto) e l’archiviazione dei dischi secondo un sistema certamente non terrestre. Il tutto mentre ascoltavamo un pezzo di un brano diverso al minuto.

Infine John R.T. mi serve uno splendido thé nero al latte, accompagnato da giusti biscotti e spiegazioni su raccolti e foglie e bollicine che si abbarbicano sulle secche foglie, così da procurare che John (R.T.) debba dare e dia un gran fiero colpo alla teiera per fare spazio alla cessione dell’estratto sull’area del prezioso fogliame. Tre minuti prima di servire. Pur con diversa e meno nobile motivazione, la procedura mi ricorda il gesto volgare che accompagna la posa sul tavolo per servire la “tequila bum bum”.

Così sorbimmo quello splendido tè. Anzi, tea. Proprio un “tea with John R.T.” (il tutto, per far rima, pronunciato in inglese).

GASTONE

A prescindere dal Thè, mi viene in mente quanto sia più buono ciò che si condivide con qualcuno veramente entusiasta del boccone che sta mangiando. Così era, per esempio, quando c’era Gastone, affascinante amico di una generazione precedente alla mia (amo avere amici anche di età diversa, se riesco). Apriva certe almejas oceaniche (vongolone rosate) col tratto elegante che un vero gentiluomo riesce a porre con naturalezza anche nel gesto più modesto.

Ricordo che andavo a pescare con lui sul molo di Papudo, sull’oceano Pacifico (anni dopo smisi, per la pena che mi dava il veder morire i pesci). L’animo nobile di Gastone mascherava, con un affabile sorriso, il vile maneggio di speciali esche puzzolenti, tanto che io ingenuamente e con involontaria villania gli passavo da fare anche le mie. Poi una volta gli spiegai – per giustificare un certo mio imbarazzo – che gli passavo da fare quella operazione non per pigrizia, ma perché in realtà mi faceva schifo. Poi gli chiesi come mai a lui non facesse schifo. Con flemma ed un sorriso paterno ma ironico, mi rispose che in effetti anche a lui faceva schifo.

Le almejas le preparava con il contagioso entusiasmo del grande buongustaio quale era e mentre diceva piano, con voluttà e voce un po’ tremante: “buooone…”, il fragrante frutto di mare gli scivolava e spariva, con limone pepe e aromi, elegante nella bocca. Quando Gastone morì ne ebbi un gran dispiacere. Per ricordarlo, mi rimisi a mangiare almejas in suo onore. Ricordo che ne comprai una buona dose. Le portai a casa felice e mi misi all’acquaio a prepararle. Feci correre l’acqua e presi due grandi piatti dove avrei messo in uno quelle da aprire e nell’altro quelle pronte da mangiare.

Mentre iniziavo l’operazione si avvicinarono i miei figli, ragazzi sui venticinque anni, nonché mia moglie. In silenzio mi guardavano operare. Mia moglie fu la prima ad andarsene dicendo “io non le mangio “, ma ciò non mi stupiva visto che lei non mangia molte cose. Mio figlio invece ha sempre avuto una allergia per i frutti di mare. Mia figlia no, ma in compenso ama i film del terrore. Mio figlio boffonchiava “mah…” e restava in osservazione. “Ma sono vive?” – chiedeva, sapendola lunga, mia figlia – “ma si muovono!” – aggiungeva – mentre io squartavo. “Già” – dicevo io e cercavo di fare uscire un po’ dell’acqua (acqua? Più probabilmente liquido organico) che sembrava aumentare all’interno della mezza conchiglia dopo che l’avevo aperta. Essendo passati già vari minuti da che avevo irrorato con abbondanza di succo di limone – che è risaputo quanto sia ottimo con il pesce – (ottimo anche contro la nausea), mi rendevo conto che altro liquido (simile all’albume d’uovo crudo) aveva leggermente annacquato il succo di limone, così, per non sbagliare, buttavo nuovamente via la miscela acquosa e mettevo del limone fresco. Spaccate in due metà (entrambe squisite), mia figlia mi chiedeva però quale fosse la differenza tra una e l’altra, visto che a vedersi erano, effettivamente, leggermente diverse. Quindi era probabile che degli organi dell’animale potessero essere rimasti in una metà ed altri nell’altra. Peraltro appariva probabile, ad una occhiata più attenta, che alcune altre interiora (ché ne aveva parecchie, visto che si osservavano diverse colorazioni tra i visceri) fossero rimaste tagliate in due quando le avevo squartate. Ed erano rimasti degli organi incrostati metà in una metà e metà nell’altra.

“Ma quel marrone, quella parte marrone, che cos’è?!” – diceva, con malizia, mia figlia…
Al che mio figlio, pronto a non farsi sfuggire la ghiotta battuta, lapidario sentenziava: “Cacca!”. Credo a ragione.
La forza delle parole è magica. I poeti ne sanno qualcosa. Ultimo. Che grande suggestione nella parola “ultimo”.
L’ultimo dei Moicani! L’ultima spiaggia. L’ultimo imperatore. L’ultimo tango a Parigi.
Quelle furono le mie ultime almejas. Le ultime almejas che – a fatica – mangiai. Peccato.

LE ULTIME IRMIR

Oggi sono entrato nel Bar di Virgilio, dove ci ha invitato a colazione. Fuori c’è un sole che spacca. Per pranzo c’è del granchio reale oceanico, seguito dal grongo rosso alla piastra, vino gelato a volontà (anzi obbligatorio fino alla sbornia, perché Virgilio viene dal Veneto dove i suoi abitano in Via del Prosecco). Ma vive da una vita in America. Prima era emigrato, minorenne, in Australia dove l’avevano sbarcato clandestino buttandolo prima in mare e poi giù in miniera, per dieci anni. Ma aveva fatto fortuna, perché è in gamba ed ora comanda gente, come se fossero minatori. Chiacchierando parliamo degli amici De Amircante (Gastone qui era il capostipite) e dei tempi passati con loro, tanti anni prima. Mi chiede di Liborio De Amircante, con cui ha perso contatto, così io lo chiamo seduta stante col cellulare intercontinentale e lo trovo in negozio a Bologna, meraviglie della modernità (frase condannata a far ridere quando e se qualcuno leggerà questo libro in futuro, nello stesso modo in cui mio figlio ride quando gli spiego oggi – siamo nel 2002 – che il night club “Club 68” dell’Isola di Ponza si chiama così perché 68 è l’anno in cui l’avevano costruito!) Quindi nessun numero misterioso, cabalistico o quasi erotico.

Pavimenti e muri sono rivestiti di Irmir, la marca delle belle e robuste piastrelle che Gastone, con due soci anch’essi emigrati dall’Italia nel 1950 (uno era Bill – da Buffalo Bill perché era un tipo avventuroso), aveva prodotto per tutti gli anni in cui gli affari gli erano andati bene.

Ora non c’è più niente e più nessuno. Restano queste sue vecchie piastrelle e chiedo a Virgilio se non se ne possano trovare ancora anche usate, ma egli mi consiglia tipi più attuali, convenienti e che vanno per la maggiore. Poi capisce che non cerco piastrelle. Ma conosce bene l’edilizia locale e di Irmir, mi dice, non ce ne sono più. Ma proprio più.

IL SIGARO E PEGGIO

Forse ne avevamo combinate troppe quell’anno. Eravamo a Ginevra ed avevo circa dodici anni. Di conseguenza mio fratello ne aveva inesorabilmente dieci ed eravamo insieme in una pensione estiva a gestione familiare, per giovani studenti che dovevano imparare il Francese. Ma la Signora Madame non ci poteva sopportare, in particolar modo mio fratello (dato che l’anno prima da solo, io non avevo avuto problemi). Dal nostro punto di vista, ci sentivamo dei perseguitati. Oggi credo che Madame avesse anche qualche buona ragione. Però allora era allora, e la ragione l’avevamo noi (le guerre nascono così). Quindi facevamo blocco, per difenderci contro le sue angherie. In effetti avevamo anche la piena solidarietà di almeno un altro, un figlio di un petroliere italiano o qualcosa di simile. Lo ricordo perché eravamo in tre, al cesso, quel giorno.

Ma andiamo con ordine. Innanzi tutto c’era stato l’episodio del sigaro (che non c’entra con Madame), ma che dà la misura dell’ambiente tra il goliardico e da caserma che c’era, ante litteram. Ore quattordici e trenta, luglio, caldo afoso, costume e maglietta, chi dorme la siesta, chi gira a vedere che fare. Appunto. Io e il petroliere giriamo per le stanze e vediamo mio fratello Andrea che dorme a pancia all’aria e con la bocca aperta. Che colpo ragazzi! E’ un attimo. Ci accendiamo due sigari e in punta di piedi (noi siamo “grandi” e fumiamo, lui è piccolo e ci mancherebbe altro) ci avviciniamo alla sua faccia e insieme emettiamo una boccata pura concentrata (non aspirata) studiando il suo ritmo respiratorio perché inspiri mentre soffiamo. Colpito e affondato! Per il ragazzino di dieci anni l’impatto è persino eccessivo e ci spaventiamo un po’. Poi si riprende ma è troppo stravolto per serbarci rancore. Tutti e tre ci tranquillizziamo e gli offriamo credo un’aranciata, concordando che non lo dica al Papà (anche quando l’altro nostro cugino Berto era caduto giù da un molo per vedere una testuggine anni prima, suo zio nostro padre gli aveva dato un gelato... allora usava così. Ed anche quando Andrea era stato investito da una moto e aveva la fronte che sembrava un Unicorno, il medico di Tradate gli aveva dato un gelato). Erano tempi duri. Ma noi eravamo dei duri. Un po’. Io sostengo che mio fratello lo deve a me se non ha mai fumato in vita sua. Sono o non sono stato bravo?

Torniamo a Ginevra. Non paghi di scherzetti di questo tipo, decidemmo di studiare un colpo più grosso. La nostra insofferenza per Madame era arrivata a livelli parossistici e così, affidandoci alla fantasia più sfrenata congegnammo un piano sozzamente diabolico. Si trattava di colpire e di non essere presi. Bisognava lasciare qualcosa dietro di noi, in scia, qualcosa come una bomba a orologeria che non fosse però pericolosa od eccessiva, il tutto naturalmente secondo una nostra logica “pre adolescenziale”. Secondo cioè quella logica che, invece di far girare tutto intorno al sesso come poi in quella “adolescenziale”, faceva girare tutto intorno alle porcate. Chiameremo qui porcate, come in fondo indirettamente ci suggeriscono gli psicanalisti quando si riferiscono all’epoca infantile detta “anale”, le cose che i bambini correlano alle natiche, o meglio, al sedere nel suo complesso (quando invece le correlano gli adulti, le eventuali attività relative assumono definizioni e nomi differenti ed assolutamente “rispettabili”).

Cacca. Ecco la risposta che cercavamo: un vaso di cacca. Da mezzo chilo. Un vaso scuro pieno di cacca fino a metà e con la parte superiore riempita con marmellata di marroni. Un bel fiocco festivo ed il tutto dentro ad un pacco dono ben confezionato e che non destasse sospetti né olezzi. Da regalarle – precisamente – al momento del commiato.

LA DONAZIONE

Erano usciti tutti di casa, tranne noi tre. Saremmo partiti all’indomani. Tutto era stato previsto.

La donazione era quindi stata attivata. Ricordo ancora con una certa impressione quell’operazione, a cui non avevamo pensato con sufficiente realismo e che consisteva – secondo i piani – nell’alternarsi in gabinetto mirando al centro di un vasto giornale ripiegato; l’ultimo avrebbe riempito il mezzo vaso vuoto per integrarlo rapidamente con marmellata, cucchiaio alla mano e stando ben attento agli eventuali baffi. Ma la realtà delle cose della vita si scontra spesso con i sogni giovanili e quel giorno purtroppo (o per fortuna), andò tutto per il verso sbagliato.

Innanzitutto fu un problema trattenere o promuovere i tempi naturali tra i nostri tre eroi. Stoicamente si riuscì ad addivenire ad un momento di compromesso (degno di miglior causa) ma, fin dal primo Bagnonauta ci si rese conto che di fronte ad un giornale, la stitichezza improvvisa poteva avere un certo sopravvento. Con abnegazione e giovanil vigore, il primo, nonostante tutto dette infine alla luce il frutto di tale travaglio. Con sprezzo per la ripugnanza, il secondo entrava in quella stanza mentre il primo, pallido, usciva da uno di quegli usci del corridoio ginevrino e mentre il secondo era tutto preso dal suo giusto compito, il terzo, che attendeva il momento per iniziare la sua propria missione, bussò stravolto a quella porta con gli occhi sbarrati, rantolando “Via!! Fuori, via, via tutto, fuooori! Sta rientrando il Direttore!!”

A Roma si dice: “squáglieno”… “angúilleno”… “se danno”.

Il secondo, che si trova sul luogo del delitto, strangola, netta, raccoglie, tira la corda, la ritira, ingorga, suda tra puzze, travolge. Mentre – ferma e implacabile – la mano del Direttore (nel frattempo giunto), bussa imperiosamente a quella porta. E grida. Fiutando che qualcosa è successo.

IL SENSO DELLE MEMORIE

E se riuscissi a trasferire tutto il mio vissuto
su di un disco fisso
poi sarei salvo? Potrei poi dunque
non morire?

LO STRADIVARIO

Questa volta ne avevo sedici, di anni.

Erano vacanze estive e stavo in Valsassina. Naturalmente dovevo preparare degli esami di riparazione. Tuttavia vedevo ogni giorno, da qualche giorno, l’amico Gianni. Gianni era un tipo strano. Con qualche anno in più di me, mi raccontava questo e quello ed io ascoltavo affascinato. Gianni non faceva un granché. Gli studi li aveva lasciati; lavorare, mica tanto, però cercava di imparare a suonare il pianoforte come Jelly Roll Morton, grande maestro dell’antico Jazz. E attratto da questa chimera aveva iniziato a dedicare la sua vita soltanto alla realizzazione di tale insolito sogno, tanto che nei decenni futuri avrebbe rinunciato a quasi tutto ciò di cui altrimenti disponesse, per perseverare in tale utopia. Un grande carattere, il suo. Ma mal riposto (perché, come ho già espresso, tutti noi in fondo eravamo nati nel posto sbagliato e al momento sbagliato).

C’era comunque scritto: “Antonius Stradivarius faciebat anno non ricordo quale”. Come inizio non era male. “La Rina”, l’aveva visto con i suoi occhi, dietro al tavolo dove squartavano il porcello. “Ma guardi che cosa mi ha lasciato mio nonno; lei che viene dalla città, cosa ne pensa di questo? Voi che avete studiato, guardate che bel violino che ciò io..” e così via.

Mio padre, equilibrato, aveva scomposto come sempre la problematica ed aveva previsto una serie di azioni atte a valutare la proposta che ci era stata fatta, anzi riportata, da Gianni, per mezzo della Rina (che era in contatto con quel contadino).

A Lugano (a scanso di equivoci) era giunto quel nobile strumento dell’aggruppamento degli archi realizzato, si sperava, dall’antico maestro liutaio cremonese. Ma no, ci dice l’esperto: “Non è uno Stradivari. Trattasi di un falso d’epoca. Ce ne sono molti in giro. Però vale qualcosa, probabilmente di più dei soldi che avete lasciato in pegno al contadino”. Così decidemmo che l’avremmo forse venduto, con comodo, oppure tenuto in casa, oppure reso al contadino, annullando quindi l’operazione.

Comunque era un vero peccato. Una così bella avventura, finita in niente.

Ma non era finita così.

Riconsegno il violino alla Rina. Gianni e la Rina mi convocano il giorno seguente da loro, veramente affranti: il violino non c’è più. I soldi nemmeno. La Rina spiega, che il bruto (il maresciallo dei Carabinieri pare l’abbia definito così e ha detto che l’ha già fatto con altri turisti, ma che non riescono a prenderlo con le mani nel sacco) “è uscito con una storia che la moglie non sapeva, che non voleva e che i turisti ti hanno voluto fregare e che adesso mi lasciate la caparra e dite grazie (spunta un fucile) che se no vi sparo”.

Non sparò. Io imparai.

NUBI

(Ieri sera al compleanno dello zio di ottantacinque l’amico di cinquantasei nota che non ce ne mancano poi tanti e aggiunge: “ Tutto sta nel come si invecchia”).

Avere ormai
come obbiettivo
ventiquattro anni da vecchio.
Nubi.

Pianura Padana, Gennaio 2002.

Questi giovani italiani che abbiamo fatto stanno, come dicono a Napoli, proprio inguaiati. Noi della generazione del primo dopoguerra avevamo toccato con mano qualche privazione durante gli anni che vanno dal 1945 al 55, ma abbiamo pur sempre vissuto senza la guerra e senza apocalissi e strazi. Eppure sembriamo di acciaio, se paragonati ai nostri cocchi di mamma che affrontano o meglio “affronterebbero” la dura vita (visto che la loro non è dura). Ed ancor più il baratro caratteriale appare tra i nostri figli e i nostri padri, se ricordiamo le descrizioni degli anni di guerra che raccogliemmo dalle loro labbra. Non intendo ora sostenere che la vita dei giovani del duemila non possa essere anche dura. Non mi riferisco a problemi e problematiche di disadattamento, difficoltà di rapporti coi genitori (“deja vu” comunque e ne so qualcosa, visto che sono pur sempre della generazione che ha “fatto” il sessantotto), problemi di perdite di ideali o di religione, droga e così via: no. Con una frase vecchia e ritrita indico allora un dramma nuovo: questi sono i problemi di chi non ha problemi. Cioè di chi non ha i problemi reali, che hanno affranto l’uomo da quando esiste. Perché nel duemila per i nostri ragazzi, per la prima volta non c’è la necessità di portare a casa da mangiare. Né di difendere la famiglia dal freddo o dai nemici che vengono a razziare e ad uccidere. Questi ragazzi restano nascosti in casa dei genitori, fino ad invecchiarvi; non fanno famiglia e se la fanno spesso la disfano creando altri ragazzi che avranno i loro problemi, ma più grandi.

Se e quando i nemici, non quelli del videogame (virtuali, come dicono loro, i ragazzi), ma quelli veri arriveranno, questa generazione verrà troppo facilmente spazzata via. Tagliata come il burro. Divorata.

Il quesito barbaro più vecchio del mondo è allora: “mors tua” – oppure – “mors mia”? C’è di che argomentare per interi libri. Oppure non c’è nulla da dire, niente da aggiungere.

INVECE MOLTI ANNI PRIMA

In quel tempo, molti anni dopo, ebbi a disposizione una villetta graziosa in una città sudamericana. Questo mio privilegio durò per alcuni anni e mi permise di assaporare rare sensazioni. Accadeva che mi recavo, nel corso dell’estate australe, nella casa americana, per tagliare a metà l’inverno duro e fumoso di Milano. Preparavo l’organizzazione dell’assenza milanese con cura, assegnando e dando a colleghi ed amici compiti e raccomandazioni per tutte le svariate ipotesi che avrebbero potuto verificarsi durante la mia, anzi la nostra assenza, giacché partivo con tutta la famiglia. Questo studio mi assorbiva per varie settimane e la problematica risultava alla fine sostanzialmente risolvibile, ma non in modo perfetto. Esisteva sempre, a causa della mia sfrenata immaginazione, una circostanza in cui non riuscivo a ipotizzare una risposta adeguata, il che avrebbe quindi potuto portare ad un piccolo o ad un grande disastro. Ricordo a questo proposito che da bambino passavo dieci minuti ogni sera, prima di entrare nel letto, a verificare e risistemare i soprammobili che erano sugli scaffali sopra la mia testa, onde evitare che – in caso di terremoto – potessero cadermi in testa (Milano non è zona sismica).

Ora mi preoccupavo invece di “cose da grandi”, tipo … se viene una rivoluzione e c’è lo stato d’assedio, cosa dovrei lasciar detto a mio cugino di fare, oltre che di passare a dare da mangiare al gatto? Ma non mi preoccupavano molto simili ipotesi, che prevedevo e regolamentavo, ma semmai altre ipotesi, cioè quelle combinate tra più eventi nefasti, tipo… e se, mentre c’è lo stato d’assedio, si rompe il bruciatore della caldaia del condominio e l’amministratore si dimette senza dare il preavviso?

Ma andò sempre tutto più o meno bene e anzi, sul campo del lavoro fioccavano addirittura più ordinazioni quando ero via che non quando ero in ufficio ed i miei amici argentini – sempre pronti alla battuta – mi sconsigliavano di rientrare in Italia, suggerendo che menassi gramo alle vendite. Cosa non vera visto che i record erano stati durante mie presenze. Ma la battuta è la battuta e va rispettata sportivamente.

La preparazione della partenza veniva accelerata parossisticamente man mano che si avvicinava il giorno del viaggio e ciò ricordava il gorgo che l’acqua scatena quando le ultime parti di liquido escono dallo scarico della vasca da bagno. Poi improvvisamente si molla tutto e ciao ciao: dopo un estenuante volo sei arrivato dall’altra parte del mondo e c’è l’estate.

Qui allora ricomincia il racconto lasciato in sospeso. Qui riprende corpo, come se mai si fosse bloccata, la vita in quel luogo fermata come un film accantonato, come un libro col segno inserito, come la soluzione che stanno per darti nella telenovela a puntate ma che non ti danno finché, non riprendi il discorso lasciato. Come la cosa più naturale del mondo apri la porta e ti fa festa la domestica antica riapparsa, rimemorizzi i numeri di quella realtà, rivedi le piante e i fiori appena lasciati l’anno prima, risuona un telefonino locale, lo scaldabagno di sopra va ancora male, ti arrabbi coi soliti idraulici inaffidabili, senti un profumo, ascolti un cane, vedi l’uccellino dell’anno passato. Tutto sembra assolutamente appena lasciato: tutto è uguale. Ma non è vero.

Dietro l’angolo c’è una casa mai vista. L’albero del vicino è scomparso e così quella casa giù in fondo. Poi, man mano che passano le ore ed i giorni, ti accorgi che questa assurda abitudine, questo vizio invernale, assume nel tempo valenze che vanno oltre il viaggio nello spazio del mondo. Viaggio nel tempo. Viaggio tra il passato e il futuro, in una dimensione che diviene ogni anno più misteriosa, più affascinante. Ogni volta che rivediamo un amico, un conoscente, ogni volta che loro ci rivedono, tutti siamo invecchiati di un anno e a volte di più. Il fattore comune di queste rivisitazioni è così presente negli incontri, che sinistramente ci si sorride ed entrambi si pensa “anche stavolta ha un anno di più. Si nota. Chissà come sarà l’anno prossimo. Sempre che ci si arrivi.”

Quando poi ci si saluta per ripartire, mi sento la responsabilità di lasciarli condannati a riapparirmi invecchiati di un altro anno. E tutto ciò che loro e che noi vivremo nell’anno di assenza, tutto, in fondo non ha quasi rilevanza reciproca, perché nessuno di noi nel suo intimo crede, pensando all’amico del mappamondo capovolto, che l’altro veramente esista. La strana avventura prende così sempre più le sembianze del sogno. E si fa sogno. Così, sprofondandomi nel profondo stato onirico che spesso mi tormenta a Milano, di notte quando mi prende l’incubo lento e assurdo in cui nulla accade, io raccolgo la cognizione che il sogno è insondabile e che non potrà realizzarsi.

E non appena rientro in Italia, è come se mai me ne fossi andato, ma mi rimane perverso, il desiderio di ritornare là.

QUESTA E’ UNA REGISTRAZIONE TELEFONICA

Con una bolo isterico in bocca ed una voce tremula e fessa, la signorina virtuale dalla ridicola pronuncia elettronica interrompe le mie parole umane, pronunciate al vento, avendo io chiamato il numero della compagnia telefonica che dovrebbe – uno pensa – fornire informazioni all’utente. Il luogo è un qualsiasi paese del mondo, l’anno il 2000 (quello, per intenderci, della bufala del “millennium bug”, ve lo ricordate?). Così taccio rapidamente, imbarazzato con me stesso come quando ti beccano che stai parlando da solo e sono offeso per la villanata subita nel di farmi parlare con chi non c’è. “Se volete caricare denaro sulla vostra scheda, digitate uno (qui vi risparmio la pronuncia robotica e traduco in umano); se volete conoscere il saldo del vostro conto digitate due: se volete una informazione sugli abbonati privati digitate tre: se volete avere informazioni sui contratti scontati digitate quattro; se volete avere informazioni sugli abbonati commerciali…” eccetera, eccetera, per una decina di numeri, che quando si arriva all’ottavo devi richiamare – a pagamento – perché non ti ricordi qual’era il numero per avere un’informazione sul numero di telefono di un privato. Che era il numero tre. Quindi digito il tre, pronto per parlare con l’addetto che mi starà a sentire. Ma naturalmente, no!… “Se volete un numero di un abbonato nuovo digitate uno; se “vuolete” (pronuncia elettronica) il numero di un “abbuonato” (idem) vecchio “duigitate” due; sce “vuogliete” il numero di un “abbuonato” che ha cambiato numero “digituate” tre; per altre “infuormazioni “digituate” quattro…” al che, imbufalito, digito il quattro per avere “altre” informazioni, sperando così di uscire da quel labirinto diabolico di schemi prefissati, ma sono un ingenuo e un illuso: il “se volete” non demorde e dopo altre opzioni, sberleffi e raggiri, io attendo in agguato uno spazio mio per registrare un messaggio mio, come una sberla, insomma per poterli mandare – come mia moglie dice che non si dice – affanculo. Ma loschi figuri, che mi immagino ghignanti ed osceni, hanno previsto giusto e non c’è quindi traccia di spazi per poter registrare, né di tasti similmente adatti, da premere sul cellulare. Così mi rimane inespressa ed indigesta sul cuore quella classica gratificante e scultorea parolaccia partenopea.

UN TENNIS GUSTOSO (ANTEFATTO)

“Chiama!” gridava sottovoce in su al compagno che stava al secondo piano, dalla tromba delle scale di quella vecchia casa patrizia milanese adibita a scuola, attento a restare ben nascosto dal vetusto ascensore fatto di metalli bruniti, battuti, ritorti, con trasparenze di maglie medioevali, ottoni, carrucole e cordami, lucido di legni una volta pregiati ed ora più che altro, sfregiati. Avevamo tutti sedici anni, difficile età, ma che vorrei avere ancora.

Fu quello l’epilogo dell’incredibile storia della professoressa di francese che aveva insegnato anche a mio padre quarant’anni prima. Anziana signora, dava ancora lezioni e non si ricordava più di averlo bocciato (secondo lui, perfidamente). Per il quale fu quella l’unica bocciatura della carriera e il modo ancor l’offende. Io in compenso non mi offesi mai per simili cose. Così mio padre era andato a parlarle in udienza genitori e la riconobbe perfettamente. Non gli fu difficile farle ricordare in generale i tempi andati, ma di lui la professoressa non se ne ricordava proprio. Finché d’improvviso credette di ricordarselo (o volle darlo ad intendere) ed alla fine si convinse non solo del fatto che lui fosse stato suo allievo, ma anzi, addirittura un allievo modello. Mio padre la lasciò volentieri in tale grata quanto infondata convinzione e non se ne parlò più. La lasciò a noi. Noi della seconda D.

NOI DELLA SECONDA D

La seconda D.

Polacci. C’era Polacci. Veniva a scuola col tronco. Il “tronco” era una dizione tranviaria per una linea periferica, ma Polacci insisteva nel giustificare i suoi ritardi alla mattina, dando la colpa alla corrente impetuosa del torrente, che lo intralciava mentre arrivava a cavallo del tronco (credo che anni dopo fu lui l’inventore del Rafting). Altre volte sosteneva di avere forato, sempre col tronco. A proposito: lui era uno di “noi”.

C’era Ferlari. Gli buttavamo cento lire riscaldate con l’accendino e lui le prendeva lo stesso. Scottandosi. Poi se le metteva in tasca. Tutte le volte. Fu così, credo, che divenne ricco. C’era Segantini (noi avevamo deciso che fosse un po’ scemo). Non lo era. Ma noi non lo lasciavamo vivere. Una volta in un tema scrisse che “A Milano c’è La Scala e il Sottoscala.” Io credo che lo facesse apposta, anche se non ne sono totalmente sicuro. “Parigi dai cieli bigi…” e via di questo passo. E c’era anche uno che poi l’avevano espulso, perché aveva bruciato il registro. Quello non era uno di “noi”. “Noi” eravamo un po’ vivaci, ma dei bravi ragazzi. Avevamo la nostra morale e la cosa importante per noi era che le cose che facevamo, facessero ridere. La vita era come un film comico. Doveva esserlo. Ma se mai ci fosse una morale, noi stavamo dalla parte dei “buoni”.

C’era Farinol. “Farinol fuori!” era tutto ciò che diceva entrando in aula il Professore di Lettere, sempre, ad ogni lezione dell’anno. Il Professor Molezzio. Buono lui: più avanti ne illustrerò alcune famose gesta… Ma quel giorno il padre di Farinol aveva passato il pomeriggio a dirgli soltanto “taci tu, che ti hanno fregato”, una giornata intera in giro in auto per Milano (non ricordo perché), io lui e suo padre. Trasmettevano le elezioni di un Presidente della Repubblica alla radio; facevano da ore lo spoglio delle schede ed era una noia mortale (non avevano ancora inventato la “audience” altrimenti avrebbero bloccato subito quella trasmissione) e qualsiasi cosa dicesse Farinol, tra un nome di un Presidente e l’altro, il padre gli diceva: “taci tu (o era taci te, alla milanese?) che ti hanno fregato” (effettivamente era vero) e non si ascoltava altro, solo quella frase e i nomi dei candidati Presidenti: molto surreale, come un film in bianco e nero di Fellini.

Quel giorno Farinol perdeva l’anno. Anzi mi sembra che smettesse addirittura gli studi. Fu quello un momento serio. Uno dei pochi. Con noi se ne erano fatte delle belle! Naturalmente lui era uno di “noi”.

E il Carugati? Il Carugati tirava degli sputi schifosi dalla classe fino giù in strada, quando d’estate c’era la finestra aperta, mentre suonava la campana (per non far sentire il rumore dello sputo cioè Artù). Lo sparava con autorità e maestria, quasi con carisma, di modo che tutti, durante la pausa breve del cambio di professore, si andava furtivi sul balcone per controllare se avesse colpito qualcosa e spesso si vedeva ancora lo sputo altalenarsi vischiosamente sui cavi del telefono della strada. Allora gli si tributava un’ovazione generale. A proposito di anni, a sedici, mentre c’è ancora spazio e apprezzamento per le porcate “infantili”, c’è già spazio e apprezzamento anche per quelle “adulte”, anche se so bene che quelle adulte non si chiamano porcate, secondo gli adulti (ma secondo noi bambini, sì).

Poi c’era Stocchi, che bastava chiedergli “perché diventi rosso?”, che lo diventava davvero (era uno di noi). E c’era il Lai, che rosso era comunque (di capelli) e non studiava niente, come del resto tutti noi. Il Professor Molezzio, dopo avere fatto uscire di classe Farinol, passava immediatamente alla sua seconda frase di prammatica, ad ogni lezione dell’anno: “Lai, ti frego!”. Lapidario e inesorabile, con la stessa enfasi fredda, ogni volta. L’unica variabile, quando era di migliore umore ed in spirito declamatorio, consisteva nell’aggiungere solamente: “e ti fregherò sempre”. Veniva da aggiungere Amen.

La perfidia di costui fu solo superata da quella del Lai. Una quindicina di anni dopo trovò il modo di incontrarlo e di buttargli in faccia (credo metaforicamente) la sua laurea e la sua posizione aziendale, effettivamente appariscenti.

Ma il Molezzio fu beccato da “noi” per ben un paio di volte ancora, nel corso della vita: leggendo il giornale! Ad ogni occasione indicevamo una cena della classe – urgente – per relazionare sul fattaccio. Primo articolo da me intercettato (ero l’unico, forse, che leggesse il giornale di “noi”): “PROFESSORE GETTA LA MOGLIE DALLA FINESTRA: Milano – Dramma in una casa di ringhiera: ieri sera dopo un’ennesima lite un professore gettava dal balcone la consorte mentre i vicini riuscivano fortunatamente ad attutirne la caduta dal secondo piano. Il professor Narciso Molezzio (non avevano ancora inventato la protezione della “privacy”) veniva prima tradotto in commissariato, da dove, dopo aver dato in escandescenze, veniva ricoverato alla Neurodeliri, ove rimane piantonato dalla polizia”.

Secondo articolo, anni dopo: “SCOPERTO DEPOSITO DI ESPLOSIVI; Milano: brillante operazione delle forze dell’ordine. Questa mattina all’alba la Polizia, dopo lunghe indagini, ha fatto irruzione nell’appartamento del Professor Narciso Molezzio, trovandovi vari personaggi ricercati che il professore nascondeva, nonché ingenti quantità di droga, armi varie, munizioni e fuochi d’artificio. Il Molezzio è stato associato alle carceri di San Vittore e successivamente tradotto in un ospedale psichiatrico”.

Noi tutti insieme ci radunavamo nello stesso quartiere di banchi per dar vita – in omaggio a Enzo Ferrari nostro idolo – alla rappresentazione allegorica del funzionamento di vari motori. Ciò lo si poteva però organizzare solo durante una lezione a resistenza moderata, cioè con un professore debole. O sordo.

Quattro in linea! Trattasi del motore classico, con quattro cilindri allineati in fila uno dietro all’altro. Per intenderci, il semplice motore di una Fiat Punto, o andando indietro, di una Seicento, o prima, della Balilla dei nostri padri. Così, i compagni del primo banco e del terzo, dovevano scattare in piedi a fare i pistoni! Mentre quelli del secondo e del quarto, dovevano mantenersi seduti! “Uno!”: Prima azione! “Due!”: inversione! Il tutto seguendo il capo voga come alle Olimpiadi e dichiarando a voce sommessa ma chiara, il titolo dell’opera allegorica: “Quattro cilindri in linea!”. E via così, fino a che il professore si girava dalla lavagna allarmato e non capiva, ma a buoni conti si imbufaliva lo stesso. Di motori, ne esistevano di vari tipi e sebbene allora mancassero i moderni “cinque” e “dieci” (numero di cilindri), in compenso era stato appena inventato il motore più spettacoloso della storia dell’umanità, del quale il maestro Von Karajan aveva detto che esso gli regalava una musica più esaltante di una sinfonia di Beethoven: Il motore Ferrari 12 cilindri a “vu”.

La scenografia di tale evento richiedeva competenza, determinazione ed uno studio non indifferente sicché in pratica noi studenti non si riusciva a dare una rappresentazione degna se non dopo la metà dell’anno scolastico.

Per andare in scena si espropriavano dai banchi gli studenti incompetenti (spesso i primi della classe), negati per l’automobilismo e la meccanica, nonché quelli mancanti del senso del ritmo necessario per realizzare per una decina di secondi un balletto che fosse almeno decoroso. Si strutturava così un quartiere gagliardo che al comando mio o di un altro dei nostri, si metteva finalmente in moto (le prove si facevano durante gli intervalli). Seguendo un ideale albero motore (chiamato allora anche collo d’oca, come dicevano i padri automobilisti che usavano espressioni da inizio secolo francesi come “debrail” al posto di frizione), il quartiere prendeva vita meccanica e produceva anche rumore, con le sue sei poderose file di sinistra i cui componenti, tutti con l’espressione da pistone, si alzavano di sbieco verso l’esterno. I compagni di banco di destra si sedevano rientrando dallo stesso bieco movimento speculare, poi viceversa e così via a piacere, finché il professore non si girasse sbottando: “ma cosa diavolo fate, perdìo!” e allora qualcuno (un incaricato di un altro quartiere) concludesse, come nelle vecchie commedie di maniera, spiegando la morale allo stimatissimo pubblico, declamando con enfasi: “ma era un dodici a vu!”.

Allora, giustamente, si concludeva davvero la “piece”, con una catarsi finale degna dei testi dei classici che cercavano di insegnarci e: “fuori tutti! “su dal Direttore” e “per domani convocati tutti i genitori!”

Ma succedevano parecchie altre cose ancora in quel luogo e in quegli anni, per esempio, il Movimento Studentesco era nato l’anno prima, proprio nella nostra scuola!

Consisteva fondamentalmente in un moto spontaneo, in un’idea in fondo geniale, che era nata da un’unità che proponeva un’azione di gruppo, senza che si potesse lasciar fuori alcuno a fronteggiare la reazione.

Tale movimento, più che un Movimento (che pure era) era chiamato anche “L’avanzata strategica degli studenti” o più semplicemente “Avanzata strategica”.

Mentre il professore scriveva alla lavagna, si faceva girare sottovoce l’ordine “avanzata strategica…”, poi dopo qualche secondo e a un gesto di uno di noi, ognuno ruzzava rapidamente in avanti con un solo colpo ben assestato il proprio banco, cosicché l’intera classe risultava improvvisamente avvicinata alla cattedra di quasi un metro e prima che il Professore si fosse voltato ognuno già stava seguendo ligio e attento la lezione (tanto che il Professore, se era la sua prima volta, non capiva neppure cosa fosse successo). La durata dell’avanzata durava a seconda della perspicacia del professore e della sua pazienza.

Il programma del secondo trimestre cominciava con il Buddismo Zen. Praticavamo, ante litteram in quanto non ne sapevamo niente (non c’è da stupirsene), la famosa pronuncia a bocca chiusa della “Om”. Con tale esercizio per noi affatto spirituale, insidiavamo la lezione fino a far tremare i muri in una progressione parossistica di quel muggito, che se ben praticato poteva essere mantenuto a muso duro con il professore che ti guardava in faccia.

Il resto delle attività scolastiche erano minori ma non del tutto spregevoli. Ricorderò qui brevemente qualche tema dei classici. Starnuto. Si fa in sei. Con effetto disperso nell’aula, cioè ripartendo le emissioni sonore tra tre gruppi di doppie voci, con gli emicicli destri e sinistri democraticamente bilanciati: il primo gruppo al comando preciso (prove musicali di Direzione d’Orchestra da preparare bene precedentemente) esclama: “UICC !”; il secondo nello stesso momento: “UOCC !” ed il terzo, naturalmente in sincrono, grida: “REX !”. Provare per credere. Per sentire l’effetto potete provare anche in tre (con risultato più modesto, tipo orchestra da camera).

Accennerò quindi anche alla interessante arte plastica applicabile ai soffitti della scuola, mediante lunga e meditativa masticazione di carta. Quando il bolo è pronto (naturalmente anche qui la costanza e la serietà dello studio pratico sono indispensabili), lo si mette in mano e con rapido gesto dell’ombrello (al momento giusto, senza professori o bidelli è ovvio) si lancia sul soffitto dove, vi garantisco, questi stucchi primitivi possono rimanere ingessati anche per tutto un corso di studi.

Mi sono invece sempre opposto, con successo, alla collocazione di puntine sulla sedia della cattedra, in quanto c’è uno stile in tutto ed inoltre non sono cattivo. Ho invece tollerato scherzi tipo mettere la cattedra in bilico sulla pedana prima dell’arrivo di un professore che picchia il pugno sulla cattedra. Con giusto crollo relativo. Noi della seconda D.

IL TENNIS GUSTOSO (EPILOGO)

“Chiama!” E il compagno della seconda D che stava al secondo piano premeva solerte il bottone dell’ascensore. La professoressa di francese che doveva dare la lezione al primo piano alla terza ora era giunta durante l’intervallo ed era stata prontamente intercettata dentro l’ascensore dalla squadra d’azione che ora la stava rimpallando dal pianterreno al secondo piano con abilità e freddezza. Io la salutavo mentre passava al primo piano invitandola concitatamente a premere lo stop, perché “si era rotto l’ascensore e dovevamo fermarla”. Quando lo faceva (mai in esatta corrispondenza con il pianerottolo), il mio tentativo di salvarla andava inevitabilmente in fumo e l’ascensore, “impazzito”, ricominciava a portarla su e giù tra l’androne ed il secondo piano, in quel parossistico e gustoso tennis che avrebbe potuto secondo noi trasformarsi in una intuizione da Premio Nobel e cioè nella invenzione dell’irraggiungibile “moto perpetuo”!

PROGRAMMAZIONE E PSICHE

La mia agenda è parte integrante della mia vita. Mia moglie non mi sopporta quando la consulto (l’agenda, non lei, che semmai la consulto troppo poco, dice). Pare che io stia sull’agenda un tempo esagerato e lei vede in questo mio atteggiamento un vizio mentale. Effettivamente riconosco di tenerla spesso a portata di mano, tanto che a volte penso che se la smarrissi (l’agenda), forse sarei un uomo finito.

Ma la mia agenda è solo la punta di un iceberg. Perché tutto deriva, immagino, dalla paura del futuro. Avendo timore del domani, io che faccio? Me lo invento. Lo descrivo. E me lo metto in tasca. Semplice. E dopo, credo a quello che ci ho scritto sopra – anche se in realtà mica tanto – ed è proprio qui il problema, che non è altro poi, che il problema iniziale. L’agenda mi infonde conforto, come l’animaletto di pezza per i bambini o cose simili. Se andassi da uno psicoanalista ci potrei restare per tutta la vita, come peraltro è normale sia, secondo nota teoria proprio degli psicoanalisti, sui quali preferisco non pronunciarmi qui. Così come preferisco non parlare di altre categorie, come per esempio quelle che seguono: i giornalisti; i burocrati dello Stato Italiano; gli assicuratori; i burocrati delle Nazioni Unite; i magistrati; i parlamentari; il tribunale dell’Inquisizione; i burocrati dell’Unione Europea; gli addetti alle pompe funebri; i torturatori di uomini; i motociclisti; i torturatori di animali; gli avvocati; gli urologi che mettono un dito nel sedere agli uomini per sentire la prostata; i dentisti (tranne il mio che è bravo e buono e ha un certificato che dice che ha fatto il corso di psicologia per tiradenti); i notai; gli automobilisti davanti alla mia auto; la tributaria (famigerata sezione della Guardia di Finanza spauracchio delle aziende); gli assicuratori; i NAS (famigerata sezione dei Carabinieri spauracchio delle aziende); i controllori di volo; i vigili urbani agli incroci; i sindacalisti; i politici; i camionisti; i tifosi di calcio che vanno in giro per le strade a fare casino; l’altra gente che va in giro per le strade a fare casino; la gente in coda davanti a me; la gente non in coda davanti a me.

Come dice un proverbio inglese, “non ho nulla contro il genere umano: è la gente, che non sopporto.” Perché effettivamente comincio a chiedermi se sono normale. Mia moglie (inevitabile ormai il riferimento al tenente Colombo della serie televisiva), mi ha chiesto recentemente a bruciapelo e con senso accusatorio: “…. Perché, tu invece saresti normale?!…” ed io le ho risposto – altrettanto a bruciapelo (rispondo spesso così, senza pensarci) – “No! … e ne sono fiero”. Poi, riascoltando nell’eco quelle mie parole, mi sono reso conto che spesso non so chi risponda al posto mio! Anzi, lo so: nel senso che so cos’è, e cioè, scusate il termine, è uno stronzo che risponde al posto mio! Che spesso mi mette in imbarazzo e poi mi lascia a riparare ai danni causati dalle frasi con cui se ne esce. Forse dovrei ripensarci, allo psicoanalista. Si, perché non è che ci sono soltanto le categorie di professionisti di cui non desidero parlare. C’è ben altro. E mano a mano che passano gli anni, divento sempre più insofferente e intransigente su tutto e su tutti. E così, proseguendo un elenco che faccio con me stesso da un po’ di tempo, succede che metto dentro via via sempre più gente nella lista di quelli “di cui non voglio parlare”, in una inesorabile e apocalittica elencazione di popoli paesi e continenti, “politicamente molto scorretta”. Così posso ormai elencare:

I belgi, gli scandinavi, gli svizzeri tedeschi, gli arabi, i russi, i cinesi, gli americani, i francesi, gli italiani (anche se è il più bel paese del mondo e dove si mangia e si beve meravigliosamente), gli svizzeri non tedeschi, i serbi, i croati, gli inglesi, gli olandesi, gli spagnoli, i portoghesi, i cileni, gli argentini, i portoricani, i colombiani, gli americani di tutte le Americhe, tutte le Russie; i turchi, gli afgani, gli iugoslavi, gli ex iugoslavi; i giapponesi, gli africani, i tedeschi, l’Unione Europea, i coreani : tutti, tutto il mondo, mi risulta indigesto! Compresi i paesi che non ho menzionato. Si, ho qualche problema con l’umanità. Detto per inciso e a proposito del tenente Colombo, trovo incredibile ed irritante che malgrado i decenni di eccezionali risultati che ha collezionato con tutte – e dico tutte – le sue inchieste, il povero disgraziato non abbia mai avuto neanche uno straccio di promozione. Non dico Generale ma che so Capitano, Colonnello: no. Tenente era e tenente rimane, durante i secoli e se ciò non sembra abbastanza, tutte le volte che appare in un nuovo episodio, non c’è mai nessuno che lo riconosca e che dica – come sarebbe logico – “Attenti! E’ arrivato Colombo: è in gamba, siamo fregati!”. No! Lo sfottono! Tutti lo trattano come un vero cretino.

Tra scherzi e serietà – ché nei contrasti è il senso della vita – per sopravvivere con me stesso finisco con elucubrarmi e sposare quei ragionamenti che possano darmi una ragione ed una pace.

Non solo ragionamenti: una ricettività mentale, una disponibilità spirituale e l’ascolto del silenzio. Molto, profondo silenzio.

CONFESSIONE DI CONFESSIONE

Ecco allora che rivisito ogni ipotesi e mi convinco infine e per sempre, su fede e principi che spesso si assopiscono, si estinguono o non fanno parte della nostra realtà.

E tutto torna. Tutto per me quadra in modo assoluto e meraviglioso, con cristallina trasparenza. Di una semplicità disarmante.

Seguo così lo spirito delle cose ascoltate, delle cose lette. Seguo il bisbiglìo dello spirito. Dello Spirito.

Così a me appare ormai chiaro, definitivo e piano, come il Paradiso Terrestre sia effettivamente e certamente esistito. Né mai fu favola, mai fu “Babbo Natale”. Nell’Eden non c’era altro che Dio e uomo, senza un motivo per noi apprezzabile che non fosse mistero. Qui d’improvviso vi apparve il secondo, enorme protagonista della storia: Satana. O se preferite, il male (la maggioranza di noi sa per istinto cosa significa il male… un esempio: trucidare un bambino); oppure, usando un termine meno fuori moda di Demonio, apparve il Diavolo, Lucifero, l’angelo delle tenebre, il Maligno. Diciamo “il dio del male”, o anche “l’anti-Dio”. Tutti noi conosciamo le opere di questa “entità”: date un’occhiata a un giornale.

