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Carmelo Ciccia

Gli Scrittori che hanno unito l'Italia

Sintetica rivisitazione della letteratura italiana nel 150° dell’Unità (1861-2011)

Libraria Padovana Editrice / Literary 2010

Edizione revisionata nel 2015

© Tutti i diritti riservati

Il Rinascimento

Se nel Medio Evo al centro degl’interessi c’era Dio con tutti i suoi problemi, al tramonto di quell’epoca cominciò ad esserci l’uomo coi suoi. Fu nell’Umanesimo, a cavallo fra i secoli XIV e XV, che si cominciarono a ricercare, studiare e imitare i testi classici, capaci di far crescere e migliorare l’uomo. I padovani Lovato dei Lovati e Albertino da Mussato furono preumanisti; il Petrarca fu l’iniziatore dell’Umanesimo e — come già detto — per primo usò la parola “umanesimo”; e il Boccaccio lo seguì in questa passione. Umanisti veri e propri (che spesso scrissero anche in latino e fondarono accademie) poi furono fra gli altri: Coluccio Salutati, Poggio Bracciolini, Lorenzo Valla (che dimostrò la falsità della creduta donazione territoriale di Costantino al papa Silvestro I, così togliendo fondamento giuridico all’arbitrario potere temporale della Chiesa Cattolica), Flavio Biondo, Marsilio Ficino, Giovanni Pico della Miràndola (memorabile per la sua eccezionale... memoria), Vittorino da Feltre, Francesco Filelfo, Pier Candido Decembrio, il papa Pio II, Giovanni Pontano (autore di numerose opere in latino e fondatore della napoletana Accademia Pontaniana), Leonardo Bruni e Cristoforo Landino.

Al fervido Umanesimo, riguardante la letteratura, subentrò il Rinascimento, un movimento che s’intrecciò con esso e che s’estese fino al Barocco e oltre, attuando la rinascita delle arti, del pensiero e del modo di vivere stesso, al di là dell’esperienza meramente religiosa, in una visione laica della vita.

Lorenzo dei Medici, detto il Magnifico (Firenze 1449 – ivi 1492), oltre che per la sua equilibrata attività politica d’ago della bilancia italiana, fu anche un noto poeta. E ci vengono subito in mente i cantabili versi del suo capolavoro “Canzona / Trionfo di Bacco e Arianna” in cui l’oraziano Carpe diem [19 “Cogli l’attimo!” (latino).] è velato d’amara malinconia:

Quant’è bella giovinezza
che si fugge tuttavia.
Chi vuol essere lieto sia:
di doman non c’è certezza [...]

Agnolo Ambrogini, detto il Poliziano (Montepulciano, SI, 1454 – Firenze 1494) fece parte del circolo culturale dei Medici, insieme con altri letterati, pensatori e artisti che caratterizzarono il Rinascimento fiorentino e sono tuttora ricordati e ammirati, fra cui — oltre al Magnifico, al Ficino e al Pico della Mirandola — ci fu il pittore Sandro Filipepi, detto il Botticelli (Firenze 1445 – ivi 1510), che in famosissime opere, quali La nascita di Venere e La primavera (cfr. più avanti l’identificazione con la sicula Ibla), trasfuse nell’arte figurativa non soltanto i miti classici ma anche il dominante simbolismo neoplatonico. Ed è così che il Poliziano, il quale scrisse varie opere in latino e in volgare, nelle sue Stanze cominciate per la giostra del Magnifico Giuliano di Piero de’ Medici e soprattutto nelle Rime, quali “La ballata delle rose” e “Ben venga Maggio”, esaltò luoghi ameni, feste giocose e belle donne, che diventarono luoghi comuni di quel clima spensierato, poi evidente nelle suddette opere del Botticelli.

Matteo Bandello (Castelnuovo Scrivia, AL, 1485 – Agen, Francia, 1561), che da giovane aveva visto lavorare Leonardo all’Ultima cena e ne aveva descritto il modo di procedere, fu domenicano poi uscito dall’ordine e infine vescovo. Scrisse varie opere, fra le quali le Rime — petrarchesche ma con note di realismo in linea con le novelle — e i famosi Quattro libri delle Novelle in cui abbandonò lo schema boccacciano, non soltanto introducendo vicende più o meno reali, attinte ad una varietà di fonti antiche e contemporanee, ma anche adoperando una lingua corrente e disinvolta. Da questi libri il drammaturgo inglese Shakespeare trasse le trame di sue famose opere, quali Romeo e Giulietta, Molto rumore per nulla e La dodicesima notte. Tuttavia la storia di Romeo e Giulietta si pu fare risalire a Luigi da Porto (Vicenza 1485 – ivi 1529), il quale, probabilmente attingendo alla vicenda di Mariotto e Ganozza narrata da Masuccio Salernitano nel suo Novellino, aveva scritto una Historia novellamente ritrovata di due nobili amanti, poi rielaborata dal Bandello e inserita fra le sue novelle.

