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La lezione di Gesualdo Nosengo

Uciim, 23 novembre 2006

A distanza di cent’anni dalla sua nascita viene spontaneo chiedersi: ”In che senso Gesualdo Nosengo è ancora attuale. Che cosa può dire ai docenti che operano in un contesto tanto diverso dal suo?”

Come ci ha ricordato nell’incontro del 2001 il vescovo Nonis, Nosengo si trovò ad operare in una situazione in cui:
1. sembrava già stabilita la separazione tra fede e cultura, fra scienza e Vangelo, tra sapere religioso e sapere scientifico.
2. Egli si trovò a dover affermare il valore della persona in un momento in cui le diverse concezioni dominanti, idealismo, positivismo, marxismo, pragmatismo subordinavano e annullavano l’individuo nel sistema.
3. ma soprattutto si trovò a dover operare in un momento in cui era necessario ricostruire l’educazione in una nazione che usciva dagli orrori della seconda guerra mondiale.

Gesualdo Nosengo nei primi anni Cinquanta

Gesualdo Nosengo nel 1962

dal sito di Nicola Bruni


Chi era Nosengo?

Gesualdo Nosengo nato a San Damiano d’Asti il 20 luglio 1906, quarto di sette fratelli, assorbe dal padre Serafino il rigoroso rispetto del dovere, la tenacia nel lavoro e il senso di responsabilità nell’operare, elementi assai importanti per il buon funzionamento dell’azienda paterna (una fornace per la cottura dei mattoni), mentre dalla madre Clara, donna di forte spiritualità, eredita profonda fede, inclinazione all’approfondimento e alla preghiera. Negli anni della scuola elementare, dopo le lezioni si reca alla fornace che esercita su di lui una particolare attrazione.

A nove anni conosce le prime conseguenze della guerra il fratello maggiore, militare al fronte viene catturato sul Carso e rilasciato solo al termine del conflitto. Finite le elementari prosegue gli studi presso i Salesiani di Valselice dove consegue la licenza ginnasiale e quella liceale. In questi anni matura il desiderio di impegnare la propria vita nella formazione dei giovani.

Assolto il servizio di leva (1926/28 è allievo ufficiale di fanteria a Bra), dopo un ritiro alla Verna si trasferisce a Milano ed entra nella Compagnia di San Paolo ( fondata pochi anni prima dal card. Ferrari e, allora, diretta da don Giovanni Rossi che diventerà fondatore della "Pro Civitate Christiana" di Assisi.

Nel 1935 consegue la laurea in pedagogia presso l’Università Cattolica. Durante gli studi universitari stringe amicizia con Aldo Agazzi, Amintore Fanfani, Franco Tadini; entra in contatto con la Fuci e l’Azione Cattolica milanese. Fin dal 1932 partecipa ai dibattiti del gruppo Paedagogium, luogo di riflessione sulla pedagogia cristiana italiana ed europea. E’uno dei promotori del sorgere nel 1954, a Brescia, di quel centro di studi pedagogici, chiamato Scholè, su indicazione di Luigi Stefanini.

Esperienze didattiche

La sua esperienza didattica inizia nel 1935 come insegnante di religione in una scuola pubblica (incarico che come laico ebbe in via eccezionale per una particolare concessione del cardinale Schuster, arcivescovo di Milano) all’Istituto Magistrale Virgilio. Qui dà vita alle sue esperienze di insegnante registrandole nel diario Così come siamo pubblicato nel 1939 col sottotitolo “La banda del grappolo“. Progetta animazioni, approfondimenti di tematiche durante le ore di religione e crea un collegamento trai gruppi delle varie classi con il giornalino “L’anello". Dalle prime esperienze di insegnamento nasce una serie di pubblicazioni: Armata di avanguardia, Libertà e vita, L’attivismo nell’insegnamento della scuola media, La formazione del fanciullo alla pietà.

Fin dal 1934 aveva dato origine a un gruppo guida La compagnia di Gesù Maestro che riuniva i laici cristiani decisi a ripensare, alla luce del Vangelo la loro professione di docenti. Nel 1939, con don Carlo Gnocchi e altri, fonda il Segretariato informativo di pedagogia attiva religiosa con la rivista “L’informatore”. Il suo attivismo attira i sospetti dei gerarchi fascisti. Subisce un’aggressione su un tram perciò il 27 dicembre 1940 su consiglio dei dirigenti Paolini, si trasferisce a Roma dove inizia il suo insegnamento al Liceo Cavour dove ha, tra gli altri come alunna, la Rosa Jervolino.

