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Probabilmente una scrittura poetica che voglia in qualche modo porsi anche sul versante della indagine del reale, deve fare i conti con una consapevole metodologia che si può cominciare a chiamare provvisoriamente di «nuova verosimiglianza».

Questa ipotesi non preclude né il mondo della storia né quello dell’inconscio purché questo, con un atteggiamento oracolare non lo si voglia far assurgere a ubiquo tiranno e applaudirlo nelle unità del discorso le più irrilevanti, e necessarie solo al meccanismo sintattico.

Dico subito che rispetto alla raccolta di Lucio Zinna Abbandonare Troia, a questa idea se ne aggiunge un’altra.

La ampiezza dei versi, la loro disposizione a significare non negli interstizi ma nella costruzione dell’impianto, sono volte niente affatto verso una direzione di componimento mimetico e collettivo in cui i tratti sistematici possano andare nel grande spazio dove convivono modelli sintagmatici, frammenti tipici, vedute di gruppo e formulazioni del linguaggio comunicativo. Niente insomma lascia tracce di una ideologia o di una pratica per cui la scrittura «nascente» sia una scrittura «passata» (vedi R. Barthes «Il brusio della lingua», Torino 1988, pagg. 125-133) e neanche quando viene condotta avanti una rivisitazione che parte dalle esperienze scolastiche, in vicende che tutti hanno vissuto.

In questo scorrere della memoria così privo di prospettive sublimi i temi della ricerca psicologica sono definiti e padroneggiati: «c’è una Scala Mercalli del vivere con cui | si ristabilisce il gioco delle parti...» è detto nella prima poesia, per cui se si va avanti per terremoti, lungo essi si depone una atmosfera sottile dove non è più solo un colpo a rimanere impresso, né solo un rumore, ma con un sistema di incastri, prende inizio una variegata strumentazione che è anche quella di una educazione a se stessi. Donde la plurivocità del sistema di norme e di scarti, non essendoci una grammatica dentro il tempo, né una continuità salda che garantisca l’univocità delle funzioni esplicative, e ciò indipendentemente dal fatto che un testo abbia o no un fondo. Nella memoria l’ottica cambia fuoco; niente gerarchie di codici né trascrizioni coatte, la lettura può diventare plurale non tramite l’anonimato dell’ineffabile ma per rigorosi spostamenti di tono: «... un riso come un volo. Fa tappa | alla vetrina dei FAVOLOSI SALDI VANITÀ...».

O ancora: «e fu un’oasi l’albergo liberty. | “Nubifragio a Milano” | scrissero i giornali il giorno dopo.»

Si rivela insomma un procedere in cui come dice Raffaele Pellecchia nella presentazione «risultano così bene amalgamate la mobilità della gamma espressiva, la varietà dell’assetto lessicale, la compresenza di stilemi ora mutuati dal parlato ora derivati da una cultissima fonte» e che trova un punto di grande estroversione in «Scartabello degli attimi invenduti». Qui a versi di robusta perizia metrica, alcuni come intessuti di una certa aura montaliana, si oppongono inesorabilmente brani scientifici tratti dalle più sofisticate teorie della linguistica strutturale, tesa nel processo di trasformazioni sintattiche a costruire stemmi per evidenziare nella traslazione, il trasferendo e il traslativo.

Sono congetture ironiche su un reale i cui moti non si vogliono appannare né smorzare, che presiedono a molti di questi testi, come in modo sorprendente, a quello dove la poesia è appaiata alla droga, e che fa conseguire una irrefrenabile sequenza di versi saltellanti e vertiginosamente tesi a stabilire nessi e addentellati tra i due termini.

Che poi nella poesia di Lucio Zinna l’atteggiamento dissacratorio di vecchi schemi liricheggianti sia accompagnato da una tensione verso un impegno umanistico, fa piacere che in mezzo alla deresponsabilizzazione accelerata, anche in insiemi poetici di notevole complessità, certi vincoli non siano espunti.

Recensione
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