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04 - 2017 ...

21 dicembre 2012

Arte, furti e tormenti

A fine decennio del 1950 si faceva strada nel mondo del Jazz il fenomeno del Free. Radicato nell'humus buono della musica americana, la "nuova cosa" era frutto di un sentire tipico dell'epoca, che si manifestava anche nella pittura, nella letteratura e nel cinema. Era come una catarsi che si scrollava di dosso gli incubi dei tempi che avevano accompagnato recentemente l'umanità e di cui gli artisti erano interpreti.

Bene e giusto.

Da allora però iniziò intorno al Jazz una graduale e implacabile appropriazione indebita dello stesso termine da parte di altri, ritrovandosi suo malgrado ad essere utilizzato via via per musiche che nulla avevano a che vedere con la "nostra" musica. E' un caso di furto di parola (forse avremmo dovuto depositarne il marchio..), così come altre parole hanno malamente assunto oggi diverso significato da quello corretto (un "balordo" ora è un delinquente, ieri era un tipo anticonformista, scontroso e simpatico). Il problema è che la parola Jazz non serve più neanche a noi veri "Jazzi", perché la gente non capisce di cosa parliamo – e come spesso – non sa niente.

Infine, anche oggi stiamo assistendo a fenomeni simili, nelle altre arti: ieri mi hanno mostrato un quadro dipinto così bene che sembrava una fotografia. Questo nuovo pittore americano eccelso (Chuck Close) incredibilmente (ma non mi stupisco, pensando a fenomeni deja-vu tipo "merde d'artiste"), vende a cifre mostruose. Anzi, gli comprano, a cifre mostruose.

Ma la cosa più squallida è però il fatto che si parli di arte, termine che nuovamente viene così scippato dal suo profondo e unico significato. Infatti un pittore che sa rifare un oggetto come lo farebbe una macchina fotografica è un grandissimo tecnico; un modellista perfetto, un virtuoso fantastico, tutto .. tranne che un artista. In ultima analisi è una fotocopiatrice umana, infallibile.

Inutile (ma evidentemente doveroso) puntualizzare che l'artista deve essere dotato non solo di tecnica. – e neppure necessariamente eccelsa – ma senz'altro di estro, di fantasia e di un proprio messaggio implacabile da comunicare, di un mistero da dire.

Naturalmente ... a chi ha la radio accesa.


18 dicembre 2012

Il nostro corpo

Il corpo
e' un salvagente
di sasso.


13 novembre 2012

Perché?

Il punto sul tendere a considerare il mondo come un armstronghiano "Wonderful World", piuttosto che come un Carducciano "Atomo opaco del male", non si dovrebbe neppure porre.
E' chiaro che le due visioni convivono.
In moltissimi crediamo che questa sia l'essenza della Fede.

Ma anche così rimane, irrisolvibile e immane, il quesito:
Perché?


19 ottobre 2012

Palcoscenici

Passo dal parco.
Un bimbo gioca solo e va via,
è un'ora sfollata.

Ma di qui,
di questo posto assolato di bruma,
io ben ricordo che ci giocavo
da piccolo, e dopo trent'anni
anche i miei piccoli e poi ora le mie belle nipoti ancora, trent'anni dopo, sessant'anni dopo, piccole.

Passa ora un rampante e crede
di essere vero,
immortale.
E' convinto.

La vita è un Palcoscenico grande, frequentato da attori (formidabili perché
si immedesimano interi
nella loro
parte). Ma dura poco la piece.

Presto ci arriva da fuori una Compagnia nuova, che ci guarda impaziente, da dietro le quinte.
Noi ce ne andiamo.
Raccattando le nostre cose.

Da domattina il lavoro nostro
sarà in pasto ai giornali,
ad i critici.

Ci leggeremo
da soli
senza fretta
sola
la nostra prima ed ultima
Recensione


18 settembre 2012

Una giornata svuotata

Chiudevo la porta. O quella che doveva essere stata una porta a portone. Fatta ad arco, ora in legno buono, a due grandi ante che chiudevano il locale a piano terra che penso fosse stato un ovile o un pollaio.

Nella campagna di Chiusi c’era silenzio alla sera.

La zia che mi ospitava stava di sopra, tra le travi belle del cascinale rifatto bene, a misura di uomo essenziale, a misura d’artista. Vivevano lì a volte assieme, lei e il suo compagno Cavalli, pittore, quando lasciavano Milano.

Ma di sicurezza – teorica – lì non ce n’era per nulla. Uno spintone e quella porta avrebbe ceduto lasciando entrare i briganti della notte nella stanza. Fin da bambino avevo cercato quella protezione che forse mi mancava e m’ero trastullato con fisse su come evitare ogni accidente, forse già alla ricerca dell’immortalità.

Avevo fatto il secondo tempo quel sabato: partivo fieramente in prima fila.

L’Abarth 850 l’avevo lasciata all’interno dell’Autodromo di Magione, sul carrello. Il meccanico che il preparatore m’aveva dato era un apprendista di primo pelo, quindi dormiva nella macchina da traino, una Renault 16 (allora comoda visto che era il 1975). Bisognava stare attenti a lasciare l’auto da corsa sola perché c’erano colleghi che mettevano miele nel motore o pisciavano nel serbatoio della benzina.

All’indomani dovevo arrivare due ore prima della gara, prevista per le ore 15.

Tutto era pronto, preparato, verificato, organizzato.

Spensi la luce e dormii.

La mattina al caffelatte con la Rosa, quella mia zia, parlammo del più e del meno. La zia non toccava per nulla i temi triti sulle corse… perché lo fai, cosa vuol dire, stai attento. Forse non aveva capito, forse era una artista vera anche lei che dipingeva tessuti, forse era abbastanza moderna (aveva fatto la partigiana e aveva anche vissuto a Londra..) da non volermi rompere le scatole con posizioni illiberali o convenzionali.

Ci salutammo e mi disse però auguri.

Arrivai speranzoso all’appuntamento col meccanico, due ore prima della corsa.

Mi venne incontro scuotendo la testa.

La gara era stata anticipata: il mio posto verniciato sull’asfalto era vuoto e la gara l’avevano già corsa. Aveva vinto Pinco Pallino, uno che andava più piano di me.

E aggiunse altro.

Dimenticavo: a quel tempo non esistevano i telefonini cellulari.


28 agosto 2012

Louis Armstrong
Swing that music

Un vecchio libro che risorge nel nuovo millennio, in forma sempre più imponente. Nel 1936 fu pubblicata per la prima volta questa autobiografia di Louis Armstrong, andando presto esaurita e passando piuttosto inosservata. Più tardi doppiata dalla seconda (La mia vita a New Orleans), molto meno bella e probabilmente frutto di elaborazioni commercial-editoriali piuttosto esterne al nostro.

Swing that music io lo trovai nel 2007 o 2008 in casa di Armstrong nel Queens a New York. Aperta da poco come museo su Louis, ebbi il privilegio di essere ricevuto in modo casalingo da una cortesissima padrona di casa-guida, che ci scortò soli (me e Rossano Sportiello) per gli anfratti personali e terreni, del Re del Jazz. Fu quasi un sogno.. Riconobbi già da fuori i rossi mattoni che appaiono in certe foto d'epoca all'entrata della sua casa. Una "home" calda e affettuosa in un quartiere popolare, e che Armstrong ormai ricco, volle mantenere sua per tutta la vita, modificando ed abbellendo quella bella casa con giardino. Pochi - a parte i suoi amici ai suoi tempi - erano entrati tra quelle mura, fino ad allora. All'uscita appunto comprai questo libro. Un libro da divorare, ma allo stesso tempo da centellinare. Quando nelle sue pieghe Louis dipinge i personaggi del jazz tradizionale, le sue frasi hanno colori e ritmi inusitati. Maneggia la lingua quasi come domina la sua musica: aggettivi aguzzi e dentati, costruzioni suggestive! A volte "sbagliate" nella sintassi, ma efficacissime e personali nella loro - nella sua - melodia. Ed un intero lessico di "scat" ... letterari !

Si assimila in ogni pagina l'humus storico di lui negro americano (allora si chiamava così, egli per primo così si definiva), in tutte le sfaccettature di quello che - a torto - molti suoi simili definivano con disprezzo, come uno "Zio Tom". No. Armstrong era un grande artista ma era anche un grande uomo. Si pose contro un presidente degli Stati Uniti, quando ritenne di doverlo fare. E allo stesso tempo .. considerava con affettuosa disposizione, di essere e di volere restare il "ragazzo negro protetto dal padrone bianco Joe Glaser" (suo Manager). Perché Louis non era (e grazie a Dio), una persona normale..

Un libro al di là del documento storico e musicale, interessantissimo e accattivante. Da leggere e da rileggere subito. E poi anche più tardi.

