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Carmelo Ciccia

Gli Scrittori che hanno unito l'Italia

Sintetica rivisitazione della letteratura italiana nel 150° dell’Unità (1861-2011)

Libraria Padovana Editrice / Literary 2010

Edizione revisionata nel 2015

© Tutti i diritti riservati

I fattori dell’unità d’Italia

Sono stati vari nei secoli i fattori che hanno contribuito alla formazione dell’unità nazionale italiana. Roma ha fornito l’amministrazione politica, le sue leggi e la sua lingua, dall’evoluzione della quale col tempo sono sorti i vari “volgari”, su cui si è imposto il toscano grazie a tre padri della lingua quali l’Alighieri, il Petrarca e il Boccaccio. La religione cattolica, poi, ha fatto sentire meglio l’identità delle popolazioni delle varie regioni, grazie allo stesso credo, alle stesse preghiere, agli stessi canti (gregoriani), alla stessa lingua (latina), agli stessi riti, allo stesso catechismo e alla stessa predicazione, dal nord al sud e dall’est all’ovest: e per religione qui s’intende la pratica religiosa, e non la presenza della curia pontificia, la quale invece impedì l’unità d’Italia per oltre mille anni, con tutti i mezzi possibili e immaginabili, spirituali (scomuniche) e materiali (incarcerazioni, patiboli e cannonate), nella cui messa in opera spiccò il papa Pio IX, prima liberale e punto di riferimento dei liberali, poi acceso reazionario e difensore del potere temporale della Chiesa Cattolica (nonostante l’inconciliabilità fra i due poteri per l’impaccio che il temporale dava allo spirituale) e ora inopinatamente proclamato beato. A loro volta le numerose guerre, nonostante gl’impliciti orrori, non soltanto hanno prodotto annessioni e ingrandimenti territoriali, ma anche — mettendo in contatto popolazioni di varie regioni — hanno sviluppato il senso di fratellanza e d’appartenenza alla stessa patria. All’unità hanno contribuito infine la letteratura (e particolarmente la poesia), la scuola e il suo calendario, la stampa periodica e la radiotelevisione, le feste nazionali, la toponomastica cittadina e la segnaletica stradale.

Risultato di questo concorso di fattori è lo Stato Italiano, frutto degli slanci ideali e dei patimenti del Risorgimento e della Resistenza, il quale è stato giuridicamente regolato dallo Statuto del 1848 e dalla Costituzione entrata in vigore cent’anni dopo. E certamente la faticosa conquista di tale unità, il cui processo è stato tanto lungo e sofferto, dovrebbe inculcare in tutti i cittadini il senso dell’assoluto rispetto, proprio per evitare di ricadere nella divisione e nella dipendenza da altri Stati, se non nel caos.

Nel volume Il Veneto e Treviso tra Settecento e Ottocento[1. A cura dell'Istituto per la storia del Risorgimento. Centro Stampa del Comune di Treviso, 1983] vi sono numerose affermazioni e testimonianze che contrastano in pieno con le tendenze separatistiche di chi afferma che l’unione all’Italia fosse stata imposta e non cercata. Vi si parla — ad esempio — dei forti sentimenti d’italianità manifestati già ai primi dell’Ottocento, dei fremiti d’entusiasmo che faceva nascere dappertutto il tricolore nazionale, dei sacrifici sofferti per l’Italia da tanti veneti e da tanti altri italiani per il Veneto, delle travolgenti accoglienze tributate dai veneti a Garibaldi e Vittorio Emanuele II, oggi denigrati da alcuni sconsiderati, non soltanto al Nord ma anche al Sud, dove serpeggia una certa nostalgia per i Borboni e dove un sindaco siciliano in persona (perseguibile per vilipendio e danneggiamento) ha preso a martellate la targa della piazza col nome di Garibaldi.

Anche Ardengo Soffici riferisce dell’entusiasmo dei veneti per la bandiera italiana nel libro La ritirata del Friuli[2 Ardengo Soffici, La ritirata del Friuli, Vallecchi, Firenze 1920] narrando un episodio relativo alla bandiera di Conegliano; e di Conegliano era la contessa di Montalban, che — a quanto descrive Giuseppe Bianchi nel suo libro Maddalena di Montalban e i suoi tempi[3 Giuseppe Bianchi, Maddalena di Montalban e i suoi tempi, Marton, Firenze 1968] — guidava il patriottismo delle donne, organizzando anche l’assistenza e lavori di sartoria per i combattenti della terza guerra d’indipendenza; e, patendo per questo motivo il carcere a Venezia, vi contrasse una grave malattia per cui presto morì.

