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N.O.F.4 Il metro centottantatré

«I savi vedono i contorni e perciò li disegnano. (...)
I pazzi vedono i contorni e perciò li disegnano. William Blake

«Siete stati programmati per mandare un messaggio,
e la creazione di questo messaggio è la vostra arte più grande.
Che cos’è questo messaggio? La vostra vita
Miguel Ruiz

«Medita sui simboli che ti do, loro sono le Chiavi, nascoste
dagli uomini
–Tavole di Thoth, III.

L’oggetto di tanto fare

Ferdinand de Saussure insegna: il significante è la parte fisicamente percettibile del segno linguistico, l'insieme di elementi fonetici e grafici associati a un significato, che a sua volta rappresenta un concetto mentale che rimanda all'oggetto di cui si parla, il referente. Questo è uno dei percorsi ragionevoli per dar senso al mondo. Tuttavia è arduo riuscire a insediarsi fra il significante e il significato dell’opera eccentrica e monumentale di Oreste Fernando Nannetti, auto-ribattezzatosi N.O.F.4, internato ingiustamente nel manicomio giudiziario di Volterra, che per sedici anni ha riempito di graffiti il cortile del padiglione 4, usando le fibbie del panciotto della sua divisa. Ancor più difficile arrivare all’oggetto di tanto fare. Ci ha provato Mariagrazia Carraroli, scrivendo un’opera che si serve di altro, non di semiotica, per viaggiare nel senso. Ma andiamo con ordine.

Perché i prigionieri scrivono sui muri?

Partire da un muro per raggiungere un significato ci può far incontrare, come in questo strano caso, gradi di arbitrarietà talmente insondabili nel percorso di approdo all’oggetto, da farsi tautologia di se stessi. Questo per dire che in processi poetico-figurativi davvero singolari, come lo è quello di Oreste Fernando Nannetti, è necessaria la virgiliana guida di una mente sensibile e di un cuore fermo, per scortarci alla ricerca di significati nascosti più nel gesto che nel segno grafico, di referenti più alieni che terreni.

Sorprende dunque, e colpisce, la storia di vita vera in cui si è così intuitivamente calata Mariagrazia Carraroli nella stesura di N.O.F. 4 Centottantadue metri di follia. Azione teatrale tratta dalla vita vissuta di Nannetti Oreste Fernando (Immagini di Luciano Ricci, ed. Le voci della Luna Poesia, Sasso Marconi 2010, opera vincitrice di InediTO 2009 - Sezione Poesia, Premio Città di Chieri e Colline di Torino). Intanto per la scelta del soggetto: un’azione teatrale che in pochi minuti tende a rischiararne un’altra, quella inscenata da Nannetti per buona parte della sua vita [1]. Proviamo a immaginare. Egli è ritto di fronte al muro, fra l’indifferenza generale, intento a incidere un messaggio nel cortile dei folli, microcosmo del genere umano e della sua sconfinata coscienza sopita. Lui cerca di salvare il salvabile delle sue formule segrete, e forse non gli bastano quei centottantadue metri di follia.

Colpiscono, nell’opera di Carraroli, anche le molteplici allegorie e l’ordine meticoloso impartito dall’autrice all’insieme dalle voci narranti: l’Infermiere, il Coro dei matti e lo stesso N.O.F. 4.

L’autrice mette in luce rapporti semiotici tanto più arbitrari, in quanto narra di un uomo realmente vissuto, che per anni ha graffiato un intonaco senza che nessuno lo costringesse a farlo, e che è rimasto internato, ma solo perché «non ave[va] chi potesse o volesse accoglierlo in famiglia». Su quel muro ha lasciato un diario suddiviso in vere e proprie “pagine” murali, secondo insondabili ordini di importanza. In questo iato, in questa ambiguità, si leggerebbe un macro-gesto poetico. Ma se poesia non fosse? Se si trattasse d’altro? Che cos’è?

Tecnologia: il gesto di N.O.F. 4 come significante.

Il soggetto scelto da Carraroli ci induce pesantemente a riflettere sul gesto di scrittura. Ci impressiona, nell’azione di N.O.F. 4, un ritorno alla “scrittura che toglie”, una scrittura antica affermatasi nei primi secoli d.C. e, già allora, rivoluzionaria. Il nostro scriba infatti non depone parole sul supporto prescelto, bensì gliele sottrae, graffiando l’intonaco col suo inconsueto stilo. Ma diversamente dalla tavoletta di cera, cancellabile e riscrivibile, il Muro di N.O.F. 4 è rimasto tale e quale per noi (sebbene sulla sua conservazione fisica oggi sussistano allarmanti dubbi) [2]. La sua scrittura-che-toglie non è forse altro che un riflesso di ciò che la società gli sta togliendo, e di come egli stesso stia scarnificando il suo sé sull’altare dell’(auto)impedimento ad andare?

