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Maria Luisa Daniele Toffanin è creatura di grande vitalismo. E la sua prodigiosa recettività sensistica e intellettiva ne fa una sorta di parabolica che prende – per così dire – tutte le trasmittenti paesaggistiche e umane che ab aeterno inviano – silenti – i loro messaggi per le vie infinite dell'universo a beneficio di chi sa captarli, interpretarli e tradurli in linguaggio. Così avviene che traversando le contrade della Liguria, tra "calvi picchi" e coste cosparse di rinsecchiti "ossi di seppia", stabilisce – la poetessa – con gli elementi naturali del luogo un rapporto di interazione totale, lontanissimo dal montaliano taedium vitae, tracimante com'è di un bisogno intenso di "divina immersione" nel flusso vitale delle cose. E penso al d'Annunzio di Meriggio.

Così, da siffatta capacità – e volontà – di penetrazione e fusione negli oggetti che le si propongono nell'interessante, suggestivo percorso, derivano le superbe sequenze in versi di cui si sostanzia la silloge data alle stampe lo scorso aprile 2006. E tuttavia il bisogno di simbiosi – non nuovo nella scrittrice di Selvazzano – cui di sopra si accennava, resterebbe inespresso e oscuro, segregato negli inesplorabili abissi del subconscio se, a veicolarlo, non intervenisse un corredo linguistico di alta scuola, costruito e affinato negli anni. La Daniele Toffanin con la parola convive. Sarei tentato di dire che ci parla. Così, sotto la sua regia una serie incommensurabile di sostantivi, di aggettivi e di verbi, taluni di stampo neo-classico, altri della recente modernità, altri ancora freschi di conio, si presta a mediare le più belle, le più ardite, le più originali immagini poetiche. Il tutto in una griglia metrico-stilistica non pedante, non pregiudiziale, che non conflige con risoluzioni strutturali libere, sparse qua e là fra le pagine del gradevole volumetto.

Recensione
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