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Siamo uomini innamorati della bellezza e che dialogano in Amicizia

Siamo uomini innamorati della bellezza e che dialogano in Amicizia, è opera scritta a quattro mani da Pasquale Montalto (1954) e Francesco Fusca (1948), entrambi calabresi; due poeti e scrittori che alle spalle hanno una professione che li porta a contatto con una molteplicità di problemi. Entrambi accomunati dalla passione per la comunicazione (logos), convinti che dal dialogo, dal confronto, si migliori il rapporto, sia con sé stessi, sia con la collettività. Due persone di cultura che si sono guadagnate la stima in ogni ambito del loro impegno. Tra le loro molteplici attività, in primis quella di Psicoterapeuta, Sessuologo e Sophianalista, anche fondatore del Movimento della Poesia Esistenziale, riguardo il poeta Montalto, e quella di Direttore didattico prima e di Ispettore ministeriale successivamente, riguardo il poeta Fusca.

E molto altro si potrebbe annoverare nelle rispettive biografie. Il libro è arricchito da disegni a colori di Alice Pinto, autrice pure della copertina (un tavolo con libri e una sedia impagliata vuota, che a posteriori mi lasciano presagire un’amicizia letteraria venuta a mancare). Inoltre alcune fotografie a colori riprodotte rappresentano eventi culturali in cui sono anche ritratti i nostri due poeti; e una foto che ha commosso tutto il mondo riguardante il bimbo siriano di tre anni, Aylan, riverso sulla battigia. Il libro inoltre contiene contributi critici che aiutano la lettura, in apertura di cui si dirà, ed è chiuso dalla lettera di Dante Maffia oltre che dalle note nelle bandelle di Enrico G. Belli che semplifico nella maniera seguente: per il Fusca in “una denuncia amara della condizione fragile dell’esistenza” e per il Montalto in una poetica “dal canto esistenziale e della memoria”.

L’editore, Antonietta Meringola, nella presentazione esprime la convinzione che i libri vadano letti e meditati, specialmente quelli di poesia; nel caso specifico indica nei Nostri l’immensità d’animo e l’amore per le origini, che denotano il senso e la bellezza della vita.

Pierfranco Bruni evidenzia il fulcro della loro poetica, individuandolo nel proprio percorso di vita, parlando in senso didattico con funzione pedagogica, concludendo che “bisogna recuperare l’antropologia dell’umanesimo che è dentro la parola di entrambi”. Per quanto riguarda Montalto, si sofferma sulla funzione della parola (logos), che nella poesia contemporanea, fa leva su tre elementi fondamentali: il linguistico, il fantastico, il metaforico, creando così “la metafisica del tempo e l’archetipo dell’anima”. Mentre nel Fusca individua la poetica nei valori ancestrali (“l’amore, la madre, il paesaggio, il mare”), nell’Io, nel Sé e nell’Altro, veicolati sulla Vita e sulla Morte.

Ed è proprio dall’introduzione di Pasquale Montalto che apprendiamo della morte prematura che ha rapito tre suoi cari amici, fra i quali quella recente dello stesso Francesco Fusca, lasciandogli un grande vuoto, ricordandolo con parole di profondo dolore, “un’amicizia vera e sincera”, e con ammirazione per lo sforzo di perseguire il viatico di realizzare la propria vita come “Opera d’Arte”.

Mi sono soffermato su quanto precede convinto della utilità delle note, e nel rispetto del pensiero altrui, pur non approfondendo adeguatamente. Procederò con le mie riflessioni sulla lettura dei due Autori, cercando di seguirne passo passo le orme per tirarne poi le somme.

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La silloge di Francesco Fusca s’intitola Nascere ad un nuovo paesaggio. È palese che il tema della morte è dominante, nei componimenti l’incipit si ripete in chiusura; abbondante è l’uso dei puntini di sospensione e delle iniziali maiuscole delle parole, salvo qualche variante, come quando al Ti/tac iniziale sostituisce Tac/tic al finale. Ora ricorda l’amico Franco che ha lasciato la vita sulla Statale marina numero 106 (nel 2000) e le numerose vittime “lungo i marciapiedi / e tra gli ulivi…”; ora ricorda i barconi adagiati sulle coste calabre (2001) che simboleggiano le molte vittime di migranti dei nostri tempi. Rivolto a Cataldo Perri ricorda il padre (Giovanni, muratore) emigrato in Argentina, la morte del Nonno (2002). Con un accenno a un noto motivo canoro del “grande prato verde” di Gianni Morandi, afferma “Noi siamo l’Amore / l’Eros, la Vita: / ma, bisogna saperlo !” (2002). “Mi sono innamorato di una pietra! / Ma non lo posso dire: / Se no mi chiamano matto (e già lo sono!): / Però, non lo diciamo…” (pag. 31, nel 2006), il cui motivo ritornerà nel 2011 (a pag. 46). I suoi sonni sono sereni perché pensa “all’Armonia del Cielo e della Terra”, e pensa che il senso della vita stia nel donarsi (2007) ed è ciò che raccomanda al Figlio.

