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In viaggio

Stanislao Donadio e Pasquale Montalto sono due poeti calabresi degli anni Cinquanta (ovviamente del secolo scorso), autori che uniscono le proprie sillogi in un unico volume che si intitola In Viaggio. Il libro è illustrato dall’Artista Alice Pinto; in particolare la copertina appare suggestiva, suggerendo una chiave di lettura (almeno per sommi capi): in primo piano volto di donna dai begli occhi coperto da mascherina, un tronco d’albero spoglio sorvolato da tre uccelli; e in basso, quattro orologi con lancette posizionate a orari diversi e, rimpicciolita, una donna con treccia vista di schiena, figurina replicata a piena pagina sulla quarta.

Il prefatore ritengo sia un loro corregionale, poiché conclude la nota affermando, con viva partecipazione, che in questa opera ritrova “il profumo forte della nostra terra”. Eugenio Maria Gallo, definisce i due autori, “poeti di spessore”, evidenziando in Stanislao Donadio ansia e “inquietudine vissuta nel profondo” specialmente nel tempo che viviamo (soprattutto per la pandemia); e in Pasquale Montalto evidenzia la “poetica dello scavo” in chiave psicoanalitica con la forza “catartica del sogno” per una natura recuperata. Mutuando il sottotitolo, Poesie di vita e di dolore, direi che Donadio si soffermi sul dolore e Montalto ci offra visioni di luce, serenità e speranza. In ogni caso i due percorsi poetici si incrociano in un unico viaggio, quello dello spirito “dolce e delicato”. Vedremo nello specifico.

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Stanislao Donadio nell’introduzione alla sua silloge, Poesie Dal Calvario (2020) Atto primo… e ultimo, espressamente riferisce della pandemia che ha colpito il nostro Paese e l’intero pianeta, descrivendo lo stato di paura in cui siamo caduti, così l’ansia e l’inquietudine che pervadono tutti quanti in attesa di notizie: “Alle diciotto un nuovo bollettino, morti e dispersi” (p. 33).

Difatti rileviamo che tutti i componimenti e sono manifestamente volti al tema della pandemia della quale si è venuti a conoscenza nel marzo 2020, ma che era sorta già nel 2019, perciò denominata Covid-19. Evidenzio alcune caratteristiche come le denominazioni che iniziano tutte con “Poesie” seguite da relativa specificazione, l’assenza dei segni di interpunzione, tranne qualche punto interrogativo; e soprattutto, il refrain presente ovunque, come per riprodurre una sorta di martellamento o di bombardamento di notizie.

L’incipit è questo: “Per noi, che numeriamo le stagioni / E degli anni ne facciamo conta” per concludere con questi versi: “Stretto l’anello all’anulare stretta / La mano sul labbro di supporto / Rotta la linea che richiudeva il cerchio”. Sono versi che fanno immaginare un dramma sulla linea della vita spezzata, se si pensa che due uccelli si baciano liberamente, mentre noi ne siamo stati impediti; pettirossi, colorati di sangue che simboleggiano il prezzo da pagare al virus. Siamo tutti percorsi da “emozioni di non facile intento”. Visioni di morte che richiamano l’agonia dei cormorani, di qualche decennio fa, prigionieri “nel catrame” a mare. Viene voglia di invocare Dio.

Mi tornano le immagini impresse di persone recluse in casa, attoniti, sgomenti, che assistono la vita scorrere lentamente, mentre Caronte si prende gioco di noi guidando un corteo funebre di camion militari e, mentre le strade sono deserte e le saracinesche dei negozi sono abbassate, sia pure furtivamente, “Le lucciole passeggiano leggere / sui viali degli incesti” (p. 24). Quanto sarebbe bello lasciarsi “contagiare dal sogno e dalle passioni” (p. 27), mentre invece si rinnova dopo due millenni la preghiera nell’orto degli ulivi rivolta al Padre per il dolore dei figli; tuttavia bisogna farsene ragione. Intanto altre attività umane si svolgono come una partita di calcio.

La compassione porta Stanislao Donadio a ricordare l’impegno sociale del poeta calabrese Francesco Tarantino di Mormanno e rivolgendosi ai senzatetto: “Io sto a casa e tu dov’è che stai / Se la tua casa è un marciapiede / (…) / Non c’è nemmeno più consolazione / Di qualche spicciolo lasciato nel Suo nome” (p. 39). Un’amara considerazione salta quando pensiamo che il virus ci ha reso diffidenti e se prima si rifiutava “l’uomo di colore” adesso sospettosi si sta lontani dal proprio dirimpettaio. Costretti all’isolamento e a disertare le feste, pubbliche e private. Costretti al disincanto degli innamorati. “Cambiare non si può il flusso della vita” (p. 57). Considerato nell’insieme possiamo giudicare il libro come la narrazione del virus che ci ha colpiti tenendoci in continua ansia con il martellamento dei comunicati, come scritto sopra, che altri non è se non “tormento”.