Mentre la guerra sta volgendo al peggio (il 19 luglio 1943 Roma viene bombardata) con laici e dirigenti dell’Azione cattolica, Nosengo comincia a riflettere sul da farsi dopo. Nel frattempo ricercato per un atto di ‘insubordinazione’ (aveva rimesso al suo posto in aula il Crocifisso, che un giovane fascista aveva sostituito con il ritratto del segretario del partito fascista) per sfuggire all’arresto è costretto a rifugiarsi in Vaticano e viene sospeso dall’insegnamento.

Dal 1945 L’Ateneo di Propaganda Fide – divenuto nel 1962 Università Urbaniana – gli affiderà la cattedra di Pedagogia per gli studenti provenienti da tutte le parti del mondo missionario, cattedra che egli manterrà fino alla morte. Nei mesi che precedono la liberazione di Roma (5 giugno 1944) assieme agli esponenti di A.C. del Movimento dei Laureati Cattolici, dibatte la questione del ruolo dei cattolici nel dopo fascismo, richiamandosi a quella dottrina sociale cattolica che era stata oggetto delle riflessioni e dei dibattiti al Convegno di Camaldoli nell’anno precedente. Dal 18 al 24 luglio 1943, presso il Monastero benedettino di Camaldoli si ritrovano, su iniziativa di mons. Giovanni Montini, alcuni trai più noti e impegnati laici cattolici italiani del momento: Giorgio la Pira, Guido Gonella, Aldo Moro, Mario Ferrari Aggradi, Vittore Branca, Ezio Vanoni, Giulio Andreotti, Giuseppe Medici, Pasquale Saraceno, Ludovico Ontini, Sergio Peronetto. Con l’obiettivo di elaborare un documento che orienti i cristiani nella fase del grande mutamento che sta per avvenire in Italia con la fine del fascismo. A Gesualdo Nosengo viene affidato il compito di curare il capitolo riguardante la "scuola". Dalla giornate di lavoro uscirà un documento con il titolo Codice di Camaldoli, esso diverrà la carta che ispirerà i ‘Costituenti’ cattolici negli anni 1946/47, nella stesura della Costituzione della Repubblica Italiana).

Pochi giorni dopo la liberazione di Roma, Nosengo fonda il 18 giugno 1944 L’UCIIM. All’UCIIM dedica tutte le sue energie. Profondamente convinto che veicolo del rinnovamento della scuola non può essere che il docente. Attraverso l’associazione si tratta infatti non solo di formare insegnanti preparati e motivati, ma di costruire delle sezioni comunità di vita, per animare le istituzioni scolastiche, dando loro i caratteri di comunità, come poi avrebbero richiesto i decreti delegati del 1974 che furono frutto anche del suo pensiero e del suo magistero.

Obiettivo forte di tutto il suo impegno nella formazione dei docenti è la grande riforma della scuola media. Egli rivendica una scuola media unica, aperta a tutti, obbligatoria, centrata sulla pedagogia personalista. E’ un lavoro lungo che richiede in lui pazienza, intelligenza duttilità e che approda il 2 dicembre 1962 alla legge 1859 che istituisce la scuola media unica per tutti. Per preparare gli insegnati all’avvio della nuova scuola di quegli anni, chiama a raccolta amici e collaboratori, per incrementare il lavoro di formazione, per suscitare particolari nuclei di insegnanti, cresciuti alla scuola di Gesù Maestro, capaci di essere, nel quotidiano, operatori della riforma.

Negli anni della sua presidenza UCIIM organizza 65 convegni azionali su questioni didattico-educative e come direttore del MCD promuove 24 Convegni su argomenti pedagogico didattici; fonda e dirige riviste “La scuola e l’uomo”, “Ricerche didattiche”, le collane “Fede e scuola”, “Luce nella professione“, “Fermenti”, “Documenti”, “Orientamenti”. Muore a 62 anni il 13 maggio 1968.

