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Delle amare attenzioni, delle ilari tensioni nella poesia di Lucio Zinna

È con Sàgana (Crotone, 1976; Firenze, 1978; edizione ampliata Ragusa, 1991) che la produzione letteraria di Lucio Zinna innesta una strategia del comico in figurazioni poetiche. Simili istanze erano presenti in Antimonium 14 (Palermo, 1967) gradevoli prose condotte con parametri surrealisti, disposte a formare–deformare, fondare-defondare squarci amorosi, abbagli e disabbagli, in vistose tracce di pluristilismo.

Ho detto “prose”, per ribadire le differenze con la “poesia”, differenze che attraversano epoche e vicende e che talvolta vedono ridotte le discriminanti. È vero, la classificazione dei generi varia nel tempo e oggi si recepiscono come letterari per esempio molti dialoghi platonici o le enciclopedie medievali, che avevano una diversa finalità. Così, il verso è una convenzione, ma è anche un precipuo procedere mediante articolazioni sintattico–ritmiche; ciò che può essere detto dalla poesia, può essere detto dalla prosa, ma alla prima sono proprie doti di icasticità, di “autoriflessività” non necessario alla seconda; è vero il “Si sta come | d’autunno | sugli alberi | le foglie” non ha rivoluzionato la percezione, ma che differenza con “Stiamo come le foglie d’autunno sugli alberi” (sebbene l’efficacia della comparazione, antichissima, permanga). È vero, le scoperte dell’umanità sono più che lontane da una rima, ma contemporaneamente, a credere che in un anagramma si celi il destino, non c’è che qualche difensore dell’assurdo e del paradosso totalizzante.

In Sàgana dove la prospettiva del comico è attivata in piccola parte, i lunghi e non numerosi testi (la produzione poetica di Zinna è misurata, ad essa vanno aggiunti romanzi, racconti e contributi critici) generano delle significazioni che riguardano lo sperimentabile, il credibile. Sagana è “una zona collinare del palermitano che resiste all’impietosa avanzata del cemento”, il referente è forte come la dinamica delle passioni, e ciò ripropone l’antitesi tra contenuto manifesto e latente, tra testo analizzabile come meditata elaborazione e testo da trattare con le tecniche che l’analista usa per interpretare il sogno. “Urgenza di restare e di partire, focolare | e avventura mi contrastarono sempre. Sempre | cercai di conciliare legni e pareti” è l'inizio nella prima composizione, della seconda strofa strutturata nella continuità delle r che nei primi due versi si coniugano con tutte le vocali.

Ma a tale continuità si contrappongono i verbi, l’intonazione ossimorica e da enjambement, ossimoro negato poi dalla iterazione dell’avverbio e dal terzo verso che rappresenta di nuovo il momento della omogeneità al livello della isotopia fonica in a e in e. E con due vistose metonimie che rendono stratificata la sequenza condotta secondo la semantizzazione polivalente degli spazi.

Ecco il finale de “L’estate del bucaniere”: “Un altro figlio m’è nato. | All’infinito incognito ho strappato | un altro brandello di me”. Anche ora gli elementi fonici e ritmici sono tutt’altro che volti alla autonomia dei significanti. Nell’attesa di una improbabile grammatica dei nessi tra suono e senso, non è con la rarefazione dell’umano, non è con la poetica dell’assenza dalle vicende personali e collettive, non è con lo spezzare le vedute in un moltiplicarsi di sterilità che si muove questo distillato formale. Il mondo non è un frammento e l’autore che pure non teme la parola, ad essa accoppia la pienezza della sintassi nella convinzione che entrambe possano aderire al dettato evitandone la disarticolazione, lo smarrimento. La scrittura non viene tesa a manifestare che il tasso di informazione cresce al decrescere della probabilità semantica: l’urgere è tratto verso una determinatezza evocativa priva di flussi di separatezza, in comunione con le pene alle quali talora è contrapposta la gaiezza dell’incontro con la donna. Anche qui è valido quanto affermato da Alberto M. Moriconi (“Il Mattino”, 29–3–1977): “La poesia di Zinna è forte d’una costante limpidità e stringatezza” e quanto da Elio Giunta, in un fascicolo a cura del Centro Pitré di Palermo (1976); “La dicotomia che affiora tra realtà e verità qui non offre più sbocchi metafisici, ma riporta tra gli oggetti...”.

Con Abbandonare Troia (Forlì, 1986), sono ridotti alcuni squarci aperti al lirismo, al più diretto contatto con il sociale, viene a mancare una certa cantabilità. Non sono escluse la storia, ne le paludi e le palizzate dell’inconscio che non è fatto assurgere a ubiquo tiranno e non è plaudito nelle unità del discorso necessario soltanto alla dispiegazione.