Pietro Del Buta, detto l’Aretino (Arezzo 1492 – Venezia 1556), figlio d’una cortigiana e d’un calzolaio del quale poi si vergognò fino a rifiutarne il cognome, fu uno scrittore molto noto per la sua oscenità, che portò al parossismo il senso d’indipendenza della letteratura dai problemi teologici e morali già caratterizzanti il Medio Evo: e ciò, nonostante varie opere di contenuto religioso, da lui scritte più che altro per compiacere a prelati da cui ricevere benefici. Fu temuto dai potenti, perché — senza peli sulla lingua — egli attaccava ora questo e ora quello, a volte venendo pagato per inveire o non inveire contro qualcuno, secondo i casi. La sua popolarità crebbe in Roma anche grazie alle sue pasquinate. [20 Scritti anonimi — per lo pi in versi — di biasimo contro qualche potente, compreso il papa, i quali a Roma per tradizione s’attaccavano al torso d’una statua detta Pasquino.] Lasciò sonetti, dialoghi e alcune commedie, a cui poi qualche pittore s’ispirò per realizzare dei dipinti pornografici. Si dice che sulla sua tomba l’Aretino abbia voluto la seguente epigrafe:

Qui giace l’Aretin poeta tosco;
di tutti parlò mal, fuor che di Cristo,
scusandosi col dir: non lo conosco.

E a questo clima gioviale, spregiudicato e mitologico si collega Agnolo Firenzuola (Firenze 1493 – Prato 1543), autore di Ragionamenti d’amore (novelle boccaccesche) e d’altre opere in cui a certe donne diede i nomi di Iblea ed Ibla, citando anche i monti Iblei, in riferimento a località e dea della Sicilia greca, altro mito d’ispirazione classica. Perciò, sulla base anche del poemetto latino d’autore ignoto Pervigilium Veneris [21  “La lunga veglia della festa di Venere” (latino).], è stato dimostrato che la Primavera del Botticelli altro non è che l’Ibla di questo mito, esaltato da moltissimi scrittori greci, latini, italiani e stranieri [22 Carmelo Ciccia, Il mito d’Ibla nella letteratura e nell’arte, con traduzione del Pervigilium Veneris e nuova interpretazione della Primavera del Botticelli, Pellegrini, Cosenza, 1998.].

Nel sud dell’Italia fece eco ai poeti fiorentini Jacopo Sannazaro (Napoli 1455/56 – ivi 1530), che fu definito “il Virgilio napoletano”. Fra le sue varie opere in latino e volgare curò anche l’edizione del citato Pervigilium poi detta viennese, a testimoniare l’importanza — ancor oggi riconosciuta — di questo poemetto. Ma è importante anche il suo romanzo pastorale Arcadia (12 prose e 12 egloghe), ambientato nella mitica regione omonima della Grecia, in cui il protagonista Sincero — che poi era il nome dell’autore stesso nell’Accademia Pontaniana — racconta con malinconia la sua storia d’amore ai pastori: e da quest’opera nel secolo successivo prese avvio l’Accademia dell’Arcadia. Del Sannazaro si ricordano anche un Canzoniere petrarchesco, le Eclogae piscatorie (aventi come ambiente non più la campagna, ma il mare della Baia di Napoli) e i Gliommeri [23 Gliòmmeri o ghiòmmeri = “Gomìtoli”, cioè — fuor di metafora — vicende intricate (dialetti meridionali, dal latino glomera = “gomitoli”, da cui a loro volta derivano gli “agglomerati” urbani ).], filastrocche in dialetto napoletano. È sepolto nella cripta dedicata a S. Maria del Parto, all’interno della chiesetta napoletana in onore di S. Nazzaro, fatta costruire da lui stesso, che aveva scritto anche il poema De partu Virginis [24 “Il parto della Vergine” (latino).].