Il contributo dato dalla scuola alla formazione dell’unità nazionale è dovuto all’unicità di programmi, esami e valutazioni, dalle Alpi alla Sicilia. In tutte le scuole per oltre un secolo s’insegnavano le stesse cose e le stesse si pretendevano agli esami, mentre docenti e commissari provenivano dalle varie regioni italiane, garantendo l’unità dell’insegnamento e del sapere, pur nella varietà di metodi e mezzi.

Superata la fase del Libro sussidiario per la cultura regionale adottato nel secondo decennio del sec. XX — un libro che introduceva lo studio della propria regione attraverso usi, costumi, tradizioni e brani di composizioni nei dialetti della regione in cui era sita la scuola — i programmi successivi previdero la conoscenza in ogni regione di scrittori dialettali di tutte le regioni italiane: praticamente era un sistema per portare all’attenzione di scolari e studenti l’esistenza dell’unità nazionale espressa anche nelle varietà regionali. Così in ogni regione si studiavano e portavano agli esami alcuni brani d’autori dialettali come — soltanto per fare qualche esempio — il lombardo Porta, i veneti Ruzante e Noventa, l’emiliano Testoni, i laziali Belli, Pascarella e Trilussa, i campani Basile e Di Giacomo, il siciliano Meli, ecc.

La scuola d’una volta, poi, aveva un pregio che col tempo non è stato più capito: quello di fare imparare abitualmente a memoria delle poesie (e a volte anche delle prose). Un altro suo pregio era quello d’insegnare e pretendere la calligrafia (= “bella scrittura”: dal greco), che — oltre a rendere presentabili e chiaramente leggibili gli scritti degli alunni — era una forma d’avvicinamento al disegno. Poi, con il dilagare della brutta scrittura e l’imperversare della sciatteria grafica, si sono visti e si vedono i risultati: basta guardare una ricetta medica scritta a mano.

Guido Pagliarino[4 Guido Pagliarino, La vita eterna, Prospettiva, Civitavecchia 2003] biasima i nuovi metodi scolastici che escludono lo studio a memoria; e non è il solo, dato che molti altri s’associano a lui in tale biasimo. In realtà lo studio a memoria non era soltanto un utile esercizio mnemonico, ma serviva anche a costituire dei punti di riferimento nell’istruzione e nella vita degli alunni. E ciò, anche se c’era la paura dell’interrogazione e del voto, dato che allora la prima valutazione d’un’interrogazione d’italiano era basata sulla capacità di recitare correttamente a memoria i brani assegnati.

Per lo stesso motivo è lodevole l’iniziativa del comune di Treviso che, rinnovando la viabilità della città-giardino, nei pressi delle scuole ha fatto incidere sulle piastrelle del pavimento certi versi famosi di poeti italiani, istituendo così delle stazioni di riflessioni, nonché un richiamo d’opere e di personaggi, sebbene questi ultimi non siano indicati sotto i versi.

Ed in effetti, se la citazione è stata sempre considerata un ornamento intellettuale, la conoscenza dei versi più significativi della letteratura rappresenta una valida guida morale quando si tratta d’autori come — ad esempio — Dante e Manzoni. L’immanenza dei grandi autori nelle nostre coscienze era tale che spesso s’andava a ricercarne le tracce nelle più disparate località: case, tombe, monumenti, autografi e altre reliquie. E certi loro versi, a volte espressi in forma epigrammatica o aforistica, sono divenuti frasi idiomatiche della nostra lingua, costituendo tuttora la memoria letteraria della nostra nazione.