La maggiore ampiezza dei versi, la loro disposizione a significare non negli interstizi ma nella intera costruzione, non sono volte a un componimento mimetico o collettivo in cui i modelli sintagmatici offrano formulazioni del linguaggio comunicativo. Nello scorrere della memoria l’attesa psicologica è padroneggiata: “c’è una scala Mercalli del vivere con cui | si ristabilisce il gioco delle parti...” (prima poesia), per cui se si procede mediante terremoti con essi non è più solo un colpo a rimanere impresso, ma l’insieme di una strumentazione che è anche quella di una educazione a se stessi. Donde la plurivocità delle soluzioni non essendoci una geometria dentro il tempo, ne una salda continuità che garantisca l’univocità. Nella memoria l’ottica cambia fuoco, la lettura può diventare plurale non nell’anonimato dell’ineffabile ma per spostamenti che amalgamano la mobilità degli stilemi, a volte tratti da gamme contrastanti come nell’estroso “Scartabello degli attimi invenduti” dove alla chiara perizia metrica, seguono brani tratti dalle teorie della linguistica strutturale nel costruire stemmi per evidenziare nella traslazione, il trasferendo e il traslativo. Sono congetture giocose che non vogliono appannare né smorzare, a presiedere a molte composizioni, modificando vecchi statuti nel ribaltamento dei sensi, con interrogazioni conflittuali come in “Estate longobarda” le cui lunghe sequenze focalizzano la vacanza. Il comico è nelle interferenze tra i codici, tra gli enunciati, tra gli atlanti, nello scarto dei livelli della rappresentazione, nella distorsione temporale degli accadimenti, nell’accumulo di marche eterogenee, nella valenza ironico–parodica. Ma la correlazione è ampia e ha indicatori di un urbano sarcasmo rivolto a non pochi riti quotidiani, un’amabile ilare tonalità, nella dubbia magia di atti, di numeri che come il quaranta viene caricato di impreviste problematiche circa il tempo di ingessatura delle ossa e dell’anima!

Altrove l’andatura è quella del monologo controllato, dell’autoanalisi, circa taluni rapporti fra il soggetto e il discorrere, lungo una apparente connotazione fiabesca, una apparente metaforicità onirica, come in “A volte qualcuno rimane” (1980):

Di poesia mi reputo un antico drogato

(Iniziai per solitudine a quattordici anni
con spinelli in terzarima a sedici mi bucavo
versisciolti più tardi m’iniettai
quel tanto
Parolibere in esperienze neoformaliste)

Da tempo mi coltivo (solitario) la roba
non soffro crisi d’astinenza evito cauteloso
l’overdose

M’affratello ai clandestini della parola
ai tossicopoesiomani ai liricodipendenti

agli indifesi in più plaghe temuti dal potere
mentalmente perquisiti destinati a campi
di deconcentrazione

È canapa indiana la parola e cresce
in terra di libertà parola trasmutata
risignificata
vena musica fionda era
in principio

sarà anche alla fine

(A volte qualcuno rimane accartocciato
in un angolo accanto a versisiringa a volte
poeti si muore)

Così divisa tra i primi e ultimi otto versi e i cinque centrali che mostrano una delle funzioni a cui sono sottoposti i materiali che ripresi in parte in “Resistenze”, hanno una ben differente stesura:

Imparo ogni giorno a costruirmi questa vita
contro visibili storture sotterranei tentativi
di sopraffazione spesso disancorato cerco
rammento propongo ampliamenti progressivi di umani
spazi ulteriori conquiste di civile dimensione
.

Se le tematiche non hanno rinunciato al vagheggiamento di una sorta di natura naturans, non hanno neanche obliato il “degrado collettivo coscienziale” come affermato in una dichiarazione in “Terra del Fuoco” (n. 15, 1992) dove emerge una resistenza nel quotidiano e sul piano esistenziale, dagli accesi contenuti morali che possono trovare nella rivisitazione storica un luogo di convergenza (notevole il molto dibattuto Come un sogno incredibile. Ipotesi sul caso Nievo, Pisa, 1980; preziosa e suggestiva analisi proponente dubbi e timori sulla scomparsa dello scrittore). L’intertestualità è quindi un sistema moralizzante della raccolta, come aveva opportunamente colto Remo Pagnanelli in “Punto d’incontro” (giugno 1987), quando parlava di “satura” che è “la struttura che ripete e mima meglio di ogni altra, la complessità del reale e della letteratura”.

Altre figurazioni in Bonsai (Palermo, 1989), dedicato “a Elide – madre dei miei figli – al gatto Raffaele a Teresa di Lisieux presenze diversamente vive di una sofferta renaissance” che non prospetta un sacro ridotto a teologia senza dei o a un anti tran tran quotidiano, ma dove è presente la lezione di Rudolf Bultmann (per cui per esempio essendo le formulazioni linguistiche dei testi sacri inadatte alla “cosa” e essendo il mito la forma di questa obiettivazione, l’interpretazione deve procedere lungo demitizzazioni”.