29 agosto 2012

Quanto sopra scritto ha suscitato un vespaio ancora prima di essere pubblicato. Pare che toccare i terreni degli esperti ufficiali, sia come volere coltivare - da non siciliano - arance in Sicilia.
Tutto quel poco che qui sopra opino, mi viene contestato. Pardon messieurs!
Comunque io ho letto tutti e tre i libri in oggetto (Swing that music, La mia vita a New Orleans e Satchmo in his own words che è una raccolta di sue lettere dattiloscritte). Per inciso, ne posseggo anche una che ho avuto da amici di Louis e che non è stata mai pubblicata.
Ebbene signori negazionisti e dietristi, lo stile di questi scritti è sostanzialmente, sempre lo stesso: quello di Louis Armstrong. Ed è di quello stile, che io ragiono e dico in questo mio breve scritto. Prescindendo da traduzioni (ho letto in inglese), sospetti, attribuzioni di bufale, testamenti, e affermazioni balbettate su letti di morte.


17 agosto 2012

Il mio corpo

Il mio corpo mi tiene compagnia
fin da quel giorno,
ed è un attimo a dirsi
ed un attimo
a farsi.
Compagnia,
quando aspiravo frizza
l'aria della neve
su quelle cime
e compagnia
quando aspiravo
azzurra
la prima sigaretta.
Compagnia
quando il sapore
delle lacrime,
e poi anche il sapore
di quel primo bacio.
Fu compagnia
dentro alle acque
dei miei tutti mari
ed eppur anche
quando prima mi apparse
una morte.
Questo mio corpo
affezionato,
per i ricordi,
per le abitudini,
o soltanto
per non averne un altro.
Questa nostra vecchia
Automobile Immensa.
Ahimé
da rottamare.
Adios !


16 agosto 2012

Signore Iddio

La natura
o Signore
ha impressa la tua firma.
E il mondo
è
analfabeta


16 agosto 2012

Ugo Tognazzi

Mi dicono
che oggi
son passati vent'anni, Ugo.

Tu non dovevi morire.

Uno come te dovrebbe
essere l'eccezione che conferma
la regola: tutti muoiono,
tu no.

E non perché
tu sia meglio degli altri
e non perché
tu ci manchi più di altri.
Ma perché, Ugo
credo tu non fossi vero.

Tu eri
istituzione,
coscienza,
diavolo e acqua santa,
e soprattutto
poco credibile, per essere un uomo.
Ugo
forse tu eri
un nostro ricordo ancestrale.

Perché,
una presenza
non può morire.
Non può morire un ricordo.
Una ricetta. Una frase.
Un sorriso.
Un viso.
La tua una voce.

Sospetto a volte
che tu non sia mai morto.
Ed imperterrito
vi attendo, o gladiatori.

Prossimamente
nello splendore del Technicolor:
in un bellissimo
"Amici miei (4)".

Addio.

Tuo aff.mo Duccio


10 agosto 2012

Anno sessantasei

Ed oggi ormai mi siedo
ancora in questo prato
dove stavo seduto
nella mia prima estate
fresca di sole montano.
Ero adagiato
sopra ad un panno
o ad un lenzuolo
pieno di dopoguerra,
perché era allora
il millenovecento
e quarantasei.

Ed io guardavo biondo
attorno le rose e i genitori
che sorridevano a me
come se ancora assieme
ma sapevo
come non fosse vero.

Ero felice
tra coccole
e venato
di una già mia malinconia.
Siedo oggi ancora
e frugo
nella mente di allora
cercando invano quelle cose
in più
che allor sapevo


28 luglio 2012

Mio pino marittimo

Oggi c'è un pino Marittimo
a Milano
fuori dalla mia finestra.
Ieri
non c'era.
Ne ieri
ne mai.
Assieme ad alberi astrusi
nella corte del collegio
appare stamane
e come allora
mi guarda.
Forse
è quello che han perso
nella baia di Napoli.
Che amavo
come il bambino la farfalla
ed io io i banani ed il pino
antico, il mio
pino Marittimo.


27 luglio 2012

Olimpiadi e spirito olimpico

Queste olimpiadi ormai possono andare avanti così, come una sfilata di moda a reti unificate, come e più del carrozzone della formula uno post Ecclestone, senza anima ma tanta ipocrisia (moderna dea del mondo).

Se dovevano essere smessi, i Giochi Olimpici, dovevano terminare quando nel 1972 trucidarono gli atleti israeliani, o – se si preferisce – quando Hitler abbandonò il palco perché aveva vinto Jesse Owens: un negro! Si diceva così.

Allora, finì lo spirito di Olimpia.


23 luglio 2012

Torpedone

Guardo il mare.
La nave oggi è un torpedone osceno. L'antica eleganza del transatlantico France, Queen Elizabeth, Rex, è sostituita da un tronfio palazzo condominiale galleggiante male che solca il mare lasciando una bava da lumaca ipertrofica e malata.
I pantaloni jeans più in là sulla battigia confidano anche loro la caduta anzi l'assenza, di qualsiasi eleganza. Nei loro strappi e stracci d'autore firmato.
Ieri ho visto un barbone. coi suoi jeans stracciati non d'autore.
Volevo, ma non l'ho, fotografato.
Per rispetto a lui, mio nobile barbone.


19 luglio 2012

Leon d'Oro

Col fare compìto d'altri tempi, le disse: " Zia Jula avresti da farmi dormire qui per stanotte?" Faceva caldo, ma molto meno che nei giorni precedenti, quando tutto il paese aveva toccato i quaranta gradi.

Fu una bellissima giornata, che iniziava per noi, nel pomeriggio. Il grande giardino era pieno di ricordi. Ricordi di tutti, ricordi per tutti, diversi ed uguali, nelle nostre menti, mentre noi iniziavamo ad arrivare alla festa di compleanno della ormai vecchia zia, l'ultima dei fratelli nostri padri. Eravamo allora, in famiglia con cognome Castelli, una ventina. Di cui una buona parte era presente lì, nella casa che lo zio di nostro nonno Achille, Luigi, aveva comprato nel 1877. Matteo - come fosse un segno - ne aveva appena scoperto in solaio l'antico atto d'acquisto. Un busto di marmo guardava lontano con aria pensierosa, così si era voluto Luigi, vicino alla sua casa. Gli misi attorno alla spalla il braccio e mi ci feci fotografare, così anche io mi ero voluto con lui. Tirrena parlava di cibo fin dalle cinque. Non per fame, ma per appetito, vizio di famiglia. Vizio forse nato ai tempi della Locanda "Leon d'oro ", in Mozzate dall'inizio dell'Ottocento e che aveva smesso l'attività di Posta e Relais di campagna verso il 1870, dopo due o tre generazioni dedite a fornelli stanze e cavalli. La storia del loro Paese era stata forgiata durante le loro vite, grazie a quelli come loro, in una specie di "Via col vento".. Le nostre guerre di indipendenza dallo straniero in Italia, le avevano combattute e vinte. E con una fortuna sfacciata, nessuno dei dieci fratelli figli di Pietro era morto in battaglia o in guerra (e con Garibaldi si combatteva duro).

"Certo che ho da darti da dormire!" le rispose, e la portò su al primo piano nella stanza che abitarono in vari di noi, nel tempo. Anch'io ci stavo spesso al sabato a dormire quando avevo quattordici anni, di fianco alla stanza della Nonna. "E tu ti ricordi, Tirrena - le intimò la Zia - che sei nata proprio in questa stanza?!". "Certo, come no!" rispose Tirrena ridendo.

Si toccavano i temi come pennellate da impressionista, si vedeva un colore in una una luce e si era tutti insieme dentro a quel momento, lasciandolo andar via in silenzio, prima che si affievolisse, prima che qualcuno aggiungesse parola sbagliata, prima che il sogno nel risveglio scomparisse, malgrado lo trattenessimo con disperata nostalgia.

Quel giardino era la nostra cornice. Non sapevamo perché, né sapevamo come esattamente; tutto era sottinteso, accennato, vagamente ricordato, confuso con vecchie foto, ridotto a paura, ridotto a gioia. Si mangiava, in famiglia, si mangiava forte. Chiesi in giro: "Ma tu non noti un calo nella capacità digestiva?" - "No. Digerisco anche i sassi". Che invidia. Poi veniva fuori che non era vero.

In sala da pranzo la Zia aveva fatto ormai togliere il segno del colpo del mitra sul muro. Era stato tenuto in vista per più di sessant'anni. Lo aveva sparato un soldato quando avevano arrestato suo padre, il 23 Aprile del 1945 (durante la Seconda guerra mondiale, che finì il 25 Aprile, appena in tempo per evitare che fosse fucilato). Mio nonno – suo padre – era stato preso per avere nascosto in casa degli amici ebrei.

