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Leggo in Il Croco (I quaderni letterari di Pomezia-Notizie) dell'aprile 2009 un excursus critico di Mario Richter sulla produzione in versi di Maria Luisa Daniele Toffanin. L'ex Ordinario di Letteratura francese presso l'Università di Padova, studioso a "largo spettro" di tematiche letterarie, dal '500 al Decadentismo, al Simbolismo, ai carteggi compiutisi all'interno della vulcanica, tutta italiana triade primonovecentesca: Papini-Prezzolini-Soffici, analizzando le sillogi della Toffanin, dalla prima, del 1998, titolata Dell'azzurro ed altro a Fragmenta, ultima - per ora - del 2006, prova a ricavarne, e a definirne, quegli elementi formali e sostanziali, la cui presenza è garante dell'unitarietà, della credibilità artistica, infine dell'identità dei prodotti letterari di ogni tempo.

E partendo dai secondi (che ho detto sostanziali), il Richter ritiene potersi - i medesimi - identificare in una memoria positiva della Toffanin; una memoria - chiarisce l'illustre Critico - che non sta a guardarsi allo specchio autocommiserandosi, che non si volge in lacrimose quanto compiaciute rappresentazioni, ma che si sublima in un inno di gioia, in un possente desiderio di vivere la vita in pienezza. E anche quando è "l'esperienza del dolore" (purtroppo ineludibile dalle umane vicissitudini) a farsi materia del canto, neppure allora lo spirito vitale dell'autrice ne esce più di tanto scalfito. Ne deriva, a sostanziale costante dell'ispirazione, un substrato psicologico forte, donde una volontà propositiva, a testimonianza di un avvenuto superamento del "male di vivere", per troppi decenni del trascorso secolo noia "mortale" dell'anima, con ricaduta sugli stessi esiti artistici che ne sono scaturiti.

L'altro elemento - quello formale - il Richter lo individua nell'approdo consapevole, nei tempi giusti, senza frettolose, impazienti fughe in avanti, a un registro linguistico-espressivo suo proprio "che ha radici antiche e profonde negli strati più eletti della nostra tradizione poetica", tutt'altro che privo di ascendenze novecentesche, che il Critico vede - per fare qualche nome - in Valeri innanzitutto, poi in Cardarelli, Montale e altri ancora che per brevità si tralascia. Un registro dunque maturato attraverso l'approccio a letture feconde, in una col crescere di una personalità formatasi negli anni "nell'ascolto, nel calore degli affetti familiari, nella contemplazione delle segrete liturgie nel grande tempio della realtà naturale".

In definitiva le evidenze che emergono dall'analisi psicologica ed estetica che Mario Richter fa della poesia di Maria Luisa Daniele Toffanin sembrano a me, che pure ho avuto la ventura di imbattermi nelle felici intuizioni poetiche della scrittrice di Selvazzano, pienamente sottoscrivibili, tali da costituire un buon punto di partenza per una sua collocazione nel complesso panorama letterario italiano di questo esordio di 21° secolo.
Recensione
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