Servizi
Contatti

Eventi


Due ed io

Edizione privata
© Duccio Castelli, 2007
dcastelli@enter.it

Caro Duccio,

debbo dire che questa tua raccolta di poesie mi ha in diverse pagine commosso costringendomi a condividere, quasi da subito, il tuo struggimento per chi appartiene alla tua vita, ai tuoi ricordi, alla tua area affettiva e non alla mia… ma che vi si è introdotto per la misteriosa, sacrale, efficacia della poesia.
“Alla fine della sua ultima lettera non ha messo un punto, come andava messo, ma c’è una linea, il segno della sua esistenza…”
Ogni essere umano tenta di lasciare un segno della propria esistenza, una traccia di se che non sbiadisca troppo in fretta. A pochi è dato il privilegio di riuscirci nell’assordante frastuono in cui viviamo.
Credo che tu abbia trovato, attraverso la scrittura, il tuo più autentico modo di “dirti” quello che cercavi… la tua voce.
Sono lieto per te ed emozionato,

Pupi Avati (2006)

° ° °

Ai giorni effimeri e all’amore

Da ogni parte ho messo
e poi ritrovo
ritratti
che furono dei miei animali.
Mi guardano fermi
ed io sorrido
riarso dalla malinconia.
E ciò è più forte
che per gli uomini e le donne
della nostra vita, che già non sono
ma che hanno avuto spazi assegnati sul nostro stare,
appigli,
numeri primi
testamenti
auspici.
No.
Ora un sorriso. Quello dei miei animali.

° ° °

Dell’Universo
resta soltanto
il rumore di fondo.
Prima
gli uomini soli
che berciano.

Triste mistero tristi riconoscenze
di genetiche leggi,
della evoluzione,
anteriormente era chiamata
del più forte
e fatta – ritengo – da Dio,
che ora mi chiama
a dura prova
a rinnegarla
per l’amore
che ho in Lui.

Non solo animali,
ma le oniriche foto ormai mi appaiono
se appena ho gli occhi chiusi
o pure aperti.
E non mi duole molto il rivedere
sprazzi di tempo su di uno schermo
soltanto mio,
sorrido, forse maturità che avanza
forse l’amore,
sempre più forte,
ed accarezzo allora i muri dei giardini
guardo oltre gli angoli
dentro a quegli armadi e ad alta voce chiedo:
ma dov’erano i piatti? E richiudo le porte con la cura
di un padre e Luna, una mia gatta,
appare.


Ed io accanito incrocio
oceani e strade
e mi risiedo con la fronte in mano
sul letto di una stanza mia
stanco e solenne a controllare se è rimasta ferma
nel suo passato
ed è così. Finora.
Io non sorrido, forse rido
tra gli amici invitati a compartire
il mio cibo fraterno.


L’oggi elettronico ed imbelle permette
verifiche fredde
ma non può
cambiare l’inquietudine astratta
di volersi fermare stendendo la mano.

Abbiamo visto tutto, di tutto, così tanto
e rischiamo cancellarci – o forse è certo –
di un risettaggio osceno. Ma qualcuno
condivide le nostre cose, i figli
le mogli, o quel cugino. Ed anche forse
mia madre che non c’è.
Avevo allora trentaquattro anni
e poi ai miei cinquanta se ne andò anche mio padre ed io rimasi
orfano vecchio.


Il guinzaglio di Nembo
pende ora attaccato
nel salotto e a volte piange
frenesie allegre di passeggi
ed Enfola la gatta
per confortarmi dà
testate molli addosso, tutto intorno
è pace,
troppa pace.
L’orologio ora avanza e ancora io devo andare
a seguirlo.

° ° °

Positano
era quell’angolo
che ti volevi ritagliare
per il tuo ritiro,
madre.

Ci son passato,
questa estate,
ti ho cercata tra vicoli chiari.

Ho comprato una piastrella
che ride
ora al lato del letto
la buonanotte con te.

° ° °

Non son sogni i sogni

C’era
in quella scuola,
perché l’ho vista,
una porta di fianco in Via Ruffini,
stanotte,
nel sogno.
Così certo è, e sicuro, così che non c’è nulla
d’incerto anzi neppure
quel seppur minimo dubbio.

E lì potevo entrare e soprattutto
uscire
via,
di fuori,
senza i bidelli,
senza il Direttore
ed ascoltar rientrando
silenziose lezioni bisbigliate
dietro a quei sipari di calda luce,
per me che le origliavo dietro ai corridoi
davanti alla livida luce bagnata della strada in inverno.

Ecco ora so: ci sono porte laterali da stanotte,
nella vita.

° ° °

Ora mi porgi, madre, nelle mani
stravolta la tua vita
e quella di mio padre,

e i fogli vostri belli mi hanno atteso trent’anni per essere riaperti.

Eccomi, madre: io sono qui, come al principio.

Inviato speciale nella vita sono ora chiamato
a raccoglier questi cocci di carta
che il padre ha messo via nel suo cassetto
e non avrei voluto sai,
aprire pergamene
ma infine adesso io sì
prima che il tempo ce le distrugga via.
Per farne, madre
ora
un vostro quadro
come il pittore impressionista buono
fa.

° ° °

Chi come me, e come la maggioranza della gente che oggi popola l’Europa, non ha avuto modo di vivere durante una guerra, non sa come sia la guerra. Ma essa non è certamente soltanto cannonate. La guerra, che è la cosa più antica della storia umana, insieme forse – si dice – alla prostituzione, è molto di più, è un vizio, è un incubo atavico.

° ° °

Da alcune lettere tra i genitori - i miei - prima che io nascessi. Quasi tutte se le poterono consegnare soltanto anni dopo.
(Dietro a tutto, l’ombra della seconda guerra mondiale.)

° ° °

Graziella a Cino

“Roma, notte del 3-4 Giugno 1944,

Notte da sabba infernale.
Dalle undici alle tre passaggio ininterrotto di carri armati (....)
I tedeschi in ritirata entrano da porta Nomentana (...) gli aeroplani anglo-americani controllano la ritirata e bombardano l’uscita e l’entrata da Roma (…)
Non ho paura, ma non potrò mai dimenticare questa notte finché vivrò.
(...) ondeggia la casa con le bombe vicine (...)”

(Sono passati oltre sessant’anni. Io, figlio loro, nacqui subito dopo la fine della guerra.)

Io, a loro

Milano, 25 Marzo 2005,

Gli spazi
sono sempre più pieni
di oggetti comprati e accumulati
dalle nostre generazioni.
Il muro gronda ormai di cose
di buon gusto
ma non ha più futuro
che non passi dalla sua distruzione.
E in quel frangente
mastico affascinato
il sapore della pizza
e brindo alla salute ed al ricordo
dei genitori, perché ancora io posso masticare.
Io devo
e gli offro
questo potere di vivere
questo dovere di vivere.

Graziella a Cino

“Albeggia se Dio vuole! E verso i colli Albani all’uscita della Via Catilina è tutto una cortina di fuoco e fumo denso su su fino al cielo. C’è qualcosa di tragico in quest’alba romana e non posso non pensare alle montagne di cadaveri che devono essere ammucchiati appena poco lontano da qui.”

Io, a me stesso

Noi siamo nati e vissuti in tempo di pace. Qualunque barbaro saprebbe ucciderci ora.
Benedetto da Dio ho girato sempre al di fuori da tempi e da spazi esplosivi, privi di sangue.

Ignaro.

Ingrato.

Improbabile.

In mezzo alla Storia.

Graziella a Cino
(E’ ancora guerra, da anni)

Roma, 1944

Se finirà bene, penso che oggi stesso forse o domani sarò nella tua Italia. Per questo sono qui, per questo non tremo e non ho paura!
Sono lo stesso mortalmente triste e come ossessionata di orrori e di sangue e di distruzione.
Avrò bisogno di essere molto amata, perché mi sento come avvelenata.

Cino a Graziella

Milano, l’ultimo anno prima della guerra,

“Cara la mia principessina di Perabò, ho anch’io una grande voglia di vederti e di baciarti perchè ti voglio tanto bene. Oggi è mercoledì. Ancora giovedì e venerdì. Poi verrò da te.”

Io a me, ora, qui

Milano, 2005.

Guardare il muro può essere di conforto.
Ci vedi dentro l’universo.
Ti sembra di essere libero di uscire.
Anche da un carcere
di massima sicurezza.

Cino

Cava dei Tirreni, 3 ottobre1943

Tutti mi sono lontani.
Lontana Graziella, sola, senza aiuto, senza conforto.
Lontana la mamma ed il padre che nulla più sanno del figlio scomparso e che debbono ancora soffrire questa nuova ansia mortale.
Lontano Vittorio, più di tutti lontano sulla via che è senza ritorno.
Lontano Cesare con gli ultimi teneri germogli del nostro sangue.
Lontana la piccola Jula, grazia della nostra casa.
Lontana la povera Duccia, chiusa e forte nel suo interno dolore.
E la nostra bella casetta, Graziella, così nostra ed amata è distrutta! E tu vaghi lontana da me, senza una casa.
Ed io son solo, e la tua parola non mi può raggiungere, Graziella, ne la mia può portarti la eco del mio animo sconsolato.

Io

2005.

Lo scrivere ordinato ora ogni riga
conforta il ricordo
della mia coscienza bambina.
A voi, genitori, giacché io andavo a scuola parecchio malamente,
ora chiedo perdono.
Oggi compilo
diligente un dettato e sono
qui obbediente
per rimediare,
perché siate
fieri di me.

Cino

Nella nostra casetta,
chiuso il mondo fuori dall’uscio
restavamo così splendidamente soli
nell’intimo tepore delle nostre pareti
polite, spiranti armonia
e morbide di tenui tendaggi.
Tu mi portavi
sulla perfetta tavola di cristallo
i cibi profumati
che avevi con le tue mani preparati
per la nostra intima cena.
Come eri bella, Graziella!

Io

Santiago aspetta
triste l’inverno
lontano.
Qui c’è ormai
tutta la primavera.
Ed io nel mezzo
osservo le frasche
fiorire,
sfiorire.

Cino

Raccontami i tuoi programmi
e i tuoi consuntivi.

Io

Corro dall’America a Milano
cercando maniglie a cui attaccarmi
per fermare il mondo,
per lasciarmi irrigare
di un presente che duri
più che un mattino, senza che giri
e rigiri sfrenato, sfrontato
con la luna che sorge
e tutti questi uomini morti.

Cino

Ho piacere di sapere che Papà è orgoglioso e fiero di portarti in giro. E’ naturale! Chi non lo sarebbe. Fargli compagnia e cerca di tenerlo allegro e svagato che ne ha bisogno. Salutami tanto lui e la zia Clotilde.
A te mando solo un affettuoso bacio per via della censura che apre tutte le lettere.
Tuo Cino.

Io

Che baratro abbiamo intanto, amici soli,
tra il terrore ed il pianto
questa mattina
che spegne nella sera.

Cino

Dovremo passare quindici giorni di vita varia, con un programma interessante che ti faccia dimenticare la noia delle terme di Salsomaggiore.
E speriamo che non sia soltanto una noia per te, ma il primo di una serie di sacrifici e terapie che ti daranno infine la gran gioia di essere madre. E tu meriteresti ormai questa gioia non fosse altro che per il grande desiderio che ne hai.

Graziella

Mozzate (Varese), 26 maggio 1943

C’è un sole tiepido e tutto nell’aria è primavera. Sono nei boschi, spuntano primule e violette e nessuna potenza umana può impedire ai fiorellini di spuntare, alla primavera di far di nuovo tutto un germoglio, anche se gli uomini si uccidono, anche se tutto nel mondo è tristezza.
E questo ridona un po’ di speranza ed allarga un poco il cuore chiuso da tempo infinito in una corazza di dolore.

Ho dormito un poco al sole, al delizioso tepore di questo sole primaverile, di cui sentivo un infinito desiderio in mezzo ai tanti altri.
E così a contatto di questa terra ancora arida e bruciata dal vento, ti ho sentito vicino e mio.

Cino

Cava dei Tirreni, Italia meridionale. 1943

Piccolo amore ormai lontano,
torneranno quei giorni?
Potrò ancora perdermi
nei tuoi occhi felice?

Graziella

Sono andata a prendere Elena oggi dal suo parrucchiere.
Si stava ripulendo, lisciando, profumando, pettinando come se nulla fosse. Eppure la sua situazione è anche più preoccupante.
Io non ho più voglia di frivolezze e mi sto lasciando andare anche esteticamente, come non mi era capitato mai. Penso che forse un uomo preferisca, se ritorna, trovare una donna che non gli è stata magari troppo fedele, ma che ha saputo mantenersi giovane ed attraente.
Io sto appassendo, innanzi tempo, come un fiore senz’acqua. Speriamo che l’acqua venga in tempo perché esso non sia appassito senza più possibilità di riprendersi. Ma tu mi amerai qualsiasi cosa accada?

Cino

Tu sei lontana piccola,
e l’avvenire oscuro
ma forse Dio lascerà ancora
che ci specchiamo l’uno nell’altro.

Graziella

Como, 1944.

Cerco di muovermi molto, vado in bicicletta lungo la riva del lago e sempre sola, o meglio, con te. Ti penso tanto e ho imparato ad amare quanto te questo nostro lago che ci ha visti pieni di vita e di giovinezza e ci ha visti anche tristi un poco, quando andavamo a sederci su qualche panchina a Villa Geno o sul muretto dietro al monumento ai Caduti dopo qualche nostra baruffa. Quando esco dalla nostra ditta, verso le sei, in queste prime magnifiche giornate di primavera vado in riva al lago – gli altri sono tutti a coppiette – io sono sola e ricordo... cerco di ricordare tutto della nostra vita passata e mi avvilisco quando la memoria mi tradisce e mi accorgo di aver dimenticato tante cose.

Io

Como, 24 marzo 2005

Ho proseguito, a cercare quel muretto,
oggi arrivando a Como,
invece che andare in ufficio.
Non l’ho trovato.
Dietro – tu dici –
ma guardando dal lago o dai giardini?
C’erano soltanto
due imbecilli
a pescare e a guardarmi.
E di muretti tanti, ma quale
fu il vostro?
Due ne ho provati ma eran freddi, forse
perché vi eravate rialzati da troppo.
Ma su quel marmo, sai, in alto
oggi sta ancora scritto:

Stanotte si dorme a Trieste
o in Paradiso con gli eroi

Graziella

In questo periodo, se io non potessi di tanto in tanto coprirmi di ricordi fino ai capelli,
morirei di freddo!
Mi sembra che questo nero presente abbia il potere di cancellare piano piano i vivaci colori della memoria e di chiudermi tutta nel sentimento di essere stata sempre infelice.
Una delle condizioni più tristi penso non sia il rimpiangere la felicità perduta, ma il dimenticarla.

Graziella

Mozzate, 21 maggio 1944

Ho deciso di partire per Roma – voglio venire a cercarti – Non ne posso più! La mia vita così non ha alcun senso!
So che è un’avventura – so che posso correre dei rischi – ma tutto è meglio di questa incertezza.
Se non dovessimo più trovarci sappi che io ti venivo incontro con tutto il mio amore – con tutta me stessa, che non ha vissuto che di te e per te.
Ed è con infinita gratitudine che penso a tutto il bene che mi hai dato, a tutto il bene che mi hai fatto-
Ai magnifici giorni che mi hai fatto passare vicino a te-
Ho fede che ci ritroveremo, ma se il destino non vorrà, dobbiamo avere fede lo stesso e come te ringrazio Dio per il dono che mi ha fatto della vita, ma soprattutto per il dono che mi ha fatto di te.
E come te so che mi hai voluto molto bene ma che non devi considerare la tua vita finita.
Tu sai, che nonostante io sia stata molto felice vicino a te, ho sempre in fondo desiderato di finire giovane, in modo che tu potessi rifarti una vita, avere dei figli – Quei figli che io non ho potuto darti un’altra te li darà – Io rimarrò lo stesso la “tua Graziella” che sarebbe felice di poterti vedere completato dai figli che avrai e che sarebbe infinitamente felice di saperti felice.
Io non sarei gelosa di quella che sarà la madre dei tuoi figli se essa ti saprà volere tanto bene da darti la felicità che io ti auguro e che meriti.
So che tu mi ricorderai sempre, anche se non sempre sono stata quale avrei dovuto essere e come certamente sarei se Dio mi concedesse di ritrovarti e di farmi vivere ancora accanto a te.
Tu sei un “vero uomo”_________

° ° °

Dopo alcuni giorni si ricongiunsero.

Ora che non ci siete, ma forse chissà finalmente insieme.

Vedi, alla fine della tua ultima lettera,
tu non hai messo un punto
dove andava messo, no.
C’è una linea segnata (così ____ ) con la matita molle
credo, del numero due (o si sarebbe rotta la punta).
Un segno fortemente calcato, lungo
che s’alza e poi ricade verso il basso del foglio,
con la forza che allenta, dopo, e poi ripiega.

Prima uno sfregio, un graffio, un ardore.
Un dolore, la forza di una ribellione, il segno
della tua esistenza,
o schiva, o profondissima, ferita dalla vita, vulcanica,
o bellissima madre.

Ritorno

Quando le nostre due piccole stelle
torneranno a congiungersi in cielo
ti cingerò con le braccia tremanti
e con religiosa delicatezza
accoglierò sulla mano
il capo tuo reclinato
morbido di pallidi riccioli
di cenere d’oro.


Cino, 6 dicembre 1943

Presto io nacqui, ma la guerra incredibilmente aveva scavato anche un fronte tra loro.
Un anno dopo – con una grande malinconia che li accompagnò poi per tutta la vita – si lasciarono.


Materiale
Literary © 1997-2020 - Issn 1971-9175 - Libraria Padovana Editrice - P.I. IT02493400283 - Privacy - Gerenza