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Carmelo Ciccia

Gli Scrittori che hanno unito l'Italia

Sintetica rivisitazione della letteratura italiana nel 150° dell’Unità (1861-2011)

Libraria Padovana Editrice / Literary 2010

Edizione revisionata nel 2015

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La questione della lingua unitaria

Abbiamo visto che, dopo gli esperimenti attuati dalla scuola poetica siciliana, fu Dante Alighieri [36 Gli estremi biografici sono nel capitolo Dante, Petrarca, Boccaccio e altri prosatori.] — il quale in pratica si rifaceva a tale scuola — ad inaugurare nel sec. XIV la questione della lingua unitaria per l’Italia col suo trattato De vulgari eloquentia, in cui di fatto propose quasi il fiorentino colto poi assunto dal Manzoni. Tale questione ritornò nel sec. XV e continuò vivacemente nei secoli successivi con altri autori.

Vincenzo Colli, detto il Calmeta (Vicenza circa 1460 – Roma 1508) nel trattato Della volgar poesia propose la lingua della curia romana.

Niccolò Machiavelli ( [37 Gli estremi biografici sono nel capitolo Il Rinascimento.]) nel Discorso o dialogo intorno alla nostra lingua propose quella usata dagli scrittori fiorentini;

Pietro Bembo (Venezia 1470 – Roma 1547), appartenente al patriziato veneziano, oltre che a Venezia studiò a Messina (il greco), a Padova (dove si laureò) e a Ferrara, vivendo anche ad Urbino e Roma. Fu cardinale, arciprete del duomo di Valdobbiadene (TV), vescovo di Gubbio (PG) e di Bergamo. Oltre al dialogo in latino De Aetna [38 “L’Etna”. In quest’opera del 1493, a quanto ha scoperto Arrigo Castellani, il Bembo inventò e usò per la prima volta la virgola di forma moderna, il punto e virgola, l’apostrofo e gli accenti alla greca. Essa ha conservato la sua validità anche dopo cinque secoli, quando è stata tradotta da Vittorio Enzo Alfieri, con note di Marcello Carapezza e Leonardo Sciascia (Sellerio, Palermo, 1981).], frutto d’una sua visita all’Etna per scopi scientifici e che fu stampato a Venezia per la prima volta col carattere tipografico da lui detto “bembo”, compose le Rime d’ispirazione petrarchesca (infatti egli iniziò la maniera del petrarchismo), i dialoghi intorno alla natura dell’amore, da Asolo (TV) — dove fu alla corte della regina Caterina Cornaro — intitolati Asolani, e le Prose della volgar lingua, nelle quali rispetto al latino sostenne l’uso prioritario del volgare fiorentino o toscano sui modelli dei grandi autori trecenteschi Petrarca (poesia) e Boccaccio (prosa),indicando anche delle precise regole grammaticali.

Baldassar Castiglione (Casatico, MN, 1478 – Toledo, E, 1529) nel trattato Il libro del cortegiano propose l’italianità della lingua sulla scia di quella di Dante.

Gian Giorgio Trissino (Vicenza 1478 – Roma 1550) nel dialogo Il castellano s’accostò al Castiglione, ma, leggendo male il De vulgari eloquentia, intese la lingua volgare come mescolanza di tutti i dialetti, mentre poi lui stesso arrivò a proporre l’introduzione di lettere dell’alfabeto greco

Marco Girolamo Vida (Cremona 1485 – Alba, CN, 1566) nella Poetica e Antonio Minturno, pseudonimo d’Antonio Sebastiani (Traetto/Minturno, LT, 1500 – Crotone 1574) in De poeta [39 “Il poeta”.] proposero di rifarsi all’Ars poetica [40 “Arte poetica”.] d’Orazio. .

Claudio Tolomei (Siena 1492 – Roma 1556) nei dialoghi Polito e Cesano propose la lingua parlata toscana.

Bernardino Daniello (Lucca circa 1500 – Padova 1565) nella Poetica si rifece al Bembo.

Alessandro Citolini (Serravalle, oggi rione di Vittorio Veneto, TV, circa 1500 – Londra circa 1582) — che dovette riparare prima in Svizzera, poi in Francia e infine a Londra perché aveva aderito alla riforma di Lutero, per la qual cosa rischiò d’essere mandato al rogo — con la sua Lettera in difesa de la lingua volgare fu il primo a proporre che la nuova lingua si chiamasse “italiana” anziché “volgare” e perciò, dopo La Tipocosmia, scrisse la prima Grammatica Italiana della storia, nella quale proponeva un alfabeto di trenta lettere (di cui nove vocali) e dava anche consigli di stilistica.

La linea del Bembo e dei fiorentini fu seguita anche da Giovanni Della Casa (Firenze 1503 – Roma 1556), vescovo di Benevento, il quale, dopo vari impegni diplomatici, si ritirò nell’abbazia benedettina di Nervesa (TV), dove compose il celebre trattato Galateo overo de’ costumi, che ha avuto un immenso successo attraverso i secoli, offrendo pure un modello di lingua toscana piana ed elegante.