Nella prima parte che a me pare terminare con: “Salvaguardare l’intelligenza | primo scudo stellare”, sono lanciate pensose occhiate verso “II prossimo tuo” i “Pauperes spiritu”, “Saulo” e ancora più in su come in “Preghiera per i liberatori” dal seguente inizio: “Liberaci o Signore | della prepotenza di coloro | che hanno sempre qualcuno | da liberare. | Liberaci da questa loro | anomala schiavitù”.

Mentre l’ultima sezione “Lisieux” propone un cambiamento di ottica col prevalere delle matrici legate all’io nel suo porsi come agente di vicende extraumane, per cui il fare transitivo si integra con altre voci che avanzano in robuste trame.

Avanzano in serie emblematiche tese a costituire eventi al di là dei collegamenti subitanei esplorando sia il costituirsi dinamico della realtà sia parti di essa depositate ma riscoperte in una diversa dicibilità.

È il caso anche di “II lume”:

Torno nei luoghi della consuetudine spoglio
del consueto a riguardare con animo quieto
terre e mari cieli e colli fogli e foglie
le rintracciabili spoglie mutate le lenti

un lume la potenzia dell’anima.

Un lume che ravviva le pose svilite
che ri
fiorisce le rose appassite raduna
le disgregate pietre ristora le case
restaura le chiese indora il volto di madri
riapre le logge i teatri. Il lume che a oscuri
lati destina gli oscuri cantori del nulla
corrode all’interno i loschi figuri esalta
i “canti di culla”. || lume che guida di notte
a passi sicuri nei pressi del vulcano
che ribolle (rivanga del cuore le zolle).
Si prende quel lume si ascolta il silenzio.
Avverto presenti le assenze.

Quel lume era lì rugginoso e calpesto in luogo
abusato trascinato dal vento (non s’era accorto
nessuno che infondo non s’era mai spento
)

che così lontano dalla immaterialità, fa propri nuovi momenti attraversati o tracciati, che si avvalgono di un recupero del polo simbolico–allegorico, di una maggiore attenzione al ritmo, di un allontanarsi dalla ridondanza, nel difficile equilibrio ottenuto dalla mediazione tra quel tanto di straniamento che un testo organizza e dal suo porsi come devianza.

L’uso di referenti consueti, il venir meno dalla ambiguità semantica delle lunghe sequenze, procedono lungo la colmatura, e l’accento, l’intonazione, sono rafforzati dalle assonanze, dalle allitterazioni, dalle iterazioni, dai parallelismi, nella costituzione di messaggi supplementari. Per un rafforzamento della percezione? Per una condensazione del pensiero? Su quali siano le norme del surplus del “codice secondo” non è possibile stendere una tipologia e del resto il piacere del testo è quello del riconoscimento, della corrispondenza, della illuminazione partecipata. La paronomasia tra “consuetudine” e “consueto” e le opposizioni inizianti con le tre coppie del terzo verso, proseguenti con i due termini della rima interna “foglie” e “spoglie”, anticipano il mutamento delle “lenti dell’anima” fino a precipitare in un messaggio per niente subliminale: “...Il lume che a oscuri | lati destina gli oscuri cantori del nulla” è la convinta esclamazione rafforzata dalla gradazione ritmica ascendente fino al secondo “oscuri”, e dall’anticlimax del sintagma finale, relegante nel vuoto delle parti. Il tutto in una opposizione di Tommaso a Agostino, in un superamento di spiritualismi obsoleti, nella frizione di luce/buio ma anche dell’aristotelico potenza/atto, nel non ripudio della ragione che non può che invocare un “umanesimo integrale” di neotomistica memoria.

Infine La casarca (Palermo, 1992) anche essa aperta a più ipotesi. Quella per esempio della sezione “Polaroid” (così l’autore: “Diconsi ‘polaroid’ quelle poesie nate in luoghi meno adatti e fissate dove capita... Esse colgono immagini o riflessioni per lo più condite da esprit moqueur con l’istantaneità dell’analogo procedimento fotografico...”).

Ma questo spirito non può relazionarsi solamente a omonimie e sinonimie: “II tuo nome | è decorativo, Ornella, | è pio, Monica, | è frondoso, Ramona, | è occupazionale. Assunta”. Esso si fa carico anche della demolizione di superati equilibri e incrostazioni ideologiche, nel non sopirsi del fanatismo, della megalomania del dominio, come in Savonarola e in Robespierre che: “Per aggiustare le teste | le tagliava...”.

Ma accanto ritornano altre componenti, interagenti spesso a Palermo dove vive questo autore siciliano, come in “Fiaccolate contro”, una rievocazione autobiografica nella drammatica affermazione di non cedere alla ferocia di certo potere locale, contro il quale le fiaccolate, ancora la luce, la ragione, in un inno che si vorrebbe cantare nelle piazze dell’isola e della penisola, in giornate di festa quando gli uomini celebrano le proprie vicende, le proprie vittorie.

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