Nel giardino dell’Eden, più tardi, l’uomo viene tentato dal “male”, e presto cede. La tentazione si riferisce a una proposta, profondamente oscena, che Lucifero fa all’uomo: “serviti di me, non hai bisogno di Dio, io ti posso dare di più, subito. Io sono meglio di Dio”.

In quell’istante l’uomo tradisce Dio, il suo Creatore. Da quel momento la vita sua e di tutti i suoi figli sarà per sempre in salita, quella tremenda salita che tutti conosciamo. E soprattutto, inizia la morte. Da quel momento, si comincia a morire. Inizia così anche la sofferenza del mondo, dell’universo, degli uomini e persino degli animali! Nel giardino terrestre ogni essere si cibava di frutti meravigliosi e non esisteva violenza. Dopo, inizia lo spargimento di sangue, l’uomo e l’animale diventano carnivori e uccidono. Incomincia così la spietata e sanguinaria catena alimentare: la Creazione si elabora racchiudendo in sé anche la morte e cioè il male, il che servirà nel meccanismo della selezione della specie. Ma è un punto oscuro, necessario ad un progetto che non può più essere fatto solo di amore. In qualche modo qualcosa d’altro è successo, a causa del male e per complicità colposa dell’uomo.

Più tardi, con inesorabile e solare linearità, verrà il Cristo. Per darci una estrema possibilità di salvarci dalla morte. Per chi vuole, per chi sente, per chi crede.

Così con questi pensieri, a trentatré anni divenni e sono, al di fuori da chiese organizzate, un cristiano, un piccolo fervente cristiano.

CAPITOLO SUCCESSIVO

E’ arduo essere il capitolo che viene dopo uno come quello qui sopra. E’ difficile decidere quale sia il confine tra il sacro ed il profano, tra il buon gusto e la stonatura. Che altro posso dire? L’ho chiamato “Capitolo Successivo”. Chiedo quindi perdono per i toni che irrimediabilmente cambiano

(ma nei contrasti è il senso della vita).

Era notte mentre vomitavo sul ciglio riarso della carretera Panamericana e pensavo a come sia bello star bene. Invece, la nausea, i brividi di freddo, le lacrime, la tosse e gli acidi conati rappresentavano per me, in quel momento di sconforto, tutta la mia vita. Ed a poco valeva il fatto che non fossi solo e che mi assistessero gli amici: con il dolore siamo sempre soli a soffrire. Non avevo, per mia fortuna, nulla di grave, nulla di cui preoccuparmi: una leggera influenza o più probabilmente un avvelenamento da cibo, neanche tanto forte, con qualche linea di febbre. In quegli attimi mi resi conto dell’essenzialità dello star bene e dell’essere – semplicemente – sani. L’importanza di potere fare le cose normali che facciamo sempre, niente di speciale, ma di non avere un problema che ci esclude improvvisamente dalla vita, che ci mette freddamente e inesorabilmente fuori gioco. Più tardi pensai a chi, nello stesso modo in cui io mi ritrovavo vomitando, si ritrovasse con un cancro. Alla forza che deve avere da quel momento in avanti il suo desiderio di guarire o in subordine almeno quello di non soffrire, cioè di tornare a stare – almeno apparentemente – bene. La forza del desiderio credo sia pari alla egocentrica ed improvvisa assenza di partecipazione per tutto ciò di cui si è circondati, per le voci di chi ci è vicino, le smesse preoccupazioni sul da farsi, gli impegni in agenda, le cose da dire e da non dire. Piombare così in un silenzio totale esteriore e interiore, una pausa profonda, un disinteresse forse completo per il mondo, nella esclusiva tensione verso un ascolto incondizionato del nostro corpo sofferente, riservando un’attenzione per la nostra misera nausea che anteriormente destinavamo a più nobili temi della nostra morale e della nostra cultura.

Quando mi ripresi, il giorno dopo, meschinamente ricaddi nel vizio di non “godere del niente” dello star bene. Mi rimase però nel fondo questo rimorso, insieme ad una dolce riconoscenza per quegli amici che mi avevano confortato in quel momento.

Sempre sul tema del male d’America (infatti non esiste solo il “mal d’Africa”), io nutro una grande comprensione ed una istintiva simpatia per i viaggi di Garibaldi. Se qualcuno ha la pazienza di andarsi a leggere la relazione della sua vita riportata da una grande enciclopedia, capirà cosa intendo dire. La caratteristica principale – secondo me per l’impressione che lascia detta lettura – è che l’illustre Padre della Patria, era soprattutto un incredibile viaggiatore, un drago delle coincidenze, un professionista dei biglietti da viaggio. E attenzione che ai suoi tempi non c’erano voli “charter” né d’altro tipo. Non c’erano le agenzie di viaggio, né le prenotazioni via internet. Non c’era neanche il fax e neppure il telefono. No. E neanche uno straccio di telegrafo.

C’erano solo le distanze. Di miglia, di leghe, di paesi e continenti e l’incertezza dell’arrivo, il silenzio delle assenze senza notizie: i tempi delle distanze erano più profondi delle stesse distanze. Ogni viaggio era un salto nel buio perché il viaggiatore prendeva uno “status” di disperso finché non riappariva. Se riappariva. Per comunicare, poco o niente. Poco di più che ai tempi degli antichi romani. Qualche piccione viaggiatore e delle aleatorie barcone che attraversavano temerariamente l’oceano. Tra piccioni viaggiatori e carrozze a cavalli, le barche – chiamate presuntuosamente navi – stipate di merci varie, persone e cose maleodoranti (con cariche batteriche molto al di sopra della soglia di ogni moderno limite fissato dalle autorità sanitarie locali), trasportavano di tutto, anche Garibaldi.

Doveva avere dei gran buoni motivi, forse delle storie d’amore spinose con complicanze intercontinentali, una tremenda urgenza di combattere sempre con qualcuno contro qualcun altro, magari i soldi e forse anche qualche problema psichico oggi rientrante nella sfera della disadattabilità, per spendere più della metà della sua vita sulle navi in viaggio tra l’Europa e l’America. L’elencazione seriosa del relativo carnet di partenze ed arrivi che si può leggere sull’enciclopedia, diventa perfino spassosa se ben recitata, quando gli ascoltatori non odono tanto parlare di ideali o gloria, politica o carisma, bensì di rotte, viaggi ripetuti al parossismo, coincidenze e orari quasi ferroviari con la descrizione delle vetture e dei servizi inclusi utilizzabili per giungere in Messico od altro lido americano “dove l’avevano chiamato per una azione contro il famigerato Pinco Pallino”; poi i viaggi di ritorno a Genova (dove all’arrivo “prontamente si adoperava per portare un manipolo in un’azione lampo” e ripartiva urgentemente per l’Argentina dove realizzava un contraccolpo di stato per la causa della popolazione dei Gauchos del Rio). Totalizzò nella sua vita direi una cinquantina di traversate dell’Atlantico e si guadagnò il titolo internazionale di “Eroe dei due Mondi”. A parte l’inflazionato numero di vie, corsi e piazze che abbiamo in Italia con il suo nome, anche in un parco di New York mi sono all’improvviso imbattuto in un suo monumento ed infine in Francia, a Nizza. In Inghilterra invece gli hanno dedicato una marca di biscotti per il tè. E dire tè – in Inghilterra – non è dire poco.

OSPEDALI

Stare male sulla strada americana fa andare la mente agli ospedali. Così ricordo le entrate nelle cliniche quando ricoverano per fare accertamenti. Stiamo infatti perfettamente bene, ma debbono visitarci per un controllo assicurativo oppure per farci togliere una piccola e tranquilla cisti che abbiamo sulla natica da tanti anni. Dobbiamo entrare in clinica una sera alle sette, ma in realtà per farci prendere in consegna dai medici solo la mattina successiva. Così ti presenti alla portineria con piglio esecutivo (sei milanese perbacco), con il tuo completo di tweed e la borsa da lavoro con dentro alcune pratiche noiose che ti sono rimaste indietro. Hai anche una 24 ore, con dentro nascoste alcune cose che quasi incidentalmente hai riposto pensando che ti potranno servire durante quel paio di giorni che perderai li dentro. Ma non appena il Concierge ti identifica, perdi il tuo status di uomo libero in un paese democratico e diventi un malato e un prigioniero. “Si sieda. Ora arriva il lettighiere.” Se avete un po’ di esperienza saprete che è inutile discutere, che è inutile resistere. Al piano di sopra l’energumeno (sempre mi viene in mente il catecumeno) ti fa scendere dalla barella e ti farebbe scivolare direttamente nel letto della camera se non intervenisse l’infermiera (che trovi bellissima. In ospedale o dal dentista, quando ti fanno male, trovi sempre bellissima e protettiva come una mamma qualsiasi infermiera) che ti domanda se ce la puoi fare da solo e se riesci a stare in piedi. Tu abbozzi una battuta di spirito sul tuo stare benissimo, ma non fa ridere nessuno e ti ritrovi invece ad ascoltare i tuoi diritti: “si svesta e metta la sua roba in quell’armadio, la cena è alle sei” (quindi l’hai persa) – e continua –: “più tardi le daranno qualcosa, una pastiglia per dormire e se ha bisogno li c’è il campanello; ora le metto il termometro e la luce blu per dormire. Buonanotte”.

Quando qualche giorno dopo, se hai fortuna (ricordate “Il fischio al naso” di Tognazzi?), leggerai il conto, la descrizione di quegli eventi suonerà circa così: … “giorni”: la sera dell’entrata vale un giorno completo; “Ricevimento paziente”: (?); “Trasporto con squadra addetti”: (?); “Accoglimento camera”: (?); Presentazione assistenti: (?); “Ricovero” (?); “Servizio ristorante” (i pasti essendo inclusi, è irrilevante – per la clinica – se siano o meno consumati. Infatti non li consumi); “Servizio bar” (la camomilla che ti hanno obbligato a bere); “Farmacia” (il cachet); Servizio Hotel e Ristorante: (?); “Assistenza sanitaria” (il brandeggio del termometro da parte dell’infermiera); “assistenza notturna” (il campanello).

E il conto? Un miliardo più IVA. Ah dimenticavo l’ultima buro – acrobazia degna di un ufficio postale: per lasciarti uscire devi consegnare all’atto del pagamento anche una marca da bollo da pochi spiccioli (che naturalmente è introvabile), se no non esci.

LE PUNTURE

In prima elementare, il primo giorno di scuola molti piangevano, io no. Me ne stavo rassegnato in un cantone, forse più rassegnato e avvezzo alla tristezza che non altri figli di mamma (anche se anch’io in fondo un po’ lo ero). Comunque non mi piaceva piangere, anche perché, se si insiste viene male alla gola.

Oggi condanno le facili ironie sul pianto adulto maschile, che al contrario ritengo – in alcuni casi – bello e giusto, una nobile e tenera manifestazione di umanità, di umiltà e di sensibilità. Ma attenzione: oltre che occasionale, il pianto deve essere seriamente ed adeguatamente motivato. E’ anche una questione di buon gusto e di moderazione. Si può piangere di fronte a un dramma, o versare una lacrima di gioia ascoltando una meravigliosa musica; ci si può commuovere perfino per una vittoria sportiva (meglio se una grande vittoria e meglio se in veste di rappresentanti del proprio paese).

Ieri invece ho visto una sfilza di marcantoni di calciatori che frignavano perché avevano perso la partita (per lo scudetto o qualcosa del genere). Mi hanno fatto anche un po’ schifo.

Da bambino io ero più pronto a combattere che a piangere – magari di rabbia – soprattutto per non farmi fare le iniezioni. Quando, credo in seconda elementare, arrivò il giorno dell’iniezione antidifterica, scalai la coda di una trentina di posti, fino a ritrovarmi solo e a tu per tu con il dottore e l’infermiera, che non mi dettero neanche la possibilità di piantare una grana proporzionata all’importanza che rivestiva per me quel grave momento. Mi ritrovai invece punto senza riuscire a fare neanche un po’ di chiappa dura. Fu così che in compenso “la puntura” mi fece meno male del solito, giacché ero peraltro bravissimo a far piegare gli aghi nelle carni (le mie) mentre mi bloccavano in tre schiacciandomi sul letto. In particolare ricordo la nostra colf Teresa (allora si diceva cameriera se si voleva essere gentili ma c’eran quelli – non in casa mia – che la chiamavano addirittura serva), perché pesava cento chili e sopra di me era un masso.

Le punture sono state sempre qualcosa di molto importante per me. Oltre a quelle di cui sopra, chiamavo “punture” anche i giochetti che proponevo alle bambine in alternativa al gioco del dottore, e lo proponevo cordialmente anche alle colf, sempreché non fossero come la Norina, che secondo me era vecchia, brutta, certamente antipatica ed era come un manico di scopa. La migliore invece si chiamava Nina e mi ricordo che era bellissimo pizzicarle il sedere mentre stirava, dopo essermi infilato e sparito felice sotto la sua gonna. In realtà il nome esatto di come chiamava quel gioco la Nina (che era una popolana milanese) era “la iniesciùn” – la iniezione – ed era lei stessa a propormelo quando voleva consolarmi o farmi stare tranquillo. Così spesso mi lamentavo.

SILONE

Un siciliano. Un Preside siciliano. Silone: il Professor Silone. Uno dei vari siciliani che ho conosciuto; persone speciali. Io, avevo una quarantina d’anni.

La loro ospitalità è a dir poco leggendaria. Un’ospitalità impegnativa per chi la brinda e per chi la riceve. Un’ospitalità che va oltre il fatto in se, che entra nel futuro dell’ospite, che segna l’amicizia proposta e ricevuta. Non sono mai stato in Sicilia. Il mio pensiero sui siciliani si è sviluppato per avere conosciuto siciliani, oppure per avere avuto suggestive immagini riflesse dalle storie degli innumerevoli personaggi dell’isola, dal poeta e premio Nobel Salvatore Quasimodo all’oriundo, pilota di Formula Uno, Jean Alesi, all’oriundo, capo dei gangster americani, Al Capone. Nel bene o nel male.

Vomitavo. Ancora un a volta, vomitavo. Non ho passato la mia vita a vomitare: non credo di aver vomitato più di una decina di volte, ma tutte queste volte si sono legate indissolubilmente a cartoline di ricordi dentro alla mia anima. Così, nel lavandino del bagno di Silone vomitavo. Lui, il Preside, mi aspettava fuori dalla porta.

Era iniziato tutto con un invito a cena a casa sua. Aveva invitato me e mia moglie, c’era lui e sua moglie e un altro preside siciliano, senza moglie perché non l’aveva, ma era come se l’avesse avuta, perché aveva l’aria di un signore ammogliato.

Le libagioni avevano avuto inizio alle sette di sera, con gli aperitivi. Con salatini tartine patatine sottaceti sottolio e sottosale, siciliani. Una cena, insomma. Appare qui scontato fin da queste battute come dopo un pasto che partiva da un simile aperitivo, uno come me buona forchetta e incapace di dire di no, finisse vomitando. Cosa che capitò puntuale, quando – avendo timidamente manifestato un certo disagio alla digestione – fui immediatamente trattato con un carrello di superalcolici “digestivi” brasiliani gelati, ai sapori di frutta (nel senso che il carrello ne conteneva una dozzina di bottiglie, ciascuna a un diverso sapore di frutta) e che naturalmente “non potevo fargli il torto di non assaggiarne almeno un bicchierino abbondante e magari due, di ogni sapore”. Furono tutti estremamente cortesi con il mio malore e neppure si pensò che potesse essere in qualche modo offensivo per la loro cucina, il vomitargliela indietro. Così ci invitarono ancora dopo di allora, e l’amicizia non ne risentì per nulla. Ricordo che la seconda volta che andammo, furono molto cortesi ed il ricordo di quella malaugurata precedente serata fu tenuto leggero nell’aria, quasi inesistente, salvo un momento, alla fine del cenone e degli imperterriti digestivi, in cui ebbi una leggera esitazione e Silone mi punzecchiò con un bonario “beh, Romano, se non stai bene, ormai sai dov’è il bagno…” Vomitai ancora. Eppure mi invitò ancora una volta, quello spiritaccio ospitale siciliano! E non vomitai! Mi diede anche un cartoccio di caponata avanzata da portare a casa. Vomitai a casa.

Amo la cucina siciliana. Ma ne mangio troppa. La realtà è – credo – che sono un porco: me lo diagnosticarono perfino i medici, quando qualche anno fa mi feci ricoverare per dei controlli al sistema digerente. Qualche anno dopo Silone morì.

GENTILUOMO E TENERO AMICO
(Storia vera ma fuori moda)

Dresda, Germania, primi anni 90, da poco caduta la cortina di ferro.

Ambientazione: Stanza di un albergo piuttosto squallido, ma forse il migliore. Si è a un Festival. Amici colleghi di una Jazz Band. Stanza a due: io ed il voluminoso contrabbassista Arnaldo Luponi. E’ notte. E’ buio. Luponi russa come un maiale.

Mattina seguente: suona la sveglia:

“Mondo boia, se russi!” – io a lui –
“Davvero? Mi dispiace!” – lui a me –
“Gertrudo, mi hai tenuto sveglio tutta la notte!” – io a lui –
“Stanotte non ti disturberò, vedrai.” – lui a me –

(Si passa la giornata allegramente suonando)

(Seconda notte: buio e silenzio)

Mattina seguente: suona la sveglia:

“Buongiorno.” – lui a me –
“Buongiorno.” – io a lui –
“Ho russato?” – lui a me –
“No” – poi aggiungo – “Ma come hai fatto a non russare?”

“Sono rimasto sveglio tutta la notte, per non russare.” – lui a me –

Fine della storia.

IL PRIMO AMORE

Cocca. Si chiamava così. Oggi dovrebbe avere – se mai è esistita – cinquantasei anni, come pare io abbia. Allora ne aveva tredici, come me, inesorabilmente.

Fu quello un amore non detto, un amore puro, compreso, fortissimo. Che ci sorprese bambini. Pochi struggenti giorni di forza interiore, di sottintesi inespressi, di desideri sconosciuti.

Io sentivo forte che avrei voluto proteggerla contro qualsiasi drago, baciare quel collo dolce dal profumo di tenera pelle, nuovo per me, che le avevo sfiorato ballando, novizi nella notte, sulla riva di un’isola, sulla riva di un mare. Un baratro sulla gioia di trovare all’improvviso la vita.

La fine di tutta un’infanzia. Lei mi raccontò pochissimo e fu moltissimo.

Poi ritornammo alle nostre case, in città. Le telefonai. Rispose suo padre. “Giovanotto” – mi disse – “mia figlia ed anche lei (credo che fu la prima volta che qualcuno mi dava del lei) siete troppo giovani per qualsiasi cosa possiate pensare. Se lei nutre veramente dei pensieri affettuosi per Cocca, richiami fra dieci anni. Arrivederci.”

Fu uno dei dolori più struggenti della mia vita.

Avrei voluto afferrare il mondo e sollevarlo con la mia mano, avrei voluto poter dimostrare a quel signore che sua figlia io l’amavo davvero, teneramente, che l’avrei sposata, che l’avrei protetta per sempre: egli non poteva, non doveva liquidarmi così con quattro parole, perfidamente.

A tutta risposta gli dissi soltanto “arrivederci”, che era stato anche il titolo della canzone di quella estate, quella del nostro amore.

Decisi che avrei aspettato dieci anni... gli avrei fatto vedere io di che stoffa ero fatto: non mi intimoriva la sua battuta sui “dieci anni”. Presi nota del giorno, del mese e dell’anno e me lo scrissi da qualche parte (sull’agenda suppongo): “chiamare Cocca”, dieci anni dopo.

Alcune volte ripensai a lei nel corso della vita. Ma la vita non è mai quella che ci saremmo immaginati. Pensai a lei una volta anche nel 1970 e mi accorsi che erano passati undici anni.

Avrebbe dovuto essere per il 1969. Come in un incantesimo. Solo in un preciso momento la chiave magica avrebbe dovuto riaprire la porta di quella fiaba antica: dopo dieci anni, cioè il 28 Luglio, del 1969. Ma quel momento era già passato.

DORMIRE

Grande cosa. Una delle massime gioie della vita. Fatto misterioso e nello stesso tempo compreso da tutti. Accadimento importante ed incombente su ogni nostro giorno, esso ci mette in dubbio. Ci carpisce dalla vita, ci prepara forse ad un’altra, ci coccola, ci conforta, ci preoccupa, ci spaventa, ci sana. Noi e gli animali come noi. E non ne conosciamo, tra mille teorie, il perché (e comunque, “veramente” il perché, non lo sappiamo di alcunché, malgrado le affermazioni che continuano a produrre tutti i saccenti che riempiono il mondo).

Il sonno è parente dell’ignoto. Nel sonno percepiamo presenze ed assenze. E i paesaggi onirici si manifestano scomparendo poi nel risveglio. Ricordo: il soggetto di “Harvey” e l’interpretazione cinematografica di James Stewart sono per me gemme di dolce poesia (così come è grande poesia il racconto del “Piccolo Principe”). Entrambe storie di sogno, che è appunto il più grande amico della nostra vita (a volte nemico, come del resto anche gli amici). Anch’io ho sempre avuto un amico come Harvey – il coniglio del film – ma nessuno lo sa, nemmeno io. Quando ero bambino cioè ieri o forse oggi, giocavo. Giocavo “ad essere”, giocavo “a fare”. Qualcun altro, qualcos’altro, cose ambite, tra oggetti desiderati sognando ad occhi aperti. Da adulti giochiamo ancora, ma dobbiamo aspettare di averli chiusi nel sonno gli occhi, di notte, ed allora il gioco pudicamente lo chiamiamo sogno. Il mio Harvey è il mio Angelo Custode. Mio padre sapeva di averne uno particolarmente poderoso ed instancabile e me ne parlava spesso. Egli fu salvato innumerevoli volte da morte certa. Anzi, innumerevoli no: mio padre che era molto preciso (forse troppo, infatti era ingegnere), le contava – le volte – e ne scrisse addirittura una relazione – che abbiamo agli atti nell’archivio di famiglia – con titolo “I miei incontri con la morte”.

Ma anche su di me è intervenuto l’Angelo, il mio. Per esempio quella volta dei freni rotti sulla macchina di Federica (persona formidabile, i suoi freni meno). Poco prima di andare addosso a un camion, in discesa in montagna senza freni, si aprì un pertugio a destra, un sentiero stretto di terra che andava in salita in un campo e mi ci buttai dentro, con mio fratello passeggero, appena in tempo per evitare l’estinzione del nostro ramo della famiglia. E ne deve avere uno poderoso anche lui di Angelo perché sempre insieme a me, in auto, fu un altro vero miracolo se non rotolammo giù dai pendii innevati di una rampa ghiacciata scendendo dai rifugi sperduti sopra il passo dello Stelvio: una mano misteriosa invertì la scivolata in corso verso il baratro, all’ultimo istante. Va però detto che lui è raccomandato. Infatti quando aveva nove anni, vide Gesù Bambino e non sto scherzando. Neanche lui scherzava, e sebbene oggi non sia religioso (in senso Cristiano), mi ha confermato di averlo visto veramente, inequivocabilmente e non nel sonno, non in un miraggio e non in un sogno, ma a Milano fuori dalla finestra della sua stanza del nono piano, concreto, vicino, librato a mezz’aria durante la notte di Natale.

Sempre da adulti e sempre parlando di stati alterati (se alterato si può chiamare il sogno, visto che è naturale e che forse è proprio una finestra sulla realtà) non è forse un gioco anche una buona parte della nostra personalità, cioè quella che si occupa per esempio della nostra apparenza? Quando ci guardiamo allo specchio e proviamo diversi accostamenti, quando accarezziamo l’immagine di noi alla guida di una particolare auto o ci pensiamo ai tropici muscolosi giovani e attorniati da splendide ragazze che ci ammirano, ricchi e affermati, famosi e splendidi, non stiamo forse “giocando” ad essere qualcun altro? Qual è la differenza con il bambino che al fratello, brandendo una macchinina ed un garage, dice: “allora io ero il padrone del garage e tu invece eri uno che doveva mandarla ad aggiustare, allora dai, comincia”: “posso entrare?” – “no, deve pagare” – “Quanto?” – “ mille lire” … e così via?

Così, di sonno in sonno, durante un altro momento della mia vita fui svegliato brutalmente dall’amico Lai, l’ex compagno di scuola. Qualche anno dopo infatti ci ritrovammo a spartire una grande passione per l’automobilismo ed in quei giorni divenimmo compagni piloti, in Veneto, nel Rally delle Alpi Orientali. A quei tempi – era il 1970 – non esistevano ancora regolamenti garantisti che prevedessero sicurezze abbondanti, come – tra l’altro – un congruo sonno. Si correva infatti per oltre 35 ore – ininterrottamente – e le differenze tra gli stravolgimenti fisici (che potevano essere di due tipi: tremendi, oppure bestiali), derivavano esclusivamente dal tipo di prova in cui eravamo immersi e cioè o “Tappa di trasferimento” oppure “Prova speciale”. Spesso anche i trasferimenti erano “tirati” coi tempi e quindi erano anche loro quasi delle “prove speciali” e quindi, in pratica, si doveva andare quasi continuamente “a palla” dall’inizio alla fine della gara, sempre che ci si arrivasse, alla fine. Eppure, se paragonavamo quelle corse su strada alle epiche competizioni dei decenni anteriori, come la “Mille Miglia” (quella vera, non la parata storica da passeggio che fanno adesso) o la “Carrera Messicana”, allora quel nostro Rally diventava una garetta “per signorine”, con tutto rispetto per le signorine. Infatti proprio in quel tempo si iniziava a disporre di tanti nuovi ritrovati, come un casco abbastanza moderno, delle tute abbastanza ignifughe, una specie di roll-bar e delle cinture più o meno di sicurezza: cose che neanche se le potevano immaginare i piloti dei tempi precedenti, i tempi eroici dei grandissimi Nuvolari prima e Fangio poi.

Nei Rally del 1970 era dunque il sonno il protagonista principale dell’ultima ventina di ore di corsa. E questo valeva sia per i professionisti che per i dilettanti come noi … ed era l’unica circostanza in cui noi dilettanti (più elegantemente chiamati “gentlemen”) disponessimo delle stesse risorse e dello stesso “trattamento” che avevano i fortunati piloti ufficiali professionisti delle Case automobilistiche: cavalli e assistenza noi non ne avevamo, ma di sonno ne avevamo tutti nella stessa grande quantità.

E allora si lotta. Si lotta contro quel sonno invisibile che ti insidia, ti perseguita ma non puoi dormire, come accade anche in altri frangenti della vita: per tre mesi ti tocca infatti, quando ti è nato un bambino e tu sei o la madre, oppure un padre moderno che lo allatta e gli cambia i pannolini al turno delle tre di mattina. O ancora, quando a militare sei di piantone alla camerata, e ti devi alzare per il turno di un’ora (per esempio alle tre di notte). Oppure ancora quando, sbracato sul divano nel buio di un salotto, il padrone di casa ti propina tre ore di diapositive dopo averti fatto mangiare e bere come un condannato, è mezzanotte, domani lavori e devi far finta di essere sveglio e interessato. Lottando contro il sonno.

Così, appunto, anche durante quel Rally: “ma cosa fai dormi ?!!!” – urlava il Lai – “sveglia imbecille !!!” – e mi tirava dei pugni sulla spalla (non in testa, per non farsi male contro il mio casco) mentre guidava velocissimo in gara, così mi svegliavo con il cuore in gola, strappato da un famelico sonno, come un manto plumbeo, fuori dal tempo. Un angosciato risveglio dal nulla di un breve dormire sognando, durato soltanto una decina di secondi: pochi ed incredibilmente lunghi secondi.

La realtà, vista da Lai, era molto semplice… mi disse che a metà di una Prova Speciale avevo improvvisamente smesso di leggergli le note e l’avevo piantato in corsa senza sapere neanche da che parte girava la prossima curva (tra i boschi)!. Notò anche che la mia testa cadeva a destra e a sinistra, anzi l’impressione che usò era che “il casco” sbatteva a destra e a sinistra… e che non parlavo più.

La realtà, vista da me, era più originale e pittoresca. Il sonno era terribile e ciò che volevo di più nella vita in quel momento era dormire. Il miraggio di potermi addormentare rendeva razionali dei pensieri che di razionale non avevano proprio nulla. Così, mentre durante il mio turno di navigatore (eravamo due piloti “in società”) leggevo “le note” e le gridavo al Lai – non c’erano interfoni allora – (destra media! allungo 50! tornante sinistro! destra piena! sinistra media più! sinistra veloce che chiude… e così via…), mi misi a guardare perversamente gli spazi inattivi della lettura, cioè i rettilinei. Ben presto cedetti alla tentazione: dopo aver letto un bel “allungo 200”, decisi che c’era tempo (200 metri di rettilineo) per dormire un po’, molto poco in realtà, però un po’, si, mi dissi …

Ben convintomi di ciò e liberatomi di conseguenza della mia coscienza, mi addormentai di colpo.

Malgrado tutto ci toccarono anche delle belle soddisfazioni: la gara in coppia lascia nella vita un ricordo indelebile, come per i rocciatori in cordata o gli esploratori. Se poi si vince, si rimane affratellati per sempre. Con la macchina del Lai vinsi una volta: senza il Lai. A una ventina di ore dalla partenza notturna – eravamo a San Martino di Castrozza – al Lai venne la febbre. Si arrabbiò e volle reagire: antibiotici! Volle una cura ad urto a base di antibiotici, mi chiese di organizzargliela e poi si mise a letto. Spartivamo un letto matrimoniale all’albergo, come spesso ci capitava andando per gare, ma non eravamo “diversi”, “gay” o cose simili, semplicemente avevamo un sano e fraterno cameratismo (non mi riferisco alla destra) e inoltre così si risparmiavano soldi. A quei tempi la vita era più semplice e in Farmacia non facevano tante storie per venderti le medicine. Ricordo che presentati come cure dimagranti, si potevano di fatto comprare farmaci psicotropi tipo “ecstasy” (la famosa “simpamina”) per star svegli a studiare di notte (non io, che ne avevo abbastanza di studiare di giorno); chi voleva poi, poteva comprarsi perfino un barbiturico e suicidarsi (come un’attrice di Hollywood o per tentare di farlo come un’attrice di Cinecittà). In quegli anni semplificati c’era meno burocrazia e avevano perfino inventato il “Ministero della riforma burocratica”, che non riformò niente e creò nuova burocrazia.

Così, munito di tutto il necessario mi presentai a lui, il Lai e gli chiesi di porgermi le chiappe. La sua unica preoccupazione fu quella di sapere se io le iniezioni le sapessi fare bene oppure no. “Certo che le so fare” – gli dissi mentendo (mai quanto lui) – “sennò pensi che sarei qui a fartele?”. Fu così che seguendo finalmente la mia vocazione tradita di diventare un medico, mi buttai sul Lai con fare professionale sincero mettendo in atto le mie conoscenze apprese da manuali vari da parrucchiere e gli trapassai le carni aspirando, iniettando, massaggiando, disinfettando e così via. “Bravo” – mi disse – “come le fai bene le iniezioni, non come l’infermiera di mia mamma”.

Eppure ancora oggi me ne vuole e si lamenta, quale martire e vittima di un energumeno cioè io, che aveva imparato a fare le sue iniezioni utilizzando lui come cavia, a tradimento. Ingrato.

Nelle ore che seguirono naturalmente nulla cambiò, la mia prognosi fu confermata ed egli dovette rimanere a letto. Pensai così che la gara finisse lì. Ma il Lai è un vero sportivo e l’idea di rinunciare alla partenza gli faceva rabbia ed in uno slancio gagliardo – novello Enzo Ferrari – mi disse: “Si parte lo stesso! Andiamo a vincere. Faccio un equipaggio velocissimo: chiama il Verducchi, che è “un fermo” e dovrebbe partire con la sua Cooper col Georges (Georges Beau, famoso modista di origine estera) ma se troviamo uno da rimpiazzargli, ci facciamo dare il Georges e mettiamo su un equipaggione.”

Così riuscì a infinocchiare il ricco Verducchi trovandogli un brocco e facendoglielo passare per una grande promessa di pilota. Noi ci riunimmo in albergo: eravamo io, il Lai e Georges. Si dà il caso però che nell’equipaggio del Lai, fosse stato soltanto lui ad avere provato il percorso e parimenti, in quello di Verducchi, l’aveva provato solo Verducchi: a volte capita che in un equipaggio provi soltanto uno, ma mai… nessuno! Partimmo. Io e Georges senza aver visto niente e confidando esclusivamente nelle “note”, cioè le descrizioni dettagliate del percorso (peraltro molto ben fatte: le avevamo “rubate” con stratagemmi di basso rango, copiandole da una squadra ufficiale. Però c’è un problema: se c’è un errore può costare molto caro). Di fatto non sapevamo neppure, partendo dal palco della Piazza centrale tra la folla del “via”, se girare a destra o a sinistra e dovemmo rapidamente andarcelo a leggere.

Non mi metterò a questo punto a fare, come faceva il Lai, una “relazione-gara”, che potrebbe risultare anche mortalmente noiosa. Si, perché l’anno dopo, quando ero militare in Aeronautica, affettuosamente mi scriveva raccontandomi delle sue gare (iniziava sempre così: “Allora, pronti, via…”) e giù con un lungo racconto fatto di destre, sinistre e poi ancora destre e così via. Eppure amavo leggere quelle lettere surreali che serbavo per la notte e me le aprivo adagio e di nascosto per farmi compagnia, vicino al chiarore di una finestra bagnata, mentre di guardia mi sentivo annegare in quel lungo livido inverno di Viterbo.

La gara è una vita, una vita insieme. Io e Georges. Io e il Lai. Un film lunghissimo dove vivi un’avventura avvincente che non dimenticherai. Ricordo la sete che ci perseguitava durante alcune ore di borracce mal gestite. Ritrovarsi senza il tempo di chiedere acqua nelle troppo brevi fermate e poi, in attesa di ripartire da un controllo volante, vedere come un miraggio una fontanella montana ed un bicchiere di peltro appoggiato: ci sei addosso mentre il copilota ti richiama, tentare di riempirlo e vedere che è attaccato a una catenella antifurto: ripartire a secco. Poi nausea e vomito, non mio questa volta, ma di Georges, pilota sì, ma navigatore anche lui inesperto tanto da dimenticarsi la pillola indispensabile per leggere mentre si è sbattuti da tutte le parti durante il Rally. La sua conseguente iniziale intenzione di ritirarsi, poi un massaggiatore che appare per incanto durante un rifornimento, lo butta su un tavolaccio e lo maciulla con strizzamenti colpi e pressioni, poi gli da un bicchiere di “veleno”, lo rimette in sesto e via. Via, via, via! Per un’eternità. Impressioni e ricordi, ricordi di impressioni. Mi riappare il Lai che mi guarda male mentre tiro e ritiro la cordella del Twin Master. Il Twin Master era un apparecchio di precisione, fondamentale per misurare la distanza tra una tirata e l’altra cioè tra due punti durante un trasferimento. Quando il navigatore tira il Twin, è perché è arrivato ad un riferimento e azzera per il prossimo riferimento. Ma se lo tira più volte ed ha un’espressione di ostentata noncuranza allora è facile che abbia un problema. Ecco il Lai che mi dà brutte occhiate e fila rapido verso l’ignoto (eravamo in Jugoslavia, senza – “Ex”) e ripete toni pregni di feroci sottintesi, mentre la pronuncia della parola scade: “… e allllora!? (con 4 “elle”)…invece di e allora?!” – “e alooora!!??” (le “elle” vengono sostituite da una “o” che si allunga in un urlo alla milanese). Improvvisamente vediamo con la coda dell’occhio un’auto da Rally con tanto di numero, incrociarci in direzione contraria: non vi dico il Lai!

Mi appare ancora Georges che mi dice che siamo in testa alla gara nella nostra categoria! L’ebbrezza ci pervade, la speranza, la determinazione di dare il meglio per l’altra metà della gara, passare la notte senza che il sonno diminuisca l’accuratezza del lavoro che stiamo tessendo, confidare che tutto tenga, non osare sperare più di tanto, concentrarci, sempre, spronarci, confortarci a vicenda. Poi, la vittoria.

Avevamo ventiquattro anni.

BELLEZZE

C’è gesto atletico che infiora
una nostra maestria
e va.
Come ogni cosa bella.

BRUTTO CONCETTO

Per la miseria, che brutto concetto! Stento a trovarne di peggiori. La parola “salma” è’ un’idea che mi mette a terra sia epidermicamente che moralmente e non mi si venga a dire che metterebbe a terra chiunque: conosco infatti una dottoressa – anzi Professoressa – che eseguiva autopsie e non faceva una piega di fronte alle salme delle peggiori specie, anzi raccontava divertita a tutti gli amici gli episodi – raccapriccianti – che le capitavano. Di solito ce li raccontava quando la invitavamo a casa nostra, durante la cena.

L’altro giorno, frugando tra vecchie carte di famiglia mi è capitato in mano uno “Stato Cimiteriale” della tomba di famiglia del ramo di mia madre. Con riluttanza ho iniziato a darvi un’occhiata. Sulle prime con superficialità e sospetto, con una forte propensione per chiudere il fascicolo e passare a letture più amene. Poi, man mano che i nomi mi passavano dinnanzi agli occhi e le date scandite da numeri romani ed altre misteriose sigle iniziavano a prendere forme e significati, fui preso dall’irrefrenabile stimolo di andare avanti, come quando con in mano il telecomando del televisore, assuefatti e indifesi, non sappiamo più tirarci indietro e schiacciamo con oscena incontinenza il bottone che ci dispensa la droga del successivo canale. A questo proposito, a volte riesco – con la soddisfazione di chi con grande sforzo riesce a svegliarsi da un incubo – a trovare il bottone del mio canale preferito: quello del televisore spento.

“Salme” sotto la colonna principale, ma in alternativa vi si leggeva “resti” lasciando alla fantasia l’immaginarsi quali potessero essere le differenze per l’applicazione dei termini. Poi i nomi. All’inizio nomi vuoti come delle serie numerose di Giovanni, Paolo e Maria che si ripresentavano a distanza di decenni, in maniera ingiustamente anonima. Le differenze le facevano le date. Proseguendo notavo quindi interessanti differenze tra le età e immaginavo – a ragion veduta – le storie delle vite tra stretti o meno stretti parenti, dove d’improvviso vi appariva ad esempio un coniuge che, come diciamo a Milano, ”aveva attaccato su il cappello” (*) od altre storie note od intuibili ma che ormai a nessuno potevano più importare, pur avendo comportato emozione, dispetto, odio ed amore per tante persone vere e vive per tanto tempo: per tutto il loro tempo. Sono contrario alla morte.

(*) Dal detto milanese “tacà sù el capèl”, cioè quando un uomo sposa una moglie più ricca e poi viene assunto nell’azienda di famiglia di lei.

CONSTATAZIONI AMARE

Una constatazione amara sui nostri tempi: il programma di correzione di parole che ho nel computer (tipo normalissimo), oltre ad indicare gli errori di battitura, mi sta indicando come inesistente, il nome Maria.

Di fronte a tale, pensavo – ma sbagliavo – svista, controllo alcuni altri nomi e scopro che:

Maometto c’è. Gesù non c’è.
Giuda c’è. Maria non c’è.
Islam c’è. Mosè non c’è.
(Anche Allah, c’è)
Riassumendo: Maometto c’è; Gesù non c’è.
 

E su un muro di Milano ieri c’era verniciata quest’altra bellezza: “Né dio né patria né famiglia”

BERTO

Gli italiani sanno cosa significa avere un conto in banca a Chiasso. Il famigerato conto in Svizzera. Mio cugino Berto (che non vive affatto a Chiasso), ha un conto in Banca a Chiasso, anzi per l’esattezza a pochi metri da Chiasso: a Ponte Chiasso, in Italia!

Deve essere un caso unico.

Berto è unico sì. D’accordo che ha vissuto moltissimo in America, anzi in Sudamerica, comunque non si fa problemi: tempo fa, commentando un libro di memorie scritto da Louis Armstrong mi disse: “ha una maniera molto strana di espressarsi.”

Ricordo poi che nel 1991 era venuto dal Venezuela apposta per trovarmi (e non era la prima volta), fino a Sacramento, in California ed era rapidamente diventato l’amicone di tutta la Jazz Band, quasi una “mascotte” che ci scortava durante tutti i giorni del Festival a cui stavamo partecipando.

L’ultima sera festeggiammo con una gran cena in un simpatico Saloon da film Western. A un certo momento della serata, la conversazione si concentrò tra la moglie di Lupini, lo stesso Lupini e Berto. La famiglia Lupini è famiglia per bene e tradizionale (vedere episodio di russamento a Dresda) e la signora gestisce la propria vita cercando di essere sempre ben osservante di certe regole della morale cattolica. Berto è uomo cortese, cordiale, ottimista, ateo e un po’ giulivo. Buono come un pezzo di pane. Ma questo non era il punto. La signora attendeva un bambino. Berto cominciò, senza volere (o volendo? Mistero di Berto), ad impegolarsi in una conversazione intricata che veniva sempre più seguita in silenzio da tutti noi.

“Che bello! Avere un bambino!” – Berto (schioppettante ed allegro) a Maria –
“Siamo molto contenti” – Maria –
“A quando il lieto evento?” – Berto –
“Tra cinque mesi vero caro?” – Maria, rivolgendosi al marito –
“Diciannove settimane per l’esattezza” – Lupini (che era anche medico) –
“Siete preoccupati?” – Berto ai due coniugi –
“No, perché?” – Lupini a Berto –
“Ma così, sai com’è, non si sa mai.” – Berto – (indirizzandosi a tutta la tavolata, che cominciava ormai a seguire con interesse quei dialoghi) –
“Ma scusa, cosa deve accadere: abbiamo fatto e continuiamo a seguire un programma completo di analisi e sta andando tutto bene” – Maria –
“No ma cosa hai capito! Io pensavo solo al dolore del parto, sai com’è.” – Berto a Maria –
“Ma sai, sto facendo il corso per parto indolore e quindi sarà sopportabilissimo” – Maria –
“Parto indolore? “ – Berto –
“Si. E con possibilità di anestesia se necessario.” – Maria –
“Meglio di no. E’ meglio lasciare fare alla natura.” – Berto –
“Bella forza, ma chi soffre è lei, mica tu!” – Lupini a Berto – La tavolata seguiva i dialoghi come la palla di una partita di Tennis.
“No certo! Infatti è la natura che ha fissato queste cose” – Berto a Lupini e poi anche a Maria –
“E allora secondo te dovrebbe sentir male apposta?” – Lupini a Berto –
“Assolutamente si. Sta scritto anche nella Bibbia: donna tu partorirai nel dolore!” – Berto – parlando verso tutti gli astanti, con fare ispirato, si alza in piedi guardando al di sopra della tavolata, verso il cielo.

Maria Lupini inizia a piangere. Il marito le si fa vicino e la consola. Berto, sinceramente dispiaciuto si siede. La tavolata lo guarda incredula.
Qualche sommesso commento scivola tra le sedie, (“ma che cacchio dici!”; ”ma sei scemo?”; “guarda cosa hai fatto!” eccetera).
Ma la famiglia Lupini non reagisce: è stata colta in fallo e contrita si chiude in se stessa.
Poi Charles il pianista, con fare di circostanza, tenta di ricomporre la serata e dice ufficialmente: “Berto, noi non ti facevamo così osservante, direi quasi bigotto.” E Berto, con fare declamatorio (suo fare normale): “Ma io non sono né osservante né bigotto, anzi!”
“Ma allora, perché mai hai detto tutte quelle cose?” – Charles chiese a Berto –
E Berto, candidamente:“Ma così, per il puro piacere della buona conversazione! Ho fatto male?”

Da bambino si buttava tra i frangenti sulla spiaggia di corsa. Sempre correndo verso l’onda con l’impeto del conquistatore e tuffandosi sulla sabbia fuori tempo, quando l’onda se n’ era andata. Pur forte della pancia, che non gli è mai mancata.

E in altro tipo di frangenti, mezzo secolo dopo, esclamò gagliardo il motto come un condottiero: “Molla gli ormeggi, zia!!” (tra sé e sé e al fin di buon auspicio, esaltatosi al pensiero che la zia, a sessantacinque anni, potesse accedere ancora a nuove avventure).

LA CORVÈ

Quando a militare uno vuole fare il furbo, è risaputo, può venir buggerato. Il concetto di fare il furbo va oltre l’accezione solita. Il legittimo desiderio di scegliersi alternative meno negative, viene per esempio già considerato come “fare il furbo” (nel Lazio “fare il paraculo”). E’ per questa ragione che qualora foste militari novelli e vi chiedessero “chi tra di voi sa fare qualcosa (guidare la macchina, dattilografare, fare gli spaghetti o quant’altro…) potete stare certi che nove volte su dieci vi vogliono fregare. Nelle caserme e nei quartier generali i soldati devono curare tutto, perché non arrivano le cameriere come all’albergo. A certi compiti badano le squadre che fanno il turno di giornata (cioè di ventiquattro ore, mica orari sindacali), le cosiddette squadre di corvèe. Quando ero al CAR, il famigerato “Centro Addestramento Reclute” (era uno speciale, per le forze di vigilanza, ma sempre CAR era…), io vivevo alla giornata, come se non avessi un domani. Oggi questa sindrome la chiamano “depressione” ed è motivo per giustificare qualsiasi delitto. Io l’avevo, non interessava a nessuno e di delitti non ne potevo commettere, salvo voler passare il resto della vita al carcere militare di Gaeta. Anche un mio commilitone aveva la depressione, peggio di me e lo portarono via di nascosto alle tre di notte con l’ambulanza. Pare che fossero ventiquattro giorni che non cacava.

Quando eravamo arrivati da pochi giorni ci adunarono per la prima corvè. Si mormorava che ce ne fossero di vari tipi, ma di scegliere quella degli spazzini, perché tiravi su un po’ di foglie secche col carretto ed era molto meglio che non finire in cucina a sbucciare patate per tutto il giorno. La voce non si sapeva bene chi l’avesse messa in giro. Se non fossimo stati dei novellini avremmo dovuto sapere che non poteva essere stata messa in giro da nessuno, tranne che da chi poteva volerci fregare: un “nonno”, un graduato o un sergente.

