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Francis Bacon La visione del futuro

Come un’archeologa in cerca delle tracce degli elementi culturali sepolti di una cultura antica, in Francis Bacon La visione del futuro, Daniela Quieti esplora attentamente e pazientemente i contenuti dei processi costruttivi del pensiero filosofico di Francis Bacon, alla ricerca dei di lui progetti innovativi, rispetto alla condizione di staticità, dovuta ai blocchi che coscientemente o inconsciamente i suoi contemporanei, dogmatici Maitres à penser, ponevano alle menti più fervide.

Siamo ai primordi di una rivoluzione. La rivoluzione scientifica, per l’appunto. Sta nascendo un linguaggio nuovo. Un nuovo vangelo. Una profezia sul progresso futuro dell’umanità. La visione del futuro. Un titolo emblematico che mette in luce l’essenza del pensiero di Francis Bacon. Una sottolineatura che, dalle prime battute, dà al lettore la pregustazione di tutta l’opera. Una rivoluzione del modo di pensare, quella di Francis Bacon, che porterà alla creazione di cose nuove e di assetti futuri impensabili per l’umana esistenza. Si trattò di un rinnovamento del modello di pensiero che si trasformò presto in un agire pratico che annunciava un passaggio epocale – quasi di un’era geologica – per la filogenesi dell’umanità. Come se si trattasse della scoperta del fuoco, della nascita dei riti di sepoltura o dell’avvento dei riti religiosi collettivi.

Che dire, poi, della invenzione del linguaggio simbolico, della creazione della religione della madre terra e dei miti ad essa connessi, della genesi della filosofia, dell’arte, della letteratura e di quant'altro l’umana specie ha creato per sopravvivere a sé stessa? Il merito di Daniela Quieti, autrice del libro col quale Edizioni Tracce inaugura onorevolmente la collana di saggistica, sta proprio in questo: ella ha usato pazientemente la difficile arte dell’ermeneutica – perché è sicuramente una creazione artistica la rivisitazione del pensiero di un autore del livello di Francis Bacon – per scoprire ed esaminare, da esperta interprete, tra le pieghe del linguaggio dell’autore, quel qualcosa che ha fatto da propulsore e lo ha spinto, durante la sua vita, a trovare un’uscita di sicurezza dal labirinto in cui si era ritrovato, novello Teseo, per liberare la civiltà umana dall'inutile tributo di vite da offrire al Minotauro dell’ignoranza.

Siamo messi, al primo approccio, davanti a parole e significati originari, ricomposti dinamicamente coi loro significanti nella grande rete della storia, delle credenze religiose, della politica, della letteratura. La rete di rapporti in cui Francis Bacon si era venuto a trovare nel suo brillante percorso di vita. Daniela Quieti non lo dice – ma la citazione di Benedetto XVI me lo suggerisce – buon per lui, per Francis Bacon, l’essere nato nell’Inghilterra della Chiesa riformata dall’Atto di supremazia di Enrico VIII, diversamente, si sarebbe trovato, forse, a subire le ingiurie di Galileo Galilei o il rogo di Giordano Bruno o le sevizie di Giulio Cesare Vanini, il carmelitano che era passato dal cattolicesimo all’anglicanesimo in sua presenza nella chiesa londinese di Mercial nel 1612.

Il libro della nostra autrice testimonia come la scrittura del Novum Organum e del The Avancement of Learning sia stato un parto difficile. Molti erano quelli che, per partito preso – gli Scolastici, i Neoplatonici, i vescovi, il clero – si opponevano al rinnovamento della filosofia, ma certo non avevano il potere di controllo dell’Inquisizione spagnola, di quella romana o di un Bellarmino, il Preposto generale dei gesuiti a Roma, che mandò al rogo Giordano Bruno.

Il libro, infatti, descrive l’opera politica e filosofica di un uomo che si muove in libertà e che prova ad esercitare in sé stesso il principio primo della libertà, quello purtroppo a cui molti rinunciano: la libertà di pensare i propri pensieri. Sicuro, per il suo elevato ruolo e per il suo altissimo status di Cancelliere della Corona, di non dover correre rischi su questo versante, Francis Bacon si dedica con passione alla scrittura delle sue opere. Bene fa Daniela Quieti a mettere in luce questa consapevolezza del nostro, che caratterizza tutta la sua opera là dove egli, soprattutto nel discorrere del valore dei miti antichi, nel De Sapientia Veterum, in particolare del mito di Pan, attribuisce un valore preminente al pensiero rispetto all’attenzione e alla memoria. (pp. 73-74-94).

Solo dopo 4 secoli – di cui solo poco più di uno di vera ricerca scientifica sui processi cognitivi e sull’intelligenza umana (come attestano le opere di Piaget, di Bruner, di Guilford ecc…) – si è riusciti a capire questa distinzione. Ed è proprio del pensiero creativo, che diverge dall’ortodossia – airesis (eresia) significa infatti pensiero divergente – la competenza ad aprirsi con fede alla visione del futuro. Cosa potevano dire gli scolastici come il Bellarmino o i neoplatonici come quelli di Cambridge, attingendo dal mondo eterno delle idee o dal ragionamento astratto? Nulla di nuovo.