La sua è una strada lastricata di morti e bagnata di lacrime. “Al di là / Della Solitudine del Silenzio / Ci sono cuori che palpitano / Amicizie lontane…” (pag. 39, 2007); pensa alla Lourdes della speranza (2011). Ripropone la poesia di Giuseppe Ungaretti ‘Sono una creatura’ e un brano di Giosuè Carducci a pag. 51 ‘Davanti San Guido’. Dedica ‘Due lacrime’ per la cugina Maria Staltieri (2011), ma anche per altri disgrazie stradali, così è per la madre (Maria Grazia vittima all’età di 58 anni nel 1981), ricordata più volte e per altre persone ricordate; una sorta dello Spoon River di Edgar Lee Masters: Ferdinando, Giuseppe, Nancy, Riccardo Succurro, Viviana Tillo Mario (Nardi e Ambrogio), Antonio Fortuna Clara. “Eros e Thanatos, Pathos.” Credo che stia qui il senso del titolo: vivere e morire, e rinascere altrove. Gli ultimi quattro componimenti di chiusura sono dedicati al bimbo siriano di tre anni, Aylan, trovato riverso sulla costa turca nel settembre 2015.

La silloge di Pasquale Montalto s’intitola Il tempo della libertà e dell’amore. Questa raccolta mi pare lontana dalla precedente poiché il tema prevalente è l’amore, in vari sensi. Così il Poeta rivolto alla sua amata canta: “il tuo cuore col mio respiro, / diventi parte integrante di un corpo, / che in armonia cammina nel sogno dell’amore” (pag. 76, nel 2015), senza per questo trascurare temi sociali ed ecologici, i senzatetto, il rispetto per la natura.

Abbiamo sogni, turbamenti, “siamo persone nate nell’amore / E che ci apparteniamo // E con l’Arte gridano / Il dolore del cuore” (83). Altrove parole auliche e sentimenti profondi danno l’impressione che si tratti di una poesia meditata, a volte anche ricorrendo alla sperimentazione come in ‘Io ho tempo’ in cui non usa il punto fermo, come volesse allungare il tempo senza trattenerlo. Mi piacciono i momenti di divagazione (“una vecchia sveglia a molle”, “una ricca insalata”, “il miagolio di un gatto” nei ‘Silenzi’ di pag. 96) quando rimembra la propria terra, le “bottiglie impolverate d’antico”, la bellezza poetica in un ‘Tramonto silano’ (99)

Troviamo una poesia in versione romena, tradotta da Maria Cristian (Romania); un’altra in versione inglese a cura di David Pascal Andrew Montalto, il figlio, Madrelingua Inglese. “Mio nonno ha offerto conforto / ai miei verdi anni, persi / in una inutile ricerca di senso” (94). Cenni biografici negli affetti verso la madre e una metafora nel ‘Canto dell’amato’ “È il vento del desiderio che smuove le foglie / E non le sciupa – anzi ritornano a giocare / È il canto del fringuello dopo la mezzanotte” (106, nel 2015). E “Io ho paura del vento, / che impietoso spira sul cammino / della mia vita irrequieta” (109). Troviamo un tocco d’arte, fatto con garbo nel raffronto tra le figure femminili nella Primavera di Botticelli e quelle di oggi, con la minigonna fra le “Tante feste illetterate / E con nutrite sbronze”.

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In entrambi i Poeti, i componimenti hanno versificazione libera; mentre nei contenuti, a parte la molteplicità delle narrazioni, sono rintracciabili i dettami della Poesia Esistenziale. I Poeti procedono in una sorta di diario: il Fusca registra i primi quindici anni di questo secolo e il Montalto segna il 2015. Condivido i pensieri sulla morte, sull’amore, sull’autocoscienza finalizzati per ritrovare sé stessi e comprendere anche gli altri. Non so quanto questo giovi, poiché oggi, troppo spesso ci troviamo non in un consesso civile, bensì in un’arena piena di leoni; inoltre mi sembrano scontati i sentimenti affettivi verso la famiglia e verso le persone che vengono a mancare. Generalmente è scontata la pietà umana verso i casi disperati come quello riguardante il bimbo siriano, perché, allora, non ricordare anche il fratellino Galip di cinque anni, anche lui annegato.

Evito di edulcorare le parole. Francesco Fusca credo sia stato abbastanza provato dalla vita; mi pare che usi la strofa inizio-chiusa, come refrain di nascere e morire; la sua rosa si ripresenta “nel bicchiere”, come presagio di morte (che lo rapisce nel giugno 2016). In Pasquale Montalto la rosa si ripresenta sotto vari aspetti, dalla delicatezza di un germoglio alla metafora del contatto fra le mani, quindi come simbolo di Vita.

Recensione
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