Pedagogia

Nell’introduzione di Giuseppe Cavallotto all’opera Prima la persona, Gesualdo Nosengo viene presentato come colui che riusciva a soggiogare con la sua ricca personalità intellettuale, morale e religiosa e viene ricordato come un grande educatore, uomo di fede, vero maestro apostolo di educazione, una vita per la chiesa e per l’educazione, una guida, un amico, e tanti apprezzamenti che possono essere sintetizzati nell’espressione “un maestro di vita”. La sua esistenza è stata animata da tre amori : Gesù Cristo, la Chiesa, la Persona umana. Sono tre espressioni di un unico amore una incondizionata apertura di credito a Dio. Più si sviluppava la sua adesione al Signore, più cresceva il suo impegno per la valorizzazione e la crescita della persona umana, di tutto l’uomo, attuato con intelligenza e creatività, con abnegazione e generosa dedizione.

Il pensiero e l’opera di Nosengo sono ispirati al concetto di persona che egli assume a partire dalla definizione classica di Boezio: Persona = sustantia individua naturae rationalis. E’ sostanza, ossia essere in proprio ed autentica, non solo individuata dai caratteri della materia e dalle situazioni di collocazione spaziale e temporale. E’ individua, ossia dotata di individualità, della propria irripetibile ed originale unica personalità spirituale. E’ sostanza ‘di natura razionale ‘ ossia spirituale che comprende intelletto, volontà e amore. Il concetto di Persona è fondamentale in altri autori che Nosengo incontrò nel corso dei suoi studi: San Tommaso, Rosmini, Maritain, Mounier e soprattutto Stefanini. Nosengo venne a contatto con il Neotomismo, nel corso degli studi universitari, quando era studente alla Cattolica ed assistente volontario del prof. Casotti. Mario Casotti nelle sue lezioni commentava i testi tomistici e per la pedagogia esponeva specialmente il De Magistro. La Quaestio XI de veritate fu il fondamento della sua antropologia e teoria educativa

Il tomismo originale, più che il neo tomismo, con la sua filosofia dell’essere si caratterizzava per la sua rivendicazione del realismo delle cose, per la riaffermazione della trascendenza, di un Dio trascendente e personale, creatore del mondo e degli uomini dotati di realtà personale e di individualità irripetibile, autonomi e responsabili; quindi per la difesa dell'individualità originale e storico -– sociale di ciascun uomo, nella sua autenticità e dignità di persona, in comunione con una trascendenza essa pure personale: persona umana e persona divina. Per Nosengo l’uomo, composto di anima e di corpo in unità di natura, è una persona collocata nel mondo, ha valore originale voluto e creato da Dio. Il titolo del suo libro teorico più sistematico. “La persona umana e l’educazione” attesta come la concezione della persona umana è fondamento e centro dinamico della sua concezione pedagogica. Il valore della persona, la sua dignità, la sua inviolabilità e promozione del suo essere e nel suo destino sociale, storico e ultimo, diventano i punti salienti che caratterizzano il soggetto attivo in proprio, ed il fine dell’educazione.

Rapporto maestro-scolaro

Seguendo S. Tommaso, Nosengo ricorda che sapere e virtù nell’uomo sono nativamente in potenza, come ‘primi principi dell’intelletto’. Essi passano all’atto nell’incontro dell’esperienza delle cose e degli eventi, sia con processo di potenza attiva negli apprendimenti per scoperta personale – detta inventio - sia come processo di potenza passiva per sollecitazione di cause seconde, una delle quali è quella intenzionale del maestro. Entrambi i processi: quello dell’inventio e quello sollecitato da causa seconda, sono del soggetto e avvengono nel soggetto che apprende. Il maestro-educatore, per favorire l’apprendimento del sapere e delle virtù morali, deve adeguarsi ed inverare la natura propria dello scolaro, attivata dall’azione educativa, ponendosi come ‘minister naturae’ del soggetto. L’educatore provveduto, pertanto se vuole aiutare la persona dell’educando a passare dalla potenza all’atto, deve imitare la natura in quelle che sono quelle che sono operazioni da lui suscitate all’atto. In questa azione educativa il maestro agisce non come agente principale o primario - questo è l’intelletto dello scolaro – ma come agente sussidiario. Per poter far questo il maestro non solo deve essere uomo di sapere e di cultura, ma deve proporre la dottrina al discente in modo che questi la affronti con le stesse operazioni intellettuali funzionali con le quali muove a conoscere il mondo e la realtà.

In questa visione dinamica della persona umana, che si sviluppa passando dalla potenza all’atto, non solo si giustifica il ruolo fondamentale, seppur come causa seconda, del maestro, ma trovano nuova fondazione alcuni fondamentali i principi della natura pedagogia, in particolare il puerocentrismo e l’attivismo.