Il sec. XVI è quello in cui più si manifesta il petrarchismo; ma il Petrarca, se fu imitato da molti poeti si può dire fino a dar fastidio, da qualcuno d’essi fu parodiato. Francesco Berni (Lamporecchio, PT, 1497/1498 – Firenze 1535) nei suoi Sonetti burleschi e Capitoli satirici in terzine ripropose temi e atteggiamenti del caposcuola, a volte ripetendone delle espressioni in modo tale o da capovolgerne il significato o da renderlo ridicolo, allontanandosi dall’austerità professata da poeti come il Bembo e attingendo al linguaggio plebeo. Oltre a Carmina [25 “Carmi” (latino).] in latino, egli lasciò anche delle Sonettesse, cioè sonetti caudati [26 In tali sonetti veniva aggiunta una coda, di solito costituita di tre versi, di cui il primo rimante con il precedente e gli altri due rimanti fra di loro.], farse e un Rifacimento dell’Orlando innamorato del Boiardo.

Ma qui devono essere ricordati anche alcuni famosi artisti figurativi, che furono contemporaneamente letterati. Leon Battista Alberti (Genova 1404 – Roma 1472) fu non soltanto scultore, architetto e matematico, ma anche umanista e scrittore, che lasciò al riguardo vari trattati, ancor oggi fondamentali. Il genio universale di Leonardo da Vinci (Vinci, FI, 1452 – Cloux d’Amboise, Francia, 1519) ha dato lustro all’Italia nella pittura, nella scienza, nella tecnologia, nell’ingegneria idraulica e militare e — non ultimo — nel pensiero; ed è stato anche inventore. Notevoli sono i suoi Appunti e Pensieri, uno dei quali afferma: “Siccome il ferro s’arrugginisce sanza esercizio, e l’acqua si putrefà e nel freddo s’agghiaccia, così l’ingegno, sanza esercizio, si guasta” (Codice Atlantico). Altro artista-poeta fu Michelangelo Buonarroti (Caprese, AR, 1475 – Roma 1564), che — oltre alle grandiose opere d’architettura e scultura che tuttora stupiscono il mondo, quali la cupola di S. Pietro e le altre sparse fra Roma, Firenze e altrove — lasciò una silloge di Liriche esprimenti un animo semplice e delicato, in pensieri d’amore e di morte, fra cui quelli rivolti alla poetessa Vittoria Colonna, con cui egli aveva intrecciato un affettuoso sodalizio in nome dell’arte e che da morta egli rappresentò quale Maddalena in una Crocefissione oggi nella concattedrale di Logroño (Spagna). È sepolto nella basilica fiorentina di S. Croce; e di lui il Foscolo scrisse che “nuovo Olimpo / alzò in Roma a’ Celesti” [27 Innalzò agli dei un nuovo Olimpo: cioè, a Roma costruì la cupola della basilica di S. Pietro, nuova sede della Divinità.] (Dei sepolcri, 159-160).

In questo periodo si fece strada una disciplina nuova: la geografia. Giovan Battista Ramusio (Treviso 1485 – Padova 1557) fu il primo geografo moderno, il quale — oltre che umanista — fu politico e diplomatico di Venezia; e nella monumentale opera Delle Navigazioni et Viaggi raccolse una cinquantina di diari di navigazione, dall’antichità classica ai suoi tempi: sicché, senza averle mai viste, presentò descrizioni di terre lontane, anche d’oltreoceano, con precise mappe e vivi particolari (morfologia, antropologia, flora, fauna, ecc.).

Alla visione laica del Rinascimento si rifecero i grandi storiografi Niccolò Machiavelli (Firenze 1469 – ivi 1527) e Francesco Guicciardini (Firenze 1483 – Arcetri, FI, 1540), i quali, superando il modello cronachistico trecentesco di Giovanni, Matteo e Filippo Villani e di Dino Compagni, fecero una storiografia intrisa di scienza politica, passando dalle vicende di Firenze a quelle dell’Italia e di Stati esteri. Notevoli sono anche i loro trattati politici: del Machiavelli è famosissimo il trattato De principatu [28 “Il principato” (latino).], comunemente detto Il principe, in cui egli offrì come modello una spregiudicata figura di principe, mentre nei Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio imputò alla curia pontificia la responsabilità d’impedire l’unificazione politica dell’Italia e con le Istorie fiorentine divenne lo storiografo ufficiale di Firenze; e famose sono pure sue opere letterarie quali le commedie Mandragola (la più bella del suo secolo) e Clizia, la novella Belfagor e la favola in forma di poema satirico Asino [d’oro], anche se la sua lingua fiorentina, di stampo boccacciano, non risulta facilmente accessibile. Il Machiavelli è sepolto nella basilica fiorentina di S. Croce; e di lui il Foscolo scrisse che “temprando lo scettro a’ regnatori / gli allòr ne sfronda, ed alle genti svela / di che lagrime grondi e di che sangue” [29 Rafforzando, o — secondo altri — moderando il potere dei principi, ne riduce gli aspetti di gloria e mostra ai popoli quante lacrime e sangue esso comporti.] (Dei sepolcri, 156-158).