Giambattista Giraldi Cinzio (Ferrara 1504 – ivi 1573) nei Discorsi intorno al comporre dei romanzi, delle commedie e delle tragedie, Francesco Robortello (Udine 1516 – Padova 1567) con l’opera In librum Aristotelis de arte poetica explicationes [41 “Spiegazioni relative al libro d’Aristotele sull’arte poetica”.] e Torquato Tasso [42 Gli estremi biografici sono nel capitolo Il Rinascimento.] nei suoi Discorsi dell’arte poetica si rifecero alla Poetica d’Aristotele.

L’Accademia della Crusca, a cui aderirono parecchi letterati d’allora e che continua ancor oggi, fu costituita a Firenze nel 1583. Il suo nome deriva dal fatto che i suoi accademici volevano separare con un setaccio la farina (il buono) dalla crusca (il cattivo) che ci può essere nella lingua. Essa fu organizzata scientificamente da Leonardo Salviati (Firenze 1540 – ivi 1589), pubblicò nel 1612 il Vocabolario della Crusca, che ha avuto varie edizioni fino ai nostri giorni, ed è stata la roccaforte del volgare fiorentino e del purismo, cioè della tendenza a difendere la tradizione linguistica mettendo al bando forestierismi e neologismi.

Carlo Roberto Dati (Firenze 1619 – ivi 1676), segretario della Crusca e revisore del Vocabolario, nel suo Discorso del ben parlare la propria lingua, ovviamente sostenne il purismo.

Aristarco Scannabue, pseudonimo di Giuseppe Baretti (Torino 1719 – Londra 1789) nella rivista “La frusta letteraria” e Alessandro Verri (Milano 1741 – Roma 1816) nel giornale “Il caffè” rifiutarono il purismo dell’Accademia della Crusca, dichiarandosi favorevoli all’accettazione delle parole straniere, purché fossero italianizzate nella grafia e nella pronuncia.

Melchiorre Cesarotti (Padova 1730 – Selvazzano, PD, 1808) nel Saggio sulla filosofia delle lingue, pur riconoscendo la superiorità della parlata toscana, sostenne la necessità di rifarsi all’uso corrente.

Vincenzo Monti (Alfonsine, RA, 1754 – Milano 1828) nella Proposta di alcune correzioni ed aggiunte al vocabolario della Crusca e suo genero Giulio Perticari (Savignano, FC, 1779 – San Costanzo, PU, 1822) nel libro Dell’amor patrio di Dante e del suo libro intorno al volgare eloquio affermarono l’unità politica e linguistica della nazione; in particolare quest’ultimo, male interpretando Dante, pressappoco come il Trissino, proponeva una lingua contaminata da diversi volgari.

Antonio Cesari (Verona 1760 – Ravenna 1828) nella Dissertazione sopra lo stato presente della lingua italiana e ristampa del vocabolario della Crusca propugnò la toscanità della lingua col motto “o bere in Arno o affogare”.

Alessandro Manzoni (Milano 1785 – ivi 1873) dedicò alla questione della lingua diverse opere: in Sentir messa (in difesa del Grossi, che in Marco Visconti aveva usato tale espressione, da altri biasimata quale toscanismo) guardò all’aspetto sociale della lingua e propose il toscano; nella Lettera sulla lingua italiana a Giacinto Carena affermò che la lingua italiana è a Firenze; nella Relazione al ministro Broglio sull’unità della lingua italiana e sui mezzi di difenderla, nonché in un’Appendice ad essa, sostenne il fiorentino delle persone colte; e così pure fece nella Lettera a Ruggero Bonghi intorno al “De vulgari eloquentia” di Dante e nella Lettera a Ruggero Bonghi intorno al Vocabolario. In conseguenza di ciò lo scrittore, prima della pubblicazione dell’edizione definitiva del romanzo I promessi sposi si recò a Firenze a “sciacquare i panni in Arno”.

Nella questione intervenne ovviamente lo stesso Ruggero/ Ruggiero Bonghi (Napoli 1826 – Torre del Greco, NA, 1895), patriota, deputato del Regno d’Italia e ministro della pubblica istruzione — oltre che co-fondatore della Società Dantesca Italiana in Firenze e primo presidente della Società Dante Alighieri in Roma — il quale nei suoi scritti propose una lingua semplice, quotidiana, non illustre.

A sua volta Edmondo De Amicis (Oneglia, oggi fraz. d’Imperia, 1846 – Bordighera, IM, 1908) con l’opera L’idioma gentile sostenne, sulla scia del Manzoni, una lingua moderna e perfettamente italiana.

Successivamente intervennero nella questione anche altri. È evidente che tutti i tentativi di dare un assetto alla lingua erano anche finalizzati non soltanto a fare dibattiti accademici, ma anche a favorire l’omogeneità e la stabilità della nazione italiana, dato che lingua e nazione coincidono o almeno la lingua è il principale fattore della nazione.

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