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Il dialetto della vita - Il sogno, la vita, la bellezza

Pasquale Montalto è autore de Il dialetto della vita, Domenico Tucci è autore de Il sogno la vita la bellezza; insieme costituiscono un volume unitario con l’architettura seguente. Ciascuna raccolta è intesa idealmente divisa in due sezioni, quelle del Tucci (T1 e T2) si comportano come due stipiti (o due parentesi) all’interno dei quali stanno le due altre sezioni del Montalto (M1 e M2), costituendo due parti senza ulteriori sopratitoli (Prima parte: T1 - Il sogno la vita, M1 - Voci dialettali; Seconda parte: M2 - Il dialetto della vita, T2 - La bellezza).

In copertina illustrazione di Alice Pinto. In bandella nota critica di Francesco Fusca che, richiamando Italo Calvino il quale diceva che “Lo Scrittore è un Menestrello un Funambolo un Istrione uno Sciamano…” eleva il valore della scrittura come vita ed emozione, ed i nostri due poeti si incamminano sulla strada dell’Arte Esistenziale la cui Parola conduce alla Bellezza.

Il libro è arricchito da altre voci, tra cui, quella di David Pascal Andrew Montalto (Mumbay- India) presente in esergo con componimento giovanile Parole vuote e con una sua traduzione nel testo, e quella di Maria Cristian (Romania) con una traduzione, oltre che da personaggi legati alla Psicoterapia (Bruno Bonvecchi, Ombretta Ciapini). Altresì da una ventina di illustrazioni all’interno di Alice Pinto (moglie di Montalto) e di Giulio Tucci (figlio di Domenico). Con ciò dimostrando, credo, armonia familiare e amicizia solidale, unità di intenti e poetica in particolare, come sarà confermato più avanti, incontrando sigle come IPAE (Istituto Psicoterapia Analitica Esistenziale), o come MPE (Movimento Poesia Esistenziale) fondato da Montalto, SUR (Sophia University of Rome) fondata da Antonio Mercurio, Cosmo Art per la Bellezza e altri progetti similari.

Tucci dedica l’opera a Caterina compagna della sua vita, a Giulio e Mariarosaria, Andrea e Jessica; mentre Montalto la dedica ad Angelo Foggia scomparso in un incidente stradale (febbraio 2015), a se stesso e ad Antonietta Meringola. Quest’ultima è l’editrice che spiega le ragioni della denominazione della collana Chatila, per non dimenticare la città palestinese (insieme a Sabra) che ha subito “il peggiore dei massacri che la storia dell’umanità possa raccontare” con ciò dedicandola “a tutti coloro che sanno ascoltare la voce del cuore”. Altresì nella presentazione evidenzia come i due poeti “filtrano l’Inquietudine esistenziale per conseguire l’Incanto della Vita, proponendo una poetica di Libertà, di Amore e di Bellezza” definendo questa silloge doppia, originale, pur differenziandosi le due voci, riuscendo in una “ricomposizione unitaria nel suono di una particolare stagione: La Stagione della Vita”.

Pasquale Montalto verga la prefazione a Domenico Tucci (compagno di spalla) definendolo “fedele interprete di una poesia esistenziale” finalizzata alla ricomposizione dell’animo umano poiché oggi la vita ci sottopone a prove che ci distruggono trascinandoci alla deriva del “masochismo e del vittimismo o anche nell’esaltazione irreale e onnipotente di sé.” Spiegando come nel Tucci il conflitto è insito nell’essere umano tra le due sue componenti il femminile e il maschile, solo la consapevolezza ci rende liberi.

Bonifacio Vincenzi nella prefazione a Montalto richiama versi di Octavio Paz sulla complessità dell’uomo affermando che il Montalto “condivide il dialetto della vita con le parole dell’amore”, in un amore presente, e richiamando Edmond Jabès sottolinea come la condivisione riesca a coniugarsi nel continuo delle emozioni.