Se il Machiavelli può essere considerato padre della moderna storiografia italiana, il domenicano Tommaso Fazello (Sciacca, AG, 1498 – Palermo 1570), che studiò teologia a Padova, è il padre della moderna storiografia siciliana. Le sue De rebus Siculis decades duae [30 “Due decadi di storia siciliana” (latino).] composte in latino — prima opera a stampa di storiografia siciliana — sono tuttora una fonte ineludibile per gli studiosi di cose siciliane: la prima ha più che altro un’impostazione geografico-descrittiva e la seconda è spiccatamente storiografica.

E sulle orme dei precedenti si posero gli storiografi Donato Giannotti (Firenze 1492 – Roma 1573), Paolo Paruta (Venezia 1540 – ivi 1598) e Paolo Sarpi (Venezia 1552 – ivi 1623), i quali concentrarono la loro attenzione sulla storia veneziana, sebbene il toscano Giannotti si sia occupato anche di Storia fiorentina [31 In quest’opera, II 38, il Giannotti riporta anche il motto popolare “Legge fiorentina, fatta la sera e guasta la mattina” che Dante in Purg. VI 143-144, rivolgendosi a Firenze, trasformò in “a mezzo novembre / non giunge quel che tu d’ottobre fili”: le leggi emanate da Firenze in Ottobre erano così fragili che non giungevano al mezzo di Novembre.] e in generale d’Italia. In particolare il Sarpi — oltre a stendere l’Istoria del Concilio Tridentino — s’impegnò nella strenua difesa delle prerogative civili di Venezia contro le pretese della curia pontificia; e, quando nel 1607 subì un attentato a Venezia, lo attribuì alla curia stessa (che lo perseguitava tramite la Sacra Inquisizione), pronunciando le famose parole: “Agnosco stilum Romanae Curiae” [32 “Riconosco il pugnale della Curia Romana” (latino).]; e successivamente compilò l’Istoria dell’Interdetto [33 Nel 1606 il papa Paolo V lanciò contro la repubblica di Venezia l’interdetto (scomunica d’un’intera comunità).].

Intanto col Morgante maggiore di Luigi Pulci (Firenze 1432 – Padova 1484) e con l’Orlando innamorato di Matteo Maria Boiardo (Scandiano, RE, 1441 – Reggio Emilia 1494), e prima ancora con le Chansons de geste (secc. XI-XIV) era cominciata l’epopea dei poemi cavallereschi, la cui fortuna si manifestò con una lunga popolarità, tanto che le vicende narrate divennero oggetto di letture domestiche al lume di candela e poi di petrolio, drammi teatrali e recite in piazza da parte di contastorie e cantastorie, e in Sicilia oggetto dell’opera dei pupi e di scene pittoriche dei famosi carretti siciliani.

I solenni versi

Le donne, i cavallier, l’arme e gli amori,
le cortesie, l’audaci imprese io canto [...],

con cui s’apre l’ampio poema Orlando furioso di Ludovico Ariosto (Reggio Emilia 1474 - Ferrara 1533), riecheggiano quelli di Dante di Purg. XIV 109-110: “le donne e’ cavalier, li affanni e li agi / che ne ‘nvogliava amore e cortesia”. Essi ci richiamano in mente le mirabolanti avventure d’Orlando e della sua amata Angelica, ma anche gli ambienti cortesi in cui le coinvolgenti ottave venivano recitate, dalle quali risaltavano nobili sentimenti (Oh gran bontà de’ cavallieri antiqui!), fughe come quella d’Angelica (Fugge tra selve spaventose e scure...), follie come quella d’Orlando (Pel bosco errò tutta la notte il conte...), viaggi fantascientifici come quello d’Astolfo sulla luna (Tutta la sfera varcano del fuoco...). L’Ariosto è sepolto nella biblioteca comunale “Ariostea” di Ferrara, dove sono conservati anche il dito indice di Galileo (col quale indicava le stelle) e il cuore del Monti.