Le vicende che avevano portato alla istituzione della Chiesa d’Inghilterra erano ben note a Francis Bacon, per essere figlio dell’allora Lord Cancelliere di Elisabetta I Sir Nichol Bacon, che aveva dovuto resistere agli attacchi del papato per la destituzione della regina, figlia di Anna Bolena, il cui matrimonio con Enrico VIII era stato dichiarato nullo dalla Chiesa di Roma.

Era dal tempo dell’impero di Augusto che la religione era concepita come un irrinunciabile “instrumentum regni” e la corona inglese era riuscita ad ottenere ciò che i principi di Sassonia non si erano neanche sognato di conseguire, appoggiando la Riforma di Lutero: riprendersi in mano anche “gli affari della Chiesa”.

Era, quindi, solo col favore del re Giacomo I che si poteva provare a sottrarre ai teologi di mestiere il dominio sulla nuova area che si stava allestendo per garantire l’immunità alla libertà di pensiero. Bisognava implementare lo sviluppo della filosofia naturalis, la quale poteva essere sottratta al giogo della Theologia. L’ancilla Theologiae degli Scolastici e l’investigatrice astratta del regno delle nomadi dei neoplatonici, messe a servizio della natura, con l’operazione di sganciamento dalla logica deduttiva a favore di quella induttiva, potevano aprire nuove strade per mettere la conoscenza a servizio della crescita umana. Ciò era accaduto già nel campo dell’Astronomia, nelle applicazioni tecniche delle strategie militari e, soprattutto, delle innovazioni tecniche che erano state alla base della rivoluzione industriale e che avevano reso l’Inghilterra autonoma nella produzione dei beni, che prima dovevano essere importati dall’Europa continentale. Di queste trasformazioni il Lord Cancelliere di sua maestà si era reso benemerito e garante. Suo padre, infatti, era stato scelto da Elisabetta I tra i new entry della Camera dei Lord, scelti tra nuova classe sociale di proprietari terrieri (la "gentry") che si era affermata a detrimento del clero e dell’aristocrazia feudale.

Daniela Quieti mette in evidenza il ruolo di Giacomo I, il sovrano dotto e saggio, nel The Advancement of learning, là dove Francis Bacon prende le distanze dalla teologia, dalla politica e dalla letteratura, accusando soprattutto la teologia di coltivare la “scienza superba del bene e del male che fu la causa della caduta dell’uomo” (pp. 49-50). Nello stesso contesto si riconosce l’utilità alle “arti meccaniche”, le sole in grado di mettere insieme l’ingegno di molti, a confronto delle “arti liberali” per cui “l’ingegno di molti è rimasto succube dell’autorità di un solo autore” (p. 54)

Sicuramente Francis Bacon conosceva le vicende dell’Italia. Ammirava i papi come Pio V e Sisto V, che da “fraticelli inesperti” si erano mostrati uomini di governo di prestigio (p. 49). Conosceva anche le peripezie di Galileo Galilei messo sotto accusa dal S. Uffizio per aver perso l’amico che lo poteva difendere, inviato missionario in Cina per aiutare l’Imperatore nella riforma del calendario. Il riferimento a Machiavelli, poi, ci fa pensare che l’uso dei mezzi al fine poteva essere giustificato solo dal fine della “gloria di Dio” – A M D G (Ad Maiorem Dei Gloriam) era il motto dei gesuiti.

I tempi non erano maturi per rivendicare una totale libertà di pensiero, come fu fatto dall’Illuminismo un secolo più tardi, per questo non si poteva fare a meno di ripartire dalla Teologia naturale per sviluppare la ricerca secondo il metodo induttivo applicato dal rinnovamento della filosofia naturale; ma il concetto di divinità è sicuramente diverso da quello della Scolastica. È di Dio creatore della natura che si occupa la Teologia naturale come scienza: “una scintilla di essa, divina quanto all’argomento e naturale quanto al modo con cui viene appresa” (p. 78). L’autrice fa notare più volte la revisione dei concetti dal The Advancement al De Augmentis, mettendo in evidenza che, siccome il testo latino era destinato ad arrivare sulla scrivania dei papi, Francis Bacon, evitava di mettervi dei contenuti sgraditi alla Chiesa cattolica (p.79). La revisione del testo era fatta per fini squisitamente politici, anche quando si trattava di sacrificare intere formulazioni di ipotesi nuove, che peraltro erano già di dominio pubblico per coloro che leggevano The Advancement. D’altra parte, anche il Regno di Sua Maestà si reggeva per statuto divino, nonostante l’opposizione manifestata dalla Corona inglese al principio del “Cuius regio eius et religio” della Dieta di Augusta del 1555. Altrove, filosofi e matematici come Cartesio, Leibniz, Spinoza ed altri ebbero salva la pelle per gli artifizi delle loro argomentazioni e per la protezione di vari re e regine.

L’autrice del saggio, segue il pellegrinaggio maturativo del nostro che, dopo l’emendazione dell’intelletto (p. 96) afferma la necessità che “la proclamata indipendenza della scienza si fonda sull’abbandono del razionalismo dogmatico” (p. 116). Ed è il battesimo ufficiale del Novum Organun di Francis Bacon, destinato ad andare ben oltre l’Organon di Aristotele.

Un libro, Francis Bacon La visione del futuro di Daniela Quieti, da consigliare per i percorsi formativi dei Licei e delle Università.

Recensione
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