Successivamente Nosengo si rivolse anche al Neotomismo francese di Maritain e al personalismo di Mounier. Indubbiamente ha letto Umanesimo integrale pubblicato in Italia nel 1946, ed Educazione al bivio. La Pira pubblica nel 1947 Il valore della persona umana, Nosengo l’anno dopo scrive La Persona Umana e l’Educazione e cita continuamente La Pira, che evidentemente ha avuto un importante influsso su di lui.

Veri e propri spunti mounieriani sono presenti in Nosengo, specie con riferimento al Trattato del carattere. Ci sono pagine di Nosengo che riecheggiano quelle mounieriane. Per esempio, quando parla dell’educazione della volontà, Mounier scrive: “Cercate l’uomo, la volontà vi sarà data in sovrappiù”, Nosengo scrive: “Date al fanciullo il sole dell’amore, tutto il resto sarà dato in sovrappiù”. È una frase del Vangelo, quindi, tutti e due avevano una fonte comune. Anche di Rivoluzione personalistica e comunitaria si sentono echi nelle opere di Nosengo, con la concezione dell’uomo persona che, al di là di tutte le sue realizzazioni e intenzioni, si rivela a se stessa non come qualcosa di chiuso, di finito, ma come sorgente di vita, centro di libertà. Nell’opera di mons. Cavallotto, il prof.Rigobello ricorda, al riguardo un testo mounieriano, che Nosengo dovette apprezzare molto il capitolo II della prima parte della Rivoluzione, dove viene superato il concetto effimero di personalità e radicato il concetto profondo di persona, volume totale dell’uomo a tre dimensioni quella che sale dal basso e si incarna in un corpo: “incarnazione”; quella che è diretta verso l’alto e l’innalza verso un valore universale: “vocazione”; quella è diretta verso il largo e lo porta verso gli altri: “comunione”.

È chiaro che un’impostazione personalistica e comunitaria come questa, doveva opporsi non solo al Comunismo materialista, ma anche al Capitalismo, il quale – per dirla con Mounier – si dichiara difensore della persona, dell’iniziativa, della libertà, dicendo la stessa menzogna di quando si dichiara difensore della proprietà, cioè difende le parole per meglio espropriare le cose.

Il personalista italiano, a cui si rifà più direttamente e che coinvolge anche nell’UCIIM in tante iniziative e con cui scrive un libro interessante intitolato Vaglio umanistico della scuola attiva (edito dall’UCIIM nel 1953), è Luigi Stefanini, professore di Pedagogia all’università di Padova, suggestivo, bravissimo, legatissimo a Nosengo. Tutti e due amavano riferirsi a Eugène Dévaud e alla sua Scuola attiva secondo l’ordine cristiano. Vaglio umanistico è un vaglio, sulla base del Personalismo, di tutto il discorso dell’Attivismo; stringente e particolareggiato, passando dalla pedagogia alla didattica. Ci sono pagine molto belle nel libro di Cavallotto, delle spigolature. In Pedagogia del rifare Nosengo fa il verso a Dewey. Dewey diceva: “learning by doing” (insegnare facendo). Insegnare “rifacendo”, ma con esempi precisi, con esempi concreti: è questa la proposta didattica di Nosengo. Si sente ancora una volta il sano realismo piemontese di quest’uomo senza tanti confusionismi creazionistici, che spesso di creativo avevano ben poco.

Considerazioni

Vorrei che quella di oggi non si limitasse ad essere una funzione celebrativa, un atto dovuto, ma un ‘occasione per riflettere sul nostro tempo e sulle sfide che esso ci pone. Oggi viviamo in una sorta di anarchia culturale, sono naufragati i grandi sistemi filosofici, viviamo in una specie di magma il cui unico punto di riferimento sembra essere il mercato.

Se fosse vivo Nosengo oggi si troverebbe di fronte ad una società che gli studiosi hanno definito ‘società molecolare’, in “cui viene esaltato l’individuo, la sua libertà, la sua emozionalità. L’uomo molecolare’rifiuta ogni forma di gerarchia, non accetta verità predefinite, né identità conformi ad appartenenze, vuole costruirsi da solo anche i valori”

Oggi sentiamo il rischio che l’esperienza religiosa sia ridotta ad una esperienza emotiva e l’elevato pluralismo all’interno della chiesa cattolica possono suscitare preoccupazioni, poiché la riduzione della fede a sentimento e la frammentazione delle posizioni sembrano mettere in dubbio la capacità dei cattolici italiani di continuare ad esercitare il loro ruolo culturale, sociale e politico nella società.