Proviamo a immaginare. Egli è un utopista e vive in un mondo che gli estorce poco a poco il suo senso, il suo senno, che lui puntuale riconsegna al muro, giorno dopo giorno, affinché lo renda immortale in attesa dell’occhio di un saggio, che di sicuro un giorno lo saprà decifrare. Lui lavora per noi, anche se non è più dei nostri. Lo dicevano un bravo elettricista, nella vita di prima, ma ora scrive con la fibbia del panciotto. E se anche Nikola Tesla avesse messo le sue straordinarie formule su un muro? L’avrebbero ascoltato? Tant’è: non l’ascoltarono ugualmente. Anch’egli morì povero e dimenticato. «Figlio di N.N., d’una madre che non lo ha mai voluto, (...),» recita il testo di Mariagrazia Carraroli. Il muro di N.O.F. 4 attraverso di lei ci riconsegna la storia di un altro utopista, un altro viaggiatore solitario.

Intanto ci chiediamo, in chiave agostiniana, se quei graffiti siano segni naturali, cioè creati non tanto per significare, quanto per rimandarci ad altri oggetti – e quali? Qui vengono in aiuto le immagini di Luciano Ricci, che documentano l’estenuante elaborato di un codificatore ermetico. Oppure sono segni artificiali, creati per la comunicazione, per essere letti da noi? E fino a che punto possiamo parlare di segni intenzionali? Non scorgiamo sul muro né lance né battaglie, ma c’è, ad esempio, un oggetto discoidale che forse rinvia ad altri mondi. Ognuno decida per sé.

Certo, la nascita della scrittura consente lo sviluppo della cultura, ma a ben riflettere, quale affronto peggiore alla mente, della scrittura? La mente è fatta solo per pensare, recita un vecchio adagio; la mente è fatta per creare realtà, oggi si pensa fra i fisici quantistici. Allora, quale peggiore follia tecnologica – la Scrittura – per porre freni al pensiero, soffocandolo entro simboli grafici? Quanto ci restituisce, la scrittura, dell’essere umano e del mondo sconfinato che interiormente capta, intuisce, conosce, sente, crea e modifica, attraverso la coscienza e l’inconscio?

Non così la linguistica, affascinata dal significante; non così la scuola, la cosiddetta “istruzione delle piccole menti”, di noi bambini che sui banchi abbiamo dovuto imparare a trasformare la cometa in fonema, in simbolo aurale, in morfema, uccidendone l’impatto, l’emozione, i colori, l’odore e il boato, crocifiggendo ciò che ne restava in una sfilza di lettere dell’alfabeto. Ma non “a-t-c-m-o-e”, né “e-o-m-c-t-a”. Bensì: “c-o-m-e-t-a”, per convenzione! Che ne resta, qui, della cometa? E’ forse in questo tipo di azione, che riposa la trasmissione della conoscenza? N.O.F. 4 conosce la risposta che trascende ogni significante e Carraroli fa bene a ricordarcelo: “Anch’io son bello e vengo dallo spazio.” Ma per dirlo basteranno a N.O.F. 4, i suoi centottantaduemetri di follia?

Epistemologia: il gesto di N.O.F. 4 come significato.

N.O.F. 4 compita sul muro la fallacia lineare della scrittura. La folle umana reductio “ad finitum” di ciò che è infinito gli è intimamente familiare, poiché il suo animo la sconta ogni giorno nell’angusto cortile del manicomio. All’inizio egli codifica sul piano di un senso addomesticato, incide parole note e riconoscibili dall’umano disperato convivio dell’ora d’aria. E forse intanto ripete a se stesso un messaggio eclatante al pari del principio di Occam: La scrittura è la nostra follia.

Follia di portare in punta di penna il pensiero infinito, di studiare il volo della farfalla infilzata con lo spillo, di vestire di suoni e forme i pensieri, incatenando analogicamente assunti mentali, credenze e archetipi, la cui reale natura è simultanea, trascendente e deflagrante. Ma forse, N.O.F. 4 questo lo sa. Questo, Carraroli sembra voler raccogliere e trasmettere del suo messaggio quando fa ripetere al Coro: “A saggi e benpensanti lo sberleffo / e ben gli sta. / Sberleffo sberla leffo / leffo là”. Forse è questo, il messaggio.

Ma, col passare degli anni, le cose cambiano e sul Muro compaiono altri segni. Scrive l’autrice: “Lo graffiava usando un linguaggio / via via meno leggibile / giorno dopo giorno più cifrato.” Ecco apparire simboli sempre più criptati, ecco l’allontanamento progressivo di N.O.F. 4 dai referenti degli umani accordi. Spuntano sull’intonaco segni né copiati né inventati, di cui alcuni forse ancora oggi pulsano della stessa forza sotto la polvere, nascostamente vivi come le lettere d’oro della Kabbalah. Simboli da altri mondi, anzi, simboli originali, non dati, mai inculcati, mai trasmessi dall’uomo, ma dalla sua matrice: forse, simboli nuovi.