Eppure Achille era stato parte dello Stato che ora lo voleva uccidere. Ed aveva anche perso un figlio andato volontario per quello stesso Stato.

La vita è piena di "eppure". Noi intanto, si mangiava. E si parlava. I piccoli correvano in giro come solo e sempre loro san fare. Delle foto, dei brindisi. Le notizie di uno e dell'altro.

Gli alberi enormi ci guardavano come avevano guardato le altre generazioni, prima. Sorridevo nel buio. La notte si liquefò nella musica che si suonava con la Jazz Band. Sembrava ora un racconto di Scott Fitzgerald. Ma non lo era.

E in ogni nostro letto tutto tacque.


17 giugno 2012

Aprire ancora gli occhi e uscir dal sogno.

Mi segno assonnato del mio Segno
della Croce, in silenzio.

Poi m'aggrappo alle mie mani
a dita aperte
come bambino che s'aggrappa
alle mani. A sua madre.

Taccio: attendo la carezza.

Che tenerissima viene.


01 maggio 2012

Due miei ricordi negativi coi giornali

1) Ebbi per le mani una chicca musicale su Toscanini: un pianista (ora defunto) che mi raccontò una divertente sua testimonianza che dava un nuovo taglio all'andata in America del Maestro che fuggiva eroicamente dal fascismo. Dove risultava che fu a causa di Mussolini si – ma come persona – e per questioni di donne in comune!
L'intervista era riservata per "La Provincia" e l'avrebbe redatta "La Provincia". Sai cosa rispose "La Provincia" (l'allora consulente musicale)? Che non erano interessati, perché non era un tema che coinvolgesse Como.

2) Inviai a "Il Giornale" un articolo su di un ristorante di Lugano dove c'è un pesce gatto di dieci chili nel loro acquario e che gioca col padrone. Nessuna risposta.
Dopo una settimana escono con il mio articolo – leggermente cambiato – firmato da loro.
Mie rimostranze. Nessuna risposta. Che fair play!

° ° °

23 aprile 2012

Giacigli

Ho due letti
di sopra.
Vado spesso a trovarli per la siesta.
Ne scelgo uno
a seconda della cartolina che mi appare ascoltandomi in giro.

Uno - il secondo- e' più' leggero,
fu costruito come divano letto
per la mansarda ristretta e bella
del dopo secondo marito
della mamma, con me appresso.
Quel letto
stava all'inizio impettito,
tutto muscoloso e nuovo
d'un tessuto lucido
per allora anche un po' azzardato
presenziando serate cene e incontri
dai sapori indipendenti e nuovi
che ci piacevano. Giuditta
ci portava il tartufo di Alba
e noi ci si metteva
del sedano e il formaggio
all'insalata. E quel sentore
misto al suo perenne profumo francese
mi porgeva il saluto ritornando da scuola in ascensore dicendomi la zia è arrivata.

Ed il letto a divano
imperterrito e muto
presenziava elegante.
Ed anche il cagnolino Mammolo.
Il mio.

Poi fumavamo americane
senza filtro e whisky.
Sul giradischi,
forse
Miles Davis.

Mi ci adagio in conforto
ora al pomeriggio
pensando alla mia schiena sdraiata
che ricerca quelle stesse anse
nel materasso di lana
e visualizza in me quelle pareti
che demarcavano le differenze
di luogo, di tempo.

E quel letto è lo stesso.

Un po' più in là, in soppalco
vi si trova ancora quell'altro letto
che è più robusto e maschio, il mio
quello in cui quasi nacqui
e certamente crebbi
a lungo quei miei primi vent'anni.

E intiepidito mi giaciglio ancora
mentre cresco infinito
intanto
nel nostro talamo,
-perfettamente nuovo -
quarant'anni fa.

° ° °

domenica 15 aprile 2012

Adagiare

Adagiare il molle sedere
è quanto il destino ci serba
a ben guardare dalla finestra.
Là c'era una casa
adesso è un condominio,
io dall'alto di qui da cinquant'anni
sopra alla piazza
ho visto tutto.

E i suoi abitanti vi hanno adagiato
i loro molli sederi
credendo di fare la storia
e son scomparsi. Qui
si son viste
quelle prostitute
quegli omicidi
quei sanguinosi incendi,
che si son spenti.
Poi altri sederi ci si sono adagiati.

Io ora in preda
a degli eventi troppi
da ricordare e
mi spaventano
nel riproporsi così
sinistramente infinibili. Buono
è qualsiasi punto della libreria
per rivedere il disegno di una storia
e rispondere alla domanda angosciante
di rivivere un istante
preso
da dove viene un oggetto.

Ma imperturbabile lui
il nostro sedere
ci illude ancora di starvici sopra.

° ° °

12 aprile 2012

Il Capolinea

Ho da poco visto il documentario su Il Capolinea. Quello che per quarant'anni fu il tempio del jazz di Milano, conosciuto in tutto il mondo. E che poi buttarono giù.
Ma qui racconto invece di un accadimento che sdrammatizza ora ogni lacrima spesa – forse – l'altro giorno vedendo la prima della pellicola (un po' scontata e stinta ma volonterosa). Accadimento che riguarda il suo cesso (perché di cesso si trattava, al Capolinea).
Uno di quei posti bianchi, pieni di odore e di mosconi, ma anche di zanzare in estate e di aglio di fumo e di birra sempre; senza le chiavi alle serrature, per scoraggiare il fiorire di accadimenti di vario e non permesso genere.
Locale alla moda per raffinati intellettuali ed intellettualoidi di Milano (a volte di passo qualche vero amante del Jazz).
Il Lorenzetti suona ancora la tromba, ed ha ottant'anni. Un professionista ed un jazzista da tutta la vita. Un lombardo schietto e tagliente, contenuto e preciso. E va con la bici da corsa per lunghissime passeggiate da solo.
Negli anni novanta gli avevano messo la dentiera. Per un trombettista è un evento drammatico, ma spesso riescono a risolverlo positivamente, adattandosi.
Mi raccontò lui stesso di quella epica notte. Anche lui, il Lorenzetti, era riuscito a reimpostare l'imboccatura e a riadattare il labbro. Il primo tempo del concerto era andato bene, ma lo preoccupava la tenuta del secondo tempo.
Nel primo intervallo si era preso la prima birretta (erano due e l'unica confezione per i jazzmen che passava il convento, era il bicchiere di carta piccolo, mentre i birroni in bicchieroni tedeschi ghiacciati fragranti di rugiadosa condensa esterna li davano solo ai clienti paganti) ed era andato col bicchiere in bagno a fare la pipì (non lo lasciava, magari glielo fregavano e poi c'era poco tempo).
Un colpo di tosse lo colpì mentre la faceva: di botto gli volò fuori dalla bocca la dentiera e si ficcò dritta nel cesso. Nel buco colmo di liquame. "Che schifo!! – dissi – e tu allora che hai fatto?!" – gli chiesi emozionato.
"Niente. Sai, dovevo suonare... le ho dato una sciacquata nel lavandino, e me la sono rimessa in bocca".
Che uomini erano, gli uomini del Jazz.

° ° °

09 aprile 2012

E' un libro trovato a fine secolo scorso in un bazar annesso a un entourage inglese. E' un libro non edito, senza date, presumibilmente stampato in Inghilterra intorno agli anni tra il 1950 e il 1980, in condizioni eccellenti. Sono racconti di Luigi Pirandello tradotti in inglese e la stampa delle circa trecento pagine è presente solo sulle pagine destre del libro, le sinistre tutte bianche. In copertina è pure apposto un timbro a inchiostro che dice secret and confidential.
Si potrebbe azzardare a una tiratura clandestina e non a fine di lucro effettuata da un tipografo pittoresco e forse fanatico, affrettatamente.
Di sicuro valore collezionistico.

Intervista per un Articolo su Alfredo Espinoza, 2012.

° ° °

Bordighera, 04 aprile 2012

Ieri sole oggi grigio. A Bordighera inizio il giorno più' vuoto per un cristiano: il Sabato Santo.
Alcune chiese coprono in questo giorno con un drappo, la croce.
Giro nel viottolo della casa dove mori De Amicis e al fondo appare il campanile della ex chiesa anglicana. Ora ci fanno eventi. Al posto della croce, fa finta di sventolare, una bandierina di ferro.
Gesù – ne sono sicuro – ebbe momenti di malinconia, di .. Saudade. Come un bluesman.
E certamente ne ebbe uno grande.. quando "Padre perché mi hai abbandonato".
Così ci lasciò. Come Uomo.