Ma oltre le questioni ‘nostrane è il contesto generale europeo e mondiale che ci deve far riflettere la società contemporanea presenta nuove e forti esigenze educative. Le trasformazioni sociali, economiche e tecnologiche hanno creato e incrementato le possibilità di ciascun individuo di accedere all’informazione e al sapere e comportano una modifica delle competenze necessarie e dei sistemi di lavoro

Le esigenze educative di istruzione e formazione diventano di conseguenza l’adattamento ai nuovi strumenti tecnici e alla trasformazione delle condizioni di lavoro, il miglioramento generale delle qualifiche, la promozione della cultura scientifica e tecnica nella scuola, la definizione di regole etiche per la biotecnologia e per le tecnologie dell’informazione. L’aspetto che dal punto di vista educativo presenta la necessità di maggiore attenzione da parte dei docenti è – l’avvento della società dell’informazione, ovvero lo strutturarsi della ‘società cognitiva – che con le nuove tecnologie permea, controlla e trasforma, gestisce l’elaborazione e la trasmissione del sapere, il tempo libero e l’attività produttiva, favorendo rispettivamente l’evoluzione delle discipline, nuovi problemi cognitivi, nuove strategie, attitudini e motivazioni diverse e nuove professionalità. L’elaborazione e la trasmissione del sapere comportano: nuove materie di studio, la modifica dei contenuti di alcune discipline, l’evoluzione delle tecnologie didattiche, l’uso di nuovi software didattici e contemporaneamente nuovi atteggiamenti degli studenti.

Non si tratta, quindi solo di uso di nuove tecnologie educative , ma di nuovi modi di apprendere , di pensare l’uomo e lo sviluppo umano, di privilegiare i valori che sembrano scalzare quelli tradizionali. Nell’attuale era della globalizzazione, l’economia sovradetermina la politica. Essa incide anche sulla vita quotidiana e sulla cultura. Crea attese di benessere e di prosperità, ma provoca anche insicurezza, senso di instabilità, di fatalismo. Le reazioni antiglobal e i rigurgiti terroristici e fondamentalistici , esprimono le difficoltà di sopportazione da parte di tutti.

I mezzi educativi di massa, che pure avrebbero un’importante funzione educativa, ci propongono modelli che tendono sempre più a far perdere all’uomo la dignità di persona. Oggi si mira all’apparire, più che all’essere, all’affascinare più che all’educare. La nostra socia di Viterbo Maria Vincenza Pellicioni ne La scuola e l’uomo cita "Tuttoscuola" di maggio dove a p.11 è riportato testualmente ”Il modello (dell’insegnante) da imitare è Maria de Filippi che insegna ai giovani a cantare, a ballare a recitare, senza pregiudicare il divertimento e per la storia si preferisce il format di "Porta a Porta": l’insegnante conduttore dovrebbe presentare i fatti con logiche di attualità per poi lasciar discutere i ragazzi. Giustamente osserva la collega: “L’attenzione e il tempo dei ragazzi e così calamitato da alcuni mezzi di informazione che essi, nel dare le risposte al questionario, hanno dimenticato che Maria de Filippi prima di organizzare la ‘classe’, fa una selezione, secondo criteri che corrispondano alle esigenze dello spettacolo: i prescelti devono essere belli, spiritosi, sicuri ecc.; Bruno Vespa invita alla sua trasmissione persone molto preparate sull’argomento che sta per trattare.

Un’insegnante non sceglie i suoi allievi si trova una classe con tanti ragazzi diversi ed ognuno ha un carattere diverso, ogni ragazzo ha un contesto diverso.

In un’altra rivista, non scolastica, ma culturale, "Bacherontius", sempre maggio 2006 ho trovato che Giovanni Frasconi constatando che ”oggi pochi usano pensare. E dico degli adulti. Se passo ai ragazzi hanno strumenti moderni che pensano per loro [...] oggi non è facile suscitare il gusto e il piacere dello studio. Quando la mente perde l’attività e va in letargo, coricata su un letto di piume è difficile ridestarla. Oggi, scolasticamente parlando, siamo in questo letargo, nel periodo della pigrizia mentale. Complici il buonismo, la tolleranza, la promozione comunque, l’acquiescenza ‘necessaria dei docenti’ l’indulgenza dei genitori e l’annullamento dei doveri."