Ad esempio, le poesie che hanno unito l’Italia non sono soltanto quelle esprimenti sentimenti patriottici in linea col nostro Risorgimento, che voleva dare unità e indipendenza alla nazione, ma tutte quelle che venivano studiate a memoria, attingendo a testi, antologie, fogli isolati. Infatti, grazie all’unicità dei programmi scolastici, il fatto che milioni di persone di varie regioni e generazioni conoscessero, imparassero a memoria e recitassero i passi più significativi delle stesse poesie, e si riconoscessero italiani in esse, costituiva nella sua coralità una forma d’espressione dell’unità nazionale. Così può dirsi per tutti gli scrittori: hanno unito l’Italia non soltanto quelli che hanno caldeggiato e materialmente procurato l’unità politica dell’Italia o che ad ogni modo hanno contribuito a saldare il sentimento nazionale, anche mediante la ricerca e l’uso d’un’unica lingua, ma pure quelli che col loro prestigio hanno dato lustro all’Italia (anche per le trasposizioni di loro opere al cinema e alla televisione), rendendola grande e facendo sì che ognuno di noi possa dirsi italiano in considerazione del fatto che tali scrittori appartengono alla nostra stessa patria.

Peraltro l’inglese George Byron nel su poema Profezia di Dante ha fatto del divino poeta — reduce dall’aldilà, esule e anziano — il profeta d’un’unità d’Italia basata sull’eccellenza della produzione artistico-letteraria, intendendo per poesia ogni creazione dello spirito.

All’unità d’Italia hanno contribuito anche il calendario scolastico (che aveva per tutto il territorio nazionale le identiche date d’inizio e fine delle lezioni, degli esami e delle vacanze), la stampa periodica (giornali e riviste) e la radiotelevisione, che hanno diffuso modelli di linguaggio e di comportamento sociale. A loro volta le feste nazionali sono state occasioni di richiamo e celebrazione dei fausti eventi storici, volte a creare occasioni d’aggregazione e di memoria condivisa.

Infine hanno contribuito a tale unità anche la toponomastica cittadina e la segnaletica stradale. Infatti, quando si giunge in una qualsiasi località italiana e sulle targhe delle vie o piazze si leggono quasi sempre gli stessi nomi sia di personaggi (letterati, scienziati, artisti, politici, patrioti, storiografi, ecc.) sia d’altre località italiane, allora ci si rende conto che dovunque si vada, dalle Alpi alla Sicilia, si è in Italia. A volte vie e piazze sono intitolate a date storiche (18 Luglio 1866, 20 Settembre, 24 Maggio, 4 Novembre, 14 Luglio, 25 Aprile, 2 Giugno, ecc. [5. Perché presso i giovani non si perda la memoria storica, sarebbe bene che sotto le date (che devono essere complete dell'anno) si scriva — anche se in carattere meno grande — l'evento a cui esse si riferiscono: Annessione del Veneto al Regno d'Italia (1866), Annessione di Roma al Regno d'Italia (1870), Inizio della IV Guerra d'Indipendenza detta anche Prima guerra mondiale (1915), Annessione del Trentino e della Venezia Giulia al Regno d'Italia (1918), Bombardamento a tappeto di Paternò (1943), Resistenza e Liberazione dal regime nazi-fascista (1945), Istituzione della Repubblica Italiana (1946), ecc.]) o ad eventi significativi (Indipendenza, Unione, Unità, Resistenza, Liberazione, Costituzione, ecc.). In questi casi la maggioranza della popolazione sente l’orgoglio d’appartenere alla comunità nazionale di cui fanno parte quei nomi, quelle date e quegli eventi assurti a tale importanza e posti in tale evidenza. Lo stesso accadeva quando esisteva dappertutto l’ANAS (Azienda Nazionale Autonoma delle Strade) e le targhe d’indicazione delle località avevano tutte gli stessi caratteri grafici, le stesse dimensioni e lo stesso colore, conferendo omogeneità alla nazione.

Ecco, dunque, che quello che qui viene proposto è un viaggio a ritroso nella scuola d’una volta, alla ricerca e rivalutazione di quei punti di riferimento per la vita che erano le opere letterarie insegnate e studiate in Italia. Nei vari capitoli, e nell’ambito d’essi nei singoli settori, di questa poco più che sinossi gli scrittori sono elencati generalmente in ordine cronologico di nascita e le loro opere sono ricordate per lo più dal titolo e dall’esordio, rimasti più impressi nella nostra mente.

Materiale


pp. 128
prezzo: € 10,00

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