° ° °

Santiago de Chile, 31 gennaio 2012

Divino Amore mon Amour

Amore
in ogni angolo della mente
d'improvviso riappare. Amore
che incespica su visi e su musi,
Amore che annaspa
nel tempo dei tempi.
Senza alcuna frontiera.
Mi sveglia
ed incalza,
mi sfronda
ed inzuppa.
S'accascia.
Ieri
ho visto la piccola Giulia
cresciuta,
senza aspettarmi.
L'Amore
presente
mi smuove il passato.
E pure aggroppa la gola
la notizia felice.
Tutto trascina d'un colpo
- la vita -
nella mite valanga
del baratro del
nostro
Dopo

Por suerte que un dìa
El me dijo:

No teman,
estarè
siempre
con
ustedes.

° ° °

Intervista per un articolo su Alfredo Espinoza, 2012.

° ° °

05 dicembre 2011

Carducci amico mio

Siedo alla piazza stanco
e guardo la casa della piazza
che devo lasciare. Prima
o poi tutti lasciamo
una piazza.
Cinquant'anni.
Ci è passato di tutto.
Ora. E' li come in croce che
stende
il suo petto a quel cielo
lontano.
(E il suo nido è
nell'ombra..)

Carducci, amico mio.

° ° °

02 dicembre 2011

Meriggiare pallido e assorto: Montale

° ° °

01 dicembre 2011

Nocturnes

Eran trent'anni fa
questo medesimo campo di calcio
illuminato
di fronte alla valle
e intorno lucciole.
Io padre
tu figlio
e tutti noi
insieme.
Darsi un contegno
bisognava
non mostrare la corda di chi
torna da anni di America
con un pugno di mosche
(ma bellissime).
Eri a dormire dopo una pizza notturna
e avevi nove anni e avevi un po'
giocato in porta ed io desideravo
ci giocassi ancora
e proprio lì in quel campo illuminato
che nel freddo di sera
guardavi in silenzio.
Ma non fu cosa fatta.
Mai tu avresti rigiocato a calcio, perché altre e diverse vie sarebbero spuntate.
Spesso mi chiama in questa valle
quel campo che ho in fronte
e camminando i passi
tra il parcheggio e la mia casa
richiama.
E tutto è così identico a allora ma tu
ormai quasi quarantenne
non ti rallegreresti più
io temo
in quella porta.

° ° °

26 novembre 2011

Personaggi d'attorno
Ritratti brevi di gente passata.

Ugo Noseda

Ugo era un tipo pittoresco in quel di Como nella seconda metà del 1900. Io c’ero e lo posso testimoniare.

Amico di mio padre e pure amico di famiglia specialmente di noi maschi, cioè: me, mio padre e mio fratello; autoproclamatici – lo fece un giorno nostro padre – come: “La Repubblica degli uomini” (nel 1952 con un “Pronunciamiento” tipo sudamericano).

Ugo assomigliava allo Scià di Persia, era sportivo e colto, una specie di intellettuale ruspante che si era fatto da solo ed era anche un viaggiatore di commercio che vendeva i libri che stampava nella sua piccola casa editrice scolastica; montanaro, sciatore e, pare (lo diceva lui), playboy. Ma veloce (circolavano racconti di prese di Bastiglia su scale ripide di alberghi di montagna). Qualcuno lo dava anche per culo (allora si diceva così). Io non lo credo. Era sposato e aveva pure un figlio naturale. Forse era tutto vero. O forse no. Era di certo un grande mangiatore l’Ugo, specialmente di brasato alla domenica sera a casa sua, così ci raccontava. Infine un igienista: non beveva e non fumava. E sapeva tutto. Un Google-man ante-litteram. Infine, portava occhiali da vista con delle diottrie da talpa. Infatti. “Ugo, gira!” gridò mio padre quando alla fine del rettilineo la strada di fondovalle girava a sinistra e l’Ugo mirava diritto contro un platano.

Ugo girò!

“Grazie” – disse poi l’Ugo dopo la svolta, senza fare una piega.

L’Ugo (siamo in Lombardia e il nome regge l’articolo) si comprava automobili di infima mano e le pagava pochissimo, anche se non era povero. Una volta andò da Como a Capo Rizzuto e quando lì la macchina si fermò (pur avendo ancora dentro benzina), l’Ugo la abbandonò subito sul ciglio della strada e tornò in treno.

Sono passati cinquant’anni e credo che quell’auto sia ancora lì.

Ma la più buona fu a Saint Moritz dove si andava a sciare in giornata e per risparmiare si partiva alle quattro di mattina. Quella volta erano soli, l’Ugo con mio padre. A fine giornata (faceva un freddo bestiale) salgono in macchina e l’auto non si mette in moto. “Cino per favore scendi e spingi che siamo in discesa e forse ce la fai anche da solo”. Detto fatto. La macchina va in moto. L’Ugo le fa prendere abbrivio, e va..

Arrivato a Como si ricorda di avere lasciato Cino in mezzo alla strada nella neve, dopo la spinta.

Mio padre raggiunse Como con l’autostop a notte fonda.

L’Ugo fu molto dispiaciuto il giorno dopo. “Cino! Scusa! Non so come sia possibile, ma mi ero proprio dimenticato!”

Le loro mogli erano molto pazienti (o cambiavano) o – forse – altro.

Fatto sta che i due amici riuscirono a restare amici. Prescindendo da loro.

E lo rimasero fino alla fine.

° °

22 novembre 2011

Rieccomi al via

Se fosse un circuito la vita, sarebbe così.

Mi ritrovo ora pensionato, negli stessi brodini già bevuti mezzo secolo fa da studentello. E praticamente nello stesso luogo tanto da pensare a volte che non sia passato alcun tempo.

Il profumo di una casseruola è il profumo che ascoltavo allora venire dalla cucina. Lo ascoltavo con l’anima, come oggi. Forse ci sia di là mia madre?

Forse mia moglie?

Forse la Michela?

Io ho ormai occhi caleidoscopici, come quegli insetti. Ne vedo dunque d’ogni genere uscire dal mio archivio interiore. Mi sparacchiano in giro le visioni, per ogni parte e senza tasti: senza poterne spegnere un computer. Meglio così, meglio, perché poi il disco fisso sarà – sembra – insalvabile. Quindi scrivo e mi illudo. Anche per questo scrivo ma non solo. Perché non è per me. E’ per le figlie frasi, per le parole buone, per loro.

Allora faccio un sonnellino fuori orario e c’è la Gabri che stira dove prima stirava la Michela. Come un sonnifero e per giunta i gatti. E come allora, a volte mi sveglio spaventato per non avere studiato. Ma sorrido. Ora posso!

Ma non va molto bene, mi dico: vedi di tenere un maggiore contegno. Vado allora e passeggio col mio cane piccolo e nero che non è più il mio Mammolo: è Maleto, il mio Maleto. In realtà sono lo stesso cane. Come ogni cane ed ogni gatto lo sono, lo stesso cane.

E pure ogni Tom, Dick and Harry. Ogni Fulano Sultano y Mengano ed ogni Tizio e Caio ed anche il buon Sempronio.

Sempre, soltanto, assolutamente noi.
Queste giornate sono piene di vuoto
c’è chi cerca perfino passatempi (che è parola blasfema):
ma questo vuoto ora è sdoganato, ce lo siamo sudato, è guadagnato,
con una vita al lavoro.
E’ per questo che abbiamo fatto tanta fatica, no?
Sarebbe una facile risposta.
Non credeteci.

° ° °

15 novembre 2011

New York New York

Entro
nell’ascensore dello Yale Club di New York con mia moglie.
Circolo esclusivo,
esclusivo,
esclusivo.

Io son però incluso (per circostanze astruse collegabili all’ Università).

Per entrare lì occorre la cravatta scura
ma se passi di là minimo la giacca e se ti affacci di sotto è vietato il golfino, che se vieni dalla sauna puoi star pure in vestaglia – purché a tinta unita – e ah, scordavo, non devi ridere al primo piano né parlare di lavoro al secondo (anche se al terzo puoi purché al massimo per cinque minuti).

Of course in biblioteca mantieni un silenzio assoluto. E guarda per terra.

Non c’è che dire ho sempre desiderato viver così.

Ma grazie per l’esperienza. Prego ma le pare bella giornata a che piano va io scendo prima lei dopo.

Mi appoggio con la schiena contro la parete dell’ascensore come Woody Allen.

Quando torno al centro dell’ascensore si vedono pallini rossi dappertutto.

La mia schiena ha schiacciato trentadue piani: le fermate iniziano.

Tutti guardano severi un uomo dai capelli bianchi
che guarda la moglie
che non lo guarda.
Tutti scendono severi e silenti alla prima fermata.

Lasciandomi
solo.

New York New York

° ° °

3 novembre 2011

Musica / musicae

E tu ascolta bene e ben nascosto
quella Toccata e fuga
per organo
di Bach.
Sai,
e' messaggio chiarissimo. Ma,
ascoltalo. Poi ascolta ancora
se non ti sei convinto,
quanto conferma Brahms
nella sua Prima Sinfonia.
No, non si tratta
di farina del lor sacco,
del loro ricco
bellissimo
e fortunoso sacco.

