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Migrazione / Odselitev

Ivan Tavčar, nato a Trieste nel 1943, ha esordito sulla scena pubblica letteraria nei suoi anni maturi, nel 1995, con la pubblicazione in lingua italiana della sua prima raccolta poetica.

Ben presto si è rivelato come personalità poliedrica, alla quale lo spazio mitteleuropeo è fonte di ispirazione e di vicinanza, poiché attinge e si abbevera come poeta a tre diverse fonti culturali: l’italiana, la slovena e la tedesca. Fino ad ora ha pubblicato numerose sillogi in italiano e in sloveno, nonché diverse poesie anche in lingua tedesca. Ha poi al suo attivo diverse analisi storiche e numerosi saggi sulla musica e sui grandi musicisti, sia in forma monografica sia come adattamenti per trasmissioni radiofoniche.

La confessione poetica di Ivan Tavčar è tutta rivolta all’esperienza intimistica della vita, vissuta in una dimensione cosmopolitica, poiché la sua polivalente cultura linguistica sgorga da una condizione connaturata, che tende verso le aperture dello spirito e verso il reciproco dialogo.

La sua poesia costruisce perciò un ponte singolare tra le qui viventi popolazioni e innesca un movimento straordinario di cui dovranno prima o poi appropriarsi anche gli altri autori di questo nostro spazio culturale.

Proprio la sua ampiezza spirituale lo tiene alquanto distaccato dal nostro troppo sensibile, introverso e chiuso ambiente, che si scontra troppo di frequente con superflue sollecitazioni e marginali dilemmi.

La sua nuova silloge poetica Migrazione continua la confessione intimistica delle precedenti raccolte e rivela un linguaggio semplice, ma fresco nella dolente ricerca del proprio io nel bel mezzo della intorpidita quotidianità. Come instancabile ricercatore della verità viene spesso a trovarsi sul bivio di diverse direzioni che lo indirizzano verso l’ignoto. Gli sorgono così spontanee le domande: “Chi sono? Dove vado?”.

Nella momentanea sofferenza si sente inserito nel gorgo delle quotidiane tensioni esistenziali, dal cui abbraccio non riesce a liberarsi, essendo inesorabilmente imprigionato tra i tempestosi e scroscianti ondeggiamenti delle universali infinitezze.

Come spirito artistico si confronta con numerosi interrogativi e dilemmi: con il senso dell’arte, con il senso del vivere, con il senso del proprio lavoro. Decide perciò di porgere l’orecchio alle motivazioni meditative dei suoi sentimenti, al silenzio del proprio cuore, alla ricerca dell’equilibrio interiore, ai suggerimenti dell’intima consonanza.

E in questo ascolto “si invaghisce del bagliore delle sconosciute lontananze”. Emerge così la dimensione cosmica della confessione poetica che costringe il poeta, vagante in mezzo alla “tetra quotidianità”, a volgere il suo passo alla ricerca di un sentiero sicuro e fidato, sebbene si renda perfettamente conto come questa ricerca sia soltanto uno sfolgorìo temporaneo e che il soggiorno su questa terra sia soltanto un momentaneo passaggio attraverso le lande scoscese della vita.

Ogni tanto lo percorre un brivido di paura, quando si trova davanti al vuoto abisso, circondato da invisibili sensi di disperazione. “Il passo si ferma”, in lui nascono dubbi e diffidenze nelle proprie forze; deve perciò scavare nel proprio io, nella propria dimensione vitale, compiendo “azioni redentrici” e conquistando “nuovi slanci”. Trova così rifugio nel suo mondo spirituale, dove scopre un’infinita ricchezza di immagini, di incomparabili segmenti di sogni e di desideri e si abbandona con convinzione all’ammirazione del Creato, dove incontra intrecci di suoni, di colori, di immagini, dove i suoi “caldi sogni sono avvolti nel velo dei ricordi”.

Nel godimento della fresca e cristallina bellezza della natura il poeta rivive in tutta la sua pienezza e percepisce distintamente l’unicità del vivere: questa è la vera via che conduce alla redenzione, dove lo aspetta “il buon e misericordioso Padre” e dove trova appagamento la sua “sete di libertà, di infinito e di eterno”.

Recensione
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