Dunque, sono bastati a N.O.F. 4 i suoi centottantadue metri di follia per affrancarsi dal velo del Lila? Dove l’ha condotto il suo blasfemo rigetto del referente, un processo inverso che rinnega l’accordo di Adamo, il quale per compiacere il Signore assegnò dei nomi alle cose manifeste? Ma nella matrice del loro essere, le cose non hanno confini (e se per questo, nemmeno sono “cose”). Del resto lo sapeva Milarepa, quando impresse la sua mano di fuoco sulla parete della grotta, lasciando ai fisici quantistici il mistero dell’impronta di pietra. Lo sapeva Francesco, in felice colloquio con gli uccelli, lo sapeva Ildegarda, con le ventitré litterae ignotae da lei stessa create per esprimere l’inesprimibile. E allora, quale stele di Rosetta, e quali misteriosi cartigli nasconde, il Muro di N.O.F. 4? Quali bagliori smeraldini vibrano sotto quegli innocui segni? Quale Pena e quale Perdono legifera questo intonaco, questo nuovo e ben più oscuro codice di Hammurabi, il Codice di Nof?

Oltre il significato: il centottantatreeesimo metro.

Seguendo il percorso scenico abilmente disegnato da Carraroli, noi coinvolti dall’allegoria, in attesa di un dénouement che di certo non arriva, con insistenza ancora ci chiediamo: sono bastati, a N.O.F. 4, i suoi centottantadue metri di follia? Proviamo a immaginare. Forse ci attende una sorpresa.

Gli anni sono trascorsi. N.O.F. 4 è giunto alla fine del muro. L’ultima fibbia è ormai consunta, non resta che qualche centimetro di intonaco da riempire. Lui, lentamente, si volge all’indietro. Urge tagliare i ponti con tutti i referenti. E chi vuole intendere intenda. C’è un ordine in quel muro che gira all’incontrario; tempo, spazio e perfino direzione: tutti i parametri sono sfasati: «E passano le ore senza fretta /nel senso che il nostro giro inverte. /Galeotti antiorari noi, contrari,» recita Carraroli. C’è un senso in quell’ammasso di codici. Un muro che è uno schiaffo. Un muro beffo sberleffo. Un muro che riabilita la scrittura, quando via via la svuota di senso umanamente concordato. Trattasi di centottantadue metri di ragionata follia telepatica, di un codice spaziotempo 182-16 che, se per avventura fosse privo di senso, da solo basterebbe a rovesciare la mente in un oscuro cunicolo di tarlo. E chi vuole intendere intenda. Ha scritto irreprensibilmente quest’uomo, tanto da padroneggiare la scrittura al punto da trascenderla, alla chiusa del metro centottantadue. Ed è per questo, che lì, la scrittura finisce, e lui se ne va.

La mente savia e folle di N.O.F. 4, ben conscia dei confini delle cose, al termine del muro si consegna alla propria innata saggezza, cessando di produrre significato. Alla fine del Muro di Nof non ci aspetta una pignatta d’oro colma di oggetti della coscienza quotidiana, piuttosto solo quanta e fotoni. Quanta e fotoni. Quei referenti di luce e informazione a noi accessibili solo dalla sfera subconscia, dal metro centottantatré e seguenti. Proviamo a immaginare.

Bello sarebbe sollevare il velo e sbirciare al di là, per ritrovare lo sguardo arguto di N.O.F. 4. «È venuto in casa sua e i suoi non l'hanno ricevuto.» (Giovanni 1, 11). Siamo tutti internati volontari, sembra dirci. Forse è questo il messaggio. E’ passato oltre il muro, quest’uomo, oltre il senso del terreno ammaestramento. Finita la scrittura. Finito il cortile. Finito il confine delle cose. Quando il muro finisce, la scrittura finisce, e noi ce ne andiamo.

Chissà per quante miglia quel prezioso muro prosegue nell’etere, dopo il passaggio oltre le dimensioni, che a noi da qui non è dato conoscere, ma solo intuire –almeno finché non ci tocchi follia, o finché la mente salda e visionaria di una donna, penetrante sensitiva, sappia cogliere in una vicenda in apparenza dissennata e squallida, la presenza di un ponte verso l’inconoscibile.

Mariagrazia Carraroli ha scelto un soggetto eccentrico e oscuro, ne ha fatto un testo teatrale che non cerca di risolvere la questione del “senso” da attribuire a ciò che senso tradizionale non ha, spingendoci piuttosto a navigare in un mare di stimoli concettuali, di riverberi immaginifici e di zone d’ombra irrisolte. In questo suo sfuggire al giogo dell’interpretazione sta tutta la forza di questa opera, profondamente capace di viaggiare nel non-senso senza ucciderlo.

31 dicembre 2011

Note

[1] Nannetti Oreste Fernando nacque a Roma nel 1927 ed è morto a Volterra il 24 novembre 1994.

[2] Il graffito dell’Ospedale psichiatrico di Volterra è ormai in totale disfacimento. Le riproduzioni fotografiche dei graffiti, realizzate dal fotografo e regista Pier Nello Manoni su commissione dell'ex infermiere Aldo Trafeli, consapevole dell'importanza dell'opera di Nannetti, sono conservate presso la Collection de L'Art Brut di Losanna, Avenue des Bergières, 11 (Svizzera), che dal 13 maggio al 30 ottobre 2011 ne ha curato una retrospettiva.

Recensione
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