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Carmelo Ciccia

Gli Scrittori che hanno unito l'Italia

Sintetica rivisitazione della letteratura italiana nel 150° dell’Unità (1861-2011)

Libraria Padovana Editrice / Literary 2010

Edizione revisionata nel 2015

© Tutti i diritti riservati

Il Decadentismo e le sue diramazioni

Verso la fine del sec. XIX nacque in Francia un movimento artistico-letterario che cercava d’opporsi alla razionalità del Positivismo scientifico, esaltando il mistero, il simbolo, il ripiegamento su sé stessi alla ricerca del proprio interiore, il languore, l’abbandono alla depressione e ora l’annientamento di sé (suicidio) ora la ricerca di tutte le proprie energie per l’affermazione del superomismo. Il termine deriva dal francese décadent = “decadente”; e fu il poeta Paul Verlaine che nel 1883 pubblicò un sonetto in cui parlava di decadenza della società sotto il languore del sole. Nacque la rivista “Le décadent” e nello stesso anno il Verlaine pubblicò il libro Poètes maudits = “Poeti maledetti”, con cui indicava alcuni poeti suoi amici (Mallarmé, Rimbaud, ecc.), a cui si possono aggiungere anche Baudelaire e altri. Ben presto questa tendenza s’estese a tutta l’Europa; e, se all’inizio la denominazione ebbe una valenza negativa, dopo servì soltanto ad indicare un modo di vivere e far poesia. In realtà si tratta d’una forma estrema di Romanticismo; e alcuni ritengono che tuttora viviamo in quest’ultimo stadio del Romanticismo (3° Romanticismo), di cui sarebbero diramazioni tutti gl’“ismi” contemporanei (per usare un’espressione del Capuana): Psicologismo e Psicanalismo, Simbolismo, Estetismo, Ermetismo, Futurismo, Crepuscolarismo e sperimentalismi vari.

Antonio Fogazzaro (Vicenza 1842 - ivi 1911) oscilla fra Romanticismo e Realismo; ma lo psicologismo, il languore di certi atteggiamenti, la preferenza per il mistero e il ricorso a fenomeni e pratiche di magia (spiritismo, ecc.) suggeriscono un suo inquadramento nel Decadentismo. La sua formazione iniziale fu rigorosamente cattolica, anche perché ebbe uno zio sacerdote e fu allievo del docente, poeta e sacerdote Giacomo Zanella; ma egli poi passò al panteismo e all’agnosticismo, per ritornare infine ad un sincero cattolicesimo. In seguito ad una serie d’intense letture di contenuto dottrinario, morale, filosofico, teologico, storico e scientifico egli acquisì quella formazione che fa da supporto ai suoi libri. Occupò varie cariche a livello amministrativo e sociale, fu presidente dell’Accademia Olimpica di Vicenza e fu nominato senatore del Regno d’Italia. Fu anche autore di testi per musica; ma, a parte il poemetto Miranda e la silloge poetica Valsolda [110 Nel 1848, in seguito all’assedio della sua città, la famiglia s’era spostata prima a Rovigo e poi a Oria, in Valsolda (CO), ridente località d’origine della madre, in cui egli ritornò anche dopo la laurea, facendone la sua terra sognata e lo scenario del romanzo Piccolo mondo antico e di pagine dei romanzi successivi.], lasciò vari romanzi che furono molto apprezzati (anche da scrittori di vaglia, come Arrigo Boito e Giovanni Verga, i quali furono amici suoi), nonché discussi a largo raggio, fra cui: Malombra, Daniele Cortis, Il mistero del poeta, Piccolo mondo antico, Piccolo mondo moderno, Il Santo, Leila. Gli ultimi quattro costituiscono un ciclo; e d’essi è il primo romanzo che ha ottenuto una grande popolarità, anche per le trasposizioni cinematografiche e televisive, grazie all’icasticità dei personaggi, fra cui la piccola Maria, detta Ombretta, a cui il prozio cantava quella simpatica strofetta

Ombretta sdegnosa
del Missipipì
non far la ritrosa
e baciami qui
.