“Io!” – dissi subito con prontezza riuscendo ad essere il primo. “Io vorrei fare lo spazzino” – insistetti precisando. “Bene!” – disse il Caporal Maggiore (da chiamarsi Maggiore, come un Ufficiale Superiore, sennò la prende male) “tu farai lo spazzino sul camion con quell’altro”. Ma quale camion?! – pensai – Io lo volevo fare col carrettino, nel parco! L’unica era sperare che fosse un servizio accettabile: tutto sommato se dovevamo stare su un camion, non doveva essere poi tanto male.

Così feci per entrare nel camion dove c’era un soldato autista che aspettava sornione, ma il caporale mi afferrò per la spalla e specificò con fare sinistro: ““sul” camion, non “nel” camion”. Raggiunsi così l’altro sventurato che si era già arrampicato sul cassone del grosso automezzo militare e stava accovacciato, senza espressione sul viso. Al suo fianco, due vanghe. “Mi chiamo Lando, e tu?” – mi disse – “non te la prendere…” Ci presentammo tra gli scossoni del camion che era partito e mentre chiedevo cosa sapesse su ciò che ci attendeva, subito il camion frenò bruscamente e lui mi disse: “Giù svelto che dobbiamo svuotare il bidone della spazzatura e caricarlo qui”. Così lo seguii con la pala che però mi disse che non serviva. Rimontai sul cassone del camion e tirai su il bidone che egli spingeva dal basso e che pesava tremendamente. C’erano tre bidoni da svuotare, in quel viale del villaggio militare. Li buttammo su e via: eravamo giovani e robusti, saltammo su anche noi, ci sistemammo dalla parte opposta da dove avevamo buttato la spazzatura, ma Lando si era subito messo all’opera con la pala. Si fermò un istante per guardare me mentre muovevo il badile, quasi per confermare a se stesso il sospetto che con pochi sguardi e due parole, il suo istinto gli aveva suggerito nei miei confronti. “Lasciami fare da solo.” mi disse mentre già si era nuovamente messo al lavoro con un’efficacia e una lena impressionante. A tutta risposta non seppi dirgli altro che: “Ma è che non son tanto capace…” “Ho visto” – mi rispose – ed io – “Mi dispiace, ma lascia che ti aiuti” – “Senti” – concluse – “se tu mi aiuti, non ce la facciamo: fra un momento dobbiamo caricare altra roba. Io faccio il contadino. Sono abituato”. Raramente mi sentii così male, così signorino inutile, così bell’e che sistemato con poche parole. Così debole di fronte alla forza nobile dell’agricoltore. Così colpevole per tutta la mia cittadinità.

Avrei voluto dirgli tutto questo, avrei voluto regalargli un segno della mia riconoscenza, della mia stima, di una riconoscenza che dovremmo avere tutti noi che mangiamo le cose che loro ci preparano ogni giorno, anche a Natale. Ma non feci nulla.

Intanto i carichi si ripetevano. Il lavoro di tirare e spingere, scendere e salire diveniva pesante. Sudati parlavamo a monosillabi domandandoci quanti carichi avremmo dovuto prendere ancora. Il camion aveva due terzi di cassone riempito di insalata marcia, budella, cartacce, penne di gallina e schifezze varie e noi abbarbicati nell’angolo libero iniziavamo a preoccuparci seriamente di come fare se fosse stato riempito, tanto che tirammo un grido all’autista: “Autista, guarda che qui è pieno, non ci sta più niente!”, il quale gridò indietro che ce n’era più del doppio da mettere ancora dentro e di non rompere le palle.

Non avevamo neppure dei guanti, solo la tuta da lavoro. La situazione ben presto precipitò. Ricordo quando dovemmo iniziare a mettere i piedi dentro nella spazzatura. Mi fece abbastanza schifo, mentre il viso di Lando non cambiò espressione. Più avanti, tra gli scossoni del camion (che aumentavano perché l’autista era “un nonno” e tutto ciò che ci stava accadendo non era soltanto casuale), dovemmo sederci nella spazzatura. Poi, dopo la raccolta fuori dalle cucine, dove ci riempimmo fin dentro le scarpe di spaghetti al pomodoro, passammo a raccogliere da un angolo di viale chili di capelli che si mischiarono agli spaghetti: la bottega del parrucchiere, il giorno dopo la rasatura delle reclute!

Quando la corvè terminò, tardissimo, anche la mensa aveva chiuso. Sconsolati andammo a lavarci sul piazzale con una canna dell’acqua, ma di acqua non ce n’era: era ghiacciata.

Credo che ci sia poco da ridere su certi racconti comici tipo Fantozzi: tutto era vero. Dolorosamente vero.

Non vorrei parlar bene del Servizio Militare. Ma non posso evitare di farlo. Tutto il problema è di definire bene i limiti. Come nella maggioranza delle cose della vita è questione di dosi e di tempi. Una nota può essere giusta, se è eseguita al momento giusto ma la stessa è sbagliata, se suona soltanto una frazione di secondo dopo: sembra lapalissiano, ma questo concetto è spesso perso di vista dalla gente. Il concetto del tempo, sempre restando sul tema della musica, è di fondamentale importanza. Il tempo, al di fuori della musica, continua ad essere spesso di fondamentale importanza. Troppe persone non rispettano sufficientemente il tempo, lo trascurano, non lo salvano, lo tradiscono e così, tornando alla musica, diverrebbero dei negati, degli incoscienti, degli scalzacani. Mi limiterò a dire quel poco del buono sul servizio militare.

La cosa più importante è mettere a fuoco l’enorme differenza tra i due concetti fondamentali di “militare”: quello del tempo di pace e quello del tempo di guerra.

Mi pare superfluo addentrarsi in approfondimenti su tale differenza. Tenendo quindi in conto che tutta la res militare è fondamentalmente una preparazione per la difesa (cioè per una potenziale guerra, ma suona meno cruento e più politicamente corretto dire difesa) e che la preparazione deve essere effettuata in tempo di pace (perché dopo non c’è tempo), non posso che concludere che perfino le angherie subite durante il servizio militare (in tempo di pace), hanno scopo formativo sul carattere. Infatti, quando si trovasse in guerra, il soldato avrebbe ben maggiori possibilità di sopravvivenza dopo essere stato opportunamente “svegliato” e “vaccinato” durante i corsi. Nella logica della difesa, della guerra (che nessuno vuole ma tutti fanno), quanto sopra è assolutamente ovvio.

Così, di vessazione in angheria e di gastrite in colica, scorreva il mio servizio militare.

Le cose che impressionavano di più nei primi giorni erano: 1) rendersi conto che quando ti punivano, il periodo della punizione si aggiungeva al periodo da fare come militare; 2) che ti potevi dimenticare di tutte le leggi che credevi di conoscere, perché intanto lì non valevano: lì vigeva esclusivamente il Codice Militare. E cioè per qualsiasi cosa finivi al carcere di Gaeta e ci rimanevi per anni (una sberla a un superiore – grande tentazione quotidiana – poteva costare 5 anni di galera) e ti andava di lusso che il Codice che ti riguardava in quel momento era solo il Codice Militare “di pace”. Perché con quello “di guerra” – sempre pronto ad essere attivato – tutto finiva subito in fucilazione (oggi non è più così, quindi tutti si rifiuterebbero di combattere preferendo disertare rimanendo a riposare tranquilli in prigione).

Da quanto sopra, bastava anche poco ragionamento per rendersi conto che la cosa era tremendamente seria, almeno sulla carta. E a proposito di carta, essa spesso mancava nelle latrine e ricordo una scritta disperata appunto lì, fatta a ditate sul muro dentro al cesso che diceva “morire!” (scritta da un “nonno” per spaventare le “burbe”, cioè le reclute novelle). Ditata scritta in maniera ecologica ante litteram (l’ecologia non era ancora conosciuta), con un inchiostro molto naturale.

Con rispetto parlando, mentre i nostri avi avevano difeso la linea del Piave, noi difendevamo la linea dei gabinetti. Quando uno era messo di corvè ai servizi igienici, doveva lavarli e pulirli, pronto per l’ispezione del superiore per tutta la durata della mattina. Se arrivava qualcuno desideroso di andare a fare un bisogno, egli si trovava la porta di entrata sbarrata con due scope a croce (anti-vampiri?) guardate a vista dal feroce soldato di guardia che gli sibilava: “Tu non crederai mica di andar dentro a cagare vero!?” (ti avrebbe sparato se fosse stato in un servizio di guardia armata). Non potevi entrare, non so se erano le consegne o solo la consuetudine, ma era meglio non provare a verificare. Solo raramente riuscivi a negoziare una pisciatina, sotto scorta. Dato il vitto ed il freddo, spesso eravamo preda di dissenterie. Come finisse la questione o meglio detto dove, non l’ho ben chiaro.

Eravamo cattivelli in quel corpo speciale che non menzionerò perché così giurai trentadue anni fa. Giurai di non dire e di non dare alcuna informazione classificata (cioè tutto), pena gravissime pene. Eravamo appunto abbastanza tosti perché quello era il nostro lavoro specifico. Quindi anche nel difendere i WC, mostravamo il nostro DNA.

Quando il Tenente Magliani, con sadica voluttà mi disse di no, godetti per avergli fornito una finta opportunità: lui mi fregava ma io l’avevo fregato. Il Tenente Magliani era un essere odioso, ma dotato di un sinistro fascino. Per quel tempo e per quella regione si può affermare che era un “frocio”. La licenza espressiva me la prendo perché: 1) eravamo a Roma 2) erano i primi anni settanta 3) egli stesso si sarebbe definito così. Fin qui niente da dire, ma il guaio è che egli si comportava da essere piuttosto schifoso, di quegli esseri che in guerra e con l’occasione giusta finiscono, se va bene, a rendere conto ai tribunali per crimini contro l’umanità. Se invece va male a loro, cadono sul fronte, ma uccisi da un colpo che non viene dal nemico. Era un bell’uomo dai capelli neri, trent’anni, elegante sia nella sua bella e sartoriale uniforme, sia quando fuori orario era apparso in camerata con un maglione rosa per salutarci bonariamente. Aveva una voce un po’ rauca e vellutata, sensuale. Una volta fu coinvolto nella preparazione di una grande parata militare e comandava il battaglione, compito molto difficile. Noi eravamo piuttosto bravi nella marcia da parata, che era la nostra seconda specializzazione. Ciò nonostante c’erano degli scollamenti ed il tenente, che era un perfezionista e ci teneva moltissimo, sguainata la spada da parata e brandendola alta ci urlò: “Io vi stacco la testa!!” – e sinistramente aggiunse – “così mi aiutate a decidere cosa fare della mia vita!”. Era innamorato di West Point, la famosa e durissima accademia militare americana. Se egli c’è ancora, oggi è sicuramente un generale. Nel comando della marcia non era granché ed è anche per questo che era costretto a minacciarci: in realtà era lui che comandava maluccio. Il comando di marcia è una scienza esatta, quasi un’arte. Qualcosa che ha attinenza con la disciplina, il carisma ed il senso musicale del ritmo. Ricordo certi istruttori, graduati di truppa firmaioli (di carriera), che erano dei veri portenti! “Plotone a posto.” – tuonavano secchi – “Plotone….. aaaaahh / TENTDIII !” ed esplodevano i nostri tacchi come un colpo di fucile. Poi storpiavano con belligeranza le parole e gli accenti in modo cabalistico, come in un urlo di guerra: “A’ vanti, March!….… Nouu/… Nouu… Diii… Nouu…/ No.. Hii.. Nou.. (sarebbe a dire: “uno, due, uno”). “Plò-to-ne AAALT!” ….”DestrRIGA!” – “Iiisssi!” (fissi) / “AHHRIII’! – “SOOO’ !!” (significava semplicemente “riposo”) Ognuno di loro, quelli bravi, sviluppava uno stile personale, inconfondibile, unico. Pagliari (sottotenente di complemento), brava persona, nel suo comando era asciutto e professionale, come un commercialista (“a casa” doveva essere un Bocconiano) esclamava: “Nopp duì nopp” un po’ infantilmente, forse memore ancora di esercizi scolastici elementari. In compenso andava a tempo, anticipando opportunamente il comando e cadendo giusto sul tacco sinistro, però aveva poca fantasia e quindi non ci entusiasmava come Focacci il ciociaro, il quale latrava “..uAAHHI’ !!” e dovevamo scattare capendo che aveva detto “attenti”.

Il Tenente Magliani invece, con fare da culo, propinava soltanto dei molli “ono” – “ono due, ono”.

“Mia moglie aspetta un bambino” gli avevo detto. Di fianco alla scrivania si teneva il Tenente Pagliani, suo vice. Ero andato a rapporto per avere tre giorni di licenza. Ero l’unico sposato ed avevo diritto a una licenza per importanti motivi famigliari. Pagliari abbozzò un sorriso di cortesia e lasciò la parola a Magliani. “Aspetta un bambino? Ah. E tu cosa chiedi?” – “Una breve licenza signor tenente.” – mi guardò e guardò Pagliari senza aspettare alcun cenno. “No. Di licenze non ne do.” – “Gli dissi di cuore “Comandi signor tenente e grazie.” Me ne andai con un groppo in gola e una dose abbondante di odio di dentro. Anche un ghigno, di dentro. Mia moglie non aspettava alcun bambino.

In realtà forse, da un CAR non si poteva uscire per uno stato interessante. Sarebbe occorso credo il famoso “gravi motivi famigliari”, sempre da evitare come auspicio, perché funerale di parente stretto. Che invece quasi mi capitò qualche mese dopo.

Dico quasi perché fu sì un funerale, ma non di un parente abbastanza stretto secondo il regolamento militare, da reggere licenza. Era morto mio zio il grande pittore e avevo commentato il triste fatto col Maresciallo del mio reparto, grande amante della pittura. Insperatamente egli insistette perché io andassi al funerale, che essendo in Francia, mi significava tre giorni di licenza. Quando telefonai a mio cugino Rigolo, egli mi suggerì di non andare: “Ma cosa vuoi venire al funerale! Vatti a fare un bel Week End con tua moglie e divertiti, che questo è quello che ti avrebbe detto di fare anche il Babbo” (lo chiamava così, alla toscana). Così feci. Ma anche oggi me ne rimane un piccolo e tenero senso di colpa.

IN DIRETTA E SIMILI

Quando, la sera seguente, arrivai col taxi alla sede della televisione a Roma, ero certo che il tassista mi guardava.

Con ostentata noncuranza pagai la corsa ed entrai costeggiando la famosa statua in bronzo del cavallo. Assaporavo, a sproposito, l’ebbrezza del personaggio pubblico, del divo. Già, perché la sera prima ero già andato in onda con la jazz band, con tanto di mia intervista e battute di spirito, in una trasmissione che andava per la maggiore, con un famoso presentatore amante della nostra musica. Ora si faceva la seconda serata. Domani avremmo fatto la terza, concludendo il breve ciclo della nostra orchestra. Erano gli ultimi anni ottanta.

Stavo dentro ai palazzi dove si fabbricavano i programmi. La prima cosa che mi aveva colpito, il primo giorno, prima di entrare in palcoscenico ma già dentro ai palazzi, fu che i palazzi non c’erano. C’erano dei corridoiacci tipo scuola o meglio, tipo ministeri (che sono poi uguali agli uffici comunali, agli uffici postali e a tutti i locali dove albergano le cose fatte dalla pubblica amministrazione del nostro paese), in cui andavano e venivano, ma perlopiù stavano, funzionari e comparse, a prendere il caffè al distributore automatico. C’era un’aria di stanchezza, di romanità, di tirare a campare che contrastava molto con la mia aspettativa di azione artistica, di brillante presenza. C’era la sensazione che stavano a lavorare, anzi “stanno a llavorà”. Un lavoro che pesa, forzato, un compito ingrato da portare a termine, una croce e l’indugiare continuo sull’orologio per vedere, più che “quando andiamo in onda?“, “quando annamo a magnà”. La seconda sensazione fu la stessa che avevo provato anni prima alla televisione in Cile: cartone, cartapesta e soffitti mancanti, tutto finto, anche i sorrisi. Corridoi, cavi, polvere e disordine dappertutto tranne che dove devono vedere i telespettatori: l’apoteosi della falsità, la rappresentazione del mondo. Poi, dopo tempi lunghi, indugi e camerini rumorosi, d’improvviso ti trovi sulla scena, non ancora in onda. Una voce che viene da un amplificatore ti parla e non vedi chi è. Come in un giudizio universale dice delle frasi che non sono necessariamente dirette a te ma che tu devi attentamente decifrare proprio per obbedire, nel caso siano dirette a te. “Più indietro quello di là”. Sarò io “quello di là”? E così via.

Quando questo tipo di cose ci erano capitate con la Band a Santiago, accadde un episodio che non ho più dimenticato. Il presentatore televisivo, il carismatico ed onnipresente in America Latina, Don Francisco, ci aveva avvisati preventivamente dicendoci più o meno: “Attenti ragazzi, questa è quasi una trasmissione in diretta (andava in onda dopo mezz’ora): non la fermo per nessun motivo. L’impressione deve essere della diretta. Fate qualsiasi cosa ma non fermatevi. Chiaro?” Chiaro. Quindi anche tra noi ci confermammo di non fermarci, neanche in caso di errore. Terminammo così decorosamente il primo tema, un po’ nervosi, ci fu l’applauso poi Don Francisco commentò ed introdusse un altro pezzo, con tanto di titolo e ci diede il via. Il trombettista, sosia di Jack Lemmon, emozionato e rigido come un baccalà, fece forse l’unica cosa che avrebbe potuto far fermare la trasmissione (oltre a un terremoto o simili): si mise – imperterrito in una inerzia stravolta – a ricominciare a suonare lo stesso pezzo che aveva appena finito. Ci dovemmo fermare.

Don Francisco non ci invitò più.

Così, memore di nervosismi e problemi stavo ora, abbastanza teso come tutti noi, in quella situazione televisiva italiana. Vi sono momenti che abbiamo sognato di vivere e per i quali abbiamo lottato perché ci capitassero, ma che quando arrivano, ti domandi: “ma chi me l’ha fatto fare?”. Come quando – non essendo tuffatori – si sale per darsi delle arie su un trampolino da dieci metri (anche a cinque si inizia a capire) e non ci si può più tirare indietro. Eppure sono poi i momenti che più contano, quelli importanti.

C’era stato Miles Davis in quella trasmissione, qualche mese prima e ciò contribuiva ad accrescere la nostra emozione, anche se non eravamo fanatici di quel genere. Ricordo invece un giovane trombettista che faceva Jazz contemporaneo, Fusion credo si chiamasse, uno di quelli che escono pari pari fabbricati da una scuola di Jazz, con lo stampino. Bravo, preciso e virtuoso, come tutti loro, che – tranne eccezioni (quelli che non avrebbero comunque avuto bisogno della scuola) – suonano tutti uguali. Ci aveva ascoltato ed era rimasto stregato dal nostro genere, il Tradizionale, che allora era l’unico genere che amavo. A scuola non gli avevano neppure accennato a questo stile fondamentale, che per una forma di incomprensibile ostracismo e snobbismo è volutamente ignorato dai modernisti a tutti i costi, con eccezione di Wynton Marsalis (che è infatti boicottato dalla maggioranza dei critici). Ci chiedeva: “ma come si chiama quello che fate?”… “dove si trovano questi tipi di dischi? E gli spartiti?” ed ogni altro quesito per noi commovente. Avrei dovuto rispondergli con il testo di un Blues, uno del grande Big Bill Broonzy, cantandogli (magari!): “… no, you can’t learn the Blues at school…” (no, tu non puoi imparare il Blues a scuola…). In realtà la frase completa, molto bella, è questa:

“Mio padre l’aveva... Mia madre l’aveva... E adesso anch’io, so d’averlo… mi sento così felice perché l’ho in me il Blues! Perché io sono nato con lui e non c’è scuola dove tu possa andare per impararlo...”

I tre giorni passarono e mi resi conto che i tassisti in realtà non mi riconoscevano affatto e che la gente per strada nemmeno. Non eravamo diventati dei divi.

Ma ci fu qualche strascico, questo si. Ci invitarono a un paio di altri eventi televisivi, finché giunse l’invito a presentarci da Pinco Pallino, altro famoso presentatore. Quando al suo cospetto, egli si rese conto che non eravamo stati “mandati” da nessuno (o meglio da nessun partito politico), ne fu sorpresissimo e praticamente ci disse che doveva esserci stato un errore. Per andare alla sua trasmissione comunque dovevamo iscriverci ad un partito (qualsiasi purché di governo o d’appoggio) e poi, successivamente, rifarci vivi.

Stoicamente decidemmo di non sottostare al dictat, aggiungendo che se ci volevano dovevano prenderci per quello che eravamo e non per il partito. Lo comunicammo fieri.

Non ci risposero neppure.

A SOPRAFFARE GLI ALTRI

Si passa la vita a cercare di sopraffare gli altri? Ho messo un punto di domanda per non cadere in un facile pessimismo. Perché qualche uscita da questo concetto forse c’è. Ma come eccezione, che conferma la regola.

“Ragiunèmm”, come diceva un mio avo, in dialetto lombardo: ragioniamo. Sopraffare suona male, ma è parente stretto di primeggiare. Primeggiare già non fa più impressione. Ma il concetto è simile, se non voglio esserti “sopra”, voglio esserti “prima”. Così, per istinto bestiale (si può omettere bestiale, ma l’istinto è per definizione bestiale), vogliamo – da quando nasciamo – arraffare tutto per noi. In senso lato e non lato. In senso letterale, quando vogliamo strappare il biberon a nostro fratello e in senso lato quando vogliamo uscire dall’Università con un bel 110 e Lode, così prendiamo il miglior posto di lavoro e li freghiamo tutti (gli altri). E se poi, in preda ad una missione nobile, vogliamo diventare Premi Nobel, grandi artisti, grandi sportivi o grandi pensatori, in realtà – nove volte su dieci – ciò che ci importa è l’aggettivo grande e non il cosa. Persino grande gangster a molti va bene.

Non si deve però neppure esagerare con le deduzioni facili. Ripudio visceralmente ogni tentativo, per esempio, di sostenere che l’altruismo non è che egoismo! Cioè il discorsetto che siccome ad un altruista fa piacere esserlo (sennò non lo farebbe) allora egli fa del bene agli altri per godere lui. Troppo semplice, troppo comodo alibi per i veri e peggiori egoisti.

C’è invece in realtà un “granum salis”, un buon senso, una naturale istintività (non bestiale stavolta, con tutto rispetto per le bestie) che illuminandoci sul mistero del bene e del male, suggerisce a chi vuole ascoltarne la voce, i confini della giustizia e della verità (concetti indiscutibili: o ci si crede o non ci si crede). E’ chiaro appunto che quello che per me è giusto, per Tizio può essere sbagliato e così via. Da qui poi nascono le squadre, i partiti, le fazioni, le cricche e perfino a volte le religioni, per raggruppare chi la pensa in un certo modo, per essere più forti a contrastare chi è di un’altra opinione e così ritorniamo al primeggiare e al sopraffare, non più da singoli, ma come tribù. Seguono nazioni razze guerre e compagnia bella. La storia dell’umanità, che non cambia mai. Malgrado l’incredibile recente affermazione di una giornalista che è sortita con un: “La storia non si ripete”.

La filosofia mette a volte ordine. Ma la filosofia è la fredda analisi del nostro cuore, ma il cuore è caldo.

Mi è’ davvero difficile credere che l’uomo sia un essere superiore, se non nel senso che essendo più perfidamente bestiale delle bestie, le ha sopraffatte.

Ma di tutto ciò, non ne sono affatto certo.

DOVE SI FORGIANO GLI UOMINI

Camminavamo in fila indiana silenziosi costeggiando un lato di Jackson Square. Con i soldi accantonati suonando, la Jazz Band di cui facevo parte in Cile era finalmente riuscita a realizzare l’ambito pellegrinaggio verso la culla del Jazz, New Orleans! Eravamo a New Orleans. Era il 1981.

Nelle Jazz Band spesso convivono i dilettanti con i professionisti. Ma come dice il mio maestro di Jazz, Attilio, non ha alcun senso fare questa differenziazione. Infatti – dice – vi sono dilettanti che suonano molto meglio di molti professionisti e ciò che conta è soltanto come si suona. Resta il fatto – dico io – che in quella Band e in quel giorno a Jackson Square, eravamo quasi tutti dilettanti e ciò aveva il suo peso. C’era l’artigiano, il direttore d’azienda, l’agronomo, il medico, l’architetto. E’ noto che negli Stati Uniti sono molto severi coi permessi di lavoro e i sindacati: ci avevano avvisati di non provarci neanche a fare una jam-session in pubblico senza permesso, perché in un quarto d’ora sarebbe arrivata la polizia. Dico jam-session, per nobilitare l’idea che avevamo avuto e cioè di emulare gente che suonava per strada e che raccoglieva applausi ed ovazioni. Avevamo anche notato che quegli artisti stradali riempivano scatole di soldi con una velocità incredibile. Qualcuno di noi suggerì a voce bassa che magari avremmo potuto provarci anche noi. Seguì un silenzio da parte del gruppo, ma poi uno disse – con aria risoluta e spregiudicata – “E perché no?” – al che seguì un altro silenzio da parte del gruppo. Ben presto tra mezze parole e colpetti di tosse ci ritrovammo tutti ad aver definito di provare pure a suonare per strada, “ma per poco, perché non vogliamo mica che arrivi la polizia!”. Così, con emozione, ci ritrovammo tutti ammutoliti ad abbozzare ipotesi sul come fare a fare il da farsi. “Beh, allora dove suoniamo? Mica suoneremo qui davanti all’edicola, no?” – “No, certo che no.” – “Proviamo allora invece ad andare avanti per questo lato della piazza per vedere com’è” – “Va bene, d’accordo, possiamo provare.” – “Allora andiamo.” – “Dove?” – “Di lì: da quella parte.” – “Va bene: andiamo.” E finalmente via tutti in fila indiana, in silenzio lungo il muro.

E’ larga Jackson Square e il sole picchiava forte. Dopo un po’ che camminavamo commentando negativamente ogni angolo che rischiasse di potere essere adatto per fermarci a suonare, alla fine, con coraggio e molta tensione decidemmo di farla finita e ci fermammo a suonare. Qualcuno disse: “Suppongo che bisognerà aprire una custodia, no?” – “Si.” – qualcun altro rispose. Si fece aprire la custodia del banjo e ci buttammo a suonare con gli occhi chiusi, di fronte a quella nicchia per ricevere i soldi.

Le prime monete lasciate cadere nella nostra custodia, da gente che non guardavamo in faccia, fecero deglutire quelli che avevano gli occhi aperti e che non suonavano strumenti a fiato (gli strumenti a fiato impongono deglutizioni secondo schemi indipendenti dai normali stimoli salivari). Le seconde monete fecero andare un pensiero ai nostri genitori, vivi o morti che fossero. Dopo le terze monete però cominciammo a fare il tifo per quell’entusiasmante meccanismo: alla fine decidemmo entusiasticamente di non tornare più a casa e di rimanere a vivere a New Orleans. Ricordo ancora: quasi cento dollari del 1981 in cinque minuti!

Ma tornammo tutti a casa e il sogno restò li.

“I miei primi soldi guadagnati come mendicante…” fu l’unico e breve commento di Alfredo Arruga, nostro clarinettista: lo espresse a mezza voce e con in viso un’espressione rassegnata e sarcastica, ma dal fondo severo, che si inquadrava in un suo sincero umorismo inglese acquisito durante i numerosi anni che aveva vissuto come diplomatico a Trinidad.

Da quel giorno, in strada suonai ancora varie volte (evitando l’Italia, dove magari mi potevo imbattere in un cliente dell’azienda per cui lavoravo) e mi guadagnai anche dei soldi. “Sulla strada è dove si forgiano gli uomini!”, dice il mio amico Pepe Robles, famoso trombettista di Jazz arcaico, che vive a Barcellona e per il quale il Jazz è finito nel 1927. “En la calle es donde se hacen los hombres”. Effettivamente, fatto una volta (suonare per strada), poi risulta assolutamente normale. Non è mendicare, perché si offre il proprio lavoro e non si chiede direttamente niente a nessuno. La differenza è comunque abbastanza sottile e per uno che nella vita si occupa di cose comuni, ci vuole abbastanza spregiudicatezza e spirito, per farlo: allora è addirittura divertente. Il mio maestro Attilio, anni fa superò quella sottile linea della differenza e fu protagonista di una vignetta molto gustosa, che mi raccontò vari anni dopo, quando gli era passata la vergogna (anche se il termine è forse troppo crudo). La banda Cuscinazzi – trio di liscio italiano – di cui Attilio aveva a mala pena sentito parlare, lo aveva chiamato perché sostituisse con il suo brillante clarinetto il loro suonatore di bombardino, che si era ammalato, per tre serate – così si erano espressi – aggiungendo che il pagamento sarebbe stato alla fine della terza serata. Attilio allora aveva circa vent’anni ed era introverso (ora ne ha quasi quaranta ed è introverso), quindi non chiese spiegazioni e si presentò silenzioso all’appuntamento per la sua prima serata. Per farla breve, si ritrovò a fare il giro dei ristoranti di Milano mentre i suoi colleghi allungavano il piattino per la questua (il peggio credo che sia quando uno non ti mette niente nel piattino). Sempre senza parlare, Attilio suonò – rosso in viso – per tutta la sera. Il giorno successivo non si presentò neppure e di lui la banda Cuscinazzi perse definitivamente le tracce. Attilio perse invece tutto quanto aveva faticosamente guadagnato quel giorno prima e perse un po’ anche la faccia.

Parlando di strada, poco tempo fa proprio con Attilio abbiamo tenuto banco coraggiosamente al Portal del Angel, nel centro di Barcellona, dove eravamo andati in formazione completa, per una serie di concerti “seri” (cioè quelli in jazz club e non in strada). Ma quella mattina, con noi due c’era soltanto Bob Colombini, uno splendido chitarrista per l’occasione coraggiosamente con in mano un banjo (che non era affatto il suo strumento). Avevamo ugualmente deciso di sostituire, con il loro beneplacito, i nostri amici della Band locale che doveva esibirsi altrove. Eravamo quindi una formazione, se così si può chiamare, fortemente deficitaria: clarinetto, trombone e banjo. Forti però dell’affiatamento musicale che c’era tra me e il mio maestro Attilio, decidemmo di cimentarci lo stesso. Ci recammo quindi – ancora una volta in silenzio – verso il punto della bella via pedonale spagnola dove abitualmente si sistemava la Band dei nostri amici, che si componeva di cinque elementi opportunamente combinati. Ma subito incontrammo i Russi.

Stavano armeggiando nel “nostro” posto, chiaramente intenzionati a sistemarsi per suonare gli strumenti che estraevano dalle loro custodie; sembrava una formazione completa, insolita ma abbondante, con tanto di leggii e di spartiti. Le zone dove ci si esibisce nel Barrio Gotico di Barcellona sono in realtà libere, non regolamentate. Si creano però delle tradizioni, delle abitudini, per cui ogni gruppo artistico stradale occupa sempre lo stesso posto, al sabato. Io ed Attilio parlamentammo un po’ a voce bassa e dandoci un tono, mentre ronzavamo nella stessa zona con le nostre custodie degli strumenti in evidenza in mano, tra sguardi trasversali tra noi e loro. Più o meno allo stesso tempo, si materializzarono due personaggi divertenti: due signori spagnoli dall’aria di pensionati, distinti e incravattati, che si misero a fare la spola tra a un gruppo e l’altro in una specie di missione diplomatica, adducendo insinuazioni, raccomandazioni, rimostranze sul fatto che gli uni o gli altri avessero il diritto di mettersi a suonare lì. Alla fine i russi misero fine alla situazione di stallo venendo gentilmente a dirci di suonare pure noi, che quando avessimo finito avrebbero iniziato loro (forse perché una lite con dei locali non gli sembrava conveniente o forse per vera cavalleria). Rimasero però con aria di curiosa aspettativa e velata sfida a vederci iniziare, per verificare se, con la nostra misera formazione, riuscissimo a tenere banco e come. Ci riuscimmo ed essi stessi ci chiesero di suonare un pezzo tutti insieme per brindare all’incontro e così finimmo in cordialità scambiandoci registrazioni musicali delle rispettive bande ufficiali. Qualche settimana più tardi la Russia entrava nella Nato.

IL SOCIO AMERICANO

Quasi tutti i fatti della vita hanno un segno. Hanno il segno che noi gli mettiamo sopra. Quando abbiamo di fronte ai nostri occhi un fatto, un oggetto, un regalo, un essere umano, un animale, possiamo disegnargli mentalmente sopra un punto di domanda. Oppure un punto esclamativo. Siamo soltanto noi stessi a deciderlo. Nulla ce lo vieta.

Ci si presenta un vecchio amico dimenticato.

Punto esclamativo! Che felicità rivederti, quanti anni sono passati: non pensavamo di poterci ancora rincontrare e invece si, eccoci qui vivi e vegeti e in fondo sempre uguali! Quanti bei ricordi ci uniscono, quante cose ci racconteremo ora che staremo insieme ancora per un po’ come ai vecchi tempi; forse mi ha portato delle vecchie fotografie, forse un regalo o qualche messaggio di altri nostri amici comuni, forse dei nuovi progetti come allora! Abbracciamoci e andiamo a festeggiare!

Ci si presenta un vecchio amico dimenticato.

Punto di domanda. Ah ciao! Ma chi diavolo è questo qui? Si, adesso mi ricordo, già, bei tempi. Come è invecchiato! Sarò invecchiato così anch’io ai suoi occhi? Forse anche di più. Sta a vedere che adesso non posso andare alla partita perché c’è qui lui ed è già tardi… Questo poi se non sbaglio era anche un rompiscatole da giovane, figuriamoci ora. E se vuole un prestito? No, devo assolutamente cercare di liberarmene.

Ma a volte non c’è né l’esclamativo né l’interrogativo: a volte c’è l’ambiguo, spesso di una mistura di dramma e umorismo dal connubio irrispettoso.

Passando per la tomba di famiglia constatavo che un’antenata aveva fatto mettere una lapide in giusto ricordo per la morte dei suoi tredici figli (13). Morti avvenute durante il corso della sua vita e non in un solo momento come per un incidente o un accidente. Quindi morti uno per uno in un dramma implacabile e infinito. Ebbene, una cosa pazzesca, assurda, dolorosissima, da non crederci, così ingiusta che ti lascia di sasso. Ma così esagerata che (essendo passato poi anche un secolo) mi scappò un commento ilare di cui poi mi pentii: “ Eh la madoschia, ma che sfortuna!”.

La distanza in tempo che intercorre tra un evento e la sua osservazione è sinistramente collegata alla sdrammatizzazione dell’evento stesso. Così per esempio pensando alla strage di Erode, oggi nessuno ne soffre più molto.

Bussò tre volte con decisione e con fare imperioso. Io stavo dietro di lui cercando di non vedere. Eravamo entrambi vestiti di scuro e incravattati e portavamo gli occhiali neri; faceva caldo ma l’aria era secca. Mi aveva più volte ripetuto: “Tu resta dietro di me, non parlare, fai lo sguardo truce e fai come faccio io. Lascia parlare me e non fare il cretino”.

Ricordo bene i visi dei debitori che entravano nell’ufficio che avevamo in centro, mentre pregavano la segretaria di farli ricevere dal signore che stava nella prima stanza, che ero io, e non “da quello in fondo al corridoio”, che era il mio famigerato socio Juan Atriles.

Avevo trentacinque anni e vivevo in America Latina. Era capitato che per caso fossi diventato socio di costui senza ben sapere chi fosse. Era uruguaiano o argentino, non lo avevo ben capito, come sempre succedeva con lui. Tipo distinto e rispettabile, quarant’anni, ragioniere, barba prematuramente bianca, capelli neri, occhiali spessi e un viso mefistofelico. Avevo preso le necessarie referenze ma non era servito a molto. L’azienda si occupava di mille cose, in teoria. In pratica faceva riscossione crediti. Ricordo con precisione: …“riscossioni giudiziali ed extragiudiziali”. Quel giorno mentre bussava, stavamo facendone una extragiudiziale. In quel paese sudamericano, come spesso capita nei paesi sudamericani, c’era stato un colpo di stato e quindi la polizia era piuttosto temuta, specialmente quando era in borghese.

Dall’interno una voce di donna domandò timidamente: “Chi è?”. Juan Atriles rispose con forza: “un controllo finanziario giudiziale per Manuel Contreras, apra immediatamente.” La donna esitò brevemente e poi aprì pallida dicendo: “Manuel non c’è”. Senza parlare, Atriles entrò con determinazione e si fermò nel mezzo della stanza. Io seguivo zitto. Fissò la donna con uno sguardo glaciale; era sempre più pallida. Avrà avuto una trentina d’anni, piuttosto minuta come spesso i sudamericani, un viso gradevole come spesso le sudamericane, la casa era normale per gli standard di quel quartiere popolare, un bungalow sguarnito ma decoroso con le persiane abbassate per tenere fuori il sole di mezzogiorno, anzi dell’una: l’orario che aveva scelto Atriles per presentarsi. Mi aveva detto: “Oggi non si mangia: invece andiamo a fare una bella riscossione, vedrai. Credono di fregarmi, ma non mi conoscono...”

“Vi prego di credermi” – disse la donna – “Manuel è davvero via... ma forse mi telefona stasera. Cosa devo fare? Cosa ha fatto?”. Atriles le disse: “La vostra posizione finanziaria è molto seria. Attenzione: si tratta anche di debiti che stanno per essere giudicati in tribunale con azione immediata e conseguenze imprevedibili già da domani pomeriggio, con possibilità di sequestri conservativi e poi sempre di arresto per possibili coinvolgimenti penali. Anche per eventuali complici, come lei, se lo nasconde. Avete tempo fino a domattina alle nove per fermare le procedure se portate al nostro ufficio il debito, gli interessi e le spese: totale settemila dollari... non vi conviene non farlo”. Poi giratosi verso di me disse: “Per ora possiamo andare”. Uscimmo.

La mattina dopo, alle otto e mezzo la donna ci portava i soldi.

Durante l’intervallo di mezzogiorno ci capitava spesso di toglierci il vestito grigio e la cravatta, abbandonare l’ufficio legale e portando gli strumenti che suonavamo, raggiungere degli amici per suonare un’ora di sotto, nella via pedonale del centro e ancora una volta, con la custodia aperta. L’incredibile faccia tosta (“facha tosta”, si dice in Argentina!) che avevamo faceva sì che i nostri clienti, anche se ci avessero visto, non avrebbero potuto credere che fossimo noi e non ci avrebbero riconosciuti.

Le riscossioni giudiziali erano effettuate al limite della legalità, ma sempre con la malizia necessaria per non infrangere palesemente la legge, pur viaggiando sul crinale tipico della furbizia di certi argentini o uruguaiani che fossero, che d’altra parte spesso derivava dalla frequente discendenza partenopea dei loro connazionali (con tutto rispetto per la maggioranza dei partenopei, la maggioranza degli argentini e la maggioranza degli uruguaiani).

Mi aveva detto: “Guarda, qui ci sono delle buste. Sono delle ingiunzioni di pagamento che ho preparato. Vedi, se le mandiamo così, solo con nostra carta intestata, ci paga un debitore su dieci. E allora ascoltami bene: vai in Tribunale (a me mi conoscono e non posso), entra dalla seconda porta e fai tutto il corridoio. Sulla destra c’è un bancone con il cancelliere che riceve i documenti da protocollare. Non puoi sbagliare, vedrai una fila sempre di quattro o cinque avvocati con in mano le buste. Non avere paura, vai vestito in grigio e cravatta e quando tocca a te metti le buste sul bancone con aria annoiata e non dire niente. Nessuno dice niente. Lui timbra e tu te ne vai verso gli uffici della Procura come per lasciar giù il tutto. C’è un gran casino. Invece esci e le vai a impostare. Non hai idea di come funziona! La busta con sopra il timbro “Tribunale Penale” … fa meraviglie: pagano otto debitori su dieci”.

Dopo qualche mese, cioè appena mi fu possibile, uscii dalla società. Successivamente egli non mi restituì nulla di tutti i soldi che gli avevo prestato: avrei forse avuto bisogno di un altro tipo come lui, per farlo pagare! Poi negli anni seguenti mi giunsero all’orecchio impressionanti aneddoti sul mio ex socio.

Innanzi tutto fu coinvolto nel suicidio molto misterioso della sua seconda moglie. Diciamo che egli se ne andò poi rapidamente da quel paese non senza prima essersi impossessato della cassa con tutte le riscossioni di una grande multinazionale e portandosi pure via a muso duro il figlioletto in fasce avuto dalla prima moglie, che non aveva avuto il coraggio di suicidarsi. Più avanti cercò di farsi fare un prestito da una banca, a nome mio, utilizzando un vecchio documento che fortunatamente era troppo vecchio perché la banca lo prendesse in considerazione. Devo riconoscere che effettivamente un giorno, anni prima, mi aveva consigliato di non fidarsi troppo di lui – perché lui era “un brujo” – cioè uno stregone. Ma l’avevo presa come una battuta di spirito.

Ma venne il giorno in cui allo stregone, tutti gli ex amici che aveva imbrogliato (cioè tutti, salvo quelli con cui non c’era riuscito) gli tributarono da tutto il mondo una gustosa, liberatoria, ilare e sincera ovazione di pernacchie, quando anni dopo gli successe il meglio che poteva succedergli.

Come sempre è nella vita, anche costui aveva un padre, oltre che una madre. La madre, ottima persona, viveva nell’ombra. Del padre – che non conobbi – egli mi aveva parlato a volte per raccontarmi con un malcelato affetto e rimpianto, dicendomi che era un tipo strano e artistico ma simpatico ed in gamba e che aveva sempre vissuto per conto suo, in un ambiente bohemièn di Montevideo o forse di Buenos Aires e che non lo incontrava quasi mai.

Un giorno invece, dopo i fatti di cui sopra, il padre rientrò all’ovile o meglio, si riavvicinò al figlio in una tardiva ma affettuosa rimpatriata. Il figlio appunto era a sua volta tornato nel suo paese di origine e stava riorganizzandosi la vita. Grande festa quindi e, ponendo reciprocamente una pietra sul loro passato, si erano messi allegramente, felicemente e finalmente, a vivere insieme. Le due forti personalità si combinavano in una simbiosi surreale, dove agli affari del figlio si accostavano le amicizie del padre, gli artisti, i pittori, le amicizie femminili dei due di varie età ed un tardivo ma confortante e insolito, originale senso della famiglia. Passò così un primo anno e le cose andavano molto bene. Il padre aveva perfino iniziato a dare una mano a Juan nel suo lavoro, per rendersi utile e partecipare alla gestione della famiglia, rinunciando almeno in parte alla sua impellente vocazione “bohemienne”.

Ma una sera il padre non rincasò. Di lui non se ne seppe più nulla. Desaparecido?

No. Se n’era andato! Aveva portato anche con se tutti gli averi ed il conto in banca: quello del figlio.

IL ROGITO

Da grande voglio fare lo “stupidone”. Dicevo al mio padrino, che aveva forgiato a mio uso questo termine circense sinonimo di clown e di pagliaccio. Avevo circa sei anni. Secondo Federica feci male a non farlo davvero – il clown – e in fondo aveva ragione. La vita è un’opera confusa, che alterna comiche a drammi e in mezzo niente. I fatti importanti che stanno appunto tra i niente, possono anche essere delle cerimonie, che non sono né comiche né drammi, pur essendo certamente una mescola dei due. Per fortuna sopra a tutto c’è l’amore, che è importantissimo ma in realtà è indefinibile. Come l’Arte. Come Dio.

La comica però fa ridere. Le donne di solito no.

“Il Notaio non può rispondere: sta STIPULANDO – mi disse la sua segretaria. Rimasi in silenzio. Il notaio Servoni era anche un amico di famiglia ed ebbi quindi un moto di preoccupazione perché per un attimo temetti che stesse male. Avevo diciotto anni e cercavo mio padre che pensavo fosse dal Notaio. Capii che doveva essere un linguaggio notarile a loro noto e abituale e così abbozzai un “non importa, richiamerò”, ma la segretaria, implacabile aggiunse “sta facendo un ROGITO”. Ciò mi allarmò, perché adesso era chiaro che c’era qualcosa che non andava! Cercavo rapidamente di immaginarmelo nell’atto di fare un rogito, cercando di estrarre dal mio dizionario mentale la definizione di cosa fosse il rogito. Doveva avere a che vedere con un rigurgito. Forse con del vomito. Una specie di colica, certamente con dei rutti, ma gravi e pericolosi, sennò la segretaria mica ne avrebbe parlato così, per telefono.

Poi imparai anche cos’è un rogito, ma questa parola mi fa ancora schifo.

Pensavo a queste cose ieri, tanti decenni dopo, mentre ero al bar sotto casa e soprapensiero bevevo un aperitivo di straforo (perché sono spesso in dieta, anche ieri). Stavo preparando una lista per un rimborso assicurativo del condominio, per miei oggetti danneggiati da un piccolo allagamento in cantina. Dopo un po’ mi fermo e mi dico che non è giornata: sono arrivato alla descrizione dei primi sei oggetti “danneggiati” dall’acqua, ma mi accorgo che sto elencando i pezzi della mia attrezzatura subacquea. Lascio perdere. Alla sera tutti a una cena di gala al ristorante con tanta bella gente. Qualcuno mi fa il piedino, non c’è dubbio. Andando via mi fanno notare che dimentico il pacco che ho messo sotto il tavolo e che tutti hanno scalciato per toglierselo dai piedi. Appunto.