In chiusura del volume una breve antologia critica e le biografie degli Autori, indicano un percorso di vita che, direi, finalizzato a principi di antroposofia. I due Poeti sono calabresi, psicoterapeuti, Tucci medico (classe 1952), Montalto psicologo (1954), Alice Pinto pittrice (Bombay- India, 1956). Sicuramente ho indugiato sulle premesse, ma sono convinto della validità di quanto esposto nell’idea di incamminarmi su un itinerario artistico letterario formativo. Credo di avere esposto una vetrina, nel desiderio di fare adepti. Possiamo ragionare sul libro nella sua unitarietà, nondimeno a ciascun Poeta dedico un approfondimento a sé, pur con qualche ripetizione.

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Il dialetto della vita e Il sogno la vita la bellezza, rispettivamente di Pasquale Montalto e di Domenico Tucci, costituiscono dichiarazione della propria poetica, loro punto di incontro credo stia nel valore del linguaggio, pur nella loro distinzione. Generalmente i componimenti di Montalto si presentano di lunghezza maggiore nel numero dei versi e nelle sillabe, rispetto a quelli di Tucci; inoltre mi pare che i primi risultino più sorvegliati razionalmente rispetto ai secondi.

Pasquale Montalto sa che la vita è come un palcoscenico e sa che arriva il momento di calare il sipario, su questo teatro la donna-madre interpreta la poesia dell’anima che consiste nel dialetto ritrovato. E poi una promessa d’amore coronata dinanzi ad un altare, fino a diventare più ardimentoso dove la lingua batte su un gelato piccante.

Domenico Tucci sa di essere come un Ulisse che dopo Calipso sa che Itaca lo attende; in una sorta di presa di coscienza ha la consapevolezza di dovere abbandonare il sogno e tornare alla vita reale Il suo linguaggio ha la leggerezza di una farfalla e la delicatezza dell’innocenza nello scoprire l’amore nella pienezza dell’orgasmo.

Il dialetto della vita, di Pasquale Montalto apre con la seguente dichiarazione: “Scrivere, è affidare / al vento innocenza, / avere fiducia in un lampo / (…) // Scrivere, come atto trasgressivo, / che batte i tasti / dell’amore e della pace” (pag. 57), in un confronto con se stessi, secondo una grammatica intima, dialettale. Nel riferimento autobiografico dell’Uomo ’54 Egli invita a smettere di “rovistare / nei motivi dell’amore peregrino”, di non dibattersi poiché il dolore affina i sensi, e può aumentare la sofferenza; come pure nel desiderio di luci e colori si possono fare scelte affrettate. Perciò si porta dentro il suo inferno schermandosi con la sua grammatica affidata alla poesia, alla verità, certo che essa rappresenti per lui bellezza, serenità e affabilità.

Procede con le idee in bozzolo genuine, non sofisticate, vengono espresse secondo il “dialetto della vita”. Il verseggiare mi sembra prosastico fino all’andamento della narrazione come, per es. nel componimento ‘Questioni di grammatica dialettale’. Egli non cede il passo a visioni fantastiche o idilliache, generalmente, il verso mi sembra sorvegliato dal ragionamento, sovrastato da un senso di inquietudine; ma uno spiraglio gli fa dire: “Piccolo bambino, nell’animo, / con amore tocco le tue ferite / (…) // Vieni – piccolo bambino / aggrappati alla mia mano // Abbandona la tua rabbia / nel perdono è il lievito del risveglio” (77).

Ha una visione complessa tra il bene e il male, tra lo sporco segnalato dalla presenza delle zanzare e la bellezza segnalata dal profumo delle essenze officinali. Alle mamme dedica la poesia scritta per Ada Merini “coraggio, evaderemo insieme, / nel mondo del diritto sociale” in un mondo come il nostro devastato da ingiustizie.