Chiare mi sono poi
tante e stupende arie
che già più' vaghe discorrono
di storie di vita
di poesia
e dolore
e delle gioie,
di una piccola
nostra giornata
acquerellata.
Tremendamente chiara
infine m' e' una musica
metallika
sprezzantemente
schierata.
Nostra
ad alcuni,
inconfondibile
antica conoscenza.

° ° °

25 ottobre 2011

Maiuscole

Maiuscole (del tramonto):

Dalla
Tracimazione dell’Amore
di Dio
vengono
gli Animali.

Maiuscole (dell’alba) :

La Musica
quella Benigna
è l’Ascolto di Dio.

° ° °

24 ottobre 2011

Come agli scacchi

Nei tornei sta l’impressione che mi dà la vita ad ogni giorno: una scacchiera con un fattore che ti siede dall’altra parte, di fronte. E poi, altre dieci scacchiere con dieci fattorini che muovono tutti contro di te, in un torneo da campione che si batte da solo contro gli altri, ognuno indipendente, in molte simultanee ma diverse battaglie (sono partite per troppo grandi campioni). E i giocatori che mi stanno di fronte seduti alla fratina lunga, mi appaion come frati intenti a consumare il loro pasto nella regola del silenzio. Così, noi poveri “Karpov”, siamo sfidati dalla vita… e ad ogni seduta sulla fratina, corrisponde un’imboscata, uno scherzo da prete, un cilicio stretto e vendicativo.

E ad ogni giorno ci arriva una legnata: scansarsi ! Fatto. Aspettare dunque gli sviluppi (la mossa avversaria).

Una sorpresa: analizza freddo. Fatto. Aspettare gli sviluppi.
Un tradimento: studiane i dettagli ed aspettare. Fatto.
Una malattia: vai dal buon medico. Fatto. Ora aspetta.
Una sfortuna: calma e gesso, poteva andare peggio. Fatto. Aspetta il vento cambierà.
Un imbecille ti si mette di mezzo: vedi di liberatene, come Machiavelli. Fatto. Aspetta che se ne vada.
Ma, mentre il torneo del gran campione poi finisce ed il campione impera, fuori dagli scacchi, no, nella vita, no.

Ogni giorno muovere lo scacco sulla pagina di domani ed aspettare un esito, che si combina con gli altri scacchi. Muovere. Sempre muovere. Soltanto muovere.

Fino ad una ultima mossa, ma provvisoria.

Senza potere più saper se hai vinto.

° ° °

15 ottobre 2011

Le cose

Tutto per benino messo a posto in nicchie, nei giusti scaffali, in dedicati armadi, in stanze astruse e alle pareti.

Ma quante sono le pareti? Poche anche se sono tante. Perché ogni parete si riempie e poi si dovrebbero togliere le cose per metterne altre, ma che togliere? Il quadro d’autore no. Semmai qualche litografia, ma erano della mamma, sempre viste, no, quelle assolutamente no. Allora le foto incorniciate dei bambini, di noi del matrimonio, e poi del loro matrimonio oppur del cane, quello che non c’è più? Ma stiamo scherzando? Potremmo far sparire (ma dove?) un po’ di soprammobili.. facile. Quei minerali assortiti? Forse, poi vediamo. O una scultura? No certo. I libri..ecco, un po’ di libri. Occhio però che i libri sono sacri come il pane Cristiano. I libri si tengono, anche quelli degli avi anzi, a maggior ragione. Potremmo regalarne o venderne una parte, diciamo quelli che abbiamo letto senza emozione, o i saggi che non servono più (a me, ma ai figli e nipoti?). Già, i figli e nipoti.. ma che vuoi che gli interessi ai figli e figuriamoci ai nipoti, del mio “La physique à batòn rompu”?! La fisica per i bambini di sessant’anni fa! Allora Pinocchio. Non mi è mai piaciuto, perché devo lasciarlo come se fosse un reliquia di mio gusto? Ne ho sempre odiato la scena finale dove il burattino giace inanimato a favore di un ragazzino dall’aria bella e stronza.

Non è questione di spazio. E’ ben peggio la questione purtroppo. Già, non serve a nulla mettere via, per ricordo. O meglio, serve molto a noi stessi (è una buona ragione per farlo, forse). Il problema dunque, se vogliamo farci piacere, è di farlo credendo che serva a qualcosa. In realtà, serve a qualcosa, cioè in definitiva sempre e quasi solo a noi stessi, ma solofintantoché abbiamo la così detta “vita davanti”. Allora effettivamente potremo probabilmente ricorrere spesso a visitazioni, vedute, riflessioni, spunti e condivisioni con amici e parenti stretti. Un archivio di noi stessi insomma.

Ah, gli archivi.. Pepe, un amico americano, ha archiviato nel suo computer vecchio come lui, fin da decine di anni fa i titoli, i generi, la classificazioni di tutti i temi di Jazz che possiede nella sua enorme musicoteca personale. Una vita di lavoro per avere in mano la totale conoscenza della sua famosa collezione internazionale che gli riempie una bella e grande mansarda. Gli chiesi: “ma hai fatto sempre il back-up del computer, vero?”. “Certo, scherzi?...” . Aggiunsi: “Bene. Ma sai, se io fossi in te, per una cosa così importante, terrei un disco del salvataggio anche fuori da questa casa, non si sa mai, in caso di furto o di incendio.” . Ma Pepe disse: “Se brucia la collezione che me ne faccio del computer?”.

Insomma, le cose servono finché ci sono le condizioni d’uso e finché c’è a chi interessino.

Ah, un’ultima cosa: non preoccupatevi dei gioielli e dei quadri d’autore: quei vostri ricordi si conserveranno da soli.

° ° °

26 settembre 2011

Al niño de calle Ruffini

Traduzione spagnola
di Juan Cristian Amenabar

Nuto tenía un nombre extraño. Nuto hablaba poco y sonreía. Nunca se había casado y en sus tardíos años coleccionaba piedras, que la hermana – quien vívia en su casa desde que enviudó – botaba a escondidas apenas podía. Pero él olvidaba y sonreía. “Ayer llegó con aquello” dijo la hermana Lina, y me mostraba una piedra anónima y pesada en una esquina de la cocina campesina. “Las trae cada día: está fuera por horas, en el bosque, y trae piedras… y son bastante voluminosas.”

Desde que me retiré del trabajo la vida ha sido muy distinta de cómo la imaginaba. No es que la haya imaginado tanto, salvo para quejarme por la dificultad práctica de lograr pensionarme (que sólo es un modo de decir, considerando los montos). En cambio después, me encontré repentina e inexorablemente fuera del circuito del trabajo: las cosas, como siempre, pasan de improviso. ¿El aire acondicionado ya no funciona? Y pensar que hace un instante funcionaba perfecto. ¿Alguien murió? Y pensar que lo ví ayer y estaba tan bien.

Cuando hace treinta años mi padre se retiró de la oficina de la familia, recuerdo que después no quiso poner un pie en la oficina y me dijo que más bien le diera una pequeña participación cada vez que se hiciera un buen negocio, aunque fuese por el gusto de participar. Recuerdo la frase, el sonido de su voz, dónde y cómo estaba sentado al hablarme. Trabajaba en el escritorio y se colocaba su delantal blanco encima de todo. Eso de ser químico, con el cuello inmaculado como en una propaganda de detergente, también porque hacía unos cuarenta años que no trabajaba “adentro”, en el laboratorio. Lo usaba como un uniforme, como una chaqueta larga que mostraba sus grados casi militares. El delantal era parte de su personaje con dos títulos (si hubiese podido habría vestido dos delantales, uno sobre el otro). Títulos cuadrados, ingeniero y después químico. Por lo tanto, cada cosa en su lugar, siempre y en todo. Incluso a Dios: lo había circunscrito filosóficamente a Su correspondiente celdilla, reverentemente estructurada para El. Era un buen hombre mi padre.

Siempre he tenido una debilidad por las piedras, por los minerales. Estas esculturas antiguas ya terminadas, que ya donde están se pueden admirar hasta el infinito, así como buscar y encontrar cosas hermosas y libres, sólo porque decidimos que son hermosas. Los niños lo han sabido siempre y también yo ahora lo redescubro, sobre la playa, sobre la grava. Ahora lo hago por mí mismo, aún más, lo vuelvo a hacer porque ya lo hacía cuando pequeño. Pero lo hago como quien lo está haciendo por su nietecita. Así, vago extasiado por varias medias horas, embriagado por el lujo de poder usar los días feriados, estupendos y veraniegos. Siento un vínculo con la piedra, un paseo sabio, ancestral, voy y no pienso. Miro y no busco. Me inclino, reviso, descarto, devuelvo, decido. Recolectar un botín para el canastillo con gesto antiguo de cazador, de agricultor, desde antiguo un artista troglodita.

Recostado al sol miro la grava cercana y busco lo otro, el más allá, y lo encuentro. La piedra esconde otra piedra, el color revela distancias, en la forma se encierra un rostro, una bestia, una mancha de mi propio mapa del mundo. Y más adentro se producen esas piedrecillas recogidas, quizás removidas desde otros lugares, uniformes y corteses. Busco las piedras blancas, aquellas brillantes; algunas tienen brillantez interior, otras el blanco del blanco y resplandecen al sol marino, materno.

Detestaba el colegio.
Amaba la arena.

Ahora reencuentro la libertad perdida a los seis años. La vida dedicada a rendirle cuenta a los otros sobre mis actos, errores o aciertos.

Aquella vida ha terminado.
Estoy libre.

Casi como el niño que un día dejé suspendido en calle Ruffini entrando a primero básico.

El viejo se vuelve niño. No es banalidad.
Es absoluta
bellísima
necesidad.
Porque el viejo es un niño.
Feo
y sabio.

° ° °

Al bambino di Via Ruffini

Nuto aveva un nome strano. Nuto parlava poco e sorrideva. Non si era mai sposato e nei suoi tardi anni collezionava sassi, che la sorella – che viveva in casa di lui da quando vedova – gettava via di nascosto appena poteva. Ma lui scordava e sorrideva. "Ieri e' arrivato con quello" disse la sorella Lina, e mi mostrava una pietra anonima e pesante in un angolo del tinello contadino. "Ne porta ogni giorno: sta fuori delle ore, nei boschi e porta sassi.. e sono anche ingombranti".

Da quando mi sono ritirato dal lavoro la vita è più diversa da come l'avrei pensata. Non che l'avessi molto pensata, tranne che per lagnarmi sulla difficoltà pratica di riuscire ad andare in pensione (che è solo un modo di dire viste le cifre). Poi invece improvvisamente mi trovai inesorabilmente fuori dal circuito del lavoro: le cose capitano come sempre improvvise.

L'aria condizionata non va più? E pensare che andava così bene un attimo prima. Tizio muore? E pensare che l'avevo visto ieri e stava benissimo.

Quando trent'anni fa mio padre si ritirò dall'ufficio di famiglia, ricordo che non volle più mettere piede nella officina e mi disse di dargli semmai un piccolo "gettone" ogni volta che si facesse qualche buon affare, tanto per il gusto di partecipare. Me ne ricordo la frase, il suono della voce, dove e come stava seduto nel parlarmi. Lavorava alla scrivania e si infilava sopra a tutto il suo camice bianco. Quello da chimico, col bavero da giacca, immacolato come una reclame di detersivo, anche perché non ci lavorava dentro, che da quarant'anni non faceva più laboratorio. Lo indossava come una uniforme, come una giacca lunga che mostrasse i suoi gradi quasi militari. Il camice era parte del suo personaggio a due lauree, che se avesse potuto ne avrebbe indossati due uno sopra l'altro. Lauree quadrate, chimico e ingegnere. Ogni cosa a suo posto, sempre e in tutto. Anche Dio: l'aveva filosoficamente incorniciato nella opportuna casella, per Lui riverentemente strutturata. Ma era un brav'uomo mio padre.

Ho sempre avuto un debole per i sassi, per i minerali. Queste antiche sculture già pronte, che dove stanno si può guardarne all'infinito, cercare e trovare all'infinito, cose bellissime e libere, perché decidiamo noi quelle che sono bellissime. I bambini l'han sempre saputo e anch'io adesso lo riscopro, sulla spiaggia, sulle ghiaie. Ora lo faccio per me, anzi lo rifaccio, perché già lo facevo da piccolo. Ma lo faccio con la faccia di chi lo sta facendo per la sua nipotina. Così vago rapito per delle mezz'ore, inebriato dal lusso di poterlo fare in giorni feriali e stupendi ed estivi.

Ho comunione col sasso, un passeggio saggio, ancestrale, vado e non penso.

Guardo e non cerco. Mi chino, controllo, scarto, ributto, decido.

Carpire per il cestello un bottino con gesto antico di cacciatore, di agricoltore, da antico artista troglodita.
Guardo sdraiato nel sole la ghiaia vicina e cerco dell'altro, dell'oltre, e lo trovo. La pietra nasconde altra pietra, il colore rivela distanze, nella forma racchiudo una faccia, una bestia, una macchia di un mio mappamondo. E più addentro si smuovono quelle pietruzze raccolte, forse rimosse d'altrove, uniformi e cortesi.
Cerco le pietre bianche, quelle smaglianti; alcune hanno dentro brillanze, altre il bianco di bianco e risplendono del sole marino, materno.

Detestavo la scuola.
Amavo la sabbia.

Ora ritrovo la libertà perduta ai sei anni. La vita passata a rendere conto agli altri dei fatti miei, dei misfatti o dei ben fatti miei.

Quella vita è finita.
Sono libero.

Quasi come il bambino che ho lasciato sospeso un giorno in Via Ruffini entrando nella mia prima elementare.

Il vecchio ritorna bambino. Non è banalità.
E' assoluta
bellissima
necessità.
Perché il vecchio è un bambino.
Brutto
e saggio.


19 settembre 2011

Censimento

Mi è arrivato il plico del Censimento. Chi ha ricevuto un plico del Censimento capisce cosa intendo dire. E a chi non è ancora arrivato si ricordi di queste parole. Una volta arrivava la cartolina rosa a noi uomini. Poi quando l'han esteso alle donne – il servizio militare – di cartoline non ne hanno più mandate a nessuno.
Il Censimento è pure un cartolina, anzi un libro, comunque un atto amministrativo col quale lo stato una volta (perfino a Betlemme duemila anni fa) contava chi c'era. Duemila anni dopo lo stato conta duemila cose in più. Vi chiede anche se vi gira la testa, se avete una amante o se vi fate le canne per non dire altro. Alla faccia della recentemente inventata privacy: non confidate nelle recenti invenzioni specialmente se fatte per il nostro bene.. vige e vigerà sempre il cornuti e mazziati.
Non fidarsi dello stato è un dovere morale: né nello stato "molto civile", né in quello di serie B. Di quelli di serie C poi ovviamente nessuno si fida.
Non fidiamoci dunque dello stato rispettabile perché i suoi cittadini ci credono troppo. E non fidiamoci neppure di quello poco rispettabile, perché i suoi cittadini non ci credono affatto. Lo stato è la mostruosa degenerazione della famiglia primordiale. E' il male per combattere il male. Inevitabile come la morte.


17 settembre 2011

Sacrificali

La voce del gabbiano
conferma che la stagione
è finita. I bimbi ora a scuola
intristiti e bianchi di fronte
alla vita. Qui al mare
è tutto normale e questo
strascico d'estate non fa
che rendere ancora
più silenzioso Il silenzio.

Ho parlato di Pablo ieri a cena.

Son preoccupato per il suo
Paradiso, il paradiso
dei nostri cani
dei gatti
degli animali
amati.
Sacrificali.


13 settembre 2011

Dentro. Fuori. Oltre.

Sotto la corteccia, la forma, il sipario che abbiamo, c’è un essere scorticato. Come dal macellaio orrendo e inevitabile, il coniglio.

Facile vedere dunque nudità assolute in noi personaggi.

Sono soltanto pochi i centimetri che ci trattengono
dal finito.

Sopra la stessa corteccia c’è l’assenza che ci accompagna durante la vita. Quando il cuore si ferma senza ragione e sai, succede,
cominciamo a spegnerci, per qualche ultima ora. Capita sempre prima. Di quando avremmo pensato.

Sono soltanto pochi i centimetri che ci trattengono
dal finito.

Ora giriamoci oltre, come i bambini lo ricordate si? Le gambe a compasso pieghi il busto in avanti e a testa in giù guardati indietro.

Ma all’aperto, per vedere il cielo: il tuo gesto è una sfida a te stesso oppure a Dio.

Sono soltanto pochi i centimetri che ci trattengono
dall’infinito.


8 settembre 2011

Quando sarò grande: un paradiso mancato

.... Musetta aveva vent'anni ed io ero bellissimo. Anche lei stupenda. La sorprendevo a osservarmi perduta nel mio profilo mentre in spiaggia sulla sabbia guardavamo il tramonto. I granelli dorati non entravano negli slip.

Il mio fisico venicinquenne e strarompente era scolpito in una abbronzatura greca e la sigaretta di Crown of Mayfair (con ricetta esclusiva per me) inebriava la mia estate ad ogni azzurro tiro. Parlavamo di viaggi e del nostro futuro. Finalmente avrei realizzato quello chalet che io stesso avevo disegnato sulla falsariga di uno di Sinatra. Il sogno, dopo tanti anni, tre, si sarebbe avverato. Facemmo l'amore. Poi saltammo sulla Ferrari scoperta e coi capelli al vento (Musetta adorava scomporsi i capelli) andammo da Norman a sorbirci la fragranza di un Campari lunghissimo. Musetta cantava con un filo di voce una canzone di Joan Baez. Intonai My Way e lei mi baciò accoccolandosi al fianco mentre impostavo un tornante a picco sul mare.

Si accese una Crown e me la pose tra le labbra. Facemmo l'amore. Una pattuglia della polizia ci fermò e mi riconobbe. Tutto finì con degli autografi come al solito. Avevo voglia di dormire e ci fermammo al Palace. Mi svegliai alle sei e facemmo l'amore. Più tardi mi portò un mango long drink. Il sole accendeva raggi nella stanza. Dovevo partire per Papeete a partecipare al film sulla mia vita. Là mi attendeva Linda, e Musetta lo sospettava. Ma mi disse di andare: lei mi avrebbe atteso in quella suite del Palace, anche per anni. La rassicurai e feci mettere via la Ferrari. Facemmo l'amore e partii. La mia felicità era assoluta e continua come in una estasi assurda.... ed ero immortale, come tutte le persone e le cose che amavo. Le altre scomparivano quando si scontravano coi miei sentimenti.


15 agosto 2011

Morte del Jazz

Ormai vecchia diatriba. Su cui però ci si ricapita puntualmente, soprattutto i vecchi. Il titolo era col punto di domanda, poi l'ho tolto.

Il punto fondamentale sta nel definire cosa si intenda per Jazz. Cosa che non intendo fare perché mi son stancato di farlo. Ma, riferendomi al Jazz classico (e anche qui ci sarebbe da discutere ma non lo faccio), ritengo che esso sia – effettivamente – morto. Detto ciò aggiungo: chissenefrega.
Mi spiego.

Rattristarsi sarebbe come portare il lutto perché la musica classica "è morta". O perché in pittura sia morto il futurismo, l'impressionismo, il classico rinascimentale o quant'altro. Quindi, appunto, non è rilevante una detta morte. E' un'etichetta. Perfino quella listata in nero con scritto "morto".

E quindi io sfido: quando un Muti dirige una Sinfonica e fa Beethoven, lui, i professori, le partiture... sono tutta arte morta? Allora W L'Arte morta.

Tutte le grandi correnti artistiche segnano una era, un tempo, e maggiormente (direi anzi esclusivamente) li segnano i personaggi innovatori, cioè quegli artisti che aggiungono. Per inciso, pur innovando, moltissimi non sono dei geni. L'innovazione – in sé – non è genialità.

Ciò che fa Arte con la maiuscola, è per me la potenza di comunicare, con mezzi artistici, una emozione positiva dentro a un altro essere. Tale Arte è strettamente connessa con l'Amore ed in definitiva con il Divino. Detto ciò che penso, è facile derivarne che non mi preoccupano le diatribe sull'arte "valida", sul "non è arte" o sul "ma è già stato detto".

E per me i critici per esempio, non dovrebbero esistere. O come minimo dovrebbero esimersi dal criticare negativamente. Io sono libero di dire quanto sopra, perché grazie a Dio sono e resto fuori mercato, lobbies, partiti e parrocchie. E' una libera scelta, certo, una scelta che non paga.

Così, mi capita di innalzare ad Arte, Guernica (bella forza?). Ma anche Josè Feliciano. Mi si innalzano Bechet ma pure Pee Wee Russel. E non il Free. Sinatra e non Bubblè (che "canta" meglio). Louis Armstrong e non Jabbo Smith (che "suona" meglio). E quando Franchini scrisse che Bix suonava malino gli avrei strappato il cuore.

Rudyard Kipling diceva che l'artista deve trasmettere l'ispirazione che riceve dalla sua Musa. E che le proprie opinioni sono la cosa da cui più egli si debba guardare. Petrucciani sosteneva che lo studio per forgiarsi uno stile è per l'artista deleterio.

Io concludo sinceramente: anche Invernizzi fa arte.


9 agosto 2011

Ricordo di un ricordo

Quando sedevo, come ora, qui a guardar prato e sole ed il profumo d'erba e di vacche era quello di adesso, io sognavo. Sognavo adolescente il giorno presto in cui mai potessi possedere una – parva sed apta mihi – Abarth 850 TC bianca. Della quale conoscevo, studiati, ogni dettaglio.

Una volta Ottaviano mi aveva portato sul sedile di dietro (davanti, lui più grande, aveva la morosa) a fare un breve giro dentro a Saronno, lento e pacato. Ma bellissimo, e lo sognai per anni. Oggi, ora, qui ancora, ricordo quel ricordo. Dev'essere il profumo dell'erba, a vincere il tempo. Ora i miei sogni pensionati, sono troppo cambiati.

E in fondo quella mai avuta Abarth ancora io la vorrei.


4 agosto 2011

Direzioni e tensioni

“Ho fatto quel che dovevo, quel che potevo. Sono a posto con me stesso: andiamo avanti.” Questo penso dopo aver risolto un problema, esattamente con lo spirito del giocatore di scacchi che, dopo aver meditato, infine muove. Così come nella partita ogni mossa è importante, ma fino a quella perdente o vincente nessuna è definitiva, simile è l’importanza di ogni nostra mossa nella vita. La scelta porta a un’azione ed è decisiva: con ogni mossa noi forgiamo ogni volta il valore della nostra esistenza, definiamo lo spessore del nostro operato, la sapienza e l’intelligenza della nostra persona. Ed è impossibile, come quando si percorre un labirinto, non sbagliare qua e là ma poi, come nelle gare di tiro a segno, vince chi fa meno errori: fa bene quindi, chi sbaglia meno.
Così ti si vanno ponendo dei problemi, facili e difficili ma anche medi, che sono la maggioranza. Tu devi analizzarli, risolverli ed agire. Ma non sono purtroppo problemi matematici, che nella loro difficile maneggiabilità sono in realtà facilissimi, se solo si conosce “il trucco”, insomma se si sa la matematica. No, non è così semplice trarre il dado. Perché non esiste la soluzione: esistono delle soluzioni.
Scegli l’una ma… e se invece?

L’importante allora diventa schierarsi. Sono le pulsioni che contano, è tendere verso qualcosa. Verso una direzione, l’ago di una bussola, premere, dirigersi, spingersi, ispirarsi, anelare, indicare, andare: ricordo quella scultura di una santa, a Roma, in una catacomba, che muore con la mano socchiusa e le dita che segnano il numero tre. Il segno di una fede, della sua fede, della mia fede, della Trinità Cristiana. Splendido.
No, non è facile vivere, vivere con decenza, ma fondamentale è avere teso al meglio. Ed è su questo che verremo giudicati, non ho alcun dubbio, perché lo so.
Non facile allevare un bambino, ma facciamo del nostro meglio, anche con evasioni, pecche, errori evitabili, errori inevitabili, purché cercando – anche magari senza farcela – di farcela.
Sostengo il grande primato del cuore sull’intelletto. Il cuore: ciò che rimane oltre il tempo. Non altro. L’altro si frantuma friabile sotto il morso degli anni, dei millenni e della cappa dura delle ere, come un povero dinosauro. E anche lui aveva un cuore.


2 agosto 2011

Giornalisti

La Camera ha votato per una professione giornalistica con laurea obbligatoria.

Salvatore Quasimodo era ragioniere (e pure altri grandi non avevano laurea). Non avrebbe dunque avuto neppure la possibilità di tenere una rubrica letteraria su un giornale.

Questo, secondo i nostri emeriti (e spesso non laureati) deputati. Bravi: avanti così.


24 luglio 2011

Michael Petrucciani

Quella sera al tuo concerto a Milano mi emozionò tanto la tua musica, come quando ascoltai anni prima Louis Armstrong, ed anni dopo, Feliciano. In mezzo ci fu Ray Charles. Così m'emoziona l'ascoltare – e purtroppo non dal vivo – Vivaldi, Albinoni e Benedetto Marcello, Bix, Teagarden e poi Bechet. Oppure – e chissà possa essere dal vivo – Aretha o la splendida Streisand.

I grandi, per intenderci, della pelle d'oca e del magone: nessun altro, se non colpisce al cuore.

Michel: vederti negli spezzoni del documentario sulla tua vita ed intristire di gioia. Vederti parlare, vedere sul labbro le parole della tua intelligenza e spensierata ironia, sentirti inchinare pagliaccesco, saperti improbabile e certo rivelatore di donne, ascoltarti muovere, odorare le note che martellavi sul piano giuste come il destino, il tuo viso teso in comunione col cielo del teatro. La tua storia è un sinfonico costellarsi di perché. Un aulico abbarbicarsi a marginali estremi pensamenti. Un Salmagundi di lacrime e di gioiose risa.

Tu, grandissimo uomo.


14 luglio 2011

Polpi e polipetti all'Isola d'Elba nel 1952

Che tempi e luoghi belli! Gli anni cinquanta del secolo scorso, dopoguerra felice, da poco e di poco. In fondo si aveva smesso di morire.

All'isola d'Elba avevano appena portato l'elettricità. Le strade erano tutte sterrate. Di auto nell'isola ce ne saranno state cento.

A Portoferraio un uomo ossuto e bruciato dal sole e dal sale, aveva il suo triciclo nella piazzetta e noi facevamo la coda per il nostro turno di polpetto bollito in acqua di mare.

Squisito, specialmente appena sbarcati dalle nebbie del nord e con un inverno nelle ossa. I prezzi erano generosi e pure i pezzi, che erano rosati; lui li infilava sulla forchetta, tu pagavi una moneta e ti allungava la forchetta col boccone arpionato dal pentolone fumante.

La forchetta era comunitaria. Lui ci infilava un nuovo pezzo ed il prossimo in coda nella fila se lo mangiava. Ma era una vera leccornia, ve lo assicuro.

Che bello allora vivere. Senza la norma. Senza le ASL. Senza la Unione Europea.

Eravamo tutti felici.


Un testimone lungo 150 anni

Sei generazioni; 150 anni. … e li ho toccati fisicamente.

Si, con le mani, le braccia, il viso. Parlandoci.

Abbracciai infatti la mia bisnonna di novant’anni, Cesarina (vi immaginate oggi, il nome? D’accordo che in giro c’è perfino una Cesara, ma è l’eccezione.. e a proposito, io avevo una pro-zia di nome Giuseppa). Era il 1952 quando abbracciai la Cesarina chiamandola “Nonna Cesarina” e non “bisnonna” (così come a militare chiamavamo un “sottotenente” tenente). Io avevo sei anni; lei aveva la erre francese. Era nata con la unità d’Italia: un pezzo di storia in cui allora coralmente si credeva. Oggi ho – invece – pastrugnato la mia nipotina di un anno e tre mesi di nome Celeste (voce del verbo pastrugnare, cioè tirarle la coda, impastarle le guance, strizzarle le trippe per farla ridere, poi baci e complimenti, roba che se oggi ti vede un magistrato ti mette dentro per pedofilia).

Tra l’abbraccio vetusto ed il pastrugno c’è un secolo e mezzo e ci sono sei generazioni di persone, e non astratte:

Eccole, concrete:

1) “La” Cesarina, nata nel 1861. Una nuova era per lei: L’Italia!

2) “La” Valeria (sua figlia e mia nonna , appunto “la” – lombarda – Nonna Valeria): … la rivoluzione industriale, le fabbriche, la ricchezza (per chi ce l’aveva), l’inizio del cambio dei costumi.

3) Mio Padre, Cino: .. dalle belle speranze, visse gli anni folli del Charleston..che però in Italia coincidevano più che altro col Ventennio di Mussolini, a cui tutti – per un quindicennio – avevano creduto (tranne credo una trentina di persone). Poi la guerra atroce e assurda.

4) Me (io). Generazione del “dopoguerra”, (Seconda Guerra Mondiale), vissuto brevemente nel Boom economico e nella Dolce Vita (?) dei primi “Favolosi anni sessanta”, quindi sfiorato dal “Sessantotto” con la Sorbonne, contestazioni, alienazioni e quanto d’altro. Inizio della caduta libera degli ideali.

5) Mio figlio Robin e mia figlia Daisy (astenendomi dal coinvolgerli): .. figli in un’era vuota, generazioni senza idee ne ideali consistenti, il nulla dei giochi elettronici, senza futuro.

6) le mie nipotine Giulia e Celeste; ancora innocenti ma con davanti il rischio del vuoto o peggio, a cui mi opporrò sempre e finché potrò.

… …

Ora ho qui
ben tattile
la sensazione di queste mani vive,
che ho stretto,
e che in girotondo
chiudono questi nostri
centocinquant’anni.

Ciò m’ impressiona.

Ma vorrà pur bene dire qualcosa!?

26 giugno 2011

Giona nella pancia della balena (o era Pinocchio?)

Mio figlio grande al ristorante che beve un bicchiere di vino storce il naso e sbroffando la camicia si infila in bocca un dito anzi due e poi guarda nella mano una mosca malconcia viva e ubriaca.
Che schifo. Un po' sì. Cameriere! Cameriere? No. Prevale dell'altro.
Si ride in famiglia lui incluso, ma poi si muove. La mosca si muove ancora.
Gli dico passala alla mamma. La mamma d'intesa con me la guarda e chiedo "è viva?" Lei sì, un po' malconcia. E la mette per terra in un angolo. E continuiamo a cenare. Gli chiedo vuoi cambiare il vino? Ci pensa e bofonchia no!, io confermo la giusta scelta. Intanto.. non fa niente.
Più' tardi chiedo della mosca e mia moglie dice che è lì e si muove ma è ubriaca. Verrà schiacciata, anche se si riprenderà.

Dico prendila leggera mettimela in pugno che la porto fuori. Lo fa e mentre esco mi raccomanda di metterla nell'erba.


15 giugno 2011

in Google digitare: capolinea youtube jazz


09 giugno 2011

E-mail del mattino*

Solo le vie del cielo
sono aperte
non come tutti i numeri
di quei telefoni che stanno soli
silenti nelle mattine perdute.
Oggi da una email so
che sei partito, molto partito.
Ora io ti parlo
libero e ti dico
le cose che non ci siamo detti
quando forse parlammo.

Ma non sono parole.

Ed anche a te, sì a te
io non vorrei
attendere un allora a confidarti
quanto ti sia nel fondo
amico

Milano, 26 Agosto 2003

E-mail de la mañana

Solo los caminos del cielo
están abiertos
no como los números
de esos teléfonos que están solos
silenciosos en las mañanas perdidas.
Hoy por un e-mail sé
que has partido, sin vuelta.
Ahora te hablo
y libre te digo
las cosas que no nos dijimos
cuando quizás hablamos.

Pero no son palabras.

Y también a tí, sí a tí
no quisiera
esperar un entonces
para confidenciarte cuanto, en el fondo, sea yo tu
amigo

Milán, 26 de Agosto de 2003

(*) Poema creado por Duccio Castelli a la muerte de su amigo y músico de jazz, Lorenzo Martínez. Traducido por Juan Cristián Amenabar F.

08 giugno 2011

RaiTv d'antan

“Riverboat Stompers”: Paolo Gaiotti, Duccio Castelli, Alfredo Ferrario, Nanna Freddi, Carlo Marchesi, Paolo Cagnoni, Achille Legnazzi...


05 giugno 2011

I cervelloni del Club Internazionale

Sapevo, ma mi à stato riconfermato dal telegiornale, che esiste questo circolo dei supercervelli. In se niente di male per me, anche se col politically correct che impera mi stupisce che non sia ancora vietato.
La Presidenta italiana viene intervistata e le si dice "la ascoltiamo male...", al che risponde "allora dovrò parlare più forte". Non male come partenza.
Seguita da scuse e giuramenti che loro son normali e che vogliono bene ai loro bambini.
Scherzi a parte, il problema dello I.Q. sta nel metro. E' un test tutto teso a misurare le proprie capacità, che però consistono essenzialmente in una specie di forza muscolare applicata al cervello. Quanto so calcolare al minuto, quanto risolvo un quiz da rivista enigmistica, quanto memorizzo al secondo, insomma quanto quanto quanto. Manca solo, per i soci maschi, che pongano anche la famosa lunghezza del membro.
Pardòn.


03 giugno 2011

Tutti siamo uno

Tutti siam'uno.

Così anche per me
si espresse
Iddio.

Io corro.

Per autostrade lontane tra le due Americhe e tuttavia rivedo le luci delle case arancioni e calde che sfuggono di sera da un finestrino bagnato di fiato d'inverno scuro sul treno della Nord, del Nord di quelle "Ferrovie Nord Milano".

Ora (ed allora)
io vedo in ciascuna di quelle finestre
vite compiute, vite di altri che avrei volute mie per viverle, o almeno per scrutarne. Ma subito ne sento anche il dolore.

Ho visto oggi due ragazze
stringersi insieme a New York
dentro alla pietra in un museo.
Venivano da Pompei,
dal settantanove dopo Cristo. Tenerezza.
Poi ho visto di sera
il milione di gente chiusa
nella nebulosa Manhattan.
Senza tenerezza. E forse sbaglio.

L'errore è il mio pastore
e poi rimorde.

Come è sottile la decenza di vivere
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