Dopo aver tracciato un quadro così desolante l’autore dell’articolo suggerisce come rimedio "che potrebbe rimettere in corsa la’ fatica‘ del pensare di ascoltare e di riflettere: l’introduzione dell’enigmistica nelle scuole in quanto a, a suo parere l’enigmistica suscita interesse , rimette in movimento quel meraviglioso strumento che si chiama ‘ponderazione’ ‘ragionamento’ e, di conseguenza sprona e obbliga la mente a un percorso logico. Con l’enigmistica si insegna giocando, e giocando si impara. E’ un ‘passatempo' che fa cultura , un ‘divertimento vantaggioso’ che conduce alla ricerca, alla applicazione e al comporre. Un grande allenamento della testa insomma. Le gambe non c'entrano."

Perché questa digressione?
Per evidenziare come la realtà odierna sia più confusa, più complessa di quella in cui operò Nosengo. Oggi ci sono tanti cattivi esempi, tanti cattivi maestri. Oggi sempre più spesso più che strategie educative, vengono proposti espedienti, ricette tecniche che possono anche favorire apprendimenti settoriali, ma che fanno perdere di vista il vero fine dell’educazione: la formazione integrale della persona. Ed ecco che allora Nosengo ci invita a tornare alle origini a ripensare quale sia la nostra autentica natura.

Nella Gaudium et spes (15, d) troviamo questa frase: “E’ in pericolo, di fatto, il futuro del mondo, a meno che non vengano suscitati uomini più saggi”. E ancora al paragrafo 31: “occorre suscitare uomini e donne di forte personalità, perché il futuro dell’umanità è riposto nelle mani di coloro che sono capaci di trasmettere alle generazioni di domani ragioni di vita e di speranza.” Anche se non si parla esplicitamente di educazione, come ricorda Luciano Corradini, questo e’ il mandato ad insegnare rivolto da Gesù ai discepoli. Per il cristiano il solo maestro è Gesù mandato da Dio a insegnare, a salvare tutti gli uomini, attraverso gli Apostoli e, sulla loro scia una comunità ecclesiale che ponga la carità, il sacrificio e il servizio a beneficio di tutta l’umanità.

Nosengo è una delle risorse intellettuali, morali, pedagogiche a cui attingere nel nostro tempo complesso e complicato per non smarrire nella società, nella scuola e nella chiesa, quel nucleo di idee di senso e di impegno religioso, etico e civile di cui ha tanto bisogno anche il nostro tempo. Nella realtà contemporanea caratterizzata dal materialismo, dalla prevalenze dell’avere sull’essere, dalla presunzione da parte dell’uomo di poter determinare e controllare i meccanismi della vita e della morte, Nosengo ci ammonisce e ricorda che chi ama il Signore si impegna a collaborare alla realizzazione del progetto di Dio che ha creato l’uomo a sua immagine e somiglianza, lo ha chiamato alla comunione con sé. Nosengo non vede una contrapposizione, ma convergenza tra ‘autentico ideale’ di questo mondo e quello del regno.

Nel 1965, dopo l’incontro con i 152 Padri conciliari italiani scriveva ”l’ideale di questo mondo – il pane, la pace – la fraternità lo sviluppo personale, la salute per tutti e l’ideale del regno che non è di questo mondo non sono due ideali contrapposti, ma convergenti.

In conclusione.

L’uomo oggi più che mai è sedotto da interessi materiali, preferisce seguire i beni della terra piuttosto che ascoltare e seguire Gesù. Dominato dalla sua superbia, dal suo egoismo, condizionato dalle paure, al primo pericolo scappa e poi tradisce. Viviamo in un momento forse più difficile di quello in cui è sorto l’UCIIM. Allora la distruzione era soprattutto fisica materiale, oggi viviamo in un deserto. Spesso l’uomo é distratto da mille provocazioni, mille paure e non guarda più all’unico faro che potrebbe orientare la sua vita. Perciò come dice Luciano Corradini ("La scuola e l’uomo", luglio 2006): “La prima generazione di ucimini era più povera e meno attrezzata di noi, ma molto più ricca di coraggio e di speranza. Le generazioni che ora sono in scena non possono ‘marcare visita’ in attesa che altri disincagli la nave.”

Anche oggi c’è bisogno di insegnanti che siano ‘maestri’, capaci di trovare i punti di intersezione fra l’originario e sempre vitale appello di Gesù e le più recenti conquiste della scienza, della democrazia, della pedagogia e della didattica.


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