A questo genere appartiene anche La Gerusalemme liberata di Torquato Tasso (Sorrento, NA, 1544 – Roma 1595), ma con qualcosa di nuovo e di diverso: un’inquietudine e un tormento che fanno di lui un antesignano del Romanticismo e intrecciano religiosità e sensualità (altri elementi dell’opera), richiamandoci da una parte il Petrarca, morto già da due secoli ma sempre vivo fra i petrarchisti, e dall’altra il Leopardi, che più di due secoli dopo amò tanto questo poeta da andare a piangere sul suo sepolcro nel convento romano di S. Onofrio sul Gianicolo. I versi

Canto l’armi pietose e il capitano
che ‘l gran sepolcro liberò di Cristo [...]

sono l’esordio di questo fortunato poema, nelle cui ottave — molte delle quali imparate a memoria — storie come quella di Tancredi inutilmente amato da Erminia (Intanto Erminia infra l’ombrose piante...) e dello stesso personaggio che uccide l’amata Clorinda senza saperlo (Vuol ne l’armi provarla: un uom la stima...) nella scuola d’una volta diventavano paradigmi d’impossibili amori; mentre veniva pressoché ignorato il rifacimento intitolato La Gerusalemme conquistata, eseguito dal poeta per scrupoli morali.

Questo genere fu parodiato da Girolamo Teofilo Folengo (Mantova 1491 – Bassano, VI, 1544), il quale prese in giro anche la tradizione classico-latina. Il suo divertentissimo Baldus è scritto in latino maccheronico, una lingua da lui inventata, e narra le avventure d’un falso eroe, chiamato appunto Baldus. Egli continuò poi col poema Orlandino e con l’autobiografia romanzata Il caos del Triperuno.

Ma l’umanista Marcantonio Flaminio (Serravalle, oggi rione di Vittorio Veneto, TV, 1498 – Roma 1550) ridava dignità al latino con le sue opere Annotationum Sylvae duae (opera erudita donata al papa Leone X), Lusus pastorales (elegie amorose), De rebus divinis carmina (liriche religiose) [34 “Due selve [raccolte] d’annotazioni”, “Giochi pastorali” e “Canti su cose religiose” (latino).] e altre di vario contenuto, anche in italiano, oscillando fra il profano e il sacro. Egli conobbe e incontrò i più importanti letterati e umanisti del suo tempo, fra i quali il Sannazaro, il Castiglione e il Bembo.

Nel frattempo Annibal Caro (Civitanova, MC, 1507 – Roma 1566) rendeva in italiano la solennità dell’Eneide, cominciando l’opera coi solenni versi:

L’armi canto e ‘l valor del grand’eroe
che pria da Troia per destino ai liti
d’Italia e di Lavinio errando venne [...]

La sua traduzione invase e dominò per secoli le scuole italiane.

Come abbiamo visto, il Rinascimento fu anche caratterizzato dalla comicità: una comicità, però, che a spesso faceva riflettere: Angelo Beolco, detto il Ruzante/Ruzzante (Padova o Pernumia, PD, 1496/1508 – ivi 1542), oltre a commedie in volgare pavano — in cui si dimostrò abile maestro (Moscheta, Fiorina, Bìlora [35 Questa commedia anticipa il Verga nella cruenta espressione d’una gelosia del tipo di Cavalleria rusticana o meglio di Jeli il pastore.], Il reduce villano che torna dalla guerra) — ne compose altre in cui alternò vari volgari (toscano, pavano, veneziano); e in toscano lasciò pure delle Rime d’ispirazione petrarchesca.

Alessandro Tassoni (Modena 1565 – ivi 1635), che scrisse anche delle Considerazioni sopra le Rime del Petrarca, col suo poema eroicomico in ottave La secchia rapita volle non soltanto far ridere su una guerra combattuta fra modenesi e bolognesi per una arrugginita e insignificante secchia, rapita dai primi ai secondi e ora rimasta a Modena, ma anche far riflettere sulla facilità e inutilità delle guerre.

Il pittore e poeta Salvator Rosa (Napoli 1615 – Roma 1673), soprannominato Salvator delle Battaglie per le numerose battaglie dipinte, fra Firenze (dai Medici) e Roma (dove fu perseguitato dalla Sacra Inquisizione) compose sette pungenti Satire precedute da un sonetto, divertenti ma a volte difficilmente leggibili a causa del linguaggio artificioso.

A sua volta il medico e naturalista Francesco Redi (Arezzo 1626 – Pisa 1696/1697) col suo ditirambo “Bacco in Toscana” — in versi scorrevoli, cantabili e a volte barcollanti come i passi d’un ubriaco — ritornava alla tradizione rinascimentale di Lorenzo dei Medici e d’altri poeti, cantando la varietà, la bontà e l’ebbrezza del vino, capace di procurare ed esaltare l’amore, la pace, la poesia. Ma il Redi fu anche un pioniere della letteratura scientifica pubblicando Osservazioni sul veleno delle vipere, Esperienze intorno alla generazione degli insetti e Consulti medici.

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