Nell’eponima, Il dialetto della vita, Pasquale Montalto asserisce “La parola / - vera, bella, libera, giusta, / nel dialetto cerca il suo valore, / e nuove vie apre, / la lingua umanizza, / con l’alfabeto batticuore, / in ascolto della natura.” (pag. 91), è come l’unione tra uomo e donna. Il Poeta denuncia i detrattori dei costumi e della giustizia, gli adulatori che “occupano la scena”. La sua poesia vuole risvegliare le coscienze, riscattare le emozioni; riscrivere una storia con l’alfabeto di “mano gentile d’uomo / al fragile ciliegio, / rimbocca le asciutte radici / con fertile terriccio” (95), parlare così di fiori e di primavera, di bei colori e riappropriarsi delle emozioni del cuore, inspirare il profumo dei giardini e comprendere la fragilità umana, la coscienza civile e l’etica della poesia; nutrirsi di Omero, Dante, Shakespeare, Manzoni; tenere il passo con la natura e la realtà.

Montalto nella seconda sezione si presenta più tenero, etereo, elegiaco e romantico. Qui avvertiamo ancora di più il fruscio del vento modularsi come in un flauto, l’età giovanile, le parole che parlano la lingua dell’amore, la vita che sorride nel suo splendore e il cuore che batte al ritmo dei turbamenti. Il vento carezzevole dello zefiro o tormentoso. Si interroga se può vivere costruendosi un’arte, ben sapendo di avere la risposta nel dialetto ritrovato, in quegli anni cinquanta ad Acri [città natale]. Nostalgia e cupezza insieme: “totalmente esposto / a lungo ho bussato / alla porta del tuo cuore, / per infine accorgermi / che deserta rimaneva la casa.” (109).

Il sogno la vita la bellezza, di Domenico Tucci, mi sembra invocare una indistinta musa, che sia la coscienza del suo Sé o che sia una donna che lo infiammi ancora incamminandosi insieme. Riflette sulla propria interiorità mettendo in relazione il proprio Sé con la propria Anima come se fossero due entità autonome dell’Io, confluenti tutti nel Cuore. Ed il Poeta si pone, a sua volta, in relazione, come un osservatore richiedente soccorso.

Da tanto astrattismo passiamo a una dimensione più umana in cui si intensifica il lirismo: “Mi manchi, / mi manchi tanto, / vorrei dirti che / sei anche mia, / mentre guardo l’abisso / dei tuoi occhi / e mi perdo in tanta voluttà.” (pag. 39, Nostalgia) e qui si effonde nel decantare la bellezza della donna che identifica nella natura. Nel contempo, in una sorta di fusione, immagina di vedersi in un tutt’uno: lui-lei, direi nella primordiale cellula maschio-femmina, in una reciproca dichiarazione d’amore in cui la parte femminile diventa il discrimine della natura umana, mentre lui continua a dibattersi e a confortarsi convinto di stare nei pensieri di lei. Come un novello Ulisse sa di dovere fare rotta verso casa, di dovere abbandonare il sogno e tornare alla vita reale.

Domenico Tucci sembra che identifichi la bellezza nelle parole d’amore, in un bacio. La stagione dell’amore è quella che non sazia mai, in cui perfino il vento odora richiamando i sensi, nell’’incanto della vita. La sua invocazione è stata ascoltata, è ritornato il giovane di una volta: “Vent’anni / e la natura / mi ride.” (pag. 140), ma conclude “Il tramonto della vita / appare / ancora lontano, / il presente mi accompagna / come un amico solerte e fedele.”

Le due raccolte, sebbene nel libro si presentano strutturalmente unificate, mi pare che abbiano le loro parti componenti, differenti sia per le modalità espressive, sia nello stile della versificazione. Pertanto più che intendere un percorso unificato, ho inteso visitare due percorsi paralleli, soffermandomi così su ciascuno dei poeti singolarmente. Entrambi giungono alla meta del proprio percorso; credo che entrambi i Poeti sappiano quanto sia bello sognare, e che non debbano perdere il contatto con la realtà. Fulcro espressivo è l’autocoscienza.

Recensione
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