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Il sacro e altro nella poesia di Andrea Zanzotto

Bella, grondante di memorie, e commossa la testimonianza di Maria Luisa Daniele Toffanin, ovvero la storia di un’amicizia “leggera”, nata da un incontro, che la scrittrice dei Selvazzano volle promuovere, del poeta coi suoi studenti di Liceo, e protrattasi poi a mezzo di periodiche visite e conversazioni telefoniche, e ritrovi occasionali a convegni di alta cultura, e scambi di pubblicazioni.

Quanto al discorso critico di Stefano Valentini, ne apprezzo l’equidistanza tra gli osannanti del Zanzotto, e i detrattori. Similmente ne condivido l’onestà nel segnalare, in una con le sicure credenziali artistiche del poeta, la non facile permeabilità del linguaggio. Il petèl (forma espressiva onomatopeica, pregrammaticale della primissima infanzia) verso cui Zanzotto dice di tendere, veicolerà di certo nei bambini sensazioni allo stato puro, ma sarà comprensibile, e godibile, non ai bambini tutti (ognuno ha un proprio “vocabolario”) ma soltanto alle madri (e alle nonne!).

E se è vero che la lingua è una convenzione (ne discussero in tempi remoti gli Analogisti e gli Anomalisti), va ricordato che in fondo il pentagramma – di violino o di basso che ne sia la chiave - , e le sette note sono anch’essi segni convenzionali. Ma se ogni compositore, prescindendo da tali convenzioni, componesse secondo una simbologia risalente alla libera dal proprio subconscio, alla fine ciascuno comporrebbe e suonerebbe per se stesso. Il che è legittimo, ma l’interazione autore-lettore pagherebbe un altissimo prezzo, e non capisco che spazio ci sarebbe per la critica.

Naturalmente non è – il mio – un giudizio su Zanzotto (che conosco poco e mi riprometto di approfondire) ma un concetto che da anni vado esponendo nei miei discorsi sulla poesia, e sull’arte in generale, le volte che mi trovo di fronte a “prodotti” la cui impermeabilità del senso mi proibisce di gustarne l’eventuale sapidità. Per render l’idea con una immagine presa a prestito dalla favolistica, creare dell’arte dal messaggio indecifrabile equivale – nel risultato - al dispetto che in uno scambio di inviti a pranzo si fecero la volpe e la cicogna, servendo – la prima - un delizioso brodino all’amica in piatto largo, e all’amica ancora del brodino servendo a sua volta – la seconda - in una splendida bottiglia di vetro.

Il risultato fu che ciascuna trangugiò il brodino proprio senza poter accedere al “sapore” di quello dell’altra.
Recensione
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