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La silloge di Pasquale Montalto si intitola Via del Sole, Poesie dell’Arco; in esergo la dedica in memoria di Luis Sepúlveda (1949-2020) poeta cileno, riportandone un brano per tutte le vittime della pandemia e del quale troviamo altra citazione a pagina 89 in cui si anela l’equo bene. I componimenti del Nostro fanno fede al titolo, sono solari, sia pure adombrati di malinconia e ne rivelano la poetica e il sentimento verso la sua terra, vivendo in simbiosi, un Meridione che “divide il proprio pane sempre a metà!” con la fatica disegnata sulla fronte rugosa degli uomini e delle sue donne. La poesia prende il volo e dall’alto, si tinge di primavera, osserva e partecipa delle attività umane, in un transfert anche delle attese dei figli che non vedono tornare i papà o, più in generale e più espressamente, delle attese per il ritorno dei nostri cari dagli ospedali.

Ammanta di un’aura mitica la sua terra, rievocando la fata Morgana e il mago Merlino, e in stile classicheggiante chiama Cupido pronto a scoccare la freccia e Venere che si ristora sulla riva. Pudico nel descrivere l’anteprima di un amplesso, così, p. es.: “della maglietta / caduta accartocciata, / ultimo pezzo difensivo / prima che il corpo / volteggi nell’amore;” (p. 87). Dalle vette della Sila si ammira la natura della sua amata Calabria; ma “tutto il mondo / è spettatore unico, / di guerre e sofferenze / e del perduto pane.” (p. 79). Montalto si mostra aprico come il sole, innamorato della primavera, della natura e della bellezza; sorretto dal sogno che affonda nella mitologia. Ed eccoci al titolo “ci sono presenze, che ti assediano / e invisibili ti amano a dismisura, / presenze di cui non puoi disfarti, / perché arrivano dall’Oltre, / l’altra sponda oltre l’infinito, / pronte a traghettarti in Via del Sole, / oltre il limite di ogni tuo confine;” (p. 81).

Buona parte della silloge è dedicata espressamente ad artisti come Marc Chagall pittore che guarda dall’alto la città, Edward Munch il cui “urlo si spegne / nell’inferno delle minacce”, al compositore che sta “A riposare, con me disteso / Sul prato dove dorme lo spartito di Shopin” (p. 96, forse si tratta di Chopin). Più apertamente ci conduce al dramma della pandemia che continua a mietere vittime, come la poesia dal titolo “21 marzo 2020” data fatidica che ha lasciato impressa l’immagine di “salme senza corteo / in fila fino al cimitero…” (p. 97), seguono il Black out, la didattica a distanza. Lo stato psicologico determina il bisogno di chiedere aiuto, di rifugiarsi nel sogno, di tornare bambini, così il Poeta invoca (il burattino omonimo di una sua silloge): “Pinocchio, non abbandonarmi, / almeno tu credimi nella tragedia” (p. 103). Gli uomini sono sordi al richiamo della natura violentata, contaminata; ci voleva una ragazzina come Greta per richiamare l’attenzione nel mondo. Il tono si fa più ragionato muovendosi in una sorta di virtuosismo letterario, così rampogna l’uomo stupidoimbecilleiniquo; ma anche con generi versificatori inusuali, per variare il tema, come il Tanka, come l’acrostico che porta a Pasquale e un Tautogramma.

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Poiché il volume In Viaggio è costituito da due sillogi, sorge spontaneo mettere a confronto i due Poeti. Entrambi usano la ripetizione come eco alla pandemia, con la differenza che in Stanislao Donadio, essa è continuamente nominata con l’uso del refrain che ribadisce le sue Poesie Dal Calvario, la narrazione del vissuto di questi tempi. Mentre Pasquale Montalto si presenta più distaccato, con poche anafore, fa richiami dotti, alleggerendo la tensione; nella trasposizione eleva un inno alla natura e all’amore, indicando la Via Del Sole, ma ugualmente tratta temi sociali universali, come l’ecologia e il nostro Meridione sempre più indietro; inoltre verso la chiusura le parole univerbate lunghe danno il senso di allentare ancora di più l’ansia. Con i Nostri abbiamo Poesie di vita e di dolore; con l’uso della prima persona essi familiarizzano con il lettore, rendono testimonianza e speranza, allontanano la paura della morte nella consapevolezza degli eventi. Desidero sperare che non si prendano per pedanteria alcune precisazioni dello scrivente, bensì solo come elementi di constatazione.

Recensione
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