Questo romanzo è insieme fantastico, storico e patriottico. I protagonisti Franco e Luisa, nonché il benefattore zio di lei, sono perseguitati dal regime austriaco; e Franco, anche a causa delle divergenze di pensiero e di religione con la moglie in seguito alla morte della figlia Maria-Ombretta, esula a Torino e parte volontario per la seconda guerra d’indipendenza, dove poi perde la vita per l’Italia. Al riguardo sono particolarmente interessanti le pagine della parte seconda in cui si parla di questa guerra e dell’entusiasmo di Franco per l’unità d’Italia (in ciò seguito dalla moglie). Negli altri tre romanzi del ciclo il Fogazzaro s’impegnò nel dibattere la questione dell’ammodernamento della Chiesa Cattolica e nell’auspicare un ritorno d’essa alla semplicità del Vangelo, propugnando anche l’introduzione delle lingue nazionali nei riti. Con ciò non soltanto incorse nella condanna all’Indice dei libri proibiti, ma trasformò le sue opere in mezzi di propaganda ideologica, limitando sensibilmente il valore alla sua arte narrativa.

Neera, pseudonimo d’Anna Zuccari (Milano 1846 – ivi 1918) fu poetessa (Il canzoniere della nonna, Poesie), commediografa (Maura) e narratrice contraria al Verismo (Il castigo, Teresa, La vecchia casa), che scrisse in una prosa senza ricercatezze, tanto che era presente in quasi tutte le antologie scolastiche.

Vittoria Aganoor (Padova 1855 – Roma 1910), d’origine armena, fu poetessa raffinata e patriota, la quale nella silloge Leggenda eterna espresse la sua anima inquieta e la sua dolorante umanità, mentre nelle Nuove liriche si mostrò rasserenata e fiduciosa in Dio, conciliando nella forma Classicismo e Decadentismo. Allieva per quindici anni dello Zanella, fu apprezzata — fra i tanti — da lui e dal Croce. Sposò il nobile napoletano Guido Pompilj, il quale per il dolore si uccise lo stesso giorno della morte di lei. Visse anche in una sua villa di Basalghelle di Mansuè (TV), fornita d’un rilassante bosco e frequentata anche da altri illustri scrittori. Numerosi musicisti hanno musicato i suoi testi. Lasciò a mo’ di testamento spirituale dei versi significativi:

Quando avrai bisogno di forza
per resistere alle raffiche del dolore,
per combattere le passioni,
per infrenare il risentimento
che così spesso suscitano
le ingiustizie degli uomini
e le loro ipocrite commedie,
e i loro perfidi raggiri;
stringiti a quella immensa forza,
a quella raggiante consolazione
che è la croce...

Giovanni Pascoli (San Mauro, FC, 1855 – Bologna 1912) è un alto rappresentante del Decadentismo. Nella scuola d’una volta agli era considerato il poeta dei fanciulli per eccellenza: e ciò, non soltanto per la sua teoria del fanciullino, ma anche per la pratica d’essa che il poeta fece nella vita e nell’arte. Basti pensare all’incredibile numero e varietà d’uccelli presenti nella produzione pascoliana. Ecco, dunque, ch’egli si fece fanciullo per i fanciulli, ma anche per gli adulti; e i fanciulli, anche se cresciuti, hanno ricambiato il suo amore con altrettanto amore, imparando a memoria e recitando giulivamente quelle poesie che hanno tanto contribuito all’educazione e all’unità dell’Italia.

Nella sua lunga attività il mite poeta pubblicò varie sillogi: Myricae [111 “Tamerici” (latino).], Primi poemetti, Canti di Castelvecchio, Nuovi poemetti, Poemi conviviali, Odi e inni, Poemi italici, Canzoni di Re Enzio, Poemi del Risorgimento, Poesie varie. Pubblicò anche poesie in latino, studi danteschi e alcune antologie scolastiche.

Sicché non si può non ripensare con commozione a tanti versi pascoliani, anche per il senso decadentistico del mistero e per i risvolti umani delle sventure ivi riferite: ...Romagna solatia, dolce paese, / cui regnarono Guidi e Malatesta, / cui tenne pure il Passator cortese, / re della strada, re della foresta. (“Romagna”); San Lorenzo, io lo so perché tanto / di stelle per l’aria tranquilla / arde e cade, perché sì gran pianto / nel concavo cielo sfavilla (“X agosto”); Dov’era l’ombra, or sé la quercia spande / morta, né più coi turbini tenzona... (“La quercia caduta”); C’è qualcosa di nuovo oggi nel sole, / anzi d’antico: io vivo altrove, e sento / che sono intorno nate le viole... (“L’aquilone”); Udii tra il sonno le ciaramelle, / ho udito un suono di ninne nanne. / Ci sono in cielo tutte le stelle, / ci sono i lumi nelle capanne... (“Le ciaramelle”); C’è una voce nella mia vