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La mia vita militare
di
Carlo Castelli

edizione a cura del nipote
Duccio Castelli©

Introduzione

Prima parte

Seconda parte

Terza parte

Ai miei nipoti presenti e futuri

Le avventure di un eroe riluttante

Introduzione di
Bruno Cavalleri

Circa quattro anni or sono Duccio Castelli, tra le altre cose musicista e poeta di pregio, residente a Milano ma discendente da notabile famiglia mozzatese, conoscendo il mio amore per la storia, mi consegnò un piccolo tesoro di famiglia da elaborare.

Il cimelio in questione era un grosso quadernone, rilegato con copertina rigida in blu, contenente le memorie di un suo antenato: Carlo Castelli il quale, nato a Mozzate nel 1834, a partire dal 1879 aveva iniziato a narrare le avventurose peripezie che gli era capitato di vivere durante la sua lunga e burrascosa “carriera” militare.

Le memorie dell’antenato, a detta dello stesso Duccio Castelli, erano sempre state conservate nell’archivio di famiglia ma, per quello che se ne poteva sapere, praticamente quasi nessuno si era mai peritato di leggerle, perlomeno interamente; ora invece il discendente aveva deciso di conoscere la storia, divenuta a tutti misteriosa, di quel suo avo che non si era mai sposato e quindi non aveva mai avuto una discendenza diretta che ne trasmettesse le imprese.

La trascrizione del manoscritto mi impegnò per due anni e mezzo: questo innanzitutto perché non potei lavorarvi in maniera sistematica poiché impegnato anche in altri studi, ma anche perché, purtroppo, lo scritto non era in perfette condizioni.

Le pagine erano state vergate con una bella grafia, tipica delle lettere commerciali della seconda metà del XIX sec., ma erano quasi sicuramente state rilegate solo in un secondo tempo e, me ne duole, con una certa imperizia.

In tal modo, una striscia anche considerevole di ogni pagina, era rimasta incollata nella rilegatura e risultava essere illeggibile; vi erano inoltre parecchie correzioni, apposte da altra mano che, a tratti, rendevano praticamente quasi incomprensibile quanto l’autore aveva scritto. In ogni caso, dopo i già menzionati due anni e mezzo, “l’impresa” era compiuta e la storia della vita militare di Carlo Castelli era di nuovo alla portata di tutti.

Bisogna ammettere che la sorpresa che allora provammo, io e Duccio Castelli, nella lettura delle memorie fu grande: quelli che inizialmente potevano sembrare dei semplici ricordi da serbare per i posteri, ma nel solo ambito famigliare, in realtà si dimostrarono essere ben altro.

Carlo Castelli ebbe una vita militare, a dir poco, rocambolesca: egli fu inizialmente coscritto a forza nell’esercito austriaco ed inviato nei principati moldavi nel periodo della guerra di Crimea. Successivamente, dopo essere stato rimandato a casa per ristabilirsi da una grave malattia, disertò, fuggì nel Piemonte e, assieme al fratello Luigi, si arruolò nel battaglione dei Cacciatori delle Alpi.

Qui entrò nientemeno che nella guardia personale di Giuseppe Garibaldi, con esso partecipò alla seconda guerra d’indipendenza, combatté a San Fermo, partecipò alla liberazione di Como e contribuì attivamente alla messa in fuga dell’esercito imperiale austriaco capitanato dal terribile ed odiato Urban.

Una volta conclusasi la guerra, il Castelli principiò la sua vita “civile”, cominciò a dedicarsi al suo mestiere di contabile ed a godersi una esistenza borghese meritatamente tranquilla ed agiata; sennonché, a causa di una clamorosa serie di svarioni di carattere burocratico, fu richiamato sotto le armi ed inviato, quale soldato semplice, nella Sicilia appena liberata, a compiere operazioni di polizia nelle campagne infestate dai briganti.

Ad invogliare il Castelli a compilare le proprie memorie militari furono due fattori: un articolo apparso su di un periodico dell’epoca dedicato ai veterani d’Italia ma, soprattutto come si legge nell’introduzione al manoscritto, il vivo desiderio di lasciare qualcosa di “tangibile” ai nipoti, trovandosi egli in non felicissime condizioni economiche.

“La mia vita militare” fu dunque una sorta di surrogato d’eredità, che il buon “Carluccio”, come i parenti lo chiamavano nel racconto, volle lasciare ai posteri invece di un sostanzioso “gruzzolo”: è probabile che non rientrasse neanche minimamente nelle previsioni del Nostro, l’idea che a quasi centotrenta anni di distanza, il suo scritto arrivasse a costituire qualcosa di ben più importante che un effimero mucchietto di denaro.

Come ho gia detto, la vita militare di Carlo Castelli si articolò in tre fasi: allo steso modo anche il manoscritto è diviso in tre parti, ben diverse l’una dall’altra ed animate ognuna da un diverso spirito nonché disposizione d’animo..

La prima parte, “Soldato per forza”, dopo qualche brevissimo accenno alla prima giovinezza del protagonista, ai fatti del 1848 e dopo l’avvincente descrizione di una brutale perquisizione, ai danni della dimora di famiglia a Mozzate, ad opera della polizia politica comandata dal “famoso Galimberti capo poliziotto a Milano”, narra le rocambolesche vicende occorse al Castelli durante la ferma militare, in seguito alla coscrizione obbligatoria emanata in seguito allo scoppio della guerra di Crimea, presso l’esercito imperiale austriaco.

L’Austria, ai fini di tutelare le proprie frontiere orientali, inviò una serie di reggimenti del proprio esercito ad occupare i principati moldavi e valacchi: il Castelli prestò servizio proprio in uno di questi, il 55° Reggimento “Baron Bianchi” che, dopo una serie inimmaginabile di tribolazioni e marche, stabilì il proprio quartier generale a Tassy, l’odierna Jessey, in Romania.

Preferisco non addentrarmi, in questa sede, nelle vicende personali occorse al protagonista in questa prima parte del racconto. Molto più importante per noi è la grande rilevanza storica che questa sezione del manoscritto possiede: il Castelli, nonostante la palese condizione di disagio che provava nel vestire l’odiata uniforme austriaca, fu sempre un formidabile osservatore e descrittore; la rabbia ed il disgusto nei confronti dei metodi brutali in uso presso l’esercito asburgico, pervadono tutta questa parte della narrazione, ma non riescono ad offuscare la grande capacità di osservazione dell’autore il quale, così, ci trasmette tutta una serie di importanti informazioni, oltre che di curiosità, sia sull’organizzazione e sulla vita dell’esercito austriaco, nonché su usi e costumi dei paesi nei quali si svolse la sua missione militare.

La seconda parte del manoscritto, “Soldato volontario”, è narrata in tutt’altro tono: tornato a casa in convalescenza, dopo aver contratto il colera, Carlo Castelli disertò dall’esercito imperialregio e, dopo rocambolesca fuga attraverso la Svizzera, riparò nel Piemonte dove si arruolò come volontario nel battaglione dei Cacciatori delle Alpi, sotto il comando di Giuseppe Garibaldi.

Alle dirette dipendenze di questi, il nostro eroe partecipò, assieme al fratello Luigi, alla seconda guerra d’Indipendenza, combattendo a S. Fermo, contribuendo quindi alla conseguente liberazione di Como ed al successivo assedio al forte di Laveno.

Questa seconda parte del manoscritto è sicuramente quella dal ritmo più serrato, più trascolorata dall’idealismo e nella quale affiorano spessissimo note di entusiasmo.

Ad essere penalizzata è forse la già citata, notevolissima, capacità descrittiva del Castelli – il quale peraltro ci tratteggia i ritratti di alcuni personaggi particolarissimi, quale ad esempio, un inglese postosi volontariamente al servizio dei garibaldini, armato di una formidabile carabina, con la quale fa strage di nemici – ma la narrazione, nel complesso risulta essere più alleggerita e, quasi mai, affiorano le note di amarezza che invece avevano contraddistinto la parte precedente del racconto e che caratterizzeranno quella successiva.

L’ultima parte del manoscritto, “Soldato per dovere”, è sorprendentemente quella più amara e rassegnata.

Congedatosi con onore dai Cacciatori delle Alpi, con il grado di sergente, Carlo Castelli, che a ragione poteva considerare di aver più che compiuto il proprio dovere di cittadino italiano avendo dato attivo contributo alla liberazione della patria, si accingeva finalmente ad avviare una propria carriera civile di ragioniere ma, per una serie incredibile di disguidi burocratici, si trovò di nuovo richiamato sotto le armi nell’esercito regolare piemontese, ancora una volta quale soldato semplice, e dopo un lungo addestramento inviato nella Sicilia appena liberata, per procedere alla normalizzazione delle campagne infestate dai briganti.

Per il nostro protagonista, questo richiamo significò la rinuncia ad intraprendere una fortunata carriera civile appena iniziata (che, per inciso, dopo essersi congedato definitivamente non riuscirà più a riprendere). Inoltre, il ritrovarsi di nuovo e controvoglia catapultato nei rigidi schemi della vita militare, che sostanzialmente non amava, lo gettò nel più cupo sconforto.

Questa caratteristica emerge continuamente nella terza parte del manoscritto, quella che, a detta dello stesso Castelli, risulta essere la più noiosa dell’intero racconto: la narrazione, che anche qui non tralascia di rivelarci numerose curiosità, in questo caso sulla vita della Sicilia dell’epoca, risulta essere come “appesantita” da un fardello e si riprende solo nel finale della storia, con l’ultimo, commosso omaggio ai genitori i quali, all’epoca della stesura del manoscritto, erano oramai scomparsi da tempo.

Dal punto di vista prettamente storico, quello dei grandi avvenimenti, “la mia vita militare” non aggiunge molto a quanto già sappiamo: importantissime sono comunque le parti descrittive, relativamente soprattutto alla prima sezione del racconto, le quali mettono in luce, oltre ad usi e costumi di popoli lontani culturalmente da noi, le dinamiche che governavano la vita dell’esercito degli Asburgo, viste con gli occhi di uno dei numerosi italiani che all’epoca ne fecero parte.

Questo scritto comunque, a mio giudizio, ha anche un altro tipo di importanza: in esso emergono ovunque una passione, una tensione caratteristiche di chi la storia contribuì a farla.

Quella che leggiamo, infatti, non è un’arida trattazione manualistica, bensì una vicenda, raccontata di prima mano, magari in maniera parziale, da chi la visse, la subì e in un certo qual modo, la plasmò in prima persona.

C’è infine un altro aspetto, che esula dal contesto prettamente storico, sul quale vale la pena di soffermarsi brevemente, suggerendo magari un’altra chiave di lettura del documento: tutto il racconto è imbevuto di un’etica nonché di valori che purtroppo, noi uomini del terzo millennio, stentiamo a riconoscere. L’amore per gli ideali perseguiti con tenacia e fermezza, magari fino al sacrificio estremo, un sostanziale odio per la violenza e la sopraffazione, una dichiarata riluttanza all’uso della guerra, gli affetti profondi, l’amicizia vera, il rispetto dei legami famigliari, sono il ritratto di un’esistenza, con le sue durezze e contraddizioni è vero, della quale oggi però, vista la volgarità imperante, possiamo solo sentire nostalgia.

Quando Carlo Castelli parlava del manoscritto quale una eredità da lasciare ai posteri, ci piace pensare che, forse, volesse intendere anche questo…

Como 2003

° ° °

A mio zio Carlo

Duccio Castelli

Di mio nonno Achille Castelli ho un chiaro ricordo. Lo vedo e ne odo la voce, fioca, è lì sprofondato ma composto sulla sua poltrona tappezzata di un fresco cotone verde disegnato con larghe foglie bianche, mentre sulle ginocchia tiene ed accarezza Temistocle, il suo gatto siamese. Erano gli anni cinquanta ed io avevo cinque o dieci anni. Sono certo che anche lui, il nonno, dovesse avere un chiaro ricordo di suo zio Carlo, fratello maggiore dei dieci fratelli Castelli di cui Felice, l’ultimo, era suo padre.

“Il Carluccio”… come lo chiamavano affettuosamente in famiglia.

Centocinquanta anni mi separano dal mio pro-pro zio Carlo Castelli, dal tempo in cui egli tratta in questo suo bel libro.

Il suo manoscritto originale, dall’elegante copertina blu fatta a mano, scritto con una bella ma quasi indecifrabile calligrafia, è rimasto sugli scaffali di tre case di famiglia, dal diciannovesimo secolo, per tutto il ventesimo e fino al ventunesimo secolo. Dubito che qualcuno l’avesse mai letto sul serio e per intero. La lapide al “Rag. Carlo Castelli”, che è parte del pavimento della tomba della nostra famiglia (edificata da suo fratello Luigi), viene benevolmente e giuocoforza calpestata da secoli, dai suoi discendenti nipoti (egli non si sposò né ebbe figli, probabilmente proprio a causa della sua intera gioventù passata in guerra), molti dei quali non sanno ormai neppure chi egli fosse. Almeno fin’ora.

Qualche anno fa, durante i momenti in cui scartabello tra vecchie carte di casa, mi capitò tra le mani “La mia vita militare” che molti anni prima mi aveva mostrato mio padre Cino e di cui aveva fotocopiato qualche pagina più significativa. Provai a leggere delle righe ma era per me molto difficile e lento il decifrarle. Qualcosa però mi spinse a fare uno sforzo di lealtà e di decenza verso quest’uomo, questo avo e le poche parole che ero riuscito a leggere, che erano di grande affetto per quei “miei nipoti presenti e futuri…” di cui io mi sentii subito un pregnante destinatario. Decisi così di fare il possibile perché il manoscritto giungesse appunto a destino. La prima e fondamentale operazione fu quella di renderlo … leggibile.

Dopo oltre tre anni di lavori sono felice di avere preso quella decisione e di avere trovato in Bruno Cavalleri, lo storico competente che ha trascritto e approfondito i temi (ritrovandosi poi anche affezionato al nostro “Carluccio”). Con mio cugino Guido Castelli abbiamo ricevuto, letto ed elaborato significati ed azioni durante il lungo periodo in cui gli aggiornamenti delle “dispense” di Bruno, arrivandoci, ci davano quel tipo di emozione che si provava quando da ragazzini compravamo in edicola un nuovo numero delle avventure a puntate di “Topolino”.

Sono lieto infine di potere qui ringraziare proprio lo zio, Carlo Castelli (che son certo mi sta leggendo in copia) per il suo libro e per la sua dedica, che valgono più di una vita qualunque e che riscattano oggi una esistenza non particolarmente fortunata ma che egli tuttavia amò e fu grato di avere vissuto.

Milano, 13 maggio 2005


Edizione privata – 2007
E-mail: dcastelli@enter.it

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