Il ristorante era di quelli dove “mangi fino che vuoi”. Ma attenzione: non quello che vuoi e neppure quanto ne vuoi, ma “fino” che vuoi (– mangiare – in senso lato). Vuoi mangiare? Apri la bocca che te la riempiamo. Arrivi e ti aspettano sul tavolo delle crocchettine al formaggio ottime ed abbondantissime. Altre focaccine e patatine e crostine e tutte le cose che finiscono in “ine” e che servono per fiaccare il tuo appetito così come le banderillas fiaccano vigliaccamente le forze del toro. Ma tu non ci caschi, perché conosci il trucco ed assaggi con sufficienza una cosina e basta. Poi vai agli antipasti, ma attenzione: questa è la versione maiuscola dello stesso concetto delle banderillas, perché il forte del ristorante sono le carni. Ma gli antipasti sono perfidamente squisiti. Per farla breve ti risiedi poi per le carni ancora vigoroso e combattivo anche se non sei più quello che è entrato un’ora prima (non sono casuali i tempi che ti impongono, ma frutto di ricerca scientifica sulla digestione). Arriva subito una salsiccia grossa pesante oleosa e salata, che ti mette una bella ipoteca sullo stomaco per il triplo del proprio valore. Ma tu non ci caschi ed avendola appena assaggiata la squarci e la scassi tanto per far vedere che non l’hai rifiutata ed attendi carne seria. Che puntualmente arriva infilata esoticamente su di una spada. Qui faccio una breve parentesi dettatami dalle contingenze. Torno infatti un attimo a commentare questi programmi elettronici di correzione automatica delle parole, quelli cioè che ti correggono le parole stesse quando secondo il computer hai sbagliato a scriverle. Ovviamente dietro a queste correzioni c’è una persona, un tecnico di computer o magari un professore di italiano i quali si arrogano il diritto di correggerti secondo la loro presunzione di esattezza, dandoti implicitamente dell’ignorante o dello scorretto. La parola che poche righe sopra il cervellone mi ha appena corretto è stata ESOTICAMENTE, che evidentemente per il nostro esperto è errata o sconveniente (o forse se ne è dimenticato, il nostro correttore?). Ah, dimenticavo, non solo me l’ha segnata come errata, ma l’ha anche corretta automaticamente con quella che egli ritiene sia quella “giusta” e cioè: EROTICAMENTE.

Quindi, come stavo dicendo, con i pezzetti di carne da spiedino abbrustoliti “eroticamente” sulla spada, ti rifilano altre salsicce dai vari colori, poi arrivano polli, tacchini, vitelloni sanguinolenti che ti fiaccano l’appetito, patate abbrustolite, cipolle ai vari gusti, altre salsicce e carnacce dozzinali. Quando sei ormai scoppiato si avvicina il cameriere esotico (pardon, erotico) e ti tenta con paroline francesi (flambé e simili), menzionando la parola controfiletto. Praticamente a questo punto per l’intero e grande ristorante i vari camerieri si passano l’un l’altro un paio di spiedini in tutto, contro le decine che giravano con le salsicce in resta. Qualcuno prova un pezzo ma rischia di vomitare. Io, che di vomito me ne intendo, non provo neppure. Prima di finire, fa infine la rentrée in sala un ultimo cameriere brandendo uno spiedino di splendido filetto. Che nessuno ordina e tutti accompagnano con un “no, basta, sto male!”. Sono sicuro che quello stesso spiedino di filetto, lo usano tutte le sere. Sospetto addirittura che quei bei filetti che luccicano, siano in realtà fatti di plastica.

Ah, ancora riguardo al “rogito”, ho saputo solo ora che i ragazzi d’oggi hanno inventato un termine simile – e ottimamente osceno – per definire una persona molto brutta: dicono che “è un roito”, quando noi dicevamo “un cesso” oppure “un rutto”, senza alcuna eleganza. A dire il vero, i ragazzi ne hanno inventati vari, di buoni termini, che sono in attesa di essere inclusi nel dizionario Zingarelli del 2080. Spezzo ora quindi una lancia a loro favore, smettendola di spezzarne sempre a mio favore (i miei tempi). Così rilevo: “il tamarro”, termine egregio per definire un giovane bifolco che vuol dare nell’occhio e si mette sguaiatamente in mostra – tipico quello in automobile sportiveggiante, modello “vorrei e non posso”, il gomito fuori e la musica (“bum – bum – bum, mica Vivaldi), mantenuta a un volume orrendo da discoteca, con tutti i finestrini aperti. Noi li chiamavamo “falchetti”: tamarro però è molto meglio. Hanno anche inventato “il cinghiale”, che sta per il “provinciale estremo”, quando scende a valle ed invade rumoroso e numeroso la città, tipico quello del sabato sera, mentre il peggiore gira a carnevale e spara schiuma alle ragazze di città (noi cittadini li chiamavamo, senza fantasia, “burini”, “buzzurri” oppure “barboni”, se proprio volevamo offendere). E’ anche a causa di questi punti di vista che ho scoperto che noi milanesi siamo odiati da tutti, quando usciamo dalla città (anche i torinesi).

L’IGNORANZA

Sette per nove?”, chiese il presentatore televisivo alla signorina, a tradimento in quanto non era venuta per rispondere a cose simili. La ragazza in preda ad un panico vuoto, riuscì ugualmente a mormorare la risposta giusta, credo sessantatre.

“… E SEI per nove, allora?!”, infierì ancora costui. A questo punto io che immedesimandomi seguivo la trasmissione, ebbi un moto d’ira contro il tizio al comando della trasmissione e nello stesso tempo sentii una vergogna profonda, perché non ero certo di potere a mia volta rispondere in un tempo tale da non far nascere il sospetto di una risposta frutto di calcolo e non di memoria. In parole più semplici, rischiare di farsi dare dell’analfabeta aritmetico che non sa le tabelline. D’altra parte è certo che se il perfido presentatore si era preparato quelle due domande, esse dovevano essere il risultato di una perversa ricerca a campione che aveva evidenziato una buona probabilità di mettere in difficoltà e in imbarazzo l’ospite. Quindi si deduce che dobbiamo essere in molti a non aver imparato “bene” (due per tre sei lo sanno tutti, o quasi), TUTTE le tabelline, a memoria e senza alcun indugio, perfino un quattro per nove o un nove per cinque (e senza provare a girarle per vedere se ci ricordiamo l’altra…). Naturalmente, siccome pare sia una vergogna il non saperle bene e sapendo tutti quanto sia tabù il parlarne, si tende istintivamente a non parlare affatto di tabelline, dando ipocritamente per scontato che si sappiano. Quando poi ci si trova in una conversazione che rischia di portare a un calcolo che coinvolga tabelline allora allunghiamo il discorso, diamo dei colpi di tosse ed alla fine se non c’è scampo la buttiamo cameratescamente addosso all’altro, con un “..e allora, dunque cosa fa sette per otto, dunque…” sperando caldamente che arrivi il cinquantasei a cui ribattere con un “appunto” o con un “volevo vedere se la sapevi” (che a volte però può naufragare miseramente se ci si accorge entrambi, dopo opportune prove realizzate con le dita in tasca, che la risposta è sbagliata). Così come quando incominciamo ad incappare in certi plurali tipo camicie, camice, ciliegie, province e così via: se si sbaglia l’ortografia allora dicono che ci si può sparare. In compenso poi si impara lo spagnolo e… quadro è cuadro e quanto è cuanto e quando è cuando!

“Chi era Verrazzano?” – chiesi alla grassa signora guida americana che nel Tour di New York aveva appena detto: “Quello è il ponte di Verrazzano”. “Non ne ho la più pallida idea” – ribatté costei – con aria divertita per la mia domanda non prevista, e mi parve di notare nella sua espressione una certa fierezza.

“Mio padre, da bambino, è stato nel bagno di Fiorello La Guardia (il grande Sindaco a cui è dedicato l’aeroporto di New York), mentre La Guardia si faceva la barba in canottiera e conversava con suo padre, mio nonno” – dissi fiero l’altro giorno a un mio giovane amico americano plurilaureato in economia ad Harvard, il quale prontamente mi rispose: “e chi è Fiorello La Guardia?”.

Ma non è questione di americani o di turchi. In realtà l’ignoranza è la vera protagonista della storia umana. L’ignoranza crassa o meno crassa, ma sempre l’ignoranza sulle cose, sui fatti, sui pensieri dei grandi pensatori, sulle opere d’arte, sulla scienza, sulla geografia. E ammesso che se ne sappia abbastanza, certamente se ne saprà molto meno sulle culture diverse dalle nostre, dell’oriente, dei precolombiani e così via. La quantità di informazioni e di libri che ci sono e che si producono, sono tali da rendere impossibile anche soltanto un superficiale studio su tutto. Questo – per chi si preoccupa di sapere – che non è neppure il caso per la stragrande maggioranza dell’umanità.

Le ignoranze prendono di fatto delle specializzazioni. Gli americani ad esempio, sono specializzati nel non sapere assolutamente niente al di là della loro specializzazione. Così il laureato in economia aziendale saprà tutto e di più, sugli affari, ma non saprà probabilmente chi era Giulio Cesare, salvo lo abbia imparato per i riferimenti dei Casinos di Las Vegas e sempreché non creda che – appunto per questo – sia un personaggio americano.

L’italiano invece è specializzato nel sapere di tutto. Quasi niente, ma su tutto. E quello che non sa, se lo immagina o se lo inventa.

In Europa ogni paese studia la storia europea dal proprio punto di vista. Così in Inghilterra c’è la stazione della metropolitana di Waterloo, che in Francia è una parolaccia da non dire. In Corsica un tassista (corso) rispondeva alla mia domanda su come era il loro rapporto coi francesi e cosa ne pensavano, così: “Cosa vuole che ne pensiamo? Quando considera che il più grande dei francesi… era un italiano!”.

Spesso nella storia mondiale, interi paesi si specializzano addirittura nel distorcere per fini politici la storia stessa, per indottrinare conseguentemente intere generazioni. Fabbricando ignoranza. E in quei paesi non si può neanche contare sui cattivi studenti che una volta tanto sarebbero encomiabili perché non la imparerebbero. Purtroppo gliela farebbero imparare “democraticamente”, a legnate.

Così ognuno impara quanto meno può, quanto più gli accomoda e ben presto ognuno si sente pronto per avere e manifestare delle idee radicate e delle motivazioni atte a portare a decisioni spesso imbecilli e perfino autolesionistiche, molte volte attese e utilizzate da altri individui che approfittano proprio dell’imbecillità altrui.

E’ la legge della giungla. La famosa “selezione naturale”, che non amo, perché non mi sembra cosa bella. Ma di cose non belle è pieno il mondo.

L’UNIFORME

La signora Giancarlozzi, moglie di un generale (in camerata queste signore le chiamavamo le generalesse), mi stava allungando un pacchetto di sigarette di buona marca, dicendomi: “prenda pure tutto il pacchetto, lei è stato molto gentile”, dandomi appunto del lei e non come avrebbe fatto suo marito al quale invece io ovviamente dovevo dare del lei (oltre ad il sempre allegato “signorsì signor Generale“ o in alternativa “comandi signor Generale”).

Avevo venticinque anni ed ero militare con una specializzazione più o meno di polizia. Eravamo scelti per dedicarci alla difesa ed era normale quando eravamo in servizio di guardia (cioè quasi sempre), essere – di fatto – in condizioni di superiorità nei confronti di chiunque, colonnelli e generali compresi, pur non possedendo noi particolari gradi militari. Non era certamente poco! La notte prima, per esempio (ero di guardia) avevo fatto sgombrare il bar degli ufficiali in quanto avevo sentito schiamazzi molto oltre l’orario regolamentare: feci irruzione pistola in pugno, preoccupato anche per la loro sicurezza, pur sapendo che probabilmente stavano facendo soltanto casino alla faccia mia, che avrei dovuto smontare due ore prima… Di fatto c’erano alti ufficiali, alcuni abbastanza alticci, oltre che alti con tanto di familiari e amici al seguito, presi dal gioco delle carte e simili: rimisi ordine facendoli andar via tutti. E mi chiesero anche scusa! Grossa soddisfazione, dopo il tempo del CAR (Centro Addestramento Reclute), dove avevamo il terrore dei sottotenenti, dei sergenti ed anche dei caporali: dei capitani poi non se ne parlava neppure, di colonnelli ne avevamo visto solo uno e cioè il comandante della nostra caserma. Di generali conoscevamo, in fotografia, solo quello che era attaccato di fianco al Presidente della repubblica, sulla parete dell’ufficio del comando: il capo in testa del nostro corpo, figura per definizione tra il mitico e l’icona di un santo, e che nessuno avrebbe mai visto in carne ed ossa.

Dove ero ora assegnato brulicava invece di tutti i più alti gradi immaginabili, peraltro appartenenti a vari corpi. Una “raccomandazione all’italiana” fatta da un colonnello – è difficile da credere – ma serviva a ben poco, in quell’ambiente – lo devo riconoscere – di raccomandati. Per imboscarsi davvero… si doveva partire dalla raccomandazione di un generale ad una botta, per salire a quelli a quattro botte e possibilmente ancora più su fino al Ministro della difesa in persona. Che tempi! Io avevo avuto una raccomandazioncella di un tenente colonnello ed ero finito a macinare guardie su guardie. Ma il fatto di essere lì era stato comunque già un grosso successo.

“Prenda tutto il pacchetto…” – mi stava dicendo. La mia reazione istintiva era quella di rifiutare (benché allora fumassi). Non avevo ancora suonato musica in strada ed era quindi la prima volta che ero coinvolto in una situazione imbarazzante di quel tipo, cioè dove si potesse supporre che io non fossi un “signorino di buon livello”, bensì “un popolano male in arnese”.

Durante i tre o quattro secondi di esitazione che ebbi, riuscii a processare mentalmente la situazione. Innanzi tutto la signora sarebbe stata a sua volta imbarazzata se avessi rifiutato, dandole l’impressione che stessi pensando: “ma per chi mi ha preso?”. Certo avrei potuto dire un “no grazie non fumo”, ma ciò vidi che non era possibile in quanto ero solo ed avevo una sigaretta accesa nel portacenere della scrivania. Sentivo inoltre, più forte dell’imbarazzo, un richiamo – dal commerciante istintivo quale sono – verso l’incasso di credito, per impossessarmi di quella ricchezza, non importa se modesta, che mi veniva giustamente offerta e che mi ero guadagnata letteralmente con il sudore della mia fronte.

Ma ciò che mi fece veramente decidere fu l’uniforme che mi vidi indosso. Non ero io ad accettare, ma il militare che impersonavo, la mia divisa mi toglieva da quella realtà e mi rendeva teorico. Accettai.

Accettai quelle sigarette, con la deferenza che si addiceva alla situazione e quando le fumai furono le più buone sigarette della mia vita.

LE CANNONATE

Andiamo per gradi: cominciamo dalle fucilate. Avevo cinquant’anni e stavo provando una possente arma da caccia in montagna, in luogo privato e grande, senza nessuno. Non sono mai stato cacciatore, ma mi diletto con il tiro a segno. Quando organizzai un allevamento di conigli passai un mese con degli incubi notturni all’idea di doverne macellare alcuni, visto che le trappole incruente da me inventate non funzionavano. Sicché mi ero comprato un calibro 22 col cannocchiale, per essere ben certo di non farli soffrire, centrando direttamente il cervello. Ma appunto, mentre si avvicinava l’inizio delle date delle prime macellazioni (esecuzioni mi sembrava un termine più appropriato), dormivo sempre meno e sognavo di ferirli di striscio e poi di correre a farli curare dal veterinario. Ma la sorte mi aiutò: in una notte le volpi se li mangiarono tutti.

Così ora stavo provando un solo tiro, con un fucile di grosso calibro buono anche per la caccia all’elefante, prima di rimetterlo via in casa: solo un tiro, giusto per provare.

Via tutti, tutti in casa, mi apprestai ad andare davanti al prato, verso la montagna che saliva decisa e senza assolutamente nessuno in vista. In giro non c’era un’anima, era novembre ed aveva piovuto tutto il giorno. Guardo ancora bene a destra e poi a sinistra: nessuno. Ascolto: niente. Dico ancora: “occhio, attenzione!”. Poi carico, punto verso l’avallamento del prato, verso terra e finalmente sparo. Un botto tremendo, un rinculo poderoso.

Il cervo apparve dal di sotto correndo verso il prato, fuggendo da quell’inferno in direzione della salita. Sembrava uscito da casa mia. Forse era nascosto dietro il garage, di fianco alla casa. Era il primo cervo che vedevo in libertà in vita mia, non è che vivessi in una riserva di cervi. Se si fossero calcolate le probabilità che apparisse un cervo dopo aver sparato un colpo solitario, credo sarebbero state zero. Non voglio pensare a come avrei potuto convincere di questa tesi il guardiacaccia che mi avesse colto in quel frangente, col fucile fumante in mano e con l’eco del colpo che girava ancora per la valle. Mio cugino Berto, che non ha dubbi circa le cose della vita, lapidario mi ha detto: “Quel cervo si è materializzato in quel momento e non ci sarebbe stato se tu non avessi sparato: era impossibile che ci fosse. Non sarebbe mai esistito.”

Quando avevo undici anni invece, con mio fratello, sparavamo cannonate da tutte le parti, ma solo quando nostro padre era assente ed eravamo nella casa in montagna. C’erano appunto un paio di cannoncini credo napoleonici, ad avancarica, che venivano in famiglia usati per sparare a salve nelle occasioni speciali, da nostro padre, che era esperto (aveva fatto la guerra). In quegli anni cinquanta del secolo scorso (ormai si dice così), la polvere da sparo – me la ricordo bene, era composta da dei grani lucidi che sembravano scaglie di mina da matita, quasi una appetitosa liquirizia – la si comprava dal bottegaio, il quale la vendeva però solo alle persone “per bene, conosciute e maggiorenni”, nella perfetta legalità, purché in ragionevoli quantitativi e “per uso pirotecnico”. In quegli anni non c’era neppure il limite di velocità sulle strade, si potevano fare fuochi d’artificio, c’erano i gelatai coi carrettini che vendevano spesso uno squisito gelato da loro prodotto gloriosamente in casa, si poteva fumare, bere, mangiare senza che i NAS (Nuclei Anti Sofisticazioni) interferissero con i manicaretti migliori e ruspanti, si poteva sputare (anche se non in luogo chiuso, dove infatti stava sempre scritto VIETATO SPUTARE), non c’era il codice fiscale né la partita iva, non parliamo poi di leggi o regolamenti dell’Unione Europea, si poteva parcheggiare in città e si riusciva a parcheggiare in ogni strada, non c’erano code sulle autostrade, si aprivano fabbriche con un solo permesso e si chiudevano fabbriche senza un solo permesso e se si finiva in prigione ci si restava per tutto il tempo della condanna. Inoltre c’erano i casini. Tutto ciò può piacere o può non piacere. Credo dipenda molto anche dalla parte da cui si sta e non intendo dire politicamente. Intendo dire che, se per esempio si parla di vita medioevale di corte, è importante stabilire se si è principi oppure servi della gleba.

Così era che noi bambini sparavamo cannonate, pur cercando di spararle di nascosto (senza successo). Le prime le avevamo tirate a salve, come avevamo visto fare da nostro padre. Poi, prendendoci gusto, aggiungemmo qualche pietruzza all’esterno della carta da salve. Poi aggiungemmo una scopa intera, infilata e sparata contro uno steccato. Lo steccato si scassò subito, evidenziando un disastro che non avremmo potuto negare. Da allora – e fino ad oggi – non siamo più riusciti a sparare alcuna cannonata.

IL CONGEDO

Nello splendido film di Kubrick “2001 Odissea nello spazio”, si vede l’osso che viene gettato dalla mano di un cavernicolo ed al rallentatore vola roteando verso un cielo che si trasfigura nello spazio e nel tempo.

Così volavano in cielo i nostri berretti militari, nell’androne di quel Quartier Generale dal quale eravamo dipesi ombelicalmente per quindici lunghissimi mesi. Quel giorno noi eravamo il plotone che si congedava. Un giorno, del 1972.

Intorno, i nostri colleghi venuti dopo di noi, restavano. Ci guardavano con invidia e deferenza. Non eravamo neanche più “nonni”: eravamo “borghesi”. Ma indossavamo ancora la divisa. Poco prima, inquadrati militarmente ci eravamo presentati in cortile per l’ultimo appello e la consegna dei congedi. Dal momento preciso in cui avevamo in mano il congedo, non eravamo più militari. O più precisamente, eravamo militari in congedo. Si, perché anche dopo il servizio militare, non si cessa mai di essere militari e basta una cartolina che ti possono richiamare, anche decine di anni dopo. Ma essere in congedo vuol sicuramente dire che – in circostanze ordinarie – i militari non hanno più poteri su di te (salvo i Carabinieri). Avevamo vissuto tutto quel tempo a contare i giorni che mancavano a quel momento. Dentro ai nostri berretti avevamo segnato con una crocetta ogni mese passato, come nelle antiche galere sono segnati i giorni e gli anni e le scritte disperate. La sera prima (detta per definizione “la scomoda”) si era passata la notte in camerata a fare casino, festa e baccano e per tradizione, in via eccezionale tutto questo era tollerato dall’ordine militare. Tutti noi ostentavamo una allegria che dovevamo per forza esagerare, una gioia che forse sì, era profonda, ma era anche velata (e questo non doveva trasparire) dalla certezza che tutto ciò stava per finire, al limite anche quella stessa gioia. Lo status di “nonno” per esempio, a cui tanto si era anelato prima di ottenerlo, finiva. Le “nostre Burbe” non le avevamo più. Le abilità acquisite per imboscarci, gli imboscamenti stessi ottenuti, la professionalità che ci permetteva ormai di muoverci agevolmente con i superiori e nelle mansioni operative tanto vituperate, tutto ciò non serviva più a niente. Sapevamo che anche gli amici commilitoni con cui avevamo spartito quella vita e con cui stavamo ridendo, non li avremmo più visti. Ci attendeva la vita. Non sapevamo come sarebbe stata ma ci attendeva, sinistramente, con delle regole meno ferree di quelle militari ma – ove ciò sia possibile – più spietate. Ce ne andavamo con la divisa indossata, l’unica cosa che rimaneva di quindici mesi di militare.

… i nostri berretti volavano lentamente roteando verso il cielo, con la musica del film di Kubrick come grandioso sottofondo. Il nostro tenente ci aveva dato l’ultimo comando, come ce l’eravamo immaginato per il nostro congedo: “ … E per l’ultima volta plotone, aaatt – tenti!…… (una suggestiva pausa ed un silenzio meraviglioso, con tutti gli occhi delle finestre sul cortile che ci guardavano muti)…. : ROMPETE LE RIGHE !!!” – i berretti volavano, le urla si innalzano e dalle camerate esplodevano le ovazioni! Molti congedi finivano così...

Il nostro, no.

Nulla di tutto questo accadde. Il tenente, apparteneva ad un altro plotone (il nostro era a letto con l’influenza). Quel tenentino di rimpiazzo, arrivato da poco, non ci mise nel cortile, ma nell’androne dell’uscita, per far prima. Non vedevamo alcun cielo.

Ci disse: “Ragazzi, non voglio casino; sennò vi tengo ancora qui e son capace di sbattervi anche dentro.” Ci raggelò. Ci percorse un moto di odio verso il militare, un ennesimo moto.

Poi disse rapidamente: “attenti, rompete le righe.”, come un controllore di un treno che dica: “biglietti non visti?…”.

I berretti, li buttammo in aria, silenziosamente. Qualcuno abbozzò un grido sommesso di pretesa felicità. Poi ci piegammo verso il suolo per raccattare (squallido come il ripulire dopo una festa) i nostri berretti vecchi, spolverandoli con le mani poi, titubanti, ce li rimettemmo in testa. Qualcuno se lo ritolse. Per un attimo ci fu silenzio. Ma siccome prima avevamo fatto un po’ di rumore, il tenente conclude: “E adesso, tutti fuori dalle palle.”

Il Servizio Militare era finito.

FUNERALE

Trentun anni dopo camminavo, tra parenti e conoscenti, lungo la stradina che porta dalla villa di famiglia fino al cimitero, la campagna lombarda era subito dietro le case. Passammo davanti a quella che era stata l’altra casa, quella del mio trisnonno Pietro e che quando poi un mio zio l’aveva persa, era passata di mano tra estranei, persone senza volto, senza nome. Ora quello zio era in quel carro funebre che si avvicinava e che avremmo incontrato al camposanto. Tutti i suoi molti figli avanzavano sparsi a gruppetti con mogli, figli e qualche amico. Io stavo tra loro. Dissi a Monica, che ha vent’anni ed è figlia di Berto, che è figlio di quello zio: “Vedi, quella era la casa di tuo padre, prima che emigrasse in America”. Berto, senza fermarsi, confermò: “Si, e questo balconcino – indicando sopra la sua testa ma senza alzarla – era quello di camera mia”. Monica ascoltava in silenzio mentre tutti camminavamo piuttosto lenti, chi da solo e chi assieme a un gruppetto di due o tre persone. Mi fermai per guardare dentro alle finestre, c’erano lavori in corso e all’interno tutto era sventrato. Oltre il balcone, si intravedevano mattoni nudi e pronti per essere ricoperti di malta. Tutto era vuoto, e non riuscivo a capire quali e quanti cambiamenti avessero inflitto a quelle mura. Berto tirava dritto e nessuno faceva molto caso a quella vista e forse ciò non era casuale. Guardai più avanti, costeggiando la casa e vidi un angolo della veranda, aperto al cielo: “Berto” – dissi – “quella era la sala del ping pong!”. Berto guardò appena e confermò: “si, era la sala del ping pong”.

Anche Berto era stato un “mio cugino preferito” e quando avevamo una dozzina d’anni ci frequentavamo moltissimo, avevo un grande trasporto per lui. Spesso a quell’età (ed anche ad altre età) soffrivo d’insonnia ma a volte, nel profondo del mio letto, riuscivo a addormentarmi bene se pensavo a cose e a situazioni confortanti, tiepide, rassicuranti, come dei nidi. E tra queste sensazioni di nido avevo l’idea di immaginarmi di essere Berto. Immaginavo Berto mentre dormiva nel suo letto nella sua casa ed in qualche modo ciò mi confortava e potevo dormire anch’io, come Berto in quel momento e in quella stessa circostanza, tranquillizzato e beato in quella onirica simbiosi. A volte per dormire pensavo invece di essere reduce da un grande ed eroico incidente, con un sacco di fratture, con prognosi (mi piaceva quel termine) di sessanta giorni salvo complicazioni, nel calduccio del letto che immaginavo di ospedale, fermo immobile a “godere” della convalescenza riparatrice. Leggevo il libro di Nobile al Polo Nord e poi fingevo di essere sul Pack ed era un buon sonnifero; naturalmente dentro a una tenda, a un vestito polare ed ad un caldo sacco a pelo (questa sceneggiatura la usavo soprattutto se fuori pioveva). Molti anni dopo avrei raccontato simili storie ai miei bambini a letto, al buio, come ninne nanne.

LA BUSTA

No. Non mi riferisco alla classica “busta italiana” (tanto di moda prima di “Tangentopoli” e tanto rimpianta dopo) e per il vero praticata ancora da chiunque o quasi, quale sia il suo colore politico, che abbia valida (leggasi a rischio basso ed alto rendimento) opportunità di prendersela. Naturalmente, se messo alle strette direbbe che era “per il Partito” (il quale lo espellerebbe per vilipendio e così tutto tornerebbe a posto). Come dicono i toscani, gli è che la vera differenza morale tra prima e dopo Tangentopoli è che nel “dopo” la busta è più cospicua, perché il rischio è più alto.

Ma la busta di cui parlo ora è un’altra: è quella che mi stava porgendo la signora danese.

Porgendo, anzi, per l’esattezza, quasi porgendo. In realtà, nella penombra di una festa sulla riviera francese, la sua mano stringeva delicatamente quella carta come il direttore d’orchestra trattiene la sua bacchetta durante un attimo di pausa, prima di destinarla al preciso compito che l’attende. Ma quella busta rimaneva, seppur con naturale eleganza, risolutamente tra le gentili e raffinate dita della signora. Un silenzio breve ma pregno di significati aveva sospeso quella discreta e sommessa conversazione avviata tra noi due seduti su di un divano appartato.

Avevo organizzato una Jazz Band per quella festa di compleanno del figlio che compiva vent’anni, una festa a sorpresa (la sorpresa era la mia “Jazz – Band”) su una splendida terrazza in una baia vicina a San Remo. Per telefono ci eravamo messi d’accordo sul “cachet” ed altri dettagli della festa e del concerto; era stato un po’ difficile intendersi, perché la signora era molto ferrata soprattutto nella sua lingua, il danese. Ma tutto era stato chiarito e la festa riuscì benissimo.

“Quanto mi aveva detto?” – mi chiese dopo la festa e un po’ imbarazzata la signora – “Ma, non ricordo bene adesso” – risposi discreto e bugiardo sorbendo un po’ di champagne. “Ma, mi pare che forse era “tot”, ma no ricordo se in Corone Danesi o in Euro” – aggiunse la signora confusa – “Credo, signora, che fosse in euro, ma mi pare che fosse un po’ di più di “tot”, se non vado errato” – commentai – “ma è sicuro? – mi chiese la signora – “beh forse no, ma la cifra che avevamo accordato ricordo che era “tot” – spiegai – e lei prontamente e leggermente allarmata: “ a testa?” – “ No!” – dissi in modo tranquillizzante e sdrammatizzante seppur con un fondo di speranza.

Tra corone danesi euro franchi svizzeri malintesi e lingue sconosciute, prese improvvisamente corpo un fatto nuovo ed estremamente concreto: nella busta che la signora teneva in mano e che si era preparata in precedenza, c’erano contanti per il doppio di quanto io le avevo chiesto.

Pregno di pensieri reconditi, rimorsi commerciali e conflitti interiori e dopo un disperato silenzio, non potei che dirle la verità, la cruda e a me sfavorevole verità.

Come un eroe, incassai la metà di quanto c’era nella busta. Decisi di non raccontarlo agli altri della Band, che sono musicisti professionisti, vivono fondamentalmente degli ingaggi e quindi si arrabbiano facilmente, perché gli ingaggi sono quasi sempre bassi e perdere un’occasione è imperdonabile.

Quando loro – peraltro miei cari amici – leggeranno queste righe, avrò probabilmente qualche noia, ma questo fa parte dei sacrifici e dei rischi che deve accettare chi vuole scrivere. Specialmente se vuole scrivere la verità.

IL NOME A SACRAMENTO

Sacramento, primavera 1991. “Qual è il suo nome?”. In California era mezzogiorno. Ancora una volta la mia vita si arricchiva di esperienza. Partecipavo con una Jazz Band ad un grande festival americano. Avevo quarantacinque anni.

Vivere per qualche settimana in quel grande paese mi risultava interessante e stimolante.

Ne avevo viste delle belle nei giorni anteriori: entrare in un ristorante ed essere placcato da due cameriere perché avevo passato la linea rossa di demarcazione dell’anticamera, sporgendomi temerariamente verso la sala da pranzo benché disarmato. Oppure essere chiuso fuori dalla mia stanza d’albergo alle tre del mattino della seconda notte, perché l’Hotel si era accorto che il modulo su cui mi avevano fatto firmare la carta di credito (preventiva) era stato (da loro) sbagliato. O – ancora – rischiare di essere arrestato al Self Service per avere rinunciato ad un contorno di cipolle, che faceva invece parte del “pacchetto” registrato e presentato sullo scaffale. O essere additato minacciosamente alla polizia per avere passato un limite ideale tra due bandierine sul prato con una bottiglia di birra in mano (offendendo così la demarcazione federale tra zona di abbeveraggio di bevande alcoliche e non alcoliche). Ciò nonostante amavo ed amo molto quel paese e tutte le suggestioni ed i sogni che, fin da ragazzo (ragazzo del dopoguerra), esso mi aveva significato. Le suggestioni che avevano riempito la mia infanzia, quando al cinema con mia madre e poi con gli amici, vedevo inebriato di magico entusiasmo tutti quei film americani dell’epoca. Quelle pellicole in bianco e nero che si rompevano sempre a metà proiezione, in quei cinema pieni di fumo di sigarette. Sigarette che non davano fastidio a nessuno, perché nessuno sapeva ancora che potessero dargli fastidio. Quegli attori incredibili, quei miti inarrivabili che pensavamo non esistessero davvero e che quando apparivano nel nostro paese (sempre a Roma), sembrava impossibile che fossero lì e che parlassero e respirassero veramente come noi.

Da bambino guardavo l’orizzonte. Lo guardavo fisso e con lo sguardo acuto. Mi concentravo con tutte le forze, perché speravo che così facendo sarei forse riuscito a vedere, anche se molto lontana, l’America. E sapevo che essa era ad Ovest perché io possedevo la bussola che mi aveva regalato Babbo Natale. Guardavo in là, molto in là, a lungo, quasi con nostalgia, cioè con lo stesso sentimento che mi prendeva quando guardavo fuori dalla finestra della cucina la città di notte nella pioggia.

“Qual è il suo nome?” – ripeté l’uomo del carretto degli hot-dogs. “Scalini” – risposi seccamente, dopo l’esitazione necessaria per poter trovare – a fatica – un motivo valido perché costui, per vendermi un hot-dog, dovesse conoscere il mio nome. Quando lo seppe, se lo scrisse ostentatamente sul taccuino che teneva vicino alla senape, sotto il nome del solo altro cliente che gli stava attorno. Staccò quindi la metà del tagliando e lo passò, assieme a un numerino, alla moglie che stava ai fornelli, declamandolo ed attendendo la contro-declamazione della signora. Poi – appagati – infilando simultaneamente i relativi bigliettini su due chiodoni con la punta in su, passavano enfaticamente alla procedura successiva. Fu quello il mio primo contatto con le “G.M.P.”: le famigerate Good Manufacturing Procedures.

Quando la cibaria fu pronta, con procedura apparentemente inversa, mi arrivò l’hot-dog. Me lo mangiai, contrariato. Avendo ancora fame, o forse solo per goloseria, gliene chiesi un altro.

“Qual è il suo nome?” – mi chiese nuovamente quell’uomo.

Commettendo l’errore della mia vita, glielo ridiedi – pur manifestando riluttanza e disprezzo nei suoi confronti (senza che peraltro neanche si accorgesse dei miei sentimenti).

Avrei dovuto fornirgli invece un altro nome, ed aspettare che me lo contestasse: allora sarebbe stato “mio”. Ma per farne che? Per molto meno, qualcuno ha ucciso.

LA LEGGE SULLA ROTAZIONE UNIVERSALE

Adesso anche dei vecchi film a 16 millimetri sono riapparsi dalle tenebre degli armadi. Oggi li abbiamo guardati, io e Berto. Erano di nostro nonno. Abbiamo scovato un po’ di tutto ed un po’ di tutti, compresi noi due in fasce, ma soprattutto numerosi antenati, più o meno riconoscibili o riconosciuti. Berto, dopo una ponderazione silenziosa di un’ora, ha parlato. Ha detto che i film datati 1930 segnano una demarcazione drammatica nella storia delle relazioni familiari. Prima dei film infatti c’erano le foto – molto meno realistiche – e prima non c’erano che i quadri. Così è che, mentre dal 1930 in poi, un contatto quasi fisico con gli antenati è possibile, prima no e quindi sono e saranno probabilmente più stretti i legami dinastici post 1930 rispetto a quelli precedenti. Mi son detto teoricamente d’accordo, ma ho sottolineato che poi alla fine comunque si perdono le tracce ed anche l’interesse stesso nei confronti degli antenati, che finiscono per essere poi dimenticati. Ha convenuto che avevo ragione. Salvo – ha aggiunto – che uno sia stato un Giulio Cesare. Giusto, ho detto. Ma in fondo neanche così – ha rilanciato Berto non pago – in quanto se lo paragoni all’infinito, anche lui è un granello di sabbia. “Già” – ho concluso.

Poi improvvisa e implacabile l’intuizione, che partoriamo assieme.

L’universo è composto da infinite galassie, a loro volta composte da infinite stelle, che a volte potrebbero avere dei pianeti, pure infiniti e man mano che zummiamo (neologismo o inglesismo troppo efficace per non utilizzarlo – da “ripresa zoom”), si va nel più piccolo e ci si accorge che le cose e le persone sono formate ancora da particelle sempre più minute e che man mano che la tecnologia si evolve, continuiamo a scoprirne di sempre più microscopiche, fino ad arrivare alle molecole, poi agli atomi e via via sempre nel più piccolo, così i nuclei, gli elettroni e così forse – senza soluzione di continuità – fino all’infinito. L’universo del grande e l’universo del piccolo. Che sono lo stesso.

L’universo è quindi un ammasso infinito di sfere.

Così, come c’è la Legge sulla Gravitazione Universale, come c’è la Legge della Relatività Generale, così noi due vogliamo proporre la Legge delle Sfere (detta anche Legge sulla Rotazione Universale), che è la seguente: “Dall’infinitamente grande all’infinitamente piccolo, l’universo componesi solo di sfere, che spesso ruotano”.

LE G.M.P.

Ahh, le Good Manufacturing Procedures (che in versione italiana, copiando dagli americani, si chiamano N.B.F. = Norme di Buona Fabbricazione). Oh yes! Come diceva, ancora una volta, il buon Jannacci.

Non che io sia contrario. No, semmai sono contrariato. In realtà, le norme, come concetto astratto, come letterina dei buoni propositi, come priorità e base organizzativa, sono il fondamento di tutto. Figuriamoci se sono contrario. In fondo il concetto di “norma” ispira tutti i nostri comportamenti, da quello civile e morale a quello politico, da quello religioso a quello stradale, da quello monastico a quello sugli scarichi in fognatura. In realtà, come esistono le Norme di Buona Fabbricazione, già siamo assediati dalle Norme del Buon Cittadino, dalle Norme del Buon Marito, del Buon Padre, Buon Democratico, Automobilista, Pedone, Turista, Boy Scout, Prete, Arbitro, Medico, Cuoco, Prostituta, Studente e così via. Un manuale per tutti, oggi forse ancora manuale, ma che da domani sarà certamente legge dello Stato, e codice penale. La libertà è un concetto tanto di moda, quanto poco praticato ed il concetto stesso di libertà è estremamente aleatorio e soggettivo.

Quando le G.M.P. si applicano alla sicurezza sul lavoro, esse diventano in un certo senso Norme di Sicurezza, in Italia ben note agli imprenditori (quindi anche all’arrotino) con sigla 626, una delle tante, delle innumerevoli leggi e sigle da conoscere per filo e per segno (verrebbe da rammentarsi della barzelletta sui “numeri” delle barzellette). Sacrosanta, naturalmente, la legge 626. Troppo spesso disattesa, spesso anche dalla pubblica amministrazione che dovrebbe dare l’esempio, ma che altrettanto spesso si autoassolve, si autoesonera mediante disposizioni legali transitorie studiate e realizzate appositamente allo scopo. Per esempio, una volta andai dall’avvocato per far causa a un famoso corriere postale privato, che mi aveva tranquillamente perso un pacchetto importante ed arrogantemente “era disposto” – come massima concessione e dopo iter complessi – a restituirmi il pagamento effettuato (insomma, “il francobollo”), punto e basta. Ebbene, in tale occasione scopersi che lor signori non sottostavano, come noi cittadini, al codice civile ed al codice penale, bensì – udite udite – al CODICE POSTALE, di cui io (e non solo io) non sospettavo neppure l’esistenza e che fu inventato (nel giurassico, credo) appositamente dalle Poste Italiane, leggasi Stato, per non avere rogne. Tante infatti le norme, nel codice postale, ma riassumibili per me in due soli, semplici e simbolici articoli:

Art. 1) La Posta può consegnare o non consegnare.
Art. 2) La Posta ha sempre ragione.

La legge 626 in realtà potrei averla anche inventata io. Quando avevo nove anni infatti, prima di andare a dormire ripassavo con le mani gli scaffali che giravano intorno al mio letto, per accertarmi che non ci fossero oggetti in bilico e per adagiare di piatto ogni soprammobile affinché non mi cadesse sulla testa durante la notte, in caso di terremoto. Quando iniziai a correre in macchina, rompevo le scatole a tutti parlando di sicurezza in un’epoca in cui ciò faceva ridere o peggio, ti davano del codardo. Posseggo ancora le risposte sarcastiche che mi diedero famose riviste automobilistiche, circa le mie preoccupazioni e proposte in tale campo. Vent’anni dopo, le norme sulle corse sembravano uscite pari pari da quei miei suggerimenti.

Quando diventai padre, analizzai per mesi tutti i rischi pensabili per la mia famiglia. Dai maremoti in spiaggia ai meteoriti che possono caderci addosso, dai rischi della sdrucciolevolezza nella vasca da bagno, fino al rischio che il continente Europa possa rovesciarsi intero con la sua crosta galleggiante sul magma (non ci si può far niente, dite? E per quale motivo pensate allora che ad un certo momento io sia emigrato in Sud America?).

Gira e rigira, comunque alla fine non c’è niente da fare: si crepa. Qualsiasi sia il rischio o il non rischio, prima o dopo si tirano le cuoia. Meglio se dopo (a questo serve la legge 626).

Oggi la principale questione sociale dei paesi civili (cioè quelli che non hanno molti problemi seri e gravi di cui preoccuparsi ed hanno quindi molto tempo per occuparsi dei problemi marginali o peggio, dei “non problemi”, così da farli diventare – grazie al loro intervento – dei problemi) è quella di identificare e di punire il responsabile “della morte”. Di ogni singola morte, inclusa quella per vecchiaia. Comunque prima si riteneva che la morte fosse inevitabile, certa. In effetti l’unica certezza della vita. Oggi i benpensanti hanno invece aperto la caccia alle streghe. A ben volere (ed essi ben vogliono), è ovvio che concettualmente si può sempre – anche se irragionevolmente – ipotizzare un concorso di fatti e quindi di “responsabilità” e di colpe, per la morte di chiunque, in qualsiasi modo e per qualsiasi motivo essa avvenga. Un esempio limite: se non si trova proprio niente e nessuno di meglio da incriminare, si possono sempre incriminare i genitori, che per definizione hanno la responsabilità materiale di averci messo al mondo.

Responsabilità! Nobile ed estremistica parola il cui abuso ha iniziato a propagarsi mostruosamente intorno all’anno 2000. C’è potenzialmente così tanto spazio per discuterne quanto quello per dover fare relative polizze d’assicurazione con cui “difendersi”! Senza di esse – occhio! – come alla roulette del casinò, dopo 36 numeri esce lo zero. E – se non ci si è assicurati – si perde tutto.

“CHE LEZIONE”

L’infantilismo è un lato bello della vita. Certo, senza esagerare e purché sia di qualità (niente capricci, pianti e scherzi scemi, cioè quelli che non mi fanno ridere).

Per scherzare – credo – mio padre usava spesso fare brevi battute (come quella del titolo) in situazioni ricorrenti. Quando – erano gli anni sessanta – munitosi di auto poderosa, sorpassava a tutto gas un’auto normale, lasciandola smaccatamente indietro, mi diceva, confidenzialmente: “che lezione!”. Oppure alla fine di una bella giornata sugli sci, esclamava (citando l’espressione inventata dal suo amico Ugo): “che ranzate!” (dal dialetto milanese “ranza”, falce, riferendosi al gesto largo e curvo della falciata agricola, trasportata sulla neve). Quando poi vedeva un barbone o qualcuno molto male in arnese, mi diceva, con malcelata tenerezza: “por umasc…” (povero omaccio, in milanese).

Molti anni dopo mio fratello sostituì il “che lezione”, con “ che soddisfa”, più adatto ai tempi.

Italici gallismi stradali, com’eravate belli ai tempi cavallereschi! Poi, con il primo delitto “del cacciavite” (con l’aggravante dei futili motivi), essi non mi piacquero più e così smisi di praticare (quel delitto io lo avevo appreso dal giornale). Quando invece praticavo il gallismo stradale (non i delitti, che non ho mai praticato), ebbi un paio di grosse “soddisfe” (un po’ meschine):

“SODDISFA” N. 1

Ero partito alle tre della notte ed ero giunto “sul misto” di Collesalvetti che albeggiava, guidando entusiasticamente la Renault presa a mia madre. Ero solo e andavo verso l’Isola d’Elba. Che allora non era l’Elba di poi, bensì un’Elba ruspante e salmastra, che da una quindicina d’anni soltanto aveva la corrente elettrica e molte erano ancora le strade di polvere, poca la gente, minime le macchine. Erano pochi anni che le auto “salivano” sul traghetto: prima esse venivano issate sul ponte da una gru, avviluppate in una rete da pesca! Vecchia Elba…

Andavo in guida sportiva stradale – come ipotizzava Taruffi in un suo libro sulla guida da corsa – cioè tra il settanta e l’ottanta per cento del limite. Strada deserta, luce già sufficiente. Raggiungo una macchina di media cilindrata e più veloce della mia, ma guidata a velocità normale, la passo e vado. Dopo poco, su un rettilineo, la stessa mi si avvicina. Continuo senza fare una piega. Arrivano tre curve, io vado per la mia strada. Il tizio che mi segue prova a starmi appresso, lo controllo dal retrovisore: alla prima curva, sbanda – non la sa tenere – alla seconda curva, si intraversa; alla terza curva esce per la tangente, vola fuori strada nel prato e si ribalta tre volte. Mi fermo rapidamente e corro a soccorrerlo. E’ dentro, a testa in giù, ma non si è fatto assolutamente niente. E’ un agente di commercio sui quarant’anni (io ne ho diciotto). Poi mi invita a casa sua, lì vicino, ed è terrorizzato all’idea della moglie arrabbiata. Mi spiega che non sa cosa gli è preso, gli spiego che io sono un corridore, si dà del cretino e inventiamo una versione per la signora, quando brindiamo poco dopo a casa. Abbracci e non lo vidi più.

“SODDISFA” N. 2

Rettilineo cittadino all’uscita dell’ufficio. Nervosismo generale dopo una giornata di lavoro. Si procede abbastanza rapidamente su due corsie. Una specie di energumeno mi segue impaziente puntandomi da tutte le parti, io procedo sulla mia destra senza scompormi. Finalmente c’è un varco e lui mi passa rabbioso e si affianca facendomi gestacci e sfidandomi con occhi rabbiosi. Con un occhio lo guardo e con l’altro noto che la sua fila si è fermata. E’ un attimo: gli sorrido, mentre con un tonfo poderoso si stampa sulle macchine ferme. Mi spiace per loro.

“SODDISFA” N. 3

Stesso rettilineo. Qualche anno dopo. Sto uscendo con la macchina dalla stradina secondaria, il semaforo mi è verde, le macchine si fermano. Quando sono quasi tutto fuori, arriva un’auto che decide di passare la coda e passare col semaforo rosso, io non posso far altro che guardare contrariato. Mi vede, inchioda le ruote, fa una decina di metri, colpisce con il parafango una delle macchine ferme al semaforo, salta in aria, si rovescia e facendo scintille striscia sul tetto fino a entrarmi nel parafango. E’ ferma. Esco freddamente dicendo “E la Madooona!”, con le braccia aperte come per dire “… e poi qualche altro numero, no?!”. Estraggo con cautela una ragazza a testa in giù, per fortuna ha solo un po’ di sangue sulla mano. Arrivano i vigili e le danno anche la multa. Mah.

LA POMPA DEL TURCONI

“La pompa del Turconi, la pompa del Turconi!!” mi gridò Berto ridendo irrefrenabilmente per quanto gli avevo appena raccontato.

Il Turconi era sempre stato, da generazioni, il ciclista del paesino di origine di parte della famiglia. Eravamo cresciuti con quel nome di rincalzo pronto a risolvere i problemi delle nostre biciclette maltrattate da cuginetti come me, che ne scassavo sempre soprattutto i freni (cercavo anche di elaborare tecniche per effettuare leggeri scontri frontali, peraltro molto difficili da mirare). “Vai dal Turconi; è dal Turconi; sono andato dal Turconi…” Qesti bei nomi che evocano consistenza lombarda mi hanno sempre affascinato e comunicato sicurezza. Naturalmente essi reggono l’articolo, irrispettosi del corretto italiano: “il” Turconi, il Marangoni, il Carugati, l’Arnaboldi, il Ghezzi, il Brambilla e così via.

Fui a farmi fare uno di quei controlli medici che si fanno “dopo i 55 anni”. Un controllo d’avanguardia: se ben ricordo si chiamava “TACDI- 3 -DI- DELPET” o qualcosa di simile. E’ una specie di gioco elettronico. Prima, mi fecero passare ventiquattro ore senza mangiare, di cui sei seduto sul cesso a bere quattro litri di purga. Ma la cosa più pregevole (oltre alla diagnosi, grazie a Dio, fausta) fu il passaggio radiografico dedicato alle budella, sia per la sua valenza, che per le sue implicanze. Nella cornice della clinica raffinata, l’infermiera provetta mi comunicò la manovra che si apprestava ad eseguire su di me, con professionale distacco e confidenziale approccio per mettermi a mio agio, non prima di essersi accertata che tale manovra mi fosse già stata comunicata anche per telefono da una signorina – cosa effettivamente successa – completa di descrizione di ogni particolare, soprattutto sottolineando la contenuta grossezza dello strumento. Ora, lapidaria mi lesse quello che mi sembrò l’elencazione da film americano dei “miei diritti”, prima di passare a chiedermi il discreto e imbarazzante “posso cominciare?”:

“Insufflazione di aria – disse a voce alta, come fosse una sentenza di un tribunale medioevale – mediante catetere, a bassa pressione, dall’ano, nel colon”.

Io risposi, stoicamente, di sì. Per l’esattezza le dissi, “Faccia quello che deve fare.”, come dicono gli eroi di fronte al plotone d’esecuzione.

La signorina non era purtroppo molto esperta nella manovra e direi, neanche di quel particolare ruolo. Dopo un po’ la pompa medica iniziava comunque a pomparmi, precisa, a folate. Non ero contento. Stavo meglio prima, avrebbe certamente detto il vecchio amico Gastone. Mi venne poi in mente il palloncino gonfiato con la bocca del bambino, che poi apposta lo molla per guardarlo schizzare – tra le risa – e sgonfiarsi in un rumoroso destino a zig zag tra le pareti della stanza. Ed io (alla mia età), come ne sarei uscito? Raccontai i dettagli a Berto, che non smise di inneggiare alla pompa della bottega del ciclista.

RAPIMENTO A ST. TROPEZ

Tanto avevo fatto e tanto avevo forcato, che ero riuscito – dopo una vita di spasmodica attesa – ad ottenere la patente di guida automobilistica a diciassette anni, invece che a diciotto. L’avevo presa, superando l’esame in Inghilterra, poi me l’ero fatta semplicemente vistare dall’Automobile Club, in Italia. Ma avevo iniziato a guidare il volante, seduto sulle gambe del mio padrino (il vice – padre), quando avevo sette anni, in combutta con lui per non farlo sapere a mia madre. Da quel giorno andai sempre a scuola da solo, camminando facendo finta di essere alla guida di un’automobile. Anzi, di una serie di diverse automobili: c’era la Lancia Ardea (su cui avevo viaggiato davvero) e che aveva un comportamento tondo, noccioloso, gradevole ed elegante, quindi ne riproducevo il verso camminando “brrummm, brrrreeeuu, e così via per venti minuti fino ad arrivare a scuola”, con prestazioni ferrate e signorili a 110 km all’ora; senza fare troppo rumore con la bocca, per non essere preso per scemo dalla gente che a volte mi guardava. A seconda dei giorni, prendevo diverse macchine. Ricordo la macchina americana (su cui non avevo mai viaggiato ma mi ero informato e me n’ero fatta un’idea), con un misterioso cambio automatico che non aveva un comportamento preciso e che era un po’ inaffidabile. In compenso la guida era molto comoda e silenziosa, l’auto piuttosto veloce e soprattutto con una velocità di crociera che si identificava con quella massima, sui 140 Km / ora. Rare volte avevo provato nella mia mente marche sportive, tipo Maserati e Ferrari, ma mi ero trovato male, perché affondando l’acceleratore e volendo essere rigoroso e credibile con me stesso, avevo dovuto correre, invece che camminare. Più tardi, a undici anni e con macchine vere, facevo le gare a cronometro con una vecchia – allora nuova – Fiat 600, con mio fratello sui prati, di nascosto. A diciannove, correvo per davvero a Monza con una vecchia monoposto di Formula Junior, sempre in gran segreto, insieme a mio cugino Luigi.

E a cinquanta mi sono comprato, senza farlo sapere a nessuno, una Ferrari usata e l’ho nascosta per anni; anche oggi “forco” ancora e naturalmente non posso qui dire di più perché continua ad essere un segreto.

I segreti sono scomodi, ma molto belli; quando da ragazzo fumavo di nascosto alle feste, un giorno mi si parò dinnanzi mio padre e mi guardò: mi si gelò il sangue. Non disse un granché, ma io mi sentii lo stesso un debosciato e da allora le sigarette non furono più le stesse.

Avevo diciassette anni quando una mattina partii per un’avventura automobilistica e galante, lungo la costa francese, procedendo per quella italiana, quindi ancora quella francese, insomma avanti e indietro. Era il 1962, era estate, era vacanza. Avevo avuto ancora in prestito da mia madre la sua automobile, la Renault R8 avorio, gradevole – come erano le macchine allora – e molto godibile. Spesso le macchine allora, erano gustose, ma in realtà solo perché le condizioni di guida lo erano, la libertà degli spazi stradali molto estesa e le prestazioni delle auto mediamente molto modeste e spiccavano fortemente quelle appena migliori. Disporre in quegli anni, quasi senza limiti, di una Ferrari (non ne disponevo), significava addirittura uscire dalla realtà, come oggi con un elicottero. Significava andare da Milano a Roma in tre ore invece che in sei o sette, significava lasciare fermi al semaforo tutti e definitivamente, significava sorpassare “sverniciando” qualsiasi altro veicolo esistente (divertente neologismo usato dai cronisti nelle attuali telecronache di motociclismo: siamo nell’Anno Domini 2002). Oggi invece qualsiasi auto monovolume turbo corsaiola di periferia, può – complice il traffico – dare del filo da torcere a una Ferrari. Lesa Maestà!

Rigolo mi ricordò le cose che dovevo memorizzare. “Non ti scordare: sei andato a una festa su uno Yacht in rada a St. Tropez.Ti ha invitato Marlène, la padrona del Night “Chez Marlène” di Saint Maxime, che comunque tu conosci veramente. Questo lo dirò io a mia mamma questo pomeriggio e le dirò che me l’hai telefonato tu da bordo (a quei tempi non esistevano i cellulari e telefonare da bordo era un lusso irraggiungibile). Poi mi consegnò – da prendere prima di tornare indietro, mi disse – una pillola di simpamina. La macchina l’avevamo lavata – tutti i dettagli importano, mi aveva detto – e mi raccomandò di stare attento alla strada. Ci salutammo con lo sguardo complice e mi benedisse con un romanesco “me raccomando…”, che voleva dire tutto ed anche di più. Partii.

La strada della Costa azzurra scivolò veloce ed arrivai ben presto da Bianca, che era una ragazzina minuta e carina, della quale mi ero innamorato ma, dovendo per qualche torsione mentale “fare il duro”, le avevo detto che non l’amavo, così – giustamente – mi lasciò. Quello fu proprio l’ultimo incontro. Tornando in Francia con la simpamina, arrivai molto prima. La cosa più preoccupante è che ebbi la certezza di guidare con una sicurezza assoluta e una facilità enorme, alle più alte velocità. Se oggi sono qui, i casi sono due: o ciò era vero, oppure fui miracolato.

Ho qualche dubbio cronologico nella memoria (purtroppo ho un vecchio modello di computer cerebrale, mio figlio mi avrebbe già cambiato almeno dieci volte), però di una cosa son certo: alla velocità della luce una giornalista di un quotidiano italiano era andata a intervistare Minerva, in cerca di pettegolezzi – ne aveva raccolti – e sul giornale aveva già fatto uscire un articolo a grandi caratteri (“cronache delle vacanze”, nientemeno) circa il rapimento di un ragazzo milanese, minorenne, a Saint Tropez, con tanto di nome e cognome della rapitrice nonché tenutaria del night club omonimo, la quale ora minacciava di denunciare mia zia per diffamazione, la quale ora era arrabbiata con me, anche se non più di tanto. La vacanza finì così.

LUI ED IL SUO CANE

Pensare a tutto, preoccuparmi ed occuparmi perché per ogni singola ipotesi possibile io abbia una linea di azione da contrapporvi, o da potervi contrapporre. In ultima analisi, agire affinché non resti mai nulla di cui rimproverarsi. Ciò è impossibile. Ma è invece la direzione, che conta. E’ la tensione verso i nostri ideali. Non si può pensare di riuscire a comportarci veramente bene, senza fare errori, anche gravi, senza contraddirci. Ciò nonostante, lo dobbiamo sperare ed è la forza che riusciamo a mettere nel nostro comportamento, la convinzione nelle nostre convinzioni, l’onestà con noi stessi, che danno la tensione che forgia l’uomo. La vita è l’arena che ci mette alla prova: nella piazza e nella strada c’è la polvere dove ci si gioca il tutto per tutto ed una volta sola: adesso. Prima e dopo, affidarsi Dio.

La fatalità la leggo in una sola chiave, quella di violino

Per le altre cose della vita, le chiavi di lettura sono più numerose. Come nella musica, così abbiamo la chiave di basso, quella di tenore, la chiave di soprano ed altre chiavi ancora. Quando, nel 1952, mia madre aveva scattato quella fotografia, avevo sei anni, non cinquantasette. Ma più che questo – pur drammatico – stridore, mi colpisce oggi la chiave di lettura di quella fotografia, il suo profondo e definitivo stravolgimento.

Ritrovata la negativa in fondo al cassetto (come capita sempre a chi trova le cose in fondo a un cassetto) l’avevo mandata a stampare ed avevo aspettato vari giorni (la stampa in bianco e nero ed il formato vecchio avevano richiesto un lavoro specialistico) perché mi arrivasse in mano quella nuova fotografia, direttamente dal mio passato. L’avevo nelle mie mani. La guardavo. Decisi di metterla nella mia agenda, come segnalibro, ma non mi dava pace. Ogni giorno la riguardavo, ogni giorno la fotografia iniziava a guardare me. Ci guardavamo. Era la foto di un bambino di sei anni con in braccio un cagnolino nero, lo teneva stretto in un abbraccio triste e forte, come a una certezza calda, quel cucciolo gli era stato regalato dopo lunga attesa, a Natale. Lo sguardo del bambino, che ero io, era spaurito e lo sguardo del cane, Mammolo, era quello di un cagnolino un po’ strizzato ma contento. Doveva essere Gennaio e quel terrazzo freddo di Milano era completamente spoglio, non fosse stato per un tronchetto di vite americana sul muro, che indicava una certa cura rivolta a una realtà estiva che coinvolgeva il passato e il futuro di quella mia famiglia. Ogni giorno quella fotografia mi guarda ed io la guardo. Ogni giorno la guardo e mi appaiono nuovi particolari. I contorni dell’inquadratura sfumano al bianco, sono bruciati dal tempo o da una camera oscura mal gestita e la fotografia sembra volermi rappresentare l’allegoria del passato. Oppure sono io a cercare un dialogo: cosa posso intravedere ancora? Quali messaggi può ancora trasmettermi quel pezzo di vita che sta di fronte a me e che in qualche modo mi rimette per un momento dentro a quel tiepido e freddo 1952? Scopro ancora la canna dell’acqua arruffata alla parete, sarà stata mia madre a non riporla in ordine come avrebbe fatto mio padre se avesse ancora vissuto lì con lei? Il bambino ha uno sguardo triste. Lo sfondo delle case mi ricorda lo sfondo delle case della mia infanzia, così proprio come lo ricordavo. Non ho più visto altro nella fotografia proprio non c’era più altro da vedere.

In uno slancio indefinibile di un assurdo amore – che giuro altruistico anche se ciò possa sembrare impossibile – ieri ho accarezzato il viso di quel bambino e ho mormorato, come ad un piccolo fratello o ad un mio figlio, o forse soltanto ad un bambino, di non preoccuparsi, che lo avrei portato io al sicuro, insieme a me. In cielo. Lui ed il suo cane.

SOGNO

Questa mattina entro nel mio ufficio e trovo, seduto alla mia scrivania, mio padre.
Anzi, mio padre seduto alla sua scrivania. Niente di strano, se non fosse che mio padre è morto sei anni fa.
Lo saluto con grande enfasi, mi commuovo, l’abbraccio. Tutto è naturale, come sempre nei sogni, anche se sappiamo che non può essere. Ma ancor più sappiamo che invece è.

Incredibile sorpresa. Per qualche ragione incomprensibile, è accaduto un miracolo! “Ma come hai fatto?! Ma come era dove stavi?! Ma che bello che tu sia di nuovo qui con noi! Sembra impossibile”. Mi siedo e continuiamo a parlare, del più e del meno. Mio padre – in fondo da buon fantasma – è un po’ vago, non molto preciso, evanescente, ma è proprio lui. Metto giù la mia borsa da lavoro, sulla sedia di fronte alla sua poltrona, poi mi tolgo il cappotto e lo metto sull’altra sedia, dove c’è posto. “Ma hai preso qualcosa, Papà? Ti faccio portare un cappuccino e una brioche?!” – e penso, ma non glielo dico – che deve essere un pezzo che non mette niente sotto i denti.

Passa una mezz’ora e la segretaria (che è la stessa che aveva lui) ci porta la corrispondenza urgente senza sorprendersi. Ci troviamo entrambi ad allungare la mano per prendere la cartelletta.

“Scusa scusa!” – gli dico – e gliela passo. Lui da un’occhiata ai primi fogli. “Ma questa pratica non è ancora finita?” mi chiede sorpreso e pacato – “No, Papà, figurati che stiamo ancora aspettando che i burocrati si pronuncino! Mi spiace: vedrò oggi stesso di sollecitare ancora.” Suona il telefono, è un cliente che vuol passare un ordine ma vuole più sconto. “Papà, lo prendo io perché tu non hai seguito gli ultimi sviluppi, poi ti spiego e ti passo le relazioni, scusa sai”. Parlo col cliente e mio padre mi osserva e dà una scorsa anche al giornale. Fa un po’ caldo. “Ma dove sono le pratiche che tenevo qui in questo cassetto?” – Mi chiede sorpreso – “Beh” – rispondo – “abbiamo cambiato alcune cose. Sai, sono passati una decina d’anni da quando eri tu il Consigliere Delegato.” – “Già, certo, capisco.” – dice lui e aggiunge – “adesso poi, bisognerà anche che vediamo un po’ come dovremo riorganizzarci...”

Improvvisamente si apre la porta del nostro ufficio. In piedi, davanti a noi, in un gessato grigio, altero e dal sorriso vago e imperscrutabile, entra – in piena salute – mio nonno. Cioè suo padre. Che era morto nel 1957, da quasi mezzo secolo. Il parcheggio di sotto si è intanto riempito di auto antiche e di carrozze.

Tra un vociare strano e tra nitriti lontani – accompagnati da fragranze di sigari Avana e di acque di Colonia – decine di signori impettiti e dall’aria familiare, stanno salendo le scale.

I RUMORI

“Non era Giovanni”.

No. Non era Giovanni. Ma incominciamo dall’inizio: 1961, età quindici anni. Cantina di Giorgio, cioè cantina del Jazz. Giorgio mi aspettava ogni giorno alle due del pomeriggio. Scesi lentamente le scale per arrivare nel suo antro buio ma gradevolmente fresco, in quella tarda ma ancora afosa estate milanese, dopo che ero tornato dai sei mesi di “punizione” nel collegio di Londra. In attesa di rientrare in una nuova scuola, bindolavo in giro senza concludere niente, come mi diceva ogni giorno mia madre. Col mio trombone usato, nella custodia nera, entrai nella buia cantina senza scorgere altro che una sagoma umana seduta e ferma. “Vedi? Con questo buio sto diventando negro anch’io”, mi disse lentamente Giorgio, che iniziava ad apparirmi dal buio, in posa oliveriana (… da Joe King Oliver, maestro del giovane Louis Armstrong), compostamente seduto, vestito di scuro, con la cornetta in mano la cui campana stava adagiata sul suo ginocchio.

Strimpellavamo poi – malamente – per una mezz’ora; a volte veniva l’Ulivelli. Un giorno Giorgio mi disse: “Devi partecipare ai rumori”.

“I rumori ?” – chiesi io – “sì,” – mi spiegò – “come faccio a spiegarti? Devi venire domani, quando viene anche Paolo e Maurizio: vedrai”.

Eravamo in quattro il giorno dopo in cantina, loro tre ed io, l’apprendista. Avevano tutti qualche anno in più di me, cosa che invidiavo molto in loro, ma meno di quanto essi avrebbero invidiato molto in me quarant’anni dopo. Inoltre avevano il magnetofono! Quella incredibile recentissima invenzione che registrava i suoni, era lì, di fianco al pianoforte su cui facevano girare un bocchino di una tromba mentre incidevano il rumore della sua rotazione. Io guardavo, con la bocca aperta. Riascoltammo. Non era un granché come rumore. Cancellarono e passarono ad altri artefici. La cosa era per tutti noi divertentissima ed affascinante. I pomeriggi ci passavano senza che ce ne accorgessimo ed anche di notte pensavamo a quali nuovi esperimenti sonori provare, nonché quali storie brevi sceneggiare, come in una “pièce” radiofonica (la televisione era apparsa in Italia solo da pochi anni ed il sonoro, in se, era per noi già un mezzo più che completo). Forse avevamo un’anima surreale o forse soltanto goliardica – pur senza essere universitari (ma lo saremmo mai stati?) – così di giorno vivevamo le nostre avventure e soffiavamo nel microfono del magnetofono un vento da Transilvania con neve (mica facile fare il rumore della neve), mentre il protagonista della sceneggiata recitava commentando tra sé e sé: “Evviva! Ecco una capanna! Senz’altro dev’essere quella di Giovanni. Sono salvo!”. Poi bussava. Ma senza ottenere risposta. Eppure qualche lieve rumore proveniva dall’interno ed egli apriva allora la porta con molta circospezione, pensando (a voce alta per il magnetofono): “che buio…” e declamando poi, con voce ancora più alta: “Sei tu, Giovanni?”.

A questo punto c’era una lunga pausa (all’inizio era lunghissima, ma avevamo dovuto accorciarla, perché qualcuno non pensasse che fosse finito la rappresentazione e spegnesse il magnetofono), poi improvvisamente ecco il colpo di scena: un rumore sinistro, a metà tra quello di un vampiro che ti succhia la giugulare e quello di un lupo mannaro che ti mangia le budella. In realtà era il rumore che si fa mangiando un’ostrica, che noi però eseguivamo invece mangiando un uovo all’ostrica nel microfono, anzi solo il tuorlo in un cucchiaio e senza condimento, perché non ci volevano dare neanche quello in cucina da Giorgio.

Poi, “prima di morire” (è la metafora dello sceneggiato. In realtà il protagonista non potevamo farlo morire, perché invece di un lamento, volevamo fargli usare una voce nasale da cretino, che a me riusciva molto bene), il povero viandante pronunciava la battuta: “… non era Giovanni...”

Che ridere! “Sedici anni, l’età della stupidèra”. (Antico proverbio milanese).

UN PO’ DI DEPRESSIONE

“Dottore, le parlo seriamente e mi scusi l’espressione un po’ scurrile, ma rende l’idea: io vorrei sapere qual è il limite fisiologico accettabile, cioè normale, del rincoglionimento, a 56 anni, cioè la mia età.” – il neurologo sorrise e ridacchiò leggermente, poi, ricomponendosi rapidamente nella sua professionalità, iniziò a farmi domande.

Discorremmo piacevolmente per una mezz’ora e mi disse che ero fortunato perché lui era anche uno psichiatra. Alla fine mi diagnosticò una sindrome depressiva, insomma la famosa “depressione”, che va tanto di moda. Malgrado io non pensassi di essere particolarmente depresso, egli mi convinse che lo ero, così oggi sono un depresso. Ho quindi “il cervello delicato”, come quello della canzone che cantava Jannacci (il Ficus) dove concludeva con un “e se mi girano i marroni, salgo su e vi giro tutte le manopole: state attenti, eh!…”. In realtà, ora che sono ufficialmente depresso e curato, sto molto bene. Anzi, mi domando come facessero prima, gli uomini, a vivere, non so, per esempio nel medioevo, così, senza diagnosi, senza psichiatri, senza farmaci né ticket.

CORAGGIO O NON CORAGGIO

Coraggio di mettere il titolo che vorrei mettere? Diplomatica convenienza a non farlo? Finezza e gusto che lo sconsigliano? Considerazioni sul lassismo, lo sfascio morale, il turpiloquio dilagante, che invece lo permetterebbero? Ho deciso di farlo, ma qualche riga sotto, nel testo, con quella saggezza in cui credo e che mi dice di dire e contraddire, fare e disfare, credere e dubitare. O forse, con un po’ di sana vigliaccheria, non si sa mai qualcuno s’offenda o mi prenda in antipatia. Il titolo che avrei dovuto mettere in cima a questa pagina, e che metto invece qui, è: “Le facce di merda”. Per educazione metterò innanzi tutto la mia.

Ve ne sono poi di formidabili, molto spesso sono delle facce pubbliche, di quelle che vanno sempre in televisione. Difficile invece trovarne di clamorose tra la gente comune, quella che non va sui rotocalchi, anche se comunque ce ne sono, ce ne sono...

Spesso dobbiamo saperle sopportare: quando sono del tuo partito, quando rappresentano una squadra o un gruppo tuo, quando sono magari pecore nere ma hanno un ruolo e soprattutto, quando hanno la faccia come sopra, ma solo la faccia, mentre in realtà possiedono dei valori (anche se è un’ipotesi rara, perché quel tipo di faccia riflette quasi sempre il contenuto del cranio relativo).

Le simpatie e le antipatie si mischiano intimamente con i fatti e le azioni, spesso al di là della razionalità. Ecco che vedo delle greggi di umani, che si raggruppano per simpatie epidermiche. Si raggruppano seminudi in grandi prati ed ognuno legge a voce alta agli altri una pagina di una fiaba e poi si siede. Con sistemi incrociati essi si ascoltano ad uno ad uno, si odorano, si guardano e poi s’aggruppano secondo reciprocità di simpatia. Tra loro, senza comprenderne la portata selettiva darwiniana, si crea spontaneamente anche il gruppo delle facce di merda. Ma tutto è relativo, come diceva Einstein.

LA GIRONDA

Con l’editore avevamo convenuto che avrei avuto uno spazio fisso per parlare di musica sulla sua rivista. Entusiasmato dalla nuova prospettiva ero andato ad ascoltare un colto concerto di musica classica antica a Milano, eseguito da maestri inglesi, con strumenti dell’epoca. Il pubblico, raffinato e blasé, si era accomodato con eleganza ed attendeva l’inizio del concerto. La musica iniziò ed era abbastanza gradevole, anche se alcuni strumenti evidenziavano la ragione che aveva portato alla loro successiva evoluzione od estinzione. Il repertorio era strettamente corrispondente all’epoca degli strumenti ed infatti lo scopo dichiarato era quello di riproporre il suono che avrebbe dovuto caratterizzare – ritenevano – i concerti di allora.

Ad un certo momento fu portata sul palcoscenico la Gironda.

La Gironda è uno strumento antico, fatto (lo vedevo da lontano, dalla decima fila) credo di legno e sembrava il macchinino dell’arrotino che fa le lame ai coltelli. L’operatore (musicista), seduto di dietro, ha tra i piedi una specie di pedaliera da ciclista o forse i pedali piatti delle vecchie macchine da cucire e tiene la diavoleria in moto a forza di cosce polpacci e caviglie, tra stridori e rumori di carter, mentre in qualche modo il marchingegno riesce perfino ad alimentare un polmone da cornamusa, che pompa fuori suoni, più che altro rumore organizzato. I versi sono di due tipi: il primo è una specie di lamento di una pianola scordata e sfiatata, che in confronto al secondo però, è pura armonia. Il secondo è come il “cazoo” (dall’inglese “cazoo”), che produce il suono popolare nostrano che si fa col pettine coperto di cartavelina (quello per intenderci, che da bambini facevamo cantandoci dentro con le labbra attaccate), ma più brutto e più forte.

In pratica, è un tremendo e stupido suono che assomiglia molto ad una immane pernacchia che crede di essere diventata musica. Roba da coscritti vestiti da donna, arrivati a Milano ed emersi dalla Metropolitana di Piazza del Duomo.

Quando questi musici inglesi, dopo un primo tema che aveva evidenziato tutta la bruttezza della gironda (sarà anche stata scassata, non lo so ma non mi interessa) e dopo aver raccolto di nuovo le cortesi ovazioni di quel pubblico dabbene, attaccarono “Le quattro stagioni”, il mio cuore di italiano e la mia sensibilità musicale mi fecero vedere rosso. La presa in giro – io la vivevo e la sentivo così – della vera versione dell’opera d’arte di Vivaldi era così marcata (concedendogli pure la buona fede, ma allora mancavano – stranamente per degli inglesi – del senso dell’humour), lo spernacchiamento così osceno, che li avrei sfidati ad eseguire l’inno reale inglese con quella loro rancida formazione! Mi ribollì il sangue nelle vene e – non fosse stato per mia moglie – mi sarei alzato al buio, a scena aperta , e avrei gridato a squarciagola, con spirito da eroe risorgimentale, quell’epiteto che mi giungeva profondo dal cuore: “cazzoni !!”.

Ma tacqui e ribollii seduto, come una zuppa toscana, dovendomi sorbire pure il rumore di un altro applauso. Poi corsi a casa e scrissi di getto l’articolo per la rivista, più o meno come quanto ho scritto qui sopra.

Non me lo pubblicarono e l’incarico mi fu anche tolto.

Mi sarei ben presto arrabbiato ancora, a causa della musica classica che amo quasi come il jazz e tutte le altre buone musiche (gli amori sono cari). Questa volta la colpa fu di Beethoven.

Lessi la pubblicità per la “Opera omnia” di Beethoven alcuni anni fa. Diceva appunto “Opera omnia”, e l’offerta consisteva nel comprare in edicola ogni settimana un cd, fino a collezionare l’opera completa, appunto la “Opera omnia”. Mi accordai con l’edicolante di conseguenza. Mi arrivò fiammante il primo bel cd, con tanto di libricino annesso. Lessi l’interessante testo pregustandomi quel concerto che poi ascoltai felice. Grande, grandissimo Beethoven. Il più grande? C’è chi dice di si, c’è chi dice di no, che fosse Mozart. Una lotta tra titani. Non ho mai capito perché si debbano fare delle graduatorie nell’arte, come fosse una corsa campestre, ma tant’è. Se vogliamo stilare classifiche tra i due, per me prima viene Beethoven. Di Mozart però amo il Requiem e lo considero l’opera più grande di tutte le musiche, in assoluto. Dicono che forse non l’abbia scritta lui, non saprei. Mozart era un personaggio ambiguo ma per i miei gusti, molto, molto simpatico. Beethoven no. Dicono che fosse intrattabile e che puzzasse (in modo diverso da Mozart). Per varie settimane mi arrivarono le confezioni delle opere di Ludwig Van Beethoven. Le ascoltavo (non sempre riuscivo a leggermi per intero il testo critico e lo riponevo per riguardarmelo alla prima occasione) ed archiviavo i dischi e i testi in una zona della libreria che avevo liberato apposta per quell’Opera omnia. Bella collezione mi stavo mettendo insieme, non c’era che dire. Dopo un mese e mezzo avevo sei cd in bella mostra sullo scaffale. Quanti avrebbero potuto essere tutti i cd dell’Opera omnia? Feci un rapido calcolo, ogni cd un’ora, sei cd sei ore. Scrivere musica classica per orchestra è un’operazione estremamente complessa, non è mica uno scherzo. Scriverla stupenda poi, può prendere – ammesso di esserne capaci – un tempo enormemente più lungo, anche perché l’ispirazione non è che sia sempre lì, disponibile come andare a prenderla al supermercato. Ho così provato ad ipotizzare una sua giornata di lavoro immaginandomelo seduto al pianoforte (era anche cieco alla fine, ma non divaghiamo), con una settimana di cinque (o sei) giorni lavorativi, i lunghi mesi, ma poi anche le apparizioni pubbliche che tolgono tempo, gli spartiti scartati, le giornate senza ispirazione, le vacanze, le malattie e così via. Secondo i miei calcoli, nella sua vita vulcanica, non avrebbero potuto ragionevolmente arrivare a noi più di una quindicina (massimo venti) ore ininterrotte di opere sublimi, cioè le sue. Le settimane passavano ed ogni lunedì sulla scrivania trovavo un nuovo plico scuro, con il viso scapigliato del grande Ludwig che mi guardava sempre impassibile, senza fare una piega. Archiviavo. Avevo iniziato a saltare le audizioni che coinvolgessero cantanti lirici, che non sono il mio pane. Inoltre il ritmo a cui mi giungevano i dischi cominciava ad essere superiore al tempo di cui disponevo per l’ascolto. Infine, la dose di musica classica che posso gustare ed assorbire settimanalmente aveva sfondato il mio indice di gradimento (a volte la musica che amo di più è il silenzio). Trentatremila lire ogni disco, questo era il prezzo che mi veniva addebitato ogni settimana, in forma automatica. Ma che importava, comunque avrei avuto la collezione completa che è sempre una bella cosa da avere in famiglia, come una bella enciclopedia, una bella litografia, un bel mobile d’epoca. Ormai un lunedì qualsiasi, prestissimo, non avrei più trovato il pacchetto sulla scrivania e quasi quasi me ne sarebbe dispiaciuto: sarebbero stati ventidue? Sarebbero stati addirittura venticinque i cd? Ora eravamo a diciannove, andava avanti da cinque mesi. Dopo qualche settimana considerai, come pura ipotesi contabile, di fermare la collezione, che già si stava accatastando intonsa su un armadio perché la libreria era piena e non riuscivo a trovare un altro posto adatto. Man mano che passarono i mesi, la mia disponibilità nei confronti della casa editrice, dell’edicolante e soprattutto di Beethoven cominciavano a venire meno. A volte con sconforto pensavo di essere entrato in un racconto di fantascienza e di star scoprendo l’entrata per l’Inferno. Il mio rapporto avariato era ormai solo con Beethoven. Mi guardava beffardo da ogni nuova dispensa settimanale, prendendomi in giro: “musicista della mutua, impara come si fa ad essere un genio: roditi, ascolta, fammi ridere.” Io lo giravo sul dorso del cd e lo buttavo sull’armadio. Ormai non l’avrei mollato, era un duello tra lui e me. Era passato un anno, cinquantadue settimane, unmilionesettecentosedicimila lire e la collana continuava ad uscire imperterrita. Avevo deciso di non chiedere più niente a nessuno, né quante settimane ancora ci fossero – ammesso che qualcuno lo sapesse (cominciavo a pensare che fossi preda di allucinazioni o a mania di persecuzione) – né quante opere egli avesse realmente composto nel corso della sua lunga vita. Mi rodevo in silenzio. Quando arrivava il pacco lo mettevo via nervosamente subito, con ostentata disattenzione.

Le settimane e le consegne non cessavano più. Non era possibile! Quest’uomo aveva passato la vita a scrivere, per quello che puzzava, non aveva mai fatto altro che scrivere. Non aveva avuto il tempo di parlare con nessuno, non aveva mai dormito, non poteva aver mangiato. Oppure aveva barato – mi dissi delirando – non aveva scritto tutto lui: me lo vedevo come un professore di scuola che rubasse sistematicamente i temi di tutti i suoi alunni per riunirli in una collana di “suoi racconti”, o come un professore universitario che facesse suoi i lavori dei suoi migliori studenti… Ma tutto ciò non era sufficiente a giustificare la bellezza delle sue orchestrazioni, la perfezione geniale del suo lavoro: come aveva potuto? Ma soprattutto, come poteva prendermi in giro a quel modo?

Una perfida certezza mi venne in aiuto e mi aiutò a superare quel duro momento della mia vita: Beethoven non c’era più. La sua opera era comunque finita. Questo io lo sapevo!

Alla sessantottesima dispensa gli dissi: “creperai bene una di queste settimane!”. Così fu.

NOSTALGIA DEL FAR BENE

Dev’essere, la mia, una sindrome da consegnare agli “strizzacervelli”, questo brutto ma pregnante neologismo, che si riferisce agli psicoanalisti. In realtà qualsiasi cosa, la si può consegnare agli psicoanalisti, per un’analisi della personalità e delle eventuali anormalità presenti in tutti gli uomini, donne e bambini, di ogni livello mentale e culturale. Le personalità modeste perché modeste, quelle eccezionali perché eccezionali e quelle comuni perché comuni. Così un grande artista sarebbe probabilmente definito come uno psicopatico. Altrettanto un santo. Un grande condottiero pure e via via le anomalie si sommerebbero per elencare grandi uomini d’affari, grandi cattedratici ed infine tutti coloro che riescono ad eccellere in qualsiasi disciplina o attività, perché essi potrebbero essere in un certo senso considerati degli anormali. Ma che cosa o chi gli psichiatri considerino “normale” non mi è chiaro. Forse intendono riferirsi all’uomo medio? Cioè a quello, come s’usa dire “che ce ne sono di più?” Ma spesso ciò non potrebbe essere correlato al concetto di “popolo bue”? E chi vuol essere bue? Chi è bue?! Chi vuol essere normale? Chi vuole essere anormale?! E il normale, è meglio dell’anormale? O vorremmo essere solo anormali, ma “in su”, non certo “in giù”? Forse è tutto qui il discorso, anche se è difficile ammetterlo, con noi stessi e con gli altri (più che altro con gli altri).

E’ normale temere il buono? Spesso, quando ottengo qualcosa di buono, ci resto male. Se ottengo un successo, subito mi prende la nostalgia della vita. Un magone per ciò che faccio di buono pensando che non potrò più farlo quando non ci sarò più. Un sentimento di vaga commiserazione, quasi di cordoglio nei miei stessi confronti. Naturalmente ci resto male anche se faccio qualcosa di male. Parrebbe dunque che la mia normalità mi confini a restarci male comunque, un po’ come chi beve per dimenticare ma si dimentica di avere la sbronza triste. Forse qualche dose di autolesionismo, combinata con del buon masochismo, una latente mania di persecuzione ed il complesso di Edipo, sarebbero buona preda per un carniere psicoanalitico di qualcuno che potrebbe lavorare sul mio caso, con buon profitto (in senso lato) e per concludere – dopo molti anni – dando forse la colpa al pene o a mio padre, o a tutti e due. Detesto chi non ha dubbi.

Qualcosa ancora riguardo alla normalità.

Graziella – mia figlia – senza sapere del tema che sto trattando, oggi l’ha messo in discussione (si parlava di artisti e non d’altri), così mi vedo ora a dovere rimescolare ancora l’argomento. Il fatto di essere “anormale” – sostiene – non è motivo in se perché debba produrre necessariamente buona arte. Sono d’accordo. Ma la cosa va oltre. Addirittura sostiene di non amare più l’opera artistica di chi si è macchiato di un atto criminale. E qui non sono più del tutto d’accordo, anche se il tema è interessante. L’opera d’arte di valore (che è comunque per me sempre e solo soggettivo, con buona pace dei critici) è tale in quanto opera finita, creata, come partorita dall’artista e – se vale – dovrebbe prescindere dal suo creatore. L’emozione di cui ci inebria una certa musica, un certo quadro o una poesia, crea un contatto tra delle anime e non dovrebbe mai essere inquinata da considerazioni sulla meschinità dell’autore. Come sempre, ci può essere qualche eccezione: un’opera blasfema non la prenderei in considerazione (io) e se ne fossi obbligato, essa mi ripugnerebbe (anche se – teoricamente – potrebbe anche ripugnarmi solo per una questione di principio). Riconosco che anche l’arte può ispirarsi o peggio dedicarsi al culto del male. In questo caso non la avvicinerei, dichiarandomi incompetente e contrario. Infatti la questione fondamentale è per me la sacralità dell’arte. Sacralità che deriva dal messaggio metafisico, trascendente e misterioso che – quando è arte vera – essa emana. Quindi deve – per me – essere al servizio del lato positivo della vita, per costruire, rafforzare, confortare, creare luce e soprattutto creare amore. E’ comunque probabile, per mia fortuna e tranquillità, che un artista che si macchi di crimini – magari ricorrenti – non sia un alfiere del bene a cui mi riferisco e quindi difficilmente mi si porrebbe il dilemma. C’è comunque già un problema, per me. Il blues. Ci sono dicerie e leggende in proposito, che attribuirebbero tale musica addirittura al Diavolo. La si metterebbe infatti in contrapposizione al Gospel, cioè alla musica del Vangelo. Così, grandi cantanti di Spiritual cristiani, come Mahalia Jackson, non hanno mai voluto cantare il Blues, pur sapendosi esecutori potenzialmente poderosi. Essendo un musicista di jazz, mi è impossibile evitare il blues. Il blues, nelle sue svariatissime tinte e strutture, permea tutto il jazz, di ogni tempo e di ogni stile. Grandi cantanti anche di Gospel, come Aretha Franklin, hanno per contro cantato anche il blues. Il blues è un linguaggio da cui non è possibile prescindere, quando ci si esprime in linguaggio Jazz. E’ come la lingua latina rispetto a una lingua neolatina: non la si può, né la si deve, rinnegare.

Io vorrei suonare il blues chiedendo una dispensa. Io suono il blues in terra forse nemica, ma vorrei suonarlo in testimonianza, per dimostrare che questa splendida musica non è feudo ostile, almeno non necessariamente. Vorrei suonarlo come se stessi predicando. Rappresentare così l’eccezione. Per confermare la Regola.

ASSILLO

Sono inseguito
dall’assillo di sapere
se
farò in tempo
a vivere

LO SDEGNO

“E’ una torta molto buona” – mi disse offrendomela – “fatta in casa, mica di quelle comprate, troppo dolci, quelle che dopo tre bocconi, ti sdegnano!”.

Ti sdegnano. Mi piacque.

Mi sdegno spesso anch’io e magari anche per altre cose, che so, per quelle leggi che in Italia non vengono applicate, ma che persino peggio sarebbe l’applicarle. Lo sdegno sarebbe maggiore: figuratevi se da domani si applicasse – per esempio – la legge sulla “adunata sediziosa”. Cioè quella legge italiana (vigente) che prevede l’arresto per gruppi di persone (cioè da quattro in su) che circolino con atteggiamento sospetto. Si potrebbero arrestare finalmente tutti gli italiani nel giro di una settimana (quelli che durassero fino al sabato, cadrebbero comunque nella trappola… della messa domenicale).

Vi sono una grande quantità di leggi, decreti, normative, circolari e quant’altro, che sono state cervelloticamente prodotte dal nostro stato fin dai suoi inizi, senza tenere in conto quanto andava sommandosi, senza abrogare tutto ciò che andava abrogato e senza tenere in sufficiente evidenza ciò che fosse in contrasto con quanto già prodotto. Questo modo di agire ha portato alla attuale bolgia della quantità di leggi esistenti, che neppure gli avvocati conoscono e dove ci si può troppo spesso trovare (basta cercar bene) una norma appiglio per annullare una altra norma (della serie “ La certezza del diritto”, che è parte della collana napoletana “Cornuti e mazziati”).

Sicché, essendo – per fortuna – l’uomo italiano pregevole per moltissimi lati, saggio e pratico, fantasioso ed elastico, ha giustamente pensato di non applicare le leggi che non gli piacciono.

Sì: la legge c’è ma non si vede, non si applica: si fa finta che non ci sia. Di solito. E qui sta il problema nostro: il “di solito”... e se qualcuno d’improvviso decide che si applichi? E’ già successo.

Siamo quindi a vivere come ostaggi. Se ci va bene, se non schiacciamo un callo a quello sbagliato, se non siamo sfortunati, allora sappiamo che certe leggi si applicano (più o meno, ma questa è un’altra storia), e che altre sono invece disattese. Che bello. Per confortarci, siamo obbligati a rifugiarci in considerazioni del tipo:“Perché, preferiresti vivere in un paese dove ti squartano col machete, ti torturano, muori di fame?”. Ed ecco che allora ti senti subito bene e “stai contento”.

Ultimamente però, nel nostro civilissimo paese (lo dico senza sarcasmo), abbiamo un problema in più, un problema imbarazzante. Ci hanno accorpato all’Unione Europea. No, non è questo il “problema” a cui alludo (anche se non ci hanno mai chiesto se eravamo d’accordo, forse per paura che finisse come in Inghilterra o in Svizzera dove al Referendum il popolo disse di no, secco e senza tante parole), no, mi riferisco ad altro, ad un altarino difficile da spiegare. Come facciamo a raccontare ai nostri civilissimi (lo dico ancora senza sarcasmo) partner, che qui da noi le nostre leggi sono applicate certe si e certe no? Gli passiamo una lista sottobanco con l’elenco di quelle che si applicano e di quelle che non si applicano? Non gli diciamo niente? E se ci danno la multa perché non le applichiamo? E se ce la ridanno più salata? Peggio: ci mettiamo ad applicare tutte le nostre leggi e finiamo tutti dentro? Certo, non c’è sufficiente posto nelle carceri e tutti noi lo sappiamo bene, ma… e se con uno sforzo comunitario, i nostri partner riuscissero affettuosamente a metterci a disposizione anche le loro, di prigioni? Magari quelle bellissime della Scandinavia?

No. Non si può. Allora, come diceva il famoso giornalista, delle due l’una: o facciamo un falò dei nostri regi decreti e simili (magari comprandoci al supermercato un bigino di leggi funzionanti e sperimentate e – per l’amor di Dio – di tipo occidentale), oppure – così come ci siamo entrati, in Europa – ce ne usciamo. Ed andiamo avanti ad arrangiarci da soli come abbiamo sempre fatto, con successo.

SERATA INTENSA

Camminando per il grande viale, la “avenida” assolata, dai muri calcinati e scrostati di un quartiere popolare della città sudamericana, arrivammo alla chiesa, la cattedrale “lindisima” – bellissima, come ci aveva detto fiero un polveroso posteggiatore. Che era piuttosto brutta invece – dal di fuori – ma decisamente bella davvero – dal di dentro – come un Duomo di Milano minore, ma più luminoso.

L’orchestra sinfonica municipale, in elegante tenuta scura, stava intonando gli strumenti ed il direttore e le autorità andavano e venivano nervosamente sistemando le ultime cose per iniziare quel concerto gratuito, per un pubblico scarso, ma attento.

Salutammo tipicamente, con un bacio abbracciato, l’amica che nell’orchestra suona la viola. Gli orchestrali ci scrutavano, facendo finta di no. Poco dopo, con il tipico forte ritardo sudamericano, l’orchestra iniziò, con un concerto grosso di Vivaldi. Splendido, ed eseguito con maestria europea. Aggiungerò che la sera prima ero andato anche ad un nuovo jazz–club, dove un giovane trombettista locale aveva suonato anche allora, con maestria questa volta americana (che nel jazz significa – per definizione – il massimo); sicché, aggiungendo magari qua e là personaggi del calibro di Garcia Marquez o Borges, ci si rende conto di quanto il Sudamerica non sia affatto o non solo quella giungla che molti credono.

I musicisti suonavano i loro strumenti in maniera perfetta, io osservavo la mano di donna del primo violino muoversi dal corpo flessuosa, senza una scossa, senza un’indecisione, e togliere con l’arco ogni nota dal ponte, ogni nota che è nel violino e soltanto va colta. Ed ognuno, ciascuno di quei musicisti era uguale, con i tempi perfetti che inchiodano ogni piano e ogni forte in attacchi fermi come il cristallo. Cercavo nei loro occhi un segno di dubbio, un indugio, ma non ne trovavo. Cercavo allora di intuirne i pensieri durante le pause, ma nulla traspariva. Nulla, che non fosse musica. E il mistero dell’onde mi inondava ancora una volta d’amore. Per loro. Per Vivaldi. Poi, soprattutto per Dio. Uscii felice.

Più tardi, tutti a cena dai vecchi amici Truman, lui tipico inglese, laureato ad Oxford ed emigrato trentacinque anni fa. Lei sudamericana. Casa raffinata, in uno dei vari “barrios lindos”, i quartieri buoni, così diversi da quelli popolari, eppure così ugualmente tipici delle città sudamericane (e non). Vent’anni fa eran di sinistra e oggi, con la stessa ostentazione, son di destra. La vita... come dice il buon Ramangoni, vecchio massaggiatore sportivo, un tipo simpatico con una storia da romanzo (umili origini – emiliano – da ragazzo finisce ad El Alamein ma, per sua fortuna ci arriva mezz’ora dopo, e la fa franca… come perdere un piroscafo che si chiama Titanic. In compenso lo fanno prigioniero e passa dieci anni da tutte le parti, anche a guerra finita: a mangiar ratti di straforo in prigionia in Africa, a vedere morire i compagni ogni giorno come mosche, a scoprire l’amore in Australia, a salvarsi la pelle inventandosi cuoco. L’Odissea? Cosa da ragazzi in confronto a Ramangoni). Ed ecco allora che il suo sentenziare: “la vita”, diviene importante. Lo dico davvero e con rispetto.

La conversazione dai Truman, intensa e gradevole, dopo un inizio lontano, si mise a girare e a volteggiare per cerchi concentrici, avviluppandosi con serenità surreale, tra vini e profumati soufflé, attorno al sempre più frequente tema della morte. Ma non se ne venne a nulla. “Quando non sarò più in condizione di badare a me stesso, allora preferirò che mi si lasci morire”, disse gravemente Archibald, con ponderata risolutezza. “Io no:” – gli risposi convinto – “quando non sarò più in grado di pulirmi il sedere da solo, allora preferirò che qualcun altro me lo pulisca”.

CARLUCCIO

Questo è il nome. Questo era il diminutivo che gli amici fraterni e i parenti affettuosi davano allora a questo mio avo. Questo e molto di più, traspariva da quel manoscritto di Carlo, un mio pro-pro-zio, o più semplicemente, lo zio di mio nonno.

I fatti su cui scrisse riguardano il Risorgimento e per la precisione il periodo dagli anni quaranta agli anni cinquanta, del 1800. Il pover’uomo si ritrovò arruolato per forza, all’età di diciott’anni, nell’armata nemica, austriaca. Tra vicissitudini di ogni genere, rimase soldato per dodici anni, battendo il primato del Ramangoni. Questo racconto autobiografico, scritto in bella calligrafia (pressoché incomprensibile) venne tramandato di primogenito in primogenito, senza che, temo, nessuno mai lo leggesse per intero. Si tratta, a prima vista, di un “mattone”. Duecento pagine, per giunta “invecchiato” prima del tempo e in un certo senso orfano dei suoi lettori naturali: fu infatti scritto da Carlo trent’anni dopo i fatti di cui parla, quando quindi i di lui nipoti (non aveva avuto figli, occupato com’era a fare il soldato) lo ritenevano probabilmente un vecchio zio noioso che parlava sempre delle sue storie di guerra. Per fortuna però, lo sforzo dinastico dettato dal rispetto per quel grande quaderno rilegato di blu, fece si che almeno esso non si perdesse e che anzi, dopo un paio di secoli, “riapparisse” all’attenzione di un discendente, come uno scrigno di un tesoro interrato, ed arrivasse appunto in mano a qualcuno che, pur avendolo in realtà visto per tanti anni sullo scaffale, in un preciso momento – come ispirato dal cielo – decise di fare qualcosa. Quel qualcuno fui io: decisi che bisognava rendere leggibile l’opera. Trovai così tra i miei conoscenti uno storico, appassionato di testi, di lingue e di segrete, che con pazienza certosina si mise a trascrivere il testo di famiglia, non senza realizzare richiami, note e prefazioni, che egli elaborava nell’ambito della Facoltà accademica a cui apparteneva. Ma di tale libro non parlerò in questa sede. Parlerò invece ancora un poco, dei sentimenti che si crearono attorno a questi fatti. E siamo ad oggi (qui ho cinquantasei anni). Come dicevo, tutto ciò assomiglia all’apertura di uno scrigno che contiene – si spera – un tesoro. Si è iniziato sei mesi fa ed ora siamo circa a metà dell’opera (lo storico incaricato vi può lavorare solo nei ritagli di tempo). In questi mesi, tre volte ci è arrivato lo scritto man mano accumulato, subito voracemente letto da me e da Berto (parente dell’avo quanto me), presente a queste operazioni dalla atmosfera in un certo senso magica, come nei film avventurosi di Indiana Jones.

Noi (e in parte l’amico storico), abbiamo così conosciuto un signore che non esisteva, uno zio, che è venuto a parlarci, di sé, della vita di altri nostri avi vicini a quelli che tanti anni fa avevamo conosciuti appena, a descriverci case e luoghi che in qualche caso conosciamo ancora o di cui abbiamo sentito parlare in famiglia, a collegarci a racconti già sentiti o a informazioni nuove, diverse, chiarificatrici, inquietanti, a parlarci direttamente quali suoi “nipoti presenti e futuri”, come egli testualmente scrive, a diventarci inevitabilmente amico, in ultima analisi, a volergli bene. Il tutto, in una cornice storica molto interessante, ci sta consegnando fatti nuovi di indubbio valore oggettivo.

Carluccio, fino a ieri, era un parente pressoché dimenticato, insignificante, di cui si poteva giusto vedere una vecchia lapide al cimitero di famiglia e dove l’unica cosa che richiamava un po’ di attenzione, era un bel “Rag.”, fieramente scolpito davanti al suo nome. Come cambiano i valori.

Il testo che ancora deve essere scoperto, ora ci attende. Nelle prossime settimane – come al gioco del Poker – si spunteranno lentamente le carte e si saprà dove andremo a parare. Come ho detto all’amico storico, chi può escludere che magari nell’ultima pagina non ci sia la ricetta, la formula, le istruzioni per entrare in possesso… della pietra filosofale?

In tal caso – egli mi ha voluto cavallerescamente avvertire prima della mia partenza – quando tornerò dal Sudamerica non troverò più né lui, né il libro.

NATALE

E’ Natale. C’è il sole e trentadue gradi all’ombra, l’aria è secca. Silent Night ripassa spesso alla radio, all’ombra di un limone, verso la piscina. Pieno di tacchino, dopo la siesta, continuo a pensare, come spesso mi capita di più a Natale. Che triste felicità oggi. Gira la pagina del mondo, in questo giorno, come ogni anno. Ieri alla messa di mezzanotte un tizio mi ha rinfacciato che l’Italia era coi nazisti e non merita la bandiera in quella loro chiesa. Non mi è piaciuto (e non l’avevo mai pensato prima, perlomeno in forma così cruda). Mia figlia mi ha regalato una scatolina d’argento per le pillole, con riprodotta in smalto la faccia del nostro cane Bach, morto sei mesi fa. Quattro mesi fa è morto anche il nostro cane Pablo. Ora è l’Ave Maria di Shubert alla radio e domani con Cristiàn iniziamo il lavoro di traduzione di questo libro in spagnolo, ci tiene molto. Ne sono felice. Per la prima volta dopo sei anni da che non c’è più mio padre, oggi mi manca. Anche di questo, ne sono felice. Altri ancora mi mancano e sono sempre di più. Non ne sono felice. Vorrei stilarne un elenco, una collezione di nomi su una placca d’oro. Anche i più impensati, come “il Romolo”. Ciao Romolo. Una splendida valigetta per l’ufficio in coccodrillo, me l’ha regalata mia moglie, ne sono felice. Sono le otto di sera, c’è il sole e ho lo stomaco ancora pieno, ma mi farò una nuotata, intanto l’acqua è a trenta gradi. Il dolore ai gomiti non mi molla da oltre un anno e anche alla mano destra, forse per colpa mia e dei miei tic con cui mi tiravo le dita e certi sport malfatti e fuori luogo. Ho chiamato Arturo Suarez ma non risponde, sarà da qualche parente, lo voglio invitare a colazione la prossima domenica in un ristorante sulla Panamericana dove mi mangerò una grigliata di interiora come solo qui le fanno. Poi ci faremo una fotografia con la famiglia, allegri di vino e di amicizia e un po’ nostalgici, come un tango. O come dei coccodrilli dopo mangiato. Babbo Natale contro Gesù Bambino, regali contro carità. Forse non proprio così, spero ancora. Ho preparato in macchina ed in casa prese di soldi e di cibi per i poveri di Natale, ma non son riuscito a darne un granché. Quando uno li cerca, i poveri sono sempre da un’altra parte. Spero ancora. Certamente ci saranno anche dopo Natale. Un allarme in strada suona, odioso. I vicini fanno baccano, sguaiati insieme a dei bambini. Sono di nuovo sovrappeso e così i miei ragazzi e non ne sono felice. Tra pochi giorni ne compio cinquantasette, figuratevi (voi che ne avete di meno, intendo, mentre voi che ne avete di più, invidiatemi pure). Cuasimodo (qui si scrive così) è un merlo “sorzal” che viene in giardino e sta mangiando un verme vicino a un’albicocca caduta. Tre pappagalli verdi sono arrivati gracchiando e hanno sgranocchiato le mandorle dall’albero. Devo andare.

FORSE

Forse sempre ho voluto
essere vecchio,
per lamentarmene
delle conseguenze.
Forse essere vecchio
sempre
io sono stato.
Come un bambino.
Forse il centro della vita
mi è mancato.
Forse non ho
amato.
Forse ho troppo
amato.
Forse
le cose più belle sono quelle
che non sono state.

Rido.

Ma infine
piango
la terribilità della vita.
. . . .


Seconda parte

Nei contrasti è il senso della vita

E SE INVECE

Affacciarsi dagli occhi
come se fossimo
qui

Dicono che le probabilità che io, che tu, che ognuno di noi personalmente esista, sia nato, siano praticamente uguali a zero.

Basterebbe infatti che un solo insignificante evento nella storia dei nostri genitori o di uno dei loro innumerevoli avi fosse stato leggermente diverso ed ecco che noi non esisteremmo, non saremmo mai nati.

Se tua madre quel giorno che ti concepì avesse litigato con tuo padre, niente vita per te, anche se dopo un’ora avesse fatto la pace: sarebbe al massimo nato un altro, un tuo fratello, non tu. Se il tuo bisnonno avesse perso la carrozza su cui avrebbe conosciuto la sua futura fidanzata, settant’anni fa, tu non ci saresti. Se la tua trisnonna non avesse deciso di andare in quel negozio un secolo fa alle quattro e trenta bensì alle quattro e quaranta, non avrebbe…… e così via. Tu non ci saresti. E nemmeno sarebbe mai nato tuo figlio, sì quello che hai davanti.

Questa è la storia di ognuno di noi. Per me è così incredibile che non ci posso credere.

Ma ipotizziamo, per un lungo attimo, che io ci creda.

COSE COSÌ

“Non sopporto quelli che corrono per la bella figura: vi dico subito che se è per questo che siete qui, allora potete andarvene anche adesso”. Harry Borrough d’un tratto ci aveva apostrofato in tale modo, con la sua assurda pronuncia irlandese e un italiano abbozzato. Eravamo in sette o otto allievi di pilotaggio automobilistico, era l’estate del 1968, l’autodromo era quello di Vallelunga, vicino a Roma, io avevo ventidue anni. Harry aveva ragione ad arrabbiarsi contro gli eventuali galletti che pensavano solo a farsi belli con le ragazze perché avevano fatto il corso sulle monoposto, no, non era questo che doveva motivare un pilota, c’era ben altro, diceva giustamente il vecchio Harry.

Mio padre aveva un fratello prediletto, si chiamava Vittorio. Un giorno andò soldato volontario in Albania e dopo un anno era già tornato indietro, ma in una cassa di mogano avvolta nella bandiera italiana. Fu a causa di un ideale, il suo ideale di Patria. Quel giorno mio padre decise che non avrebbe più sorriso, e grosso modo ci riuscì, poveraccio. E anche poveracci quelli che gli sono stati intorno. Sono però gli ideali che nobilitano la vita, la nobilitano e soprattutto la rendono degna di essere vissuta. Il vedere poi se l’ideale sia valido o meno, considerando quanto relativo sia tale concetto, è questione ben più aleatoria. Ma se l’ideale non è estremo e negativo – per esempio squartare le donne – allora esso avrà sempre in sé una valenza, una intrinseca forza vitale che vale la pena di essere vissuta e che distingue l’uomo vero, l’essere umano vero, dal quaquaraquà, di siciliana memoria.

Odio la corrida. Amo la corrida. Anzi l’ho amata, ne ho amato il senso, la cruda allegoria, l’intrinseca e drammatica poesia quasi tanghesca. Oggi odio la corrida, ho cominciato a odiarla quando ho iniziato a considerarla, lo dico seriamente, dal punto di vista del toro.

I piloti automobilistici degli anni cinquanta e prima, avevano un senso della vita per correre, carico di una retorica che poi via via è andata scemando fino a terminare quasi totalmente oggi. Ho recentemente letto un libro su cinque corridori della Ferrari di quegli anni (tutti morti in corsa), dove appare questo senso in maniera disarmante, in certi momenti rendendo al lettore un’immagine di infantilismo viziato, di incoscienza gratuita, di una sensazione da telenovela di terz’ordine. Eppure era proprio così, ma allora non erano questi i sentimenti che suscitavano tali eroici personaggi dello sport e della vita (di cui lo sport è una evidente rappresentazione), bensì davano un’immagine di nobile forza, di coraggio e bellezza, di epico alone da classici greci. In pochi anni (ma che anni quelli dell’ultimo cinquantennio del millenovecento, così stravolti), l’eroe che si immola per salvare la Patria è diventato un fesso che s’è fatto ammazzare per niente, e in certi ambienti anche peggio.

Che il milite ignoto o conosciuto possa riposare in pace, il suo mondo è affondato. Quello nuovo, in compenso, non c’è, e se c’è sta affondando prima di crescere.

Forse oggi, ma è un forse, a fine Novembre duemilatre, sta iniziando una controtendenza, dopo il sacrificio dei nostri Carabinieri di Nassirya.

Poveri Carabinieri, cardini della storia d’Italia: amati però da pochi, sopportati dai più, odiati dai meno (dai delinquenti ovviamente, ma anche da altra gente), poi barzellettati, telenovellati, anche se forse ancora un po’ temuti, malgrado la legge non faccia più paura ai delinquenti veri e malgrado le carceri siano “complete” e quindi moltissimi non ci possano andare. Mi domando perché invece la gente non se la prenda ugualmente con la Polizia? Non so.

E se invece, e se invece… Effettivamente basta un nonnulla perché la vita di una persona prenda una oppure un’altra strada. Se infatti basta un niente perché noi non si sia mai nati, figuriamoci perché la nostra vita prenda un’altra via… Per contro pare proprio che nulla e nessun uomo influisca sulla strada che prende la collettività, il popolo, gli umani eventi storici, il riproporsi identico e inesorabile di schemi e conseguenti prevedibili comportamenti (che strizzano l’occhio al cane di Pavlov, ma ancora di più alla evoluzione Darwiniana). Al massimo ci può essere qualcuno che intuisce per tempo e riesce quindi a cavalcare tali movimenti, facendo credere che siano suoi. L’ideale e il piccolo ideale. Il piccolo ideale è la rappresentazione che dentro di noi facciamo del personaggio che vorremmo essere, interpretare, dell’eroe a cui cerchiamo di assomigliare. Dalla osservazione delle eventuali nostre modeste somiglianze o appartenenza a un tipo di qualche divo, alla ambizione di emulare lui o un altro personaggio storico, uno stereotipo di successo, chiunque altro più interessante di noi. Passiamo la vita a darci un contegno che ci piaccia, senza riuscire che a vivere male. Uno dei problemi maggiori è che, schiavi del nostro orgoglio, vogliamo essere sempre e soltanto noi i protagonisti del nostro film (vi immaginate cinque miliardi di film così?). Credo che un classico motivo di naufragio di un matrimonio stia proprio nel protagonismo del film familiare – voglio io il titolo di testa – no io voglio il mio nome più grande del tuo – sono io il capofamiglia – no tu sei solo un maschilista – e così via. Il protagonismo, brutta bestia capace di incrinare le migliori amicizie. Un amico, Bruno Corti, egregio jazzista di mezza generazione precedente alla mia, mi raccontava di un nostro famoso collega suo coetaneo, Lino Madrina, che durante gli ultimi tempi in cui essi spartirono una famosa jazz-band dell’epoca, la cartellonistica “da prima donna” si evolveva ormai – di concerto in concerto – così:

CHATTANUGA JAZZ BAND

…poi, più avanti:

La CHATTANUGA JAZZ BAND
con LINO MADRINA

….quindi…

LINO MADRINA
e la Chattanuga Jazz Band

…per poi finalmente poter scrivere:

LINO MADRINA
e la Chattanuga Jazz Band

Molti colleghi da allora si riferiscono a lui come… “alla Lina”.

SULLA PISTA

Ero stato il migliore del corso del 1968. Lo diceva il cronometro, lo diceva Harry. Ce n’era un altro di papabile, che aveva fatto le lezioni due mesi prima, ma non aveva la mia regolarità. A fine stagione, fra pochi giorni, la scuola mi avrebbe mandato il contratto per iniziare il cammino di professionista.

Finalmente era giunto quel momento. Dopo tanti anni di passione, di fatiche, di delusioni cocenti, dopo tanti sogni e tanta differente realtà ecco d’improvviso in un pomeriggio assolato le parole di Borrough, brevi, precise, anglosassoni, definitive.

Un grande silenzio si aprì nel mio cuore. Un baratro, un tonfo e una paura si presentarono implacabili al groppo che avevo in gola. Non era quello che avevo sempre voluto? Sì.

Ma la paura, la tristezza, erano evidentemente i colori che mi dovevano accompagnare per quella via. Quella sera nel piccolo Motel dove stavo solo, rimasi a lungo a pensare e a fumare (allora il personaggio era quello). Dopo le delusioni, le difficoltà e tutto il resto, in realtà stavo per iniziare un altro capitolo della mia vita altrettanto pieno di problemi e questo non l’avevo previsto, ingenuamente. Cosa potevo fare con la mia fidanzata, per esempio? Le volevo molto bene, anche se andavamo poco d’accordo. Non volevo assolutamente perderla, ma la vita che mi si presentava di fronte ora era drasticamente diversa da quella vissuta fino a quel giorno. Ero un ragazzo abitudinario, anche se amavo l’avventura. L’attaccamento alle abitudini mi dava un senso di sicurezza, di cui avevo profondamente bisogno, da quando avevo percepito da piccolo che mio padre non viveva in casa mia, si era diviso da mia mamma. Quindi per me la sicurezza era non perdere ciò che avevo, ciò che era mio. E come avrei potuto fare accettare a mio padre, nella cui azienda io lavoravo, la mia folle decisione di lasciar tutto per fare il corridore automobilistico? Era dura. E l’angoscia che avrei dato a mia madre? E se poi morivo?

La paura di morire l’ho avuta sin dall’inizio, da quando ho sospettato della esistenza della morte e da quando mio padre non mi ha saputo rispondere convincentemente sul senso della vita, avevo sette o otto anni. Ci aveva provato, povero papà – vedi caro – ci sono cose che è difficile capire – potrai capire quando sarai più grande – c’è un senso più grande – ma io incalzavo si, vabbè, ma dopo dove andiamo? – beh… non lo sappiamo con esattezza – mi rispondeva. Confermando i miei sospetti.

Da una parte dunque avrei dovuto decidere che tutto ciò era assurdo per uno che aveva in mano una realtà promettente e tradizionale, una vita davanti, fatta di lavoro e famiglia, per costruire un tessuto gessato e per bene, senza fare del male a nessuno, me compreso. Sì, d’accordo che era il sessantotto , quello che sarebbe passato alla storia per la contestazione giovanile e tutti quei sussulti di una generazione che non sapeva come è dura a volte la vita ma che vorrebbe affermarsi lo stesso, con in mano però un gioco scarso, puntando forse al bluff per superficiale disperazione, epidermica disperazione. Anch’io in qualche modo anelavo a contestare qualcosa, spernacchiavo la verginità femminile senza sapere il perché, detestavo i preti e i benpensanti (senza peraltro amare alcun malpensante). Se un giorno mai mi fossi sposato avrei evitato una cerimonia tradizionale, avrei messo i nomi a rovescio, avrei voluto andare all’osteria in dieci a fare il pranzo di nozze col menù alla carta entrando in un locale non prenotato. Quello era il mio sessantotto.

Dall’altra parte invece, c’era la grande avventura. Il taglio con il passato ed il presente. Presi quella via…

SOGNI E SUSSULTI

Avrei voluto apportare anch’io qualcosa al mondo delle gare automobilistiche. Stimavo enormemente piloti come Jackie Steward, che mentre era il più veloce ed agguerrito, anzi proprio da quella sua posizione di vantaggio, si permetteva di perorare la causa della sicurezza nelle gare. C’era tanto, troppo da fare ancora in quegli anni, per la sicurezza: troppi nomi erano stati sacrificati. Mentre fino a una decina di anni prima però il sacrificio era considerato normale, come parte del ruolo e dello spettacolo, negli ultimi anni si era iniziato a pensare in termini diversi, verso un rischio calcolato, cioè ridotto ai minimi possibili termini. Forse le corse non sarebbero più state le stesse in futuro, ma la coscienza prevalente andava chiaramente, anche se lentamente, in quella direzione. In un certo senso, anche l’automobilismo agonistico rifletteva quei cambiamenti di valori, di tradizioni che caratterizzavano branche più importanti della società e del pensiero. L’eroe sarebbe stato sostituito dal professionista. Il problema sarebbe stato il tempo di transizione, proprio il periodo mio. L’anno prima era morto Lorenzo Bandini, a Monaco, in un tragico ribaltamento con rogo della sua Ferrari Formula Uno. Andai al suo funerale nella chiesa in Corso Vittorio Emanuele a Milano, c’erano quattro meccanici della Ferrari intorno: Borsari, Cuoghi e altri due più giovani, per portare a spalla la sua bara con sopra il suo casco bianco e rosso. Avevo sofferto molto in quei giorni, in quei tre giorni della sua agonia, dal sette al dieci Maggio del 1967, attaccato alla radio per sapere se poteva farcela.

Per potere contribuire, dovevo prima impormi come pilota. Tutto il lavoro serio, professionale, l’avevo lì davanti, vicino.

In Marzo del millenovecentosessantanove, come da contratto, mi ritrovavo ad inanellare giri su giri con una Formula 3 su una delle piste del Campionato Italiano, con i prati pezzati ancora di neve. Splendidamente solo, nell’abitacolo preciso e bellissimo di una macchina che non mi costava finalmente più niente. Avevo ora tutta l’attenzione e l’assistenza concentrata sul mio lavoro, dovevo essere attento ma sciolto, per macinare – intorno al limite – centinaia di chilometri al giorno. Si aspettavano da me la competenza e la freddezza che avevo già dimostrato, che avevo voluto e saputo apprendere negli anni anteriori di gare minori, ora dovevo solo lavorare per imparare ogni punto di ogni autodromo, per ascoltare e riferire ogni vibrazione della monoposto, studiare ogni dettaglio, ogni ritmo, ogni suono ed allenare la mente ed il corpo a quella disciplina, a quel gesto atletico che tanto amavo.

Felicità! Che felicità racchiudevo accovacciato dentro a quell’icona, a quella splendida macchina per me così viva.

Avevo affittato una camera vicino ad Anguillara, c’era un cratere spento con dentro un lago. Avevo poca disponibilità di soldi, mio padre mi aveva dato un minimo di sopravvivenza ma d’altra parte non spendevo niente: egli sperava solo che io cambiassi idea alla fine di quella prima stagione. Non volevo pensarci, perché pensandoci mi venivano mille complessi di colpa. Quando non ero in pista ero angosciato da tutti questi problemi ma per fortuna in pista c’ero moltissimo e lì non avevo né tempo né modo pensare ad altro che non fosse la competizione. Guai se così non fosse stato, il pilota deve sapersi astrarre dai suoi pensieri comuni e concentrarsi esclusivamente e totalmente nelle sue operazioni, come un attore che si immerge nel personaggio che deve interpretare.

Per gli studenti dei corsi, Borrough aveva varie macchine ed ognuna aveva il comando del cambio in un posto e con un funzionamento diverso. Apposta per abituarsi alla concentrazione. Una aveva il pommello sulla destra e le marce che iniziavano in su a sinistra; l’altra lo stesso cambio ma a sinistra dell’abitacolo; la terza il cambio a destra ma a posizioni invertite con la prima in giù a sinistra, tipo Ferrari 12 a V, e attenzione, quelli erano cambi veri, di acciaio, con la frizione, senza i sincronizzatori, non erano mica quei cambietti giocattolo di trent’anni dopo “sequenziali - fanno tutto-da-soli” nati intorno all’anno 2000! Eran cambi che se sbagliavi i giri del puntatacco in scalata (oggi i piloti sanno almeno ancora che cos’è?), ti ributtavano in mano il pommello ed entravi in curva in folle, pronto – se avevi fortuna – per un testa coda e per un istruttore tutto tuo quando gli riportavi il cambio rotto e lo sdoppiatore del contagiri che ti accusava magari solo di 100 giri di “fuorigiri”.

Le macchine erano macchine, non videogames, se sbandavi sbandavi, mica c’era il KAWZX che ti tirava in dentro il culo, né l’ABS che ti correggeva gli errori di frenata o il marchingegno che non ti lasciava sbagliare il dosaggio dell’acceleratore, il limitatore dei fuori-giri, insomma i piloti dovevano saper Guidare, e bene. Mi verrebbe da dire che le condizioni di pilotaggio erano “roba da uomini veri” (se questa non fosse una battuta troppo trita, che comunque dico lo stesso, e volentieri).

In quell’anno Borrough mi invitava a volte sul terrazzo della sua casa di Anguillara a chiacchierare e a bere birra gelata, la più favolosa birra gelata della mia vita, perché veniva dopo una giornata in pista con la disidratazione che ne consegue, la spossatezza che viene confortata dalla bevanda poco alcolica (ma tanta) che poi ti taglia le gambe e ti manda nel nirvana delle sensazioni dei ricordi che non si dimenticano. E allora non c’erano tutti i problemi di doping e di igienismo di oggi, bastava non esagerare e la vita era servita. Mi raccontava di alcuni dei suoi ex allievi, divenuti poi molto famosi, mi raccontava delle sue esperienze di pilota professionista dalla consistente carriera in varie specialità ed al fianco di grandissimi campioni. Ma nel complesso non parlava molto e sorseggiavamo birra in costume da bagno al sole del Lazio. Avevo iniziato la stagione con una bella gara a Monza, dove in finale ero arrivato quarto, tra un gruppone di molti piloti tra cui molti erano ben agguerriti. Diversi gli incidenti, da cui ero ben riuscito a star lontano: in questa categoria purtroppo c’era una competitività esagerata, una esperienza non eccezionale e spesso s’erano carambole e uscite, per fortuna spesso incruente, grazie al dio degli spericolati più che alle misure di sicurezza adottate. Era invece importante non strafare mai, tantomeno agl’inizi: bisognava arrivare in fondo, la gara finisce soltanto – come diceva Fangio – quando c’è la bandiera a scacchi, e il risultato è solo uno, senza riserve.

La mia fidanzata la vedevo ormai raramente, lei lavorava a Milano, io in un certo senso a Roma, gli impegni reciproci, la distanza, le prospettive facevano sì che il nostro rapporto si consumasse rapidamente. D’altro canto lei non avrebbe desiderato una relazione lunga che non portasse al matrimonio, e di matrimonio io non ero pronto a parlarne e certamente non in quel momento e con quella decisione presa. Così non si era deciso in realtà niente, salvo che io avevo voluto prendere quella via così fuori dal normale, così assurda. Una via che si inizia ad amare da bambini e che qualcuno particolarmente testardo va avanti ad amare quando è più cresciutello ed invece di lasciar perdere e diventare uno spettatore, insiste nell’idea di volere essere protagonista. E magari ci riesce. Così andando avanti negli anni successivi, mentre lentamente diventa un uomo, comincia anche ad accorgersi del meccanismo mentale a cui soggiace ma, con quanto più se ne convince, tanto più gli eventi lo costringono e lo stimolano a continuare. Finché spesso il desiderio di una vita normale si affaccia nelle giornate di un pilota professionista e si fa strada poi l’attesa di “ancora due stagioni e smetto”, che spesso coincide anche con l’inizio del rallentamento della sua velocità in pista e quindi il declino del successo e questo un pilota lo sa ed è un motivo in più per essere preda d’angoscia. Di quell’angoscia che prima o poi lo attanaglierà; ma tutto ciò difficilmente viene detto, difficilmente se ne parla, perché non c’è spazio per questo. La bella figura! Già, e perché no? Perché non volere la bella figura? Che c’è di male in questo? Perché, forse non è proprio la bella figura (detta successo) che ci spinge nella vita? Sì, c’è anche altro, certo. Non è comunque una delle molle più poderose che abbiamo? Meglio forse non essere ipocriti e dire le cose come stanno: ci piace essere guardati, apprezzati, stimati per quanto di buono facciamo e certamente ci piace che chi ci apprezza sia dell’altro sesso. Alla fine buona parte delle nostre motivazioni più o meno recondite sono semplicemente riconducibili al “successo” e spesso – per gli uomini – per l’effetto stesso che esso ha (o si illudono che abbia) con le donne; per molte donne serve invece a far vedere agli uomini che anche le donne possono avere il successo che hanno gli uomini: appunto è sempre una concatenizzazione uomo-donna o donna-uomo. Più avanti nella vita, molto più avanti, quando le pulsioni sessuali diminuiscono (non verranno mai meno, ma saranno sempre di meno), il successo diventa meno importante, la bella figura è sempre meno probabile riuscirla a organizzare perché saremo sempre più brutti, più conciati, più rimbecilliti e quindi, per forza, le cose che ci importeranno saranno pian piano sempre più delle altre. Ma ci sarà sempre uno spazio anche per un’apprezzata bella figura, che so io, un Premio Nobel o qualcosa del genere.

Insomma, caro Harry, io capisco bene cosa volevi dire con quella tua frase… che non c’è posto per il tipo velleitario che non è disposto a farsi un mazzo per riuscire in questa dura professione sportiva, ed hai ragione. In realtà non c’è spazio per chi vuol fare “solo” una semplice bella figura: ci vuol altro! C’è solo spazio per chi vuole, fortissimamente vuole ed è profondamente, irrimediabilmente motivato a fare una “immensa bella figura: allora forse potrà farcela.

Poi negli anni successivi venne il successo. Il mondo sportivo dopo le mie bellissime affermazioni del secondo e del terz’anno iniziò a coincidere con il cosiddetto bel mondo, che però non era ciò che io in realtà cercavo. I cocktail, le premiazioni in tenuta di gala, i giornali, non mi interessavano. In realtà avevo bisogno di una donna diversa da quelle che spesso incontravo e che amavano invece proprio le cose che a me davano fastidio. Avevo sofferto il distacco dalla mia ragazza, a Milano, Melinda. Ma non c’era stato nulla da fare, non eravamo mai andati d’accordo ne lo saremmo mai andati, nonostante un amore difficile che ci aveva unito e che in modo travagliato pur non ci voleva lasciare. Qualche volta ci telefonavamo ancora, dopo tutto quel tempo. Voleva che smettessi, che tornassi dove avevamo lasciato la nostra storia. Anch’io lo volevo ma avevo timore di finire con lo sposarmi troppo giovane. Così le nostre vite andavano avanti senza decidere: ognuno di noi si lasciava portare dalle giornate, lei a Milano, io a Roma.

E sempre si pone e si ripone a un pilota il dubbio. Il dubbio di non avere ragione. Poi si rifugge dai pensieri, dagli istinti, dal ragionamento. Una semplice poesia credo possa rispondere a qualcuno, come risponde a me:

BELLEZZE

C’è gesto atletico che infiora
una nostra maestria e va.
Come ogni cosa bella.

Poi come in un sogno esco su un fiume e mi riverso in un estuario bianco. Un sole dietro la bassa nebbia, ma è un pomeriggio estivo e sopra c’è una nuvola blu, poi una nuvola bianca. La cognizione vacilla, il tempo tende a fermarsi in attesa dei dati, di una decisione, di un motivo. Ed il motivo non viene, si comincia a capire che manca qualcosa, forse il protagonista, come quando nel sogno ti trovi nell’aria in mezzo a un baratro e non cadi. O meglio, tu non cadi ancora. Eppure “sappiamo di sapere” che se siamo in mezzo a un cielo, dobbiamo cadere. O ancora, quando sappiamo che ci hanno sparato al cuore e siamo morti, ma non moriamo (anche perché non sapremmo bene come fare, a morire). Allora, smascherati e di fronte all’assurdo, all’ineffabile, non possiamo far altro che svegliarci. E ci svegliamo.

No. Io non presi quella via.
Quel
giorno io decisi di non seguire Borroughs e scelsi una vita normale, tornai in ufficio e mi sposai. Harry in compenso (e questo è vero) non mi parlò più.

E POI?

Mi risveglio ora da un breve sonno. Non mi è chiaro del tutto dove sono. Ma quanti anni ho, mi domando? Ancora trentotto? Quarantasette? Cinquanta? Macchè! Fra un paio d’anni ne avrò sessanta. Sessanta! E non mi venga a dire, un ottantenne, che io sono un ragazzino, perché ragazzino io non sono, anche se a volte fingo d’esserlo o lo sono proprio, ma non certo di età. No, lui di ottanta, è decrepito, ed io sono quasi vecchio, questa è la situazione reale. E così, ci sono arrivato… insisti e insisti, venti trenta, poi subito sessanta. Ed è subito sera. Se qualcuno non riesce a capire la poesia forse ci può provare quando arriva a sessant’anni, con questa. Mi secca un po’ devo dire, ma cerco di rassegnarmi. Poi si dovrà anche morire e ciò mi secca anche di più. Se fossi ancora bambino e se mio padre fosse il Padre Celeste gli direi: “ma dài, su, fammi stare un po’ di più, anzi vorrei ricominciare da capo, dài, dài Paparino: va bene?, eh?”. A volte funzionava. Ma devo stare attento, un eventuale scappellotto potrebbe essere devastante.

Ogni giorno come tori nell’arena incassiamo la dose di un paio di quelle banderillas che ci fiaccano, che ci invecchiano, e che i nostri nemici attendono sornioni perché il nostro vigore ci abbandoni.

Io non capisco il perché di tutto ciò, il senso di tutto questo. Quello vero. Intendo dire che, pur essendo cristiano, pur accettando la dottrina in buona parte - certamente nelle parti fondamentali – continuo a non capire il perché dell’avere messo in scena questa opera colossale: perché?

Vedo sempre più spesso tizi attempati che si sono comprati una bella ragazzotta in carne e se la portano al ristorante, in vacanza, se la sono sposata (con procedure previamente ben controllate dall’avvocato). Tutti alla loro vista vanno col pensiero al letto e tutti (gli uomini) hanno un moto di invidia. Tratta di schiave? No, è probabile che poi risultino fregati loro, i mariti, altro che le schiave. E la conquista, l’amor proprio, e …la bella figura, dove vanno a finire? Non è come andare con belle puttanone, ma con abbonamento esclusivo? E poi uno pensa, si illude, che ne potrebbe nascere un tardivo amore: in fondo molti si sposano anche da vecchi ed è vero amore. Forse. Già, come se tutti fossimo bene invecchiabili come un cognac, o come Yves Montand, Sean Connery, Gianni Agnelli o Richard Gere. Ma tant’è, l’illusione è la vita. Ed è provato che l’organo sessuale più importante è il cervello.

Mia figlia mi conferma che una donna può essere attratta anche da un “vecchio”, ma che appena il vecchio si ammala la giovane viene presa da istintivo terrore, si accorge del rischio e fugge dall’altra parte del mondo. Insomma, un colpo e fuggi, poi crepi da solo, anche se tutti crepiamo da soli (difficile crepare in due). No, la risposta dev’essere un’altra, forse è quella che ho visto oggi pubblicizzata per una nuova rivista per uomini: qualcosa tipo “rivista sulla verità, il senso della vita, la nostra missione: vivere meglio, vivere bene, e il mezzo per giungere a questo regno (che è il “Fitness degli Sport”), è la nostra rivista Pinca Pallina. Insomma sarebbe come dire che il Paradiso si acquista attraverso Gesù Cristo tramite l’acquisto di una copia del Vangelo. Molta gente ci crede (al dio “fitness”). Peggio per loro. Amen. Invece – sosteneva una mia zia – c’è sempre qualche “puttana” (virgolettato nel senso che non si tratta di una professionista – la quale peraltro è meno cara) pronta a far credere al nostro provolone stagionato, di essere ancora un galletto e quindi a carpirlo così, per sempre (e con buona pace della famiglia anteriore, cioè degli ex- unici eredi). E uno allora chaddafà? – si chiederebbero a Roma! Non so dirvelo, non so dirmelo. Il rischio è sempre lo stesso, quello di sbagliare: ti sei fregato la vita perché non hai colto quella opportunità, te la sei fregata perché hai rovinato una famiglia, te la freghi perché ne hai fatta un’altra o perché non l’hai fatta. E’ sempre colpa tua (se ti va bene a volte riesci a far dare la colpa alla società – umana – non quella per cui lavori, o magari anche). Poveri noi dunque! Come è difficile vivere sotto giudizio e indagati di reato per tutta la vita, con un finale a sorpresa e magari brutta.

Pensando a tutto ciò, se fumassi ancora mi accenderei una gustosa sigaretta e invece mi accontento di un caffè decaffeinato e passo ad altro, così mi sembra di eliminare i problemi.

Certo che nei momenti in cui uno si illude di vivere o magari vive davvero un’avventura d’amore (è molta la differenza?), quel tempo può valere in modo indefinibile nel bilancio di una vita. Il punto è proprio quello delle valutazioni: chi le fa? In base a quali parametri? Il correre in senso opposto per sfuggire alla vecchiaia vale la pena? Vale invece la pena (e pena lo è) l’accettare la vecchiaia e viverla al meglio ma senza far finta che non ci sia? E poi – cosa difficilissima – capire, stabilire, riconoscere il quando! Quando iniziare ad ammettere che siamo un po’ vecchi? Quando, che siamo vecchi? Quando, che siamo molto vecchi? Questo è il caso ostico, perché di solito qui perdiamo ogni senso critico ed ogni decenza, convincendoci spesso di essere – che sò – Napoleone.

Invece si va avanti senza decidere un granché. In realtà si decide solo sulle cose che ci si presentano con tre alternative: sì; no; aspetta (è questa la grande differenza tra noi e i computer, che ragionano col sistema binario: si; no?). Sottolineo qui la grande importanza dell’umana opzione aspetta, grandissima carta da saper giocare. Così noi crediamo di fare tanti programmi, tanti progetti, ma se non ci si presenta la tastiera delle sole tre opzioni, non possiamo proprio fare nulla. Per scegliere una nuova vita, una nuova via, ci si deve presentare l’opportunità. Per un nuovo lavoro anche. Uno può giusto fare dei progetti di comportamento: se mi dovesse capitare una certa cosa, stai tranquillo che farei così. Poi può magari andare a cercare un accadimento. A parte che spesso – quando esso ci si presenta – cambiamo miseramente idea o ci viene meno il coraggio che avevamo a parole. No, non è facile vivere. Quando cominciamo a dire ormai è il momento in cui cominciamo a rinunciare a vivere, e incominciamo a morire. Comunque non è facile, non è proprio facile vivere. A volte ci riesco, poi l’ispirazione mi passa e faccio di nuovo fatica. Perfino capita di immaginarsi il suicidio ma poi ci si convince che è la direttissima per l’inferno, se si crede, e se non si crede ce la si fa comunque sotto, perché non dev’essere facile suicidarsi. Allora, secondo la logica, uno in tali frangenti dovrebbe auspicare di morire “motu proprio”… e invece assolutamente no: non ci pensa nemmeno costui e anzi si tocca le palle. E allora com’è la storia? Vigliaccheria? Non vero che uno non sta bene? Terrore del salto nel buio? Affettuosa abitudine alla vita? Di tutto un po’, come sempre.

Ho letto che il riso – non il cereale – fu messo all’indice dalla chiesa. Già, è difficile vivere e mi preoccupa peccare per così poco, se rido… Tale antica posizione. considerata oggi se Dio vuole estremistica e quindi esagerata, è per me invece molto affascinante. Ma come, siamo stati messi qui in una valle di lacrime e noi che facciamo: ridiamo? Ecchè fai, ridi? Direbbe Alberto Sordi.

Sono un po’ turbato. Mi conviene andare a dormire. Vado.

ANDARE O NON ANDARE (CONTROCORRENTE)

Decisione difficile. Problemi che si pongono a chi pensa, a chi difende il proprio pensiero e quello di altri. Più facile certamente decidere di stare con la corrente, così come suggerirebbe l’espressione stessa. Mio padre, che amava scrivere filosofia, stampava i suoi libri con lo pseudonimo “Uno”. Ricordo che mi diceva che siccome spesso non esprimeva concetti in linea con il pensiero corrente, preferiva non esporsi. Questo gli permetteva di dire liberamente ciò che pensava, e parliamo dell’Italia degli anni dal 1960 al 1980, mica di fascismo, di Gulag, di tempi di guerra od altro. Nei vari regimi totalitari infatti il problema praticamente non si pone, perché è scontato che se uno ci tiene alla pelle, andrà di certo con la corrente. Il problema si pone invece, e per assurdo, nei paesi cosiddetti liberi e democratici come il nostro, osservato a cavallo del millennio.

Allora, uno che voglia essere “onesto”, si domanda se valga la pena. Se vale la pena rischiare del proprio per sostenere le proprie convinzioni. Se non sia il caso di lasciar perdere e seguire le masse. O meglio detto, stare col pensiero corrente, del quale le masse sono state ampiamente alimentate facendo pensar loro di avere pensato il loro pensiero. Molto più comodo. Più comodo e più redditizio. Più comodo (anzi, più “comodo”), per chi la sa lunga e decide cinicamente di intrupparsi… per imperare da quella demagogica postazione, in un certo senso come il famoso cuculo. Una gran parte degli uomini importanti della storia dell’umanità, soprattutto politici, è appartenuta o appartiene a questo bel raggruppamento etico.

Un importante storico amico mio, mi invita sempre alla riflessione e con la saggezza dell’ovvio (che è solo apparente) mi conferma che la verità storica non la si può mai leggere scritta da una sola parte. Ed anche mio fratello che è pure saggio a volte, mi dice che bisogna essere prudenti nel giudicare, e che le cose, analizzate dai vari punti di vista (che spesso mal conosciamo), sono ben diverse. Quindi dico anch’io, è bene essere saggi. Ma anche un po’ attaccabrighe, perché è piuttosto divertente.

SPLENDIDI RACCOLTI

Grande il raccolto della Jojoba! Ancor più spettacolare quello della Papaya. Il resto andava a meraviglia, meglio ancora che nelle tipicamente rosee previsioni fatte dagli amici sudamericani. Erano passati tre anni da quando ero arrivato con moglie e bambini, da quando eravamo emigrati per seguire un progetto internazionale agricolo industriale e tutto era andato incredibilmente bene, come non succede mai.

Ricordo la partenza dall’Italia, il distacco. Mia madre era morta sei mesi prima, di un breve inesorabile male. Sapeva che io sarei partito, con mia moglie e i suoi due amati piccoli nipotini. Sapeva anche che lei sarebbe morta prima, e fu così. Con mio padre invece avevo da qualche anno un rapporto un po’ difficile, quel tanto che era bastato per farmi desiderare una vita diversa e lontana, ma non sufficiente da rendere il momento del suo distacco non doloroso. La partenza, le pratiche di emigrazione fatte al Comune, il depennamento da cittadino italiano residente, l’affittare la nostra casa ad uno sconosciuto, il salutare gli amici, vendere l’auto, tutte queste cose ed altre mi avevano fatto andare col pensiero ai racconti su Ellis Island, quell’isolotto-ghetto sul mare di fronte a New York, dove frotte di europei macilenti (moltissimi italiani e irlandesi, lessi un giorno sui registri del museo), erano sbarcati per essere messi in quarantena. Molti vi erano morti in attesa di immigrare in quell’America che avevano davanti, così irraggiungibile pur vedendola tutti i giorni di fronte a loro. Il pensiero andava a quelle drammatiche immagini collegate a quel tremendo salto dell’Atlantico, così diverso dalla trasvolata del turista e così inciso a fuoco da un’atavica memoria nella coscienza di ogni italiano che meriti questo nome.

Tutto ciò però non era il nostro caso. Per fortuna partivamo abbastanza da signori, con tutto preparato eppure, in qualche modo, sentivamo quel peso, temevamo quel salto ed il momento ci angosciava con il suo significato misterioso e in fondo grave.

Quando salutai mio padre sentii che qualcosa si rompeva, come quando avevo salutato mia madre mezz’ora prima della sua fine, perché non riuscivo a restare lì e vederla morire. C’era con lei anche una sua cara e giovane amica che mi aveva permesso di lasciarla a lei. In quei momenti non avevo pensato alla mia piccola vigliaccheria, ma era stato per me come un rifiuto profondo nei confronti di quell’orribile fatto che stava accadendo a mia madre, che stava accadendo a me. Anni dopo anche con mio padre mi capitò lo stesso: in quel caso lasciai lì mio fratello... Io non li avrei mai abbandonati se avessi potuto fare qualcosa per loro. Di fatto avevo passato mesi ed anni – prima – ad occuparmi di loro, ma all’ultimo momento ero fuggito, forse come avrebbe fatto un bambino, ma ciò non mi assolve.

Volammo rapidamente a Parigi e lì aspettammo a lungo il volo transatlantico per il Sudamerica. I nostri due bambinetti, di quattro e sei anni riposavano sui divani dell’aeroporto e noi genitori eravamo presi anche dall’accudire al nostro gatto, che in un trasportino emigrava anche lui, bagaglio appresso. I bambini seguono i genitori con grande fiducia, non hanno idea di cosa si va a fare ma credono in noi. Hanno anche il dono di sentire le cose, quasi come un odore, sono felici o spaventati seguendo le pulsioni di chi gli sta attorno. Così quando dovetti dire ai miei bimbi che la loro nonna non c’era più, il piccolino di sei anni si disperò chiedendo conferma se allora non l’avrebbe mai più rivista, mentre la piccolina di quattro, vista la reazione del suo fratellino, scoppiò direttamente in lacrime, cosa che peraltro non le riusciva difficile.

Passammo incredibilmente una bella notte su quel grande aereo, facendo giocare i nostri bambini, facendogli vedere il film che proiettavano, facendoli dormire a scapito della nostra comodità (anzi scomodità comunque e sempre in viaggi aerei di venti ore), la notte era strana. Era magica per tutto ciò che c’era stato prima, per tutto ciò che sarebbe stato dopo.

L’arrivo in Cile fu, nel suo piccolo, trionfale. Ci aspettavano gli amici coi quali ci accingevamo a tuffarci in quella avventura. Una specie di simpatico zio, con suo figlio e figlia, mentre l’altro figlio mio amico era rimasto in Italia. Tanto aveva fatto con i suoi discorsi e coi suoi racconti, che finimmo per trovarci noi – invece di lui – in quel pezzo di Sudamerica detto Cono Sud, anzi Cono Sur, da lui tanto amato: insomma era come se avesse buttato il sasso e nascosto la mano, perché lui non ci venne più, mentre io e i miei da quel giorno ci mettemmo radici.

Vi ero stato un paio di volte nei mesi precedenti, per preparare le cose per la nostra venuta: affittato una casetta con giardino, acquistato una macchina americana, un Ve ocho cioè una “vi otto”, vecchiotta e sportiva (il tutto – ma era scontato – non avrebbe incontrato l’approvazione di mia moglie), prenotato l’asilo, la scuola e così via.

Era estate in Sud America e noi venivamo dal grigio dell’inverno milanese. Se il bel giorno si vede dal mattino, quello era un bel giorno. Intontiti dalle ore di viaggio, dal sole cocente, dalla sua forte luce, dal traffico rumoroso, passavamo i viali, las Avenidas, larghissimi e lunghi, a bordo dei due macchinoni americani che ci portavano “a casa”, a quella casa che la mia famiglia non aveva mai visto e per la quale stavamo in fondo tradendo l’altra nostra casa, quella di sempre, che avevamo lasciato. Triste dover scegliere, dovere lasciare qualcuno, qualcosa, come morire: come avrei sempre voluto che questa incombenza non fosse parte così importante della nostra vita.

IL CONTRASTO CONTRO LA PAURA

Mi spiace
riattaccare il telefono ai miei amici
quando il discorso chiude
e so
che non ci sentiremo
che fra molti mesi.
Ho solo voi nel mondo
ed io vorrei
che in infinita festa condividessimo
una cena conclusiva
che mai finisse e che
come in Paradiso
fossimo presi per incantamento
e ci parlassimo,
così da non potere più
neanche morire.
E che
per evitare drammi
o per sanarli,
mai ci lasciassimo
e quindi unissimo
in una sola forza
il contrasto contro la paura.

Nel paio di volte che ero venuto prima, da solo in Cile, Santiago, la campagna estiva riarsa, il mare (un oceano impetuoso e scuro) e tutto il resto, mi era sembrato diverso da come ora vedevo e mi apprestavo a mostrare ai miei bambini e a mia moglie, preso com’ero dalla responsabilità di capo famiglia, con loro lì davanti a me, davanti alla città assolata e asciutta che scorreva fuori dai finestrini aperti dell’auto.

Come in una grande prima teatrale, quello era il momento della verità: se avevo sbagliato, ero alla berlina. Se avevo sbagliato, era tardi.

I giorni che precedettero la nostra partenza passarono rapidi e inesorabili, ciascuno sempre più angosciante del giorno prima. Così ci preparavamo per quel momento. Due bauli, uno grande, marrone ed uno più piccolo rosso, entrambi con borchie d’ottone – due begli scrigni come quelli dei tesori dei pirati – erano rimasti per molti giorni in casa, nel mezzo del nostro soggiorno, a Milano. Tutti noi, sia insieme che singolarmente (bimbi compresi) li riempivamo, per mandarli in America. Le cose da mettervi dentro venivano portate davanti ai bauli e lasciate sul parquet come fossero in coda per entrare, o come fossero poste ai piedi di un altare votivo. Non si trattava di arredare una casa – che era affittata già arredata – ma di portarci del vestiario, qualche libro, qualche giocattolo. Coi giorni lo spazio nei bauli era finito molte volte e le cose da farvi entrare venivano quindi tolte, poi rimesse, valutate, rimpiante, disputate, soppesate, pesate. Quei due bauli sembravano essere diventati ormai una minaccia e una promessa, la nostra coscienza, la nostra radice, la speranza, la trasgressione, il passato, il futuro. Quei due bauli rappresentavano tutto.

Un giorno vennero chiusi, passarono due facchini e li portarono via, facendosi firmare una ricevuta.

Li ritrovammo a Santiago in mezzo al soggiorno, come si ritrova un vecchio compagno di scuola.

Nei mesi, negli anni che vennero, quei bauli non furono mai lasciati vuoti. Qualcosa degli oggetti originali venne sempre riposto o lasciato, in modo che essi restassero come testimonianza delle nostre origini, che fossero lì, come un pezzo d’Italia.

Le cose americane sono grandi. Le cose americane sono diverse. I frutti di mare spesso giganteschi, così la verdura, la frutta, quasi come se le dimensioni delle cose della terra riflettessero l’estensione del grande paese. Le aziende agricole come quella per la quale andavo a lavorare sono decine, centinaia di volte più grandi di quelle italiane. Di fronte al Cile c’è la più vasta estensione di mare di tutta la Terra. Girando per l’intero continente americano spesso ci si imbatte nella frase “più grande del mondo”, vero o falso che sia (spesso vero in USA e meno vero negli altri paesi). Altro bizzarro primato che si contendono invece i soli paesi latino-americani è quello di autodefinirsi “la Svizzera dell’America Latina”, naturalmente a sproposito.

La maggioranza della gente del Cile spesso parte, e con due sole destinazioni:“…se fuè pa’l norte.. oppure se fuè pa’l sur” (“Se n’è andato a nord. Se n’è andato a sud.”) e basta dare un’occhiata al mappamondo per rendersi conto di come non abbiano molte altre opzioni. Quando uno parte, parte, e per chi resta egli è un po’ come perso. Se ne riparlerà solo il giorno che ritornerà, se ritornerà. Bizzarra America già, perché tutta è “America”! Non solo gli USA o quella del Nord (di cui fa parte anche il Messico … pur sembrando essere “Sudamerica”): l’America è infatti divisa in tre parti: quella del nord, del centro e del sud ( non sto riscrivendo il De bello gallico) ed è tutta saldamente collegata e praticamente percorribile – con qualche rischio – per mezzo della stessa strada, che naturalmente… è la più grande del mondo. Nel concetto sudamericano di Nord e di Sud c’è carisma, c’è nostalgia, c’è quello che i portoghesi intendono con fado, il fato, il destino. C’è la forza e l’intelligenza disperata dei pionieri, la determinazione dei padri fondatori, c’è una rassegnazione atavica e una speranza che accomuna – volenti o nolenti – tutti gli americani (nativi esclusi, poveracci): Nord e Sud in Cile e in Argentina; Est e Ovest negli Stati Uniti: East & West. Anche qui, carisma da vendere, come appunto per il funambolesco Far West!

Avevamo con noi un pezzo d’Italia, rinchiuso in quei due bauli. Come il pezzo d’Italia che scoprimmo esistere – secondo le leggi internazionali – dentro ai Consolati, dentro al Consolato Italiano. Mai come negli anni che ci aspettavano avremmo sentito di essere italiani. Fintanto che si vive nel proprio paese non si pensa che a denigrarlo (soprattutto appunto noi italiani autolesionisti e masochisti), o magari semplicemente, a darlo per scontato. Poi si sente invece che un pezzo di noi è rimasto lontano. Un pezzo sempre più importante, mano a mano che passano gli anni. In America si sente la mancanza della radice italiana, perfino europea. Ci si rende lentamente e progressivamente conto che tutto quello che ci circonda, tutto, è nuovo. Ma non nuovo per noi, no: nuovo nel senso che è costruito da poco. Mancano le radici, quelle radici antiche che per noi significano due – tremila anni di età e che quando le avevamo sotto il sedere non le degnavamo di uno sguardo, come il mio amico romano Paolo al quale io milanese feci scoprire il Colosseo. E la gente americana è spesso superficiale come la sua storia, vive d’epidermide. Anche la nostra gente non vive certo molto di cultura e civiltà ma, senza saperlo, porta con sé, dentro di sé una saggezza, un gusto, una coscienza che gli americani non possono avere. E’ come se fossimo più adulti: come i frutti americani sono più grandi, così le genti italiane sono nel complesso più sagge. Siamo più vecchi. La nostra terra è stata calpestata dai nostri avi da molto, molto più tempo.

Ero dentro alla sede di Canal trece, la televisione più importante del paese, ed avevo appena finito di incidere con la Retaguardia Jazz Band per uno show di Patricia Maldonado, a Santiago. Era il 1982. Stavo riponendo il mio fido trombone a coulisse, mentre mi bevevo una meritata bibita quando ecco che mi si avvicinano concitati alcuni giovani dello studio.

“Bravo! Congratulazioni!” Che mai avrò fatto, mi domandai: mi prendono in giro? Sono stato bravo?
“Perché? – risposi abbastanza stupidamente, ma senza avere molte alternative –
“Perché sei campione del mondo! – risposero ridendo per la mia ingenuità, che va oltre l’ignoranza –
“Ah, l’Italia ha vinto il mondiale di calcio?” – ebbi l’ispirazione –
“Si , un minuto fa, congratulazioni!”

Dall’alto di quella mia ignoranza e del mio atavico disinteresse per il calcio, piombai al suolo chiamato dalle trombe della patria, precettato per una “carica” di cavalleria.

Mi resi conto che in quel momento, in quel luogo e in quelle circostanze, io rappresentavo la mia nazione più di quanto la rappresentasse l’Ambasciatore a Santiago. In realtà in quel momento io ero l’Italia. Partii dunque volontario come avevano fatto mio padre, gli zii, i nonni nel momento del bisogno, sempre. Comandi! Dissi a me stesso, quindi parlai:

“Grazie amici cari. Grazie, per la vostra sportività. Sono fiero della mia squadra (ma chi erano? Il Milan, l’Inter, la Juve?), della mia nazione, grazie ancora” e giù che mi arrivavano pacche sulla schiena, strette di mano – “Grazie grazie, siete troppo gentili, sì abbiamo vinto, chissà se ce lo siamo meritato, ma grazie ancora, è stato molto bello, grazie!” – e mentre dicevo queste parole Tardelli stava ancora girando di corsa a bocca aperta con il suo famoso urlo, al cui paragone quello di Munch impallidiva. Anni dopo Marco – conosciuto per tutt’altri motivi dal calcio e del quale sapevo quasi nulla – mi confidava che quell’urlo e quella foto l’avrebbero perseguitato tutta la vita. In quel momento speravo soltanto che nessuno entrasse in qualche dettaglio..mi parlavano di un certo Cabrini ed io a dirgli: “E già, certo. Porca miseria. Immaginarsi.” E via a cercare di cambiare stanza e argomento. “Ma la Mafia l’avrebbe ammazzato?” – mi chiedevano – e io, sempre più perplesso: “Beh, non esageriamo, no, suvvia, non esageriamo..” Alla fine, come una star guadagnai l’uscita neanche fossi io il capitano della Nazionale (non era l’Inter, poi lo seppi) che fugge dai fans. Salii in auto e me ne andai lesto. Poco dopo sentii arrivare una piccola colonna di automobili strombazzanti e con le bandiere italiane al vento. Non inseguivano me, era chiaro, ma erano ovviamente un gruppetto di oriundi italiani che festeggiava: dopo il moto di insofferenza che sempre mi prende di fronte a tale spettacolo, mi lanciai biecamente e incontrollato per accodarmi a loro, con la mano pesante sulle trombe, tutti insieme verso il centro della città! Con il cuore pieno di emozione, di fierezza e di vergogna.

Tanti gli incontri, molti per la vita. Nei primi tre anni feci più amicizie che in trentatre anni di Europa.

Eravamo sdraiati sotto un pino marittimo, allo Stadio Italiano. Lo Stadio Italiano, poi c’era l’Etade Francais, El Estadio Israelita, quello Palestino e tanti altri, che facevano capo nelle radici dei vari gruppi etnici d’origine e coesistevano pacificamente all’insegna della loro nuova patria comune americana. In questi “stadi” c’era effettivamente sempre anche un vero stadio sportivo, rodeato da giardini, piscine, ristoranti, mentre in quello italiano c’era pure la bocciofila e la sala per il coro degli Alpini. Noi eravamo arrivati da poco e cercavamo le occasioni per stringere nuove amicizie.

Da qualche giorno avevamo notato una ragazza che nuotava per ore e poi prendeva il sole prima di andarsene. Era giovane e carina, tutt’altro che un tipo italiano, sembrava anglosassone. La cosa ci intrigava, soprattutto mia moglie che è inglese. Non sapevamo come avvicinare quella ragazza, poi decidemmo di inviare nostra figlia, che aveva cinque anni, spiegandole di andare da quella signorina bionda coi capelli lunghi e di chiederle come si chiamava, stare un po’ con lei e poi tornare a raccontarci. Così fece e subito scoprimmo Cecile. Come il suo nome enigmatico, così la nostra amicizia fiorì in un’alea di esotismo sincero e semplice, verso un affetto che sempre ci rimase e rimane. Americana, degli Stati Uniti, infiltrata nello Stadio Italiano perché c’era la migliore piscina per nuotare: di italiano lei non aveva nulla e credo che giusto in un luogo italiano avrebbe potuto entrare non essendo in regola…. probabilmente solo perché era una bella ragazza. Credo che Cecile nacque “Professor”. Certamente lo divenne presto, anni dopo – cattedratica – come si dice da noi, di una scienza complessa che ha a che vedere con il linguaggio ma che non ho mai afferrato bene di che si tratti. Pragmatica. Come qualsiasi americano tutto d’un pezzo. Aveva passato l’infanzia e l’adolescenza con la famiglia in Africa, padre Missionario, mangiando serpenti e studiando. Quindi aveva girato il mondo e in quel momento s’era fermata in Cile, ultima tappa del suo Sudamerica, la prossima tappa doveva ancora decidersela.

La sua vita è poi sempre stata una tappa dopo l’altra. Mi ricorda il giro d’Italia ciclistico, e anche il giro del mondo in ottanta giorni. Sempre andò errando e ci mantenne informati delle sue coordinate geografiche come fosse un pallone sonda. L’ultimo cambio la settimana scorsa, è tornata a Seattle, traversando per l’ennesima volta gli Stati Uniti da Est ad Ovest, da Ovest ad Est, sempre seguendo cattedre e progetti didattici. Sempre nuotando nelle ore libere che non ha, ma che si inventa. Aveva un sogno, costruirsi la sua piscina, e se la costruì, in Arizona. Larga un metro e mezzo (una corsia da nuoto) e lunga venti metri. Credo l’unica al mondo. L’Americano degli USA è così: nomade. Arriva con la famiglia un giorno ed entra nella sua villetta scaricando un furgone stracolmo. Subito organizza una festa con i suoi due vicini, quello di destra e quello di sinistra (non c’entra la politica) e si danno subito del tu. Così proseguono la vita finché un giorno qualunque – entro i successivi quattro anni – riparte una mattina, così come è arrivato. Forse senza nemmeno salutare i vicini, dei quali probabilmente conosce il nome ma non il cognome. Ma loro non s’offendono, non come i siciliani.

Abbiamo un invito aperto, da Cecile. Possiamo sempre andare a casa sua, ovunque sia la sua casa. Ci ha promesso un permanente giaciglio e qualcosa da mangiare, rassicurandoci che acciughe e latte non sarebbero mai mancati.

Anche Cecile ultimamente ha cominciato a menzionare la parola invecchiare. Se i giovincelli di quando noi eravamo già persone cresciute, iniziano ad invecchiare, allora la questione comincia a farsi seria. Sta iniziando a capitarmi, come con Attilio il mio maestro di Jazz, che continua ad avere diciott’anni meno di me. Quando l’ho conosciuto, ne aveva diciannove, oggi ne ha quaranta. Perché?

Quando mio padre constatò e mi disse, un giorno, che io avevo già dei capelli bianchi, io mi rattristai, come se lo avessi tradito, come se non volessi più essere il suo bambino. Perché?

Così, tra le cose sudamericane, avrei vissuto il resto della mia vita in Sud America. Si, perché era stato deciso che se le cose fossero andate per un certo verso, non saremmo tornati più a vivere in Italia. E il raccolto della Papaya fu di fondamentale importanza per il nostro destino, quanto quello della Jojoba. Gli anni si succedettero implacabili. Nello stesso irrefrenabile modo che avrebbero avuto sia che fossimo vissuti in Sudamerica, oppure in qualsiasi altro luogo. Ricordo che prima di partire dall’Italia, ben prima, quando si stava ancora “traendo il dado”, Vittorio, l’amico che mi aveva fatto conoscere il Cile, mi disse lentamente e gravemente: “ricordati che sei tu a decidere di andare. Io non ti ci mando. Deve essere una tua decisione, perché potrebbe anche essere un errore, un domani se ti capitasse qualcosa, non dovrai venire da me a dirmi che ti ho mandato io.” Quella frase non la dimenticai più. Quella frase è molto più profonda di quanto possa apparire. Quella frase. E se invece...

Così successe di tutto, nel resto di quella vita. I bambini crebbero, io mi risposai, la famiglia si ingarbugliò come capita spesso, troppo spesso, guadagnai molti soldi, ingrassai più del dovuto, in Italia alcuni affari non andarono per il verso giusto e dipesi sempre più dai miei interessi cileni, che però prosperando, fecero sì che io stesso iniziassi a non dipendere più dall’Italia e finissi – come tutti – col dimenticare sempre più il mio paese, però idealizzandolo e scostandolo via via più dalla sua realtà, in evoluzione, che non conoscevo e che non volevo conoscere, così come il bambino non vuole che gli si dica quello che già sa: che Babbo Natale non esiste, che sono i genitori. Anni dopo mi risposai di nuovo, da buon sudamericano quale ero ormai diventato. Grasso, amante del vino e della festa, circondato da amici, fumavo sigari e sigarette, ero servito e riverito da tutti, lo pasaba bièn , come si dice lì, vivevo della mia epidermide, così contento di tutto quel niente che avevo. E in fondo, perché no?

Ma non poteva durare.

Come in un sogno, esco, su di un fiume ancora. Dormo, ma il sonno svanisce lento con la corrente che avanza sul Rio de la Plata.

Dietro, Santiago, le Ande, l’Aconcagua. Davanti, lasciata ai lati Buenos Aires, l’Oceano Atlantico, con tutta la sua vecchiaia. E’ grigio. E’ grande, forse vedo. Gli emigranti stampati su quelle onde in bianco e nero, le note che se tendi bene l’orecchio le ascolti intangate tra quei profumi vivi, attraverso un lungo e malinconico tempo.

Invece no: non restammo in Cile che per alcuni anni soltanto. Non per tutta la vita. Nessuno si risposò, il raccolto della Jojoba e della Papaya furono dei disastri e fu necessario ritornare indietro per curare almeno gli affari lasciati in Italia, E se invece, e se invece.

IL PRIMO BAR A DESTRA E ALTRE AMENITÀ

Sì. E’ lì che ci dobbiamo trovare. Questo vuole, da molte generazioni, la nostra tradizione di famiglia. Una famiglia troppo laica per parlare di Paradiso e troppo credente per non parlare di vita oltre la vita. Così, a buoni conti, quando ci si avvicina al momento, ci si da l’appuntamento nell’aldilà con questa raccomandazione: “e ricordati: ci vediamo al primo bar a destra…”.

Personalmente non sono dell’idea che ci saranno dei bar, sarebbe troppo comodo. Però un’occhiata gliela voglio dare.

Mio padre vedeva certe cose da ingegnere. Quando ero al CAR (Centro addestramento reclute) e per settantacinque giorni ero confinato nell’aeroporto di Viterbo, lo chiamavo dopo lunga coda telefonica sotto la neve del campo per raccomandargli di intercedere presso un amico colonnello per farmi concedere un “pernotto”, cioè una libera uscita con la notte fuori. Era per me una luce e una speranza in quello schifo tipo campo di concentramento, una speranza di potermi leccare le ferite, come un lupo azzoppato. Ma mio padre era soprattutto divertito dalla parola (militare) “pernotto”… “Cosa vuoi? Un pernotto? Ma cos’è, un piccolo perno, un bullone?..”

Quando divenni trombonista, invece mi confessò che la parola trombonista gli suscitava ilarità, e non tanto per l’utilizzo che si fa in italiano della parola “trombone” per significare un “pallone gonfiato” (che già mi disturba da sempre), quanto per l’assonanza (anche qui di tipo ingegneristico-industriale con parole come macchinista o fuochista... per non menzionare il buon lombardo “el trumbèe” che significa l’idraulico. Insomma, tutta la mia vocazione artistica veniva svillaneggiata e frustrata tra concetti così poco poetici. Ma tenni duro e giocai in molti ruoli. Finché quest’anno mi è arrivato anche il “fois gras”! Sì, è l’ultima dei medici: mi hanno comunicato che sono portatore sano di fegato grasso, insomma ho del grasso nel fegato. Ci mancava solo il “fois gras”...

I LETTI DELLA VITA

Mi insinuavo e affondavo tra fresche, fruscianti, o tiepide lenzuola, entusiasta di sonno e di fragranza, rigirandomi voluttuosamente tra le braccia del mio amatissimo letto. Avevo dieci anni, ne avevo venticinque, cinquanta.

Letti della mia vita o amati. Liquidi amniotici di buona memoria, che mai ho dimenticati.

A dieci appunto mi rigiravo appagato in quel letto che era stato anche di mio padre e godevo del fatto che era ben più lungo della mia altezza e quindi non ne potevo, a meno di immergermi come un palombaro, toccare il fondo. Questa sensazione mi dava un sapore di mistero, come se in qualche modo lo spazio che andava oltre i miei piedi nudi potesse racchiudere avventure e dimensioni sconosciute, fresche se faceva caldo e rassicuranti per la grandezza del loro respiro, ma che se freddo mi consigliavano di rattrappirmi in posizione fetale e pensare a mia madre che era in un’altra stanza, poco lontana da me. Il sonno non sempre veniva, fin d’allora ero spesso disturbato dai pensieri che non mi lasciavano dormire, ammenoché vedessi seduto sulla poltrona del salotto il mio padrino che leggeva. Il mio letto era un a tana, una difesa, un centro, il centro di me.

Quando raramente ero in montagna all’Alpetto con lo zio Carlo e i cugini di Como, stavo invece in un letto di una stanza spesso fredda e ne guardavo il soffitto. Si diramava con disegni fantastici sugli umidi muri un po’ scrostati, per rivelarmi d’improvviso cervi, streghe, buffoni, strade e ruscelli, e tutto ciò mi accompagnava nell’attesa della caramella della buonanotte dello zio, tanto malsana ai denti quanto cara alle nostre anime. Poi il letto si scaldava e di lì era meglio non uscirne più. Letto quindi riscaldato, letto contro l’inverno, letto piombato, in cui passi la notte temendo il momento del distacco freddo e vile del mattino, per correre in bagno a fingere di lavarsi, barbellando, ridendo, gridando per riscaldarsi, magari nel bagno del papà – qualche anno dopo – dove egli ci accendeva una parabola di fuoco per fare la doccia, e il fiato ci si condensava nell’aria e la bombola di gas era dentro alla stanza (le misure di sicurezza nessuno le aveva ancora inventate, per fortuna). E poi via di corsa per evitare il gelo, a sostituirsi il letto coi vestiti, così scarsamente sensuali. Nel dopoguerra si aveva anche spesso freddo e un po’ di fame, perché anche nelle famiglie benestanti, insomma di media borghesia, l’abitudine alla guerra da poco finita faceva che nessuno si ponesse tanti problemi se c’erano quindici gradi in stanza oppure se non c’era grande abbondanza sulla tavola, che anzi diventava quasi un elemento di orgoglio il saper sopportare.

Si dice che il letto sia il luogo più importante della vita, dove si nasce, si ama e si muore. Dicono anche sia il luogo dove passiamo la maggior parte della nostra esistenza. Io dico che è soprattutto il luogo dove ritroviamo ogni notte la corrente che ci da la forza per sopravvivere, dove rientriamo in noi per mezzo di un contatto con il trascendente, dove c’è una presa che ci disseta e ci collega l’anima con l’universo. E’ un monito ricorrente, un’allegoria implacabile, una pietra vivente.

Alla radio, a mezzanotte davano l’inno nazionale. Durante contorsioni d’amore partì appunto un inno nazionale da tutte le parti e sommessamente ridacchiai ma nel trambusto non se ne accorse.

Ogni mattina ci alziamo e dobbiamo riferire a qualcuno qualcosa circa la nottata. Dormito bene, dormito male, il letto è duro, il letto è molle, ho avuto caldo, hai avuto freddo, non ho chiuso occhio, hai dormito come un ghiro, russavi, hai parlato nel sonno e così via. Insomma sappiamo bene per istinto che è stato qualcosa di importante, un viaggio, una prova, una ricompensa.

Una delle cose più tristi da vedere è un pover’uomo che dorme senza un letto e senza un tetto. Di più triste c’è solo l’uomo affamato che ti chiede cibo. Chi non la pensa così per me non è, un Uomo.

Quando siamo deboli stiamo a letto, quando stiamo a letto siamo deboli, come la tartaruga rientrata in se stessa. Il letto è un luogo serio, privato, formale, pudico, dignitoso, cerimonioso, grave. Se mai fosse necessario spiegare il concetto della proprietà privata, ecco che l’esempio ideale starebbe lì dentro, sotto alle nostre lenzuola, nel nostro proprio letto, quello di casa: un concetto più privato di così non esiste, salvo forse entrando nel campo dell’anatomia.

Ogni tanto ancora faccio il sonnellino sul letto di mia madre che ho in montagna, e ogni giorno su quello di mio padre. Ricordo le tante cose che sono successe su quei letti e le tante che credo siano successe, ma soprattutto dormire. Così confidenziale, definitivo, amico.

BUCO NERO DA GUINNESS

Vent’anni fa mi dissero che mi stavano cambiando il numero. Me ne rattristai, come mi rattristo sempre quando mi tolgono qualcosa, anche un dente, specialmente uno bianco e bellissimo che non aveva neppure mai visto la luce, perché era del giudizio e mai uscito. Mi dissero che mi toglievano il mio numero di telefono. Perché? Perché ora (era il 1983) – mi spiegarono – i numeri della rete di Milano avevano già da tempo tutti tutti raggiunto le otto cifre ed il mio era rimasto da un pezzo erroneamente con sei. D’altro canto il mio numero era rimasto invariato da ventiquattro anni, cosa che non capita mai...

Ti aggiungono un tre davanti, un nove dietro, una cifra a metà o te lo cambiano completamente, ma mai ti lasciano tranquillo, tanto meno per oltre vent’anni. Così quando provi a chiamare il telefono di qualcuno che hai perso di vista da qualche anno, è spesso cambiato. Rimasi male, ed attesi anche a rifare i biglietti da visita che mi stavano finendo.

I buchi neri sono qualcosa di misterioso, che albergano nell’universo, anche se molti scienziati come al solito si danno l’arie di sapere tutto su di loro. Si parla poi di universo parallelo, di dimensioni che convivono al lato della nostra ed allora qui ci sguazzano pure gli scrittori di fantascienza… angoli in cui le due realtà hanno degli interscambi spazio-temporali e così via...

Ormai sono così sfrontato da dirlo qui arrischiando che un tecnico di una azienda telefonica controlli il mio caso telefonico, direi ormai il mio caso umano, con la certezza che verrei prontamente cassato, perché sono convinto di essere andato persino oltre il bene ed il male, dentro appunto ad un’altra dimensione, anche se – ma può essere grazie a questo – c’è sempre stato il richiamo alla realtà triviale delle bollette telefoniche che non hanno mai cessato di arrivarmi.

Ebbene, sono passati altri vent’anni da quel giorno.

Così quest’anno il mio vecchio numero a sei cifre (che avevamo avuto nuovo quando Berruti vinse le Olimpiadi di Roma nel 1960), invariato, che ha servito ben tre generazioni della mia famiglia, inossidabile, facile, privilegiato, brizzolato, compie oggi, nel 2004, la bellezza di 44 (quarantaquattro) anni! Alla faccia delle regole.

HUMOR LOCALE

Dalle parti del quartiere arabo di Santiago, in una polverosa strada secondaria c’è (per lo meno c’era nel 2001) un portone con un gran cartellone segnaletico che dice: URGENZE PSICHIATRICHE.

Sembra appartenere alle storie del giornalino a fumetti CONDORITO (“piccolo condor”- il condor è l’emblema del Cile – una versione cilena di disneyana ispirazione di un condor umanizzato, umoristico e simpatico, diffuso da cinquant’anni in tutta l’America Latina). Queste urgenze ti fanno subito venire in mente un “Napoleone” con gli occhi disegnati come due molle a spirale, a cui stan dando i primi soccorsi (una camicia di forza, naturalmente) due infermieri capitanati dal Primario visto di spalle, che quando si gira a commentare il caso in oggetto, risulta avere pure lui gli occhi come due molle a spirale…

Siccome nello stesso quartiere, oltre al manicomio c’è anche il cimitero centrale, tombaioli e accessoristi vari, la mia amica Jacinta, simpatica ex figlia dei fiori, mormora ..”que bàrrio drastico…”, cioè.. “che quartiere drastico!…”.

A duecentocinquanta chilometri a sud di Santiago, nella zona di Chimbarongo c’è un paesino scassato, isolato, squallido e sterrato, di trecento anime, che si chiama Peòr es nada. E’ il corrispondente spagnolo del nostro “meglio di niente”.

Molto più al sud, verso la terra del fuoco c’è una baia che si chiama Bahìa inùtil.

Ad Algarrobo, un ridente (anche se l’oceano non ride mai) paesino turistico di mare, a un incrocio stradale c’è un cartello segnaletico con su soltanto un punto di domanda. Mi ci sono fatto fotografare sotto. Nello stesso villaggio – e siamo nel Cile democratico di oggi – c’è il grande stabile del Municipio, con davanti un parcheggio per almeno un centinaio di auto. Nel mezzo del parcheggio c’è un cartello stradale di divieto di sosta generale. Con un testo che sotto aggiunge: exepto el Alcalde, cioè eccetto il Sindaco. Questo l’ho fotografato insieme a mio figlio.

Su un cartello pubblicitario nella città di Calama – vicino al deserto di Atacama, oltre il tropico verso l’equatore – fuori da una bottega c’è l’offerta per due tipi di Champàn (Champagne nazionale niente male. Come variante al gusto liscio, è anche offerto al sapore di diversi frutti). Sulla lavagna hanno scritto col gesso: “con sabòr… 3000 pesos” e sotto: “sin sabòr … 2000 pesos”, cioè “con sapore” – oppure – “senza sapore”.

Su CONDORITO c’è tutta una teoria di scritte e oggetti secondari (tipo i salami di Jacovitti), che appaiono sullo sfondo delle vignette dietro ai personaggi, con nonchalance casuale ma rigorosamente precisa nel seguire delle storie collaterali come messaggi per i lettori affezionati ed esperti. Così ogni tanto si vede un piccolo e lontano disco volante (il Cile è un paese tipico per gli UFO) fermo nel cielo, quasi invisibile, oppure un muro di sfondo con scritto a vernice un graffito, tipo: sacùda su caspa, pero no aquì, che significa: scuota la sua forfora, però non qui.

Per venti o trent’anni apparse sui muri delle vignette anche la scritta: muera el roto Quesada! (muoia il bifolco Quesada), che pare fosse uno che stava antipatico all’autore Pepo, una specie di suo nemico personale. Quando il tizio morì per davvero, semplicemente sul giornaletto non apparve più la scritta. Qualche anno dopo morì anche Pepo. Si accapiglieranno in Purgatorio.

Su un giornale di Santiago appaiono stamattina due annunci economici notevoli; il primo dice: “Avvocati criminalisti, difese urgenti, delitti sessuali, truffe, omicidi. Libertà. Rateizzazioni”.

Ed il secondo, anche questo non male: “Con 83 Euro (equivalenti a.., ndr), cambio nomi. Cognomi. Rateizzazioni.”

Gli argentini invece, pure. Nel senso che su di loro ci sono ancora più aneddoti che sui cileni, loro vicini di casa (vicini per modo di dire). Molto humor gira in Argentina, e di qualità, basti pensare a quel formidabile, fine ed esilarante gruppo di musicisti-cabarettisti di Buenos Aires chiamati Les Luthiers (chi per lingua o diversa cultura non li conosca, non sa cosa ha perduto nella vita). Gli argentini chiamano gli italiani Tanos, che io credo derivi da NapoliTANOS, cioè napoletani. Quando ne parlano, nutrono una specie di timore reverenziale, per rispetto sì verso i loro diffusissimi antenati, ma anche molto ispirato – e sono ben informati – da una certa mancanza di fiducia (di basso livello), che in realtà qualcuno potrebbe vedere come una lotta fra titani, visto chi è che parla.

In uno sketch inglese del buon Benny Hill c’era un campionato di bad breath (alito cattivo) ed i candidati soffiavano poderosamente in faccia ai giudici che cadevano stecchiti, vinceva chi li stendeva dalla distanza maggiore… Gli argentini non fanno neanche lo sketch della competizione sportiva: lo riassumono in due parole e dicono che Tizio aveva un aliento mundial .. un alito mondiale.

Sabato scorso ho avuto la grande soddisfazione di suonare al Cafè Tortoni, a Buenos Aires, con la Portena Jazz Band. Ho così potuto arricchire la mia esperienza con nuovi aneddoti e nuovi fatti. Per esempio, contrariamente a quanto pensassi, non ne vogliono più sapere di “Fatimo”, pur nutrendo una vera adorazione artistica nei suoi confronti. Mi diceva l’amico Martin, di cui ero ospite, che una volta gli orchestrali rischiarono la pelle per colpa sua, per sottrarlo a una imminente esecuzione sommaria da parte di militari durante un Golpe, quando “El Flaco”, insomma “Fatimo” (che lì chiamano “El Chileno”), in preda ai fumi dell’alcool stava puteando (gridando “figli di puttana”) contro un carro armato che girava con la mitragliatrice spianata. Le mie peripezie, quindi, di quella volta che ero vestito da cavernicolo, impallidiscono di fronte a questa nuova e formidabile sua vignetta. Anche altre gustose storie su di lui mi furono raccontate (magari anche il contrario di gustose), ma è certo che l’ultima cosa che mi ha detto prima che salissi sull’aereo e stata: “… ah, e se viene El Chileno, dammi la data, così parto.”

Per concludere, anche Berto (che pur essendo italiano ha subito forti influenze sudamericane) oggi credeva sinceramente che tombeur de femmes si dicesse trombeur de femmes (anche se il senso effettivamente non cambia), mentre a sua volta correggeva saccentemente Attilio – finalmente italiano – reo di avere sostenuto che significasse “morto di fame”. Che congrega...

INVITO

Ritrovo ogni tanto tra le mie carte una poesia che scrisse nel 1968 una mia zia, neppure la preferita: Rosa.

E’ l’unica poesia che ha lasciato, peraltro ben nascosta. Avevamo in comune l’amore per i gatti. Ma questa poesia vale quanto quell’amore. Posso oggi io invitarla qui con me? Posso regalarle questa pagina?

E’ così:

PRIMAVERA

Tu mi dicevi:
a sessant’anni ci ameremo ancora.
Ecco, li abbiamo
e tu dove sei?
Che ne è stato
di te?

Respiriamo l’aria della stessa
città,
abbiamo fatto milioni
di passi
ma le nostre strade
non si sono più incontrate,
e detto fiumi di parole
e abbiamo amato
e pianto,
gridato per ira
e riso per gioia e disprezzo.
Ma siamo rimasti sordi.

Giace il nostro amore
su un baule in soffitta
insieme alle cose dimenticate.

Solo, qualche volta
cammina per me,
nel fondo,
quel figlio cui non abbiamo dato
la vita
e mi chiede:
perché?

(Rosa Scalini)

PIAZZA CAVOUR

A Milano il palazzo dei giornali era in Piazza Cavour. Era un po’ il centro di varie testate, agenzie e cose a che vedere con il giornalismo. Un edificio per quel tempo moderno, che aveva per me un fascino particolare. “Facevo che mi ricordava” la sede del giornale di Clark Kent (Marco Costa nella versione italiana), alias Superman Nembo Kid. Quindi non tanto un ideale intellettualoide da occhialini tondi alla Gramsci, bensì un reporter all’americana, tutto mens sana in corpore sano, trenta flessioni e una poesia.

Ero così giunto, tra difficoltà nel vedere un futuro per me, alla conclusione che dovevo diventare un giornalista. Avevo allora diciott’anni. La Jo lavorava per la Newsblitz, e passava per una che la sa lunga.. Così mi ottenne un appuntamento da un capo redattore per un colloquio. Chiesi a mia madre che cosa dovevo andare a dire ma non ne ottenni risposte precise, com’era abbastanza ovvio.

Mi sedetti davanti alla sua scrivania: “Così lei vuol diventare giornalista” – mi disse subito – “mah, io vorrei sapere un po’ come funziona, ma non ho ancora deciso, mi piacerebbe…” – gli risposi ingenuamente – “Eh caro mio, non è mica facile. Bisogna soffrire, saper soffrire innanzi tutto; poi ci vogliono tanti anni di gavetta, senza guadagnare niente (tutte cose vere peraltro). Lei cominci a scrivere, ci mandi e poi noi vedremo, ma non si faccia illusioni, ha davanti a se una carriera molto bella ma senza soldi. Veda lei.”

Lasciai perdere. E feci bene. Le parti peggiori infatti non me le aveva descritte.

E se invece non avessi lasciato perdere? Eccomi vivacchiare chiedendo soldi al Papà.

Inizialmente egli non era d’accordo con la mia idea. Prima laureati, mi aveva detto ma io avevo tergiversato ed alla fine aveva accettato di sostenermi per l’inizio di questa professione, che tutto sommato sembrava dover essere una vocazione, almeno così si diceva. Così, seguendo la mia vocazione, fui aggregato ad un giornale della sera ad occuparmi della cronaca nera. Per diversi mesi, poi mi stancai e iniziai a sbandare e la mia vita prese una piega che non mi piacque, ma per fortuna tutto ciò non accadde perché questa storia non è vera. E se invece… Fine della storia. Anzi, fine di una storia, di una delle storie che per qualche ragione, non capitarono.

IL CONDOMINIO

Storia vera, come quasi tutto il resto. Milano, ore dieci di sera, terzo millennio. Avevamo terminato la solita burrascosa riunione di condominio ed ero rientrato a casa con Teodorico, un condomino mio coetaneo che conoscevo da sempre pur sapendo pochissimo di lui, ma sempre di più che degli altri condomini, di cui a buoni conti parlavamo male, mentre essi rientravano a gruppi parlando male di noi e degli altri. Tutti, dopo una partenza alla spicciolata dal vicino luogo della riunione per evitare di salutarsi, avvicinandosi a destino, si riincontravano sorpresi, come rendendosi conto solo allora di abitare nella stessa casa. Abbozzavano quindi incredibili manovre per evitare di rientrare assieme agli altri. Chi pretendeva di proseguire verso un bar magari chiuso, chi improvvisamente metteva la mano in tasca e scuotendo la testa tornava sui suoi passi facendo finta di avere dimenticato qualcosa, chi guardava il cielo come se avesse visto un disco volante, chi se non trovava di meglio si allacciava una scarpa. Colui il quale invece capiva di essere più vicino degli altri al portone, assaliva la toppa con la chiave precedentemente sguainata e – mai come in quel momento applicando lo scandaloso ma corretto verbo italiano – chiavava la serratura con mano tremante e dando furtivi e angosciati sguardi all’indietro per vedere che non arrivasse un condomino (ma non c’era problema, perché pur essendocene una ventina sparsi per la piazza, tutti facevan finta di essere altrove o di non essere loro).

Così io e Teodorico, arrivati in prossimità del portone e forti di essere in due, ci fermammo ostentatamente a chiacchierare lì davanti, creando un blocco di gente in tutto il quartiere… cosa di cui godevamo silenziosamente. Gli dissi: “E’ inutile che insistano a volere un portone nuovo: non serve a niente. Il ladro, il delinquente, non ha neanche bisogno di forzare la serratura: qui chiunque gli apre, basta che suoni al citofono!”
“Beh, non esagerare, non credo che sia poi così facile… io non apro mai a nessuno.” – rispose –
“Neanche io apro mai a nessuno, naturalmente.. e questa consegna l’hanno tutti, in casa mia: se non si riconosce chi è, non si apre!” – gli dissi fiero –
“Vedi dunque..” – disse bonariamente –
“No, permettimi: noi due non apriamo a nessuno, ma c’è certa gente che aprirebbe a chiunque, tu non ti immagini!” – ribattei –
“Non credo, comunque una serratura più solida starebbe bene” – concluse scettico –

Ebbi un’ispirazione. Era una missione suicida ma se mi fosse riuscita sarebbe passata alla storia d’Italia e comunque non avevo nulla da perdere. La tentai. “No, guarda, tu non hai capito: se io, anche proprio adesso, suono al citofono, vuoi scommettere che qualche pirla mi apre? – lo sfidai – e senza attendere oltre, feci due passi avanti e impastai a mano piena tutti i bottoni del quadro citofoni… dicendo “vedi? vedi? guarda adesso!” – sperando ardentemente che succedesse quello che avevo pronosticato. –

Dopo pochi secondi ci fu un “pronto?”, subito seguito da un’altra voce che diceva “chi è?” – ….io bisbigliai a Teodorico: “stai a vedere adesso… sta a sentire..” – e mettendo la bocca vicina al microfono ebbi la seconda ispirazione ed emisi un bestiale: “muuuhhh! muuh…, meuhh!” – cioè tre bucolici muggiti, che mi uscirono sinceramente dal fondo del cuore.”

Incontrai gli occhi silenti di Teodorico. Avevo il fiato sospeso, come in una sfida finale.

Accompagnato dal tipico rumore pernacchioso e nasale che fanno certi vecchi interruttori elettrici, il portone si aprì.

Si spalancò. Come una donna di malaffare. Alla faccia del condominio.

ACONTECIMIENTOS HOGARENOS:
ACCADIMENTI DI CASA

Due parole pregnanti, piene di pathos, come solo alcune lingue neolatine sanno dare: l’italiano, lo spagnolo, a volte il francese.
Prendete Madrugada: alba. Non è una parola splendida? Ricorda un madrigale, una musica, una canzone, una donna.

MADRUGADA

L’alba ha colore di magia
e l’erotismo ha parola madrugada
i porti delle città marinare
si stagliano di alberi maestri
di un transatlantico o di un cargo destinati a partire.

Di partenze ci adesca erotica la sera
o l’aurora dell’alba madrugada
nella stasi voluttuosa
di cartolina antica, così presente
nel nostro cuore assonnato.

A tutti i fatti importanti della mia infanzia e gioventù, si vanno aggiungendo, sommando e sottraendo i fatti della mia famiglia di dopo, quella fatta da me. Già, la mia famiglia. Ma non era quella che avevo da bambino e giovinetto? Con gli anni, il matrimonio, i figli, i genitori che muoiono e così i loro coetanei zii, gli allontanamenti naturali ed ecco che a un certo punto della vita la “mia famiglia” cambia persone e diventa la moglie ed i figli, con tutti i fatti che li riguardano, che ci riguardano, che mi riguardano. E’ quindi il concetto astratto, sacro, che prevale, che mantiene significato nei secoli. La famiglia è una cappa, una zona sotto la quale passiamo e ci diamo il cambio. Poi ci sono i parenti, nel bene e nel male.

Gli acontecimientos hogarenos si intrecciano con le fotografie informatiche, ottiche, i video, le gigantografie, i collages. Se non restasse questa documentazione penserei che tutto sia stato solo una mia fantasia, un sogno notturno. A proposito, ieri ho sognato di trovare sotto un castagno un fungo porcino da cinque chili! Ma dietro a quello ce n’era un’altro alto un metro, sarà stato cinquanta chili! E dietro a loro? C’erano tre sassofoni tenori! Buono per uno psicoanalista (che oggi si chiama psicoterapeuta perché non sta più dietro al paziente bensì davanti).

E invece le documentazioni e le immagini mi confermano che tutto è successo davvero (salvo i funghi e i sassofoni) nella mia casa: la comunione dei bambini, la fine del liceo, i loro fidanzatini, il servizio civile di mio figlio poi la sua campagna elettorale andata a male per fortuna e poi invece il suo lavoro avvincente e i suoi studi affascinanti, la laurea di mia figlia, il suo bel matrimonio. Ma i cani che hanno abitato con noi per anni? I nostri gatti, i furetti? Di loro ora, solo belle fotografie. Pablo mi manca tanto. Era il boxer di mia figlia, mi è morto tra le mani. Quando c’era non sapevo di amarlo così. Aveva lo sguardo umano. Più che umano. Mi resta nel cuore con tutte le cose che non ha avuto il tempo di dirmi ma che un giorno mi avrebbe detto, che un giorno ci diremo.

E nella casa che abito da moltissimo tempo ritrovo a volte delle risonanze, delle immagini vivide, dei richiami. Sullo stesso letto dove cinquantasettenne sto pigramente scrivendo queste righe d’improvviso mi fermo e mi vedo diciassettenne mentre scrivo. Ora sul computer portatile, allora sul notes grande con la biro. Forse è perché ho appena letto su delle note di storia di Jazz, la parola Scranton, come luogo di nascita di Spiegel Wilcox, eccellente trombonista amico di Bix. Mi sono fermato, mi sono rivisto e mi sono sentito, come senti un presentimento, un’amicizia. Mi sono rivisto mentre cercavo col compasso sull’atlante un posto vicino a New York, in provincia, un luogo qualsiasi che distasse credo, cento chilometri, per le mie esigenze di sceneggiatura e di copione. Eccomi trovare e scegliere “Scranton”, suona bene: così diventa la città del mio personaggio: Amos Turner, cioè io, naturalmente. Quella Scranton però era un’altra, mi dico ora: non c’entrava con questa, era quella un’essenza onirica, crepuscolare, livida, senza volto. E’ tutta diversa la mia Scranton. Ma poi improvvisamente non escludo, anzi addirittura sospetto che possa anche essere la stessa. Sento vaghi in me corti circuiti, punti interrogativi, ammiccamenti sfumati da ironia. Bisognerà che ci vada un giorno a vedere com’è Scranton!

Quando scrivevo quel breve primo racconto, ero solo, nella mia casa, questa stessa casa. Per la prima volta stavo stabilmente solo di notte, e sarebbe stato così per molti mesi. Mia madre, che nella casa era allora tutta “la mia famiglia”, era andata a Londra ad imparare l’inglese per migliorare la sua posizione nella libreria in cui lavorava con Al, il famoso libraio di Milano in quegli anni. Io perdutamente innamorato di una ragazzina più grande di me, passavo le notti a scrivere di tutto, da poesie disperate, a componimenti wertheriani, da lettere mai spedite ad un breve racconto, che poi un’amica di mia madre mi avrebbe volonterosamente battuto a macchina. Su mia dettatura a casa mia di sera e con la quale – non fossi stato così tra le nuvole – avrei potuto concretizzare ben di più, sospettai più avanti nella vita.

Michela invece arrivava alla mattina come sempre e mi svegliava con il Tè a letto. “La Michela” era la mia “tata” o quasi, che in realtà entrò in casa quando ero già adolescente, ma in compenso la conoscevo da anni prima e quindi tata era, pace all’anima sua (so che è in pace: era buona, grata e devota persona). In realtà non avrebbe dovuto svegliarmi in quanto io avrei dovuto essere già andato a scuola, però avendo scritto fino alle quattro le lasciavo una nota dicendo di svegliarmi a mezzogiorno. Poi mi facevo fare la giustificazione per il giorno dopo, non so come funzionasse la cosa, ma funzionava. Così come funzionava in altre occasioni il farmi fare la giustificazione da mio cugino che era già maggiorenne ed aveva il mio cognome (e al quale avevo rubato il nome letterario Amos, che egli mi aveva confidato sarebbe stato il protagonista del racconto che mai scrisse. Di ciò, oggi nulla ricorda ed anzi nega, meglio così). Perché io, come un elefante, ricordo le cose più impensate del mio passato… per esempio il mio gabinetto da bambino aveva scritto sul fondo IDEALE che leggevo, facendo pipì, anche al contrario (le lettere, non la pipì) e ricordo bene come lo scandivo: “ELAEDI”. Poi c’era una piccola etichetta su un divano letto comprato intorno al 1955: “Malatesta e Masson” e non so perché me lo debba ricordare ma non l’ho più dimenticato. Ricordo un sacco di cose della mia vita con mia moglie ma spesso sono solo in questi ricordi, e così mi sento ancora più solo. Sono morbosamente attaccato ai ricordi, lei invece pensa al presente e mi sprona a fare lo stesso, ma…

COMMOSSO DI VIVERE

Non ti fare contorcere la mente
ma vivi
le giornate, sii felice, vai
mia moglie dice e mi consiglia.

Ma sono troppo commosso
di vivere, per farlo.

“Ma fatti una flebo di positività!” – m’ha detto Attilio l’altro giorno. Appunto. Per un motivo o per l’altro sembra che io sia troppo pessimista e forse è vero. Ma ho delle buone ragioni per esserlo. Per esempio, se penso a tutte le cose malvagie che accadono in questo momento nel mondo, non posso rimanere impassibile. Se poi penso a tutte quelle che sono accadute prima del nostro tempo, figuriamoci. Eppure è tutto vero. In realtà abbiamo tutti imparato ad essere cinici, a non pensare a queste cose, abbiamo imparato il “mestiere” come un pugile, come un calciatore, come un giornalista, o un politico. Abbiamo imparato i trucchi per sopravvivere, per vivere. Senza i quali, devo riconoscerlo, non è possibile barcamenarsi. Dobbiamo andare avanti col paraocchi senza guardarci attorno, così pare sia. E se invece vogliamo dedicarci al resto e non poniamo subito dei formidabili limiti, non ci vuol molto per ritrovarsi sulle orme di un San Francesco. Dovrei far finta di niente? Pare di sì.

E ieri ho avuto la chiarissima visione della beatitudine della vita eterna. Formidabile ve lo assicuro. Non c’è alcun dubbio, non scherzo. Quando scherzo lo si capisce.

SUL MOTIVO

“ E’ andato sul motivo…” – diceva mia zia Rosa con una pesante “punta” di sarcasmo, mentre informava gli ospiti sull’assenza del marito pittore minore (un altro, in famiglia, era il pittore famoso), nella sua casetta del Forte, che poi vendette a Moore. Lo zio era andato in bicicletta verso le Apuane con una tela da riempire e tornava la sera con quadri pieni di marmo.

Anch’io vado sul motivo quando me ne vengo in Cile ma ciò è – come lo era per lui malgrado il sarcasmo della Rosa – del tutto rispettabile.

Sono arrivato ieri ancora a Santiago: è infatti passato un’altro anno e come un pendolo testardo e abitudinario continuo a ridare questa commedia per un pubblico vagamente stancato. Stavolta, oltre alle cipolle ed i peperoncini, ho ritrovato questa poesia scritta esattamente durante l’ultima occasione, cinquantadue settimane fa. Ho aspettato un anno per confermarla a me stesso e ora la porto al ballo delle debuttanti:

RICORDO DI MADRE

Ho di nuovo viaggiato
la mia metà del mondo
dalla terra dove mi hai cresciuto.
Ho ritrovato in un angolo di questa stanza
una piccola tua
fotografia in argento che mi guarda.

Ma tu mi sei lontana anche qui
e non meno che a casa.

C’è una splendida canzone di Atahualpa Yupanqui, il grande “cantatore” andino, con un testo di grande poesia ispirata alle distanze, che spariscono quando l’anima batte le sue ali. Ed egli chiede che qualcuno gli spieghi cosa esse siano, che cosa realmente sia la distancia, se essa sparisce sulle ali del suo cuore che vola.

Yupanqui non c’è più ma io gli ho stretto la mano una sera. A lui dedico questa leggera canzone errante, timida di fronte al suo ampio lirismo, ma scritta con un sincero filo d’inchiostro che si allunga dalla mia terra alla sua, ora che lui non c’è più:

LAS DISTANCIAS DE YUPANQUI

Ho negli occhi
precisa
ogni immagine della casa che attende
prima d’ogni Natale quel nostro arrivo.

E son qui che preparo
quel viaggio assurdo e caro
che ci porta nel sole
quando qui è freddo e piove.

Già so che quel fiore m’attende
che la griglia si scalda
che calda si staglia l’acqua
tra una ceramica
e un’ostrica adagiata su un letto di neve
ed un’alga.

L’uccelletto Sorsàl mi sorprende
se anch’egli ci attende
ed il sole invariato, sfrontato
ci cuoce felici sbandati assetati
tra comparse di amici.

(Milano, 22 novembre 2003 )

Sdraiato alla sdraio mi osservo l’attorno.
Spruzzi d’acqua.
E’ venuta ed è andata Marcela della festa
ha voluto due baci e non uno
ché siamo italiani e si fa bella.
Poi gli amici dei figli
e qualche
solita spesa.
Tutto come avevo previsto
mi angoscia mi annoia mi piace mi domando
perché.
Ma prima di partir mi sarà chiaro.

(Santiago, 17 Dicembre 2003)

E’ comunque incredibile come sia relativa l’Italia. Pur essendo io italianissimo, abituato ad ascoltare il notiziario italiano tre volte al giorno e così via, come metto piede qui, tutto scompare. Mi restano naturalmente gli affetti rimasti lì e la preoccupazione per le faccende, ma la nazione, in toto, scompare. E ciò – semel in anno – non mi dispiace affatto. Mi resta così dell’Italia un concetto astratto, riattivabile solo per i grandi accadimenti, per qualche pettegolezzo internazionale, ma il novantanove per cento di ciò che vi accade, di ciò che lì ci raccontano continuamente i petulanti e faziosi giornali e telegiornali, scompare definitivamente, anzi non è mai accaduto e non ne saprò più niente. Che gusto! Perlomeno, così sarebbe se non avessi dovuto, per necessità di lavoro e decenza civile, incaricare qualcuno a comprarmi un giornale per tutti i giorni della mia assenza. Una volta rientrato darò quindi un’occhiata a quelle prime pagine e a qualche titolo interno, con superficialità e un distacco istintivo per certe cose già passate, scadute, vedrò le diatribe quotidiane annunciarsi oggi, sbocciare domani, scatenarsi dopodomani, scomparire del tutto fra tre giorni. Mi sarà così ancora più chiara l’inconsistenza delle opinioni, dei fatti, delle beghe di casa nostra, anzi di casa di chiunque, poiché questa descrizione vale – anche se cucinata in salse diverse – per qualsiasi popolo e nazione del mondo. La realtà è che siamo tutti ridicoli, se non fossimo tragici. Avete presente le formiche?

Senza l’amore (non tanto o solo quello uomo donna), la nostra importanza è pari a zero. Cioè esattamente quello che contiamo rispetto a una notte stellata.

Ecco che già ora – e mancano ancora venti giorni prima di dovermene andare – riconosco ad esempio una prima buona ragione per cui dovevo assolutamente essere in questa remota parte del mondo oggi: ritrovare un artista, un amicizia appena abbozzata l’anno scorso e scambiarci ora invece profonde e fertili emozioni. Personaggio incredibile, veramente da Sud America, Hamilton. Nella sua vita ha posseduto tre nazionalità, è uno splendido pittore espressionista dalle tinte forti, è un ottimo e ribelle medico, si diletta anche come musicista e novelliere, è stato ginnasta di livello internazionale e perfino, credo, un “marine” degli Stati Uniti. E ha fatto il Vietnam. Persona modesta e buona, va ad aiutare i poveri rischiando aggressioni, vive solo, nessuna famiglia, grande ma libero credente – cristiano – certamente fuori dalle parrocchie. I suoi quadri non li vende malgrado di soldi non gliene crescano e malgrado ci sia gente che glieli chieda (i quadri, non i soldi. Magari anche i soldi.) Ha sostituito il posto sicuro che aveva in ospedale, con una denuncia de lui fatta contro un suo Primario, per mal-practice otto anni fa. Sembra per qualche particolarmente grossa boiata sanitaria a cui aveva assistito: di quelle che capitano probabilmente in tutto il mondo e di cui la gente ne sa poco perché di solito vengono affossate prima di iniziare, accomodate dall’interno da medici.

Alcune arti mi emozionano a volte profondamente. Così mi capita con la musica, quando in momenti particolari mi giunge alle corde più vere dell’anima, oppure con della poesia. Queste due arti sono le mie arti, quelle con cui da sempre ho avuto ed ho una storia d’amore. Mai credevo di potere sentire lo stesso per un quadro, verso cui ho mantenuto sempre una maggiore distanza, considerando l’arte figurativa – per mia insensibilità lo ammetto – un’arte un poco minore. Eppure ieri mi sono avvicinato a un quadro che Hamilton ha fatto durante quest’anno di mia assenza. Me l’aveva preannunciato: avrebbe dipinto sua madre. Detto così ciò non aveva nulla di particolare. Abbiamo parlato di lui bambino, dei suoi fratelli, dei genitori. Rare volte ho sentito un vuoto così secco, una mancanza così vasta e rassegnata, una vita priva di una parte, ricercare se stessa in uno sguardo rubato. Rare volte ho saputo di andare sull’onda stessa di un'altra persona e condividerne così un silenzio. La madre egli l’aveva tenuta dentro ai suoi occhi per tutta la vita, la madre lontana, la madre dispersa, la madre. Una volta l’aveva anche sentita ma era tardi, non aveva potuto rivederla, così lontana. Poi più nulla. Neppure aveva mai avuto la sua fotografia. Ma era sua madre. I ricordi rappresi dentro, dietro ai suoi occhi e nel cuore, gli anni dell’infanzia, i colori dell’Ecuador così rossi e così caldi di una tristezza rassegnata, di una tristezza disperata, di una tenerezza ferma in mezzo all’anima.

Queste ed altre cose sono sbocciate mentre guardavo quel quadro di donna e bambino, come una Madonna, una madre, così vera e lontana, che tiene a se un figlio cresciuto, nudo contro se stessa, dal viso disarmato e triste raccolto sul seno coperto, come un cucciolo troppo cresciuto per restare con lei, il capo accostato e lo sguardo rivolto alla terra in una silente, tenera, disperata rassegnazione. Ho preso per un istante la mano di Hamilton.

Le lacrime si rincorsero e si nascosero male nella siesta estiva quel giorno. E tutti fingemmo.

NOTA di redazione:
Il paragrafo di seguito è una traduzione provvisoria in spagnolo. E’ dubbio il farne parte del libro)

(Algunas artes me emocionan a veces profundamente. Asì me pasa con cierta musica cuando, en momentos particulares me llega a las cuerdas màs verdaderas del alma, o tambièn con la poesia. Estas dos artes son mis artes, con las que siempre he tenido una historia de amor. Jamàs pensè que podrìa sentir lo mismo hacia un cuadro, porque he sentido siempre, una mayor distancia hacia el arte figurativo, que consideraba – por mi insensibilidad, lo admito – un arte para mi, menor. Ahora bièn , ayer me acerquè a un cuadro que Hamilton hizo durante este ano en mi ausencia. Eso me lo habìa anunciado la vez anterior: iba a pintar a su madre. Dicho asì no tiene nada de particular. Conversamos de el, cuando nino, de sus hermanos, de sus padres. Raras veces he sentido un vacìo tan seco, una ausencia tan vasta y resignada, una vida quitada de una parte buscar a sì misma adentro de una mirada robada. Raras veces he sabido de estàr tàn en sintonìa con otro ser y compartir asì un silencio. La madre el la tenìa dentro sus ojos por toda la vida, la madre lejana, la madre dispersa, la madre. Una vez sì, la habìa escuchado, pero era tarde. No logrò volver a verla, tan lejana. Luego nada màs. Ni siquiera tuvo su fotografia. Era su madre. Los recuerdos adheridos dentro, atràs de sus ojos y en su corazòn, el tiempo de la ninez, los colores del Ecuador tan rojos y calidos de una tristeza resignada, de una tristeza desesperada, de una ternura inmovil en el medio del alma.

Estas y otras cosas han florecido mientras miraba ese quadro de mujer con nino, como una Madonna, una madre, tan verdadera y lejana, que tiene consigo un hijo crecido, desnudo rozando su cuerpo, con cara desvalida y triste recojida en su pecho cubierto, cachorro crecido, demasiado para quedarse con ella, su cabeza reclinada y los ojos que miran la tierra en un silenzio lleno de esa tierna y desesperada resignaciòn.

He tocado por un largo instante la mano de Hamilton.

Persiguiendo lagrimas, mal las escondimos en ese dia. Y simulamos todos.)

CORDE DI VIOLINO

Entrando in studio mia moglie mi ha detto che su in montagna i contadini hanno venduto 25 delle loro 50 mucche. E’ venuto a prendersele un camion. Una delle mucche che non è stata venduta è andata a guardare fuori dalle sbarre, immobile, la strada, verso dove avevano portato via le altre, lo sguardo inchiodato per un lungo tempo, senza neppure muggire.

In un altro tempo, in un altro luogo, dell’altra gente. Qualcuno riprende con la cinepresa un elefante. E’ libero nella savana. Esce dalla foresta e si imbatte in un altro elefante, da poco ucciso da un cacciatore, da un bracconiere. Il pachiderma si ferma. Scruta, annusa il vento nella sua direzione, quindi pian piano avanza. A tre metri dall’altro si ferma e resta immobile, con i piccoli occhi incredibili fissati su quel silenzio. Poi gli si avvicina e gli passa leggermente, gentilmente, il dorso della sua proboscide lungo il corpo, soffermandosi sulla testa riversa. Varie volte, e dopo una lunga pausa, fa due passi indietro. Lentamente, solennemente, irrimediabilmente, va via.

Da noi, in Italia, avevano allevato un leone in casa. Fin da cucciolo. Poi crescendo aveva dato loro problemi di spazio e di leggi, ma soprattutto essi avevano fin dall’inizio deciso di allevarlo per poi rimetterlo in libertà in Africa, da dove l’avevano salvato dopo che sua madre era stata uccisa dall’uomo. Era grande l’affetto che li legava. Avrebbero voluto tenerselo con loro ma pensavano che non dovessero. Quando aprirono la porta della gabbia da trasporto, nella riserva africana, il leone uscì guardingo. Quando vide alberi e campi, corse verso la libertà. I genitori adottivi umani lo guardavano con un groppo in gola. Il loro leone si fermò e si girò a guardarli, voleva che venissero con lui. Ma poi – come Orfeo – andò via senza più girarsi. Io piansi, come fanno i vecchi, per un nonnulla.

IL MALE DEL MONDO

Il cucciolo di leone trovato che trema
Sulla madre uccisa di frodo,
allevato e ammansito all’amore a Milano
è rimesso cresciuto
in foreste africane

come odio il male del mondo

il leone si gira

un’ultima volta verso il padrone
e poi corre al destino felice,
o forse morire di fame o forse
cacciato ancora di frodo
o forse capirà il gesto,
ma bello è salvarlo e anch’io lo farei

ed il male del mondo colpisce
le carni
di ogni piccola vita.

E l’enorme murena tropicale si era fatta amica della coppia di sub che lavorava in ricerca in Australia. Quando vedeva la ragazza sott’acqua le si avvicinava felice, le si strusciava addosso, si davano testate d’affetto e si prendeva grattatine sulla pancia, come un cagnone beato. Che meraviglia, quanta rivelazione. Che brutto che il mondo non sia così bello.

Ci sono molti preti che sostengono che per un cane, per un animale, non ci possa essere che la morte assoluta. Che nessuna vita eterna oltre la morte terrena sia possibile, perché gli animali non hanno un’anima. E’ chiaro che io non sono d’accordo né sul primo né sul secondo punto. Non so perché, ma sento che non è così. L’uomo è certamente qualcosa di più che un animale, o per essere precisi, non è soltanto un animale. Ma anche l’animale, in realtà, non è soltanto una bestia...

E un grande monito, una grande intuizione ci è venuta da quel grande cristiano che fu San Francesco.

CONTATTO

A sipario chiuso e luci spente, attaccò lento scandito magico, con quella inconfondibile sonorità viva e lirica, il tema che siglava se stesso: When it’s sleepy time down south. Dopo un paio di battute attaccò anche l’orchestra, gli All Stars! Era una fredda serata del 1957, e mentre il sipario lentamente si apriva, un riflettore bianco si puntava sul grande musicista, sul più grande jazzista della storia, su di lui, Louis Armstrong. Con tutta la pelle d’oca scrosciammo nell’applauso della nostra vita, commossi, felici, in quel teatro di Milano.

Questo è il ricordo più vivo di quel giorno, di quel grande giorno. Armstrong in uno smoking smagliante, i colori bianchi e neri come un vassoio d’argento nel buio che porge a noi e alla storia quella piccola grande icona, quella tromba dorata, gioiello dischiuso tra le sue mani e un fazzoletto bianchissimo.

Quando Attilio mi dice che sono fortunato ad avere vissuto in un’epoca che mi ha permesso di vedere, di ascoltare dal vivo tanti grandi (c’è un carisma, un angel come si dice in Cile – un alea di misteriosa forza – nell’ascoltare una musica dal vivo), devo pensarci un attimo per capire che mai nessun altro oltre a me ed a quelli che con me li hanno ascoltati, effettivamente potrà più ascoltarli, mai più, per il resto dei tempi. Così come qualcuno vide e ascoltò Paganini, o altri immensi. Durante le ere umane, nel milione di anni che ci hanno preceduto, quandomai sono esistiti grandi artisti, grandi opere? Noi, diciamo per esempio quelli degli ultimi mille anni, siamo delle generazioni enormemente privilegiate, che non se ne rendono conto, e che continuano a comportarsi molto spesso peggio delle bestie. L’umanità si è sempre comportata da bestia, nella storia, in grandissima parte e purtroppo neppure l’avvento della cultura e della cosiddetta civiltà non ne ha praticamente cambiato il comportamento profondo.

Il messaggio artistico sublime, il messaggio trascendente, la positività delle arti vere, delle arti belle, non arriva a segno che poche volte. Ma quando arriva a segno allora crea enormi potenze, zone di forze che parrebbero finali.

Oggi scarseggiano i grandi artisti a quanto pare. Oggi scarseggia la grande arte. Non è casuale. Ciò riflette la triste crisi di valori nelle varie società della terra, che con sinistra contemporaneità si sta abbattendo su tutta la specie umana e la sta disfacendo, come un frutto ormai marcio.

Armstrong diceva bene: “la musica, tutta la musica, si divide in due tipi: quella buona e quella cattiva. A me interessa quella buona.”

Grande Louis.

PRESENZA ASSOLUTA

Cupo gioco di prestigio

Dove sono nascosti
i visi dei miei bambini?
Non mi appaiono più da quella porta
della stanzetta coi giochi,
il loro viso è cresciuto in adulto
ed amato di giorno in giorno.
Ma loro?

In realtà i visi dei miei bambini sono nascosti nel viso dei miei figli cresciuti. Questo mi dice la logica, questo mi dice il cuore di padre.

Resta però – indiscutibile – il fatto che i loro visi di quando avevano sette anni non sono più in casa mia, ne altrove.

Non ci sono più, in giro. E questo e’ grave. Perché non stiamo parlando di cose da poco. E quando, più tardi nella vita vogliamo dei nipotini, in realtà vorremmo ancora per un po’ quei nostri figli, così com’erano quando ci sono arrivati. Pieni di ternura, cioè tenerezza, la bella parola spagnola.

Credo di potere, di volere, continuare una conversazione con loro, quella che non avevo finito, dare qualche precisazione che m’ero scordato, ascoltare meglio alcune risposte dimenticate o forse mai avute. Se questo è possibile, allora è possibile anche rivolgermi agli amici quando ancor giovani, e perfino agli amici dispersi, a quelli che ti domandi se siano davvero esistiti. E ancora, rivolgermi a un amico o a un figlio o a una donna, nella versione di un diverso tempo della nostra vita. A tanti stessi personaggi esistenti o inesistenti, ma certamente esistiti, per quanto incerto sia in fondo l’affermare che uno sia realmente esistito. Alla ricerca della presenza assoluta. Che prescinde dal tempo, lo utilizza per cambiare dei visi, senza concedere spazi aggiunti per recriminare, per puntualizzare, per enunciare teorie scientifiche, versi blasfemi.

Volare quindi, tra le sinapsi cerebrali alla ricerca di immagini, odori, voci, canzoni, tradimenti. Libero.

Gastone, mi hai telefonato venerdì scorso. Mi spiace molto che tu sia morto, quattro anni fa. Ma ti ho riconosciuto subito sai, l’orecchio non serve soltanto per la musica! Anche se poi ti sei fatto passare per Peter, furbacchione impenitente, io non ci casco… A proposito, grazie anche per la bella penna che mi è apparsa in mano lo stesso giorno e che nessuno sa di chi sia. Ottima e poi mi serviva proprio. Lì come stai? Più o meno? Lo so, non è facile. Eh? Ah sì: “Telefonate brevi! ”? D’accordo, finiamola qua, un abbraccio.

Tu invece, che sei vivo, Carlos: ebbene tu, “Carlos di ventitre anni fa” che hai una faccia simile a quella di adesso ma giovane, hai idea di quanto più brutto sarai fra ventitre anni? Vuoi che ti descriva? Eppure la faccia che avrai dopo, è uguale a questa che hai, perché io ti ho conosciuto adesso, “nel 1980”, e tu sei questo. Poi sarai un signore di una certa età che non sei realmente tu, uno che ha avuto un sacco di problemi, che gli sono passate tante voglie, ha mal di schiena, ha spesso sonno e ne ha piene le scatole di un sacco di cose, no, non puoi essere tu.

Facile parlare di fantasmi, ma non è questo il punto. Non mi interessano i fantasmi. Non perché non credo che possano esistere, ma perché proprio non mi fanno impressione. E non perché io sia particolarmente coraggioso, ma perché so che non mi possono fare nulla, né mi vogliono fare nulla. Li stimo, ma li lascio nel loro brodo.

Invece le presenze fantasmagoriche mi sono intorno tutto il tempo. Questo tavolo era cinque metri più in là quarant’anni fa, perché la sala da pranzo era dove adesso c’è il salotto e su questo tavolo su cui scrivo pranzavamo sempre al giovedì con un mio cugino e mia madre, pastasciutta e nodino al burro e salvia con patate fritte e insalata. Squisito, e con vino rosatello del Garda. Poi ci fumavamo tutti e tre gustose sigarette, ricordo che in ordine d’apparizione e di consumo nella mia iniziale vita da fumatore, le sigarette furono: una Nazionale Esportazione (la prima sigaretta, sul prato del collegio Mare e Monti di Camogli, a undici anni e mezzo, era l’anno 1492, se ben ricordo); poi Giubek (rubavo una sigaretta alla volta, da un pacchetto iniziato e dismesso e che mia madre aveva infilato in fondo a un cassetto quando aveva deciso di cambiare marca. Fumavo naturalmente in gabinetto, credendo di passare inosservato); poi Turmac (idem, ma le rubavo direttamente dal pacchetto in uso a mia madre e non mi piacevano, non capivo perché avesse cambiato tipo); e poi ancora tanti bei ricordi legati a varie altre sigarette, le Kent, le Muratti Ambassador, alcune diversioni squisite con certe sigarette romane più esotiche tipo Winston, Peter Stuyvesant, Parliament, North State (predilette dalla zia Minerva, molto toste), qualche assurda mentolata tipo Newport, e poi i ricordi di viaggio, l’Inghilterra, le Rothmans, le dolci bionde e asprigne Players Navy Cut, le Weights (fini e piccole senza filtro e di squisita concia inglese), poi le Silk Cut (più impegnative) o le Benson & Hedges pizzicanti finte morbide, le Marlboro (troppo dure per i miei gusti), le piene e bucoliche Papier Mais delle Gauloises, e poi trasgressioni nelle pipe meravigliose caricate di Hamsterdamer (così buono il profumo dal di fuori e così deludente in confronto il gusto dal di dentro – fatto peraltro comune a tutti i tabacchi da pipa) e poi i formidabili sigari: gli Havana (che non finiscono mai), i Meccarillos piccoli come delle sigarette. Ma qualche ricordo per i miei gusti anche negativo, come le sigarette cattive (in realtà lo sono quasi tutte, tranne quelle buone, che sono rare, tipica quella del dopo pasto e del dopo amore) o certi sigari francamente infumabili (per degli esseri umani), come il famoso Toscano (per me micidiale come l’incendio di un letamaio), o ancora, la sciattezza piatta di una MS, o altre sigarette che non mi sono mai piaciute, come le LM, le Chesterfield, le Alfa ed altre ancora, turche e non. Quando iniziarono a romperci le scatole con le statistiche, le ricerche, i Rapporti Terry, le sigarette ragionevoli cominciarono conseguentemente a perdere sapore e aroma, quasi fumassimo col preservativo così, dopo qualche episodio di rigetto tipo buttare dall’auto una stecca di pacchetti nuovi, smisi di fumare. Mia madre non fece in tempo. Se lo prese a un polmone. Era valsa la pena di aver fumato tutta la vita? No. Forse no.

L’epoca di una persona alla fine è fatta esclusivamente di collages di immagini degli amici, dei luoghi, delle musiche, degli eventi del proprio tempo, rinchiusi da un lato dalle immagini che gli hanno raccontato i genitori, gli zii ed i nonni e dall’altro dalla speranza nelle immagini immaginate per i propri figli. Il resto è la sterile storia, che non interessa quasi a nessuno (ed è per questo che a scuola ti obbligano a studiarla) e che solo poi, da più vecchio, cominci a chiederti e a chiedere com’era, e pian piano t’accorgi che la storia non è morta, ma è la vita.

E tu, Velasco, tu, alla fine del collegio, mi prendesti in giro. “Dammi il tuo indirizzo in Spagna” – ti chiesi – “No, non ce n’è bisogno: ti verrò a trovare io in Italia..” – tu mi dissi – “Allora hai bisogno del mio indirizzo!” – io insistetti – “No, io ti trovo ugualmente stai tranquillo...” Si vede che non mi poteva proprio sopportare… e infatti fino ad oggi non s’è più fatto vivo e son passati quarantaquattro anni. Mi piacevi perché eri più grande e ti vedevo un po’ come un riferimento. Poi sull’opuscolo del collegio c’eri tu nell’aula di Chimica (non l’ho mai vista e penso che non esistesse quell’aula), con tanto di camice bianco… si diceva anche che ti eri fatta la tua conterranea Carmen la cameriera, anche se ho qualche dubbio, ma neppure alcuna certezza in proposito. Anche quel grassone di Murhad diceva di essersela fatta. Per me non se l’era fatta proprio nessuno! In più era antipatica e scortese e sembrava un manico di scopa, o forse la mia è solo invidia? Quale fu la realtà? Come erano andate le cose?

Ognuno si fa un’idea di qualcosa o di qualcuno e spesso il suo convincimento ha ben poco riscontro con la realtà, così come i cultori della “dietrologia” si convincono di cose assurde (tipica la setta che è convinta che l’uomo non sia sbarcato sulla Luna, o che non ci sia stato alcuno sterminio di ebrei nei campi di concentramento). Naturalmente, in teoria, non c’è alcun concetto totalmente inattaccabile da un forma di perversione dietrologica, così come il contrario di qualsiasi perversione dietrologica può essere parimenti sostenuto proprio utilizzando tale stesso approccio.

Ci fu poi un certo “Livio il greco” che viveva con me e gli altri ragazzi, presso la signora francese (quella del… regalo con mio fratello, ma quest’anno era quello precedente). Livio, che anni dopo avrei incontrato all’Isola d’Elba senza sapere che era quel Livio e quando mi dissero: “ti presento Livio”, io esclamai: “ah, ma tu sei..Livio!” e tutti avevano riso. Livio dunque, quando stavamo a imparare il francese, era “il greco”. La signora così me lo aveva presentato e così egli fu. L’aria da greco ce l’aveva, il modo di parlare da greco che parla il francese, pure. La realtà è che molti greci sono molto simili a molti italiani, ed anche la loro lingua ha una cadenza e delle intonazioni abbastanza simili alle nostre. Cosicché, con grande saggezza (Livio aveva alcuni anni più di me), in casa avevano deciso di farmi bere quella panzana, a vantaggio della lingua francese che avremmo dovuto parlare anche tra noi due italiani. E quella fu la realtà, per quanto distorta potesse essere. E pensare che un pomeriggio lo chiamarono al telefono, andò a rispondere e si mise a parlare in perfetto italiano per dieci minuti. Poi gli chiesi, in francese, come mai sapesse così bene l’italiano: mi rispose che l’aveva imparato a scuola. Io non battei ciglio, perfettamente convinto e parlammo francese per il resto di quel tempo. Anni dopo mi dissero che era morto e soffrii di quella mancanza. Poi mi dissero che non era lui, ma un altro che era morto e per me risuscitò. Un giorno l’incontrai in un bar, molto invecchiato. Parlammo un po’, non si ricordava più quasi di niente, forse neanche di me.

Romolo, tu o mio enigmatico, paterno amico. Più che crepare non ti poteva succedere, ed anche in questo hai avuto ragione tu. Poche parole tra noi, ma piene di significati, di sottintesi, di speranza, di gioia. Eri Vulcano nella sua fucina che forgiava i corpi e le menti dei suoi atleti ed anche dei molti rammolliti che ti giravano in giro ma che – come dicevi tu – almeno cacciano la grana. Con te stesso certo ci eri riuscito. Mi raccontavi a volte di alcuni tuoi episodi, brevemente, quasi ne avessi pudore. Le raccontavi solo a qualche amico antico come me, da soli ed in rare occasioni, perché al di là della tua chiassosa esteriorità, in realtà eri riservato e discreto, come in pochi avevano capito. Un grande campione che aveva dato subito la misura di se stesso, quando in tempi di guerra vincevi tre incontri di pugilato consecutivi in tre giorni, dormendo sulle panchine di terza classe dei treni che ti trasferivano da un posto all’altro d’Italia di notte, mangiando forse un panino. Poi l’arruolamento e l’imbarco a La Spezia. Sali sul sottomarino e rinviene ritrovandoti in acqua in mezzo alla nafta, la nave colpita da una bomba ancora prima di iniziare la guerra, poi sei in ospedale, ti tolgono un rene, fine del servizio militare. E fine di un grande pugile. Ma la vita la vinci lo stesso, perché sei forte. E ci hai fatto anche tanto divertire, con la tua simpatia burbera, la tua satira, la tue calde freddure, il tuo impressionismo filosofico. Ed anche un attore, un grande cabarettista della palestra.

ROMOLO

Ho indugiato più a lungo
in istanza stamane
ingannandomi il tempo
troppo aperto per il tuo funerale.
Che sei vivo da tutta la vita
da sempre la vita
e durante le sere di inverno
scivolano amici nel gorgo
dell’asprissima dolce palestra e sei vivo
immergendoci fuori dal mondo
tu signore indiscusso
del tuo spazio profondo
e vulcanico
e schivo.

Ma resta
il tuo spirito antico.
Che brucia.
Riappare
nel mio corpo di allora
uno scherzo
che ride in un plesso solare.

“Ciao “ – dico a quel me che è sdraiato sul letto di fronte al mio – “ come stai bene così giovane sposino col letto girato in un diverso arredamento della stanza. E pensare che ti lamentavi di tante cose… si, lo so: anch’io mi lamento ancora di tante cose oggi, hai ragione….”, è lesto a rispondermi – mi conosce bene lui – devo stare attento. Mi ricordo bene i suoi pensieri, le sue aspirazioni, le sue paure, le sue libidini. Era bello, slanciato, le sue mani erano giovani e abbronzate, si piaceva molto in certi momenti, meno in altri. Pensava di avere tanto tempo dinnanzi a sé e secondo i canoni classici della vita, ciò era vero. Ma non immaginava come tutto quel tempo sarebbe passato in alcune notti ed alcuni giorni soltanto, almeno questa sarebbe stata la sensazione che trent’anni gli avrebbero lasciato dietro, niente più. “Potessi darti qualche consiglio, sai quante cose potrei dirti..” – gli dissi fraterno – “Cosa?” – mi rispose subito. Ed io rimasi per un momento zitto, a pensare. Mi resi conto di non avere nulla da consigliargli, nulla da dirgli. Sapevo comunque che quello che avrebbe potuto fare non era in realtà molto diverso da quello che avrebbe fatto. Diverso sarebbe stato se fosse stato un altro, con altre caratteristiche, altri gusti, altro carattere, ma lui non poteva che essere lui. “Ma tu invece – gli ribattei – tu non mi puoi consigliare o dire qualcosa, anche se sei nel passato?” – “fammi pensare un attimo – rispose tranquillo – tu sei un pensiero che in questo momento mi viene in mente e del quale forse tu non ti ricordi più. Sei uno di quei pensieri che ognuno ha avuto quando in preda a malinconia, pensando quando sarò vecchio cosa farò,e come sarà questa mia bella moglie quando avrà sessant’anni, settant’anni? No, anch’io, vecchio mio, non ho niente da dirti. Ora lasciami vivere.”

E poi altre cose ancora: “Volete che vi legga un po’ di Babar e le père Noel?”. I miei piccolini, i miei due figli mi corrono incontro e mi si schiacciano uno a destra e una a sinistra sul divanone, io ho già in mano il grande libro e li abbraccio richiudendo le mani sulla copertina e facciamo un cerchio di noi e della lettura aperta, tutto assieme. Vi ho letto queste pagine tante volte, nei giorni precedenti il Natale, no? Eppure avrei potuto leggervele diciamo almeno una volta di più, non vi pare? Questa. Cari bambini che oggi siete grandi e sacri per me, anche voi di allora in questo momento mi siete qui, io vi ho chiamato e siamo ora straordinariamente insieme. Certo, ma è questo il bello: mi dite che voi siete diventati …uno quello che è di la in studio al computer, e l’altra quella che è nella sua nuova casa qui vicino, con suo marito, da qualche mese sposata... lo so bene. Ma anche voi, dicendomi queste cose, non capite che siete qui con me e perfino con voi stessi? Ognuno di noi è in fondo mille personaggi uguali e distinti che vivono senza tempo, come i fotogrammi della pellicola di uno stesso viso, che per titolo ha la nostra enigmatica vita. Quindi ora non tanto e non solo è il ricordo di nostri momenti passati ad infiammare la mia fantasia, quanto la presenza reale vostra e nostra in una scena mai prima girata e che giriamo adesso. Questo è possibile, come diceva Yupanqui.

Dopo avergli letto un po’ di Babar sono venuto a farmi un Tè. Sono passato dallo studio e ho dato un bacio in testa a mio figlio, poi ho chiamato mia figlia per raccomandarle di andare in palestra che le fa bene.

E i cani, che vedo da tutte le parti? I nostri cani, mica cani e basta. Mi aspettano nei posti più pensati, dove stavamo, dove stavano loro, dove li portavo, e sono ancora lì quando passo, con la stessa espressione e mi sorridono come allora. Non sapete come sorridono i cani? Abbassano le orecchie e muovono la coda. E neanche i gatti? Vi guardano e socchiudono gli occhi.

Quindi stanno tutti ancora lì, con me. Non sono matto, solo attento ad ascoltare il mondo. Poi magari gli sorrido, ma solo a volte. Sono un fuggiasco ricercato da Dio.

SESSO

“…Prendete spaghetti mezzani che sono da preferirsi a quelle corde di contrabbasso eccellenti per gli stomachi degli spaccalegna…” (Pellegrino Artusi; 1896)

La prima volta che udii la parola sesso ero un bambino ed era l’anno 1955, andavo in bicicletta con mio cugino Rigolo per i vialetti del Poveromo, nella pineta che dopo qualche decennio una tromba d’aria spazzò via. L’avevo letta sul un giornale e avevo chiesto a lui, che aveva ed ha tre anni più di me, il significato. Fece un dannato giro di parole. Si capiva benissimo che lo sapeva e che non me lo voleva dire. E non me lo disse, il porco, che sicuramente di quella parola voleva gongolarsi da solo, dall’alto della sua maggiore età rispetto a me.

Dall’altro capo della vita invece – il lato dove stiamo ora – capita che la libido si abbassi. Un mio amico e coetaneo mi confida di un crollo verticale della libido. E’ un “momento” – il calo – che dura per anni, un periodo quasi importante quanto quello della pubertà, di cui è l’esatto contrario. Capita a tutti prima o poi. Non so come lo viva la donna, quando capita a lei, credo male e soprattutto perché coincide con la sua decadenza fisica e quindi con la decadenza della sua femminilità. Nell’uomo pure coincide con il disfacimento della propria immagine, ma ciò che più lo intristisce non è l’immagine, ma proprio la caduta stessa della libido. Per l’uomo non è un sintomo che cela una malattia ma è il sintomo, la malattia. La desolazione di avere poca libido mette l’uomo a durissima prova. Ricordo una scena di Burt Lancaster ne “Il Gattopardo”, dove malediva la vecchiaia mentre viveva un momento erotico con una giovane castellana, ricordo che mi impressionò, mi intristì, ed io non ero che un ragazzino: la scena mi allarmò come capita al gatto che ascolta un altro gatto lanciare un grido di dolore ed allora gli corre vicino, lo odora, vuole sentire dove è il male, scoprire dove è il pericolo. La caduta della libido è più tombale che una difficoltà nel fare l’amore, perché alla fine rischia di non esserci neanche la voglia di provarci, o la voglia non è sufficiente per buttarsi nei costi necessari per andare a buon fine... costi che con il passare di detti fatidici anni si evidenziano e sembrano sempre di più: costi presenti, passati, futuri. Costi a volte altissimi, a volte modesti, ma sempre costi, fatiche, rinunce, rischi, esborsi. Tutti pensieri che prima non esistevano o che se esistevano, arrivavano sempre… dopo. Ora invece entrano saggiamente prima, durante l’ipotesi amorosa, aprendoti freddamente gli occhi, smontandoti ogni passaggio onirico, con le solite argomentazioni del tipo: “E sei poi dopo? E le malattie? E la famiglia? E i soldi? E poi in fondo, chi te lo fa fare?”. Tutto ciò deriva dall’esperienza dei costi passati e si basa sulla paura dei costi futuri; così si elaborano squallidamente i costi presenti. Di fronte a tutto questo squallido bilancio d’esercizio preventivo, ecco che ogni amico (inevitabilmente sempre coetaneo) si sbizzarrisce con te. C’è il perenne galletto (o sedicente tale) che sostiene di non avere alcun problema anzi, le fa su per le scale, in ascensore, al cinema, tutti i giorni, anche tre. Ma – ti domandi – con sua moglie (che, come lui, è “d’epoca”)? Perché quando si va sul – come dicono gli inglesi – “personale”, c’è sempre per molti anche l’imbarazzo di immaginarsi con chi, con quale partner, succedono i fatti che si raccontano. Ha provato il Viagra?… ma allora vuol dire che lo fa ancora con sua moglie! Stai per chiederglielo ma ti fermi per non metterlo in imbarazzo, e poi potrebbe magari venir fuori con un “ma scherzi?” (anche se magari è vero), ma no: dicendo così offenderebbe non tanto e solo sua moglie, quanto se stesso, secondo la mentalità maschile italiana. Insomma non gli dici niente e così eviti anche eventuali ritorsioni. Se non si sta attenti poi, la situazione degenera e può arrivare all’impietoso e infamante rischio di essere tutti indagati per autoerotismo di buona memoria.

Ancora, c’è l’amico che ti confida e ti garantisce che se scappi, se vai a fare un viaggio con una ragazzina, rinasci, ti dimentichi di tutto e senza problemi. Salvo poi magari ritrovarti – dopo – da solo come una pera marcia caduta. Non sai bene come interpretare questa sua parabola, così l’aggiungi alle altre, senza particolari considerazioni. Ed infine ecco il compagno di scuola delle elementari. Gli stavi raccontando di quelle case d’appuntamento d’alto bordo che si legge sui giornali che la polizia ha scoperto e chiuso ieri, con relative descrizioni da “Mille e una notte”, ma che mai nessuno riesce a scoprire prima di ieri. E lui che fa? Pacifico, dall’alto della sua triste ed esaurita libido, ti suggerisce con bonaria semplicità di fare come ha fatto lui: tirar giù la claire”, parola ed espressione lombarda per significare l’atto di abbassare la saracinesca di un negozio.

E pensare che avevo pensato di sistemare tutto con la pastasciutta. A diciott’anni (due anni dopo l’età della stupidera, no?) mi ero confezionato una bella teoria filosofica che assimilava un amplesso ad un piatto di pastasciutta. E così mi sentivo tranquillo per affrontare il mondo.

E cercavo di convincere le ragazze su questo semplice concetto: l’amore è sacro, come quello che nutro per te. Però, sai, gli uomini sono un po’ porcelli e se gli capita un’occasione può darsi che non se la facciano sfuggire. Ma non te la devi prendere, lo fanno esclusivamente dal punto di vista fisico, senza coinvolgimento sentimentale, senza togliere nulla – anzi – all’amore che portano all’amata: calcola che è come se si mangiassero un piatto di pastasciutta, del quale non si deve essere gelosi, non ti pare? Questo era il predicozzo che facevo e, per colmo, anche in buona fede. Naturalmente la teoria era valida esclusivamente a senso unico, cioè lo può fare solo l’uomo (altrimenti, pur restando nella fattoria – dei porcelli – , al posto del benevolo “uomo porcello” sarebbe stata pronta la corrispondente, ma meno benevola, “donna troia”).

Così era la teoria, così erano i tempi. Ora vedete un po’ voi.

DIREZIONI E TENSIONI

“Ho fatto quel che dovevo, quel che potevo. Sono a posto con me stesso: andiamo avanti.” Questo penso dopo aver risolto un problema, esattamente con lo spirito del giocatore di scacchi che, dopo aver meditato, infine muove. Così come nella partita ogni mossa è importante, ma fino a quella perdente o vincente nessuna è definitiva, simile è l’importanza di ogni nostra mossa nella vita. La scelta porta a un’azione ed è decisiva: con ogni mossa noi forgiamo ogni volta il valore della nostra esistenza, definiamo lo spessore del nostro operato, la sapienza e l’intelligenza della nostra persona. Ed è impossibile, come quando si percorre un labirinto, non sbagliare qua e là ma poi, come nelle gare di tiro a segno, vince chi fa meno errori: fa bene quindi, chi sbaglia meno.

Così ti si vanno ponendo dei problemi, facili e difficili ma anche medi, che sono la maggioranza. Tu devi analizzarli, risolverli ed agire. Ma non sono purtroppo problemi matematici, che nella loro difficile maneggiabilità sono in realtà facilissimi, se solo si conosce “il trucco”, insomma se si sa la matematica. No, non è così semplice trarre il dado. Perché non esiste la soluzione: esistono delle soluzioni.

Scegli l’una ma… e se invece?

L’importante allora diventa schierarsi. Sono le pulsioni che contano, è tendere verso qualcosa. Verso una direzione, l’ago di una bussola, premere, dirigersi, spingersi, ispirarsi, anelare, indicare, andare: ricordo quella scultura di una santa, a Roma, in una catacomba, che muore con la mano socchiusa e le dita che segnano il numero tre. Il segno di una fede, della sua fede, della mia fede, della Trinità Cristiana. Splendido.

No, non è facile vivere, vivere con decenza, ma fondamentale è avere teso al meglio. Ed è su questo che verremo giudicati, non ho alcun dubbio, perché lo so.

Non facile allevare un bambino, ma facciamo del nostro meglio, anche con evasioni, pecche, errori evitabili, errori inevitabili, purché cercando – anche magari senza farcela – di farcela.

Sostengo il grande primato del cuore sull’intelletto. Il cuore: ciò che rimane oltre il tempo. Non altro. L’altro si frantuma friabile sotto il morso degli anni, dei millenni e della cappa dura delle ere, come un povero dinosauro. E anche lui aveva un cuore.

INVOLUCRO

Mi sento dentro di me come in una macchina vecchia, un’auto che va verso quei tagliandi che non stanno più sul libretto perché hanno ormai un chilometraggio obsoleto e c’è solo scritto ripetere agli stessi intervalli, come dirti “adesso arrangiati, e cambia l’auto prima che si sfasci”

Ma l’auto sono io e non mi posso cambiare. Ma io non è tutto. E come in un auto ci sta il guidatore, così dentro a me stesso ci sta un me chiuso, invisibile, in incognito, come fosse una spia.

Sono dentro a un involucro delineato nel suo limite vivo, a volte lo vedo, freddamente dal di fuori di me, osservabile allora così come mi osservo una mano – materializzato, ovvio, carnoso, ma non sono io, so di non essere io.

Allora, prima che tutto mi sfugga, sento forte l’irrefrenabile l’impulso di uscire. Esco, dal periscopio degli occhi, per riprendere aria, libertà, vita.

Affacciarsi dagli occhi
come se fossimo
qui


Altre pubblicazioni:

“UNA RAGAZZA PER QUATTRO MESI” Prosa (1963) (Ed. G. Miano 1996)

“EMIGRANZA” Poesia (Ed. G. Miano 1993)

“DOPPI E METÁ”Poesia (Ed. G. Miano 1994)

“CREDITO D'AFFETTO” Poesia (Ed. G. Miano 1995)

“TEMPO BARBARO” Poesia (Ed. G. Miano 1998)

“AMOLORE” Poesia (Ed. G. Miano 1999)

“AMOLORE in spagnolo testo a fronte” Poesia (Ed. Istituto Italiano di Cultura, Cile)

“POESIE SCELTE” Poesia (Ed. Scheiwiller2005)

“DOVE SI FORGIANO GLI UOMINI”Prosa(2003) (Ed. Privata2007)

“DUE ED IO” Poesia(2006) (Ed. privata 2007)

“121 POESIE”Poesia - Raccolta (Ed. privata 2007)

Edizione privata – Terminato nel 2003
E-mail: dcastelli@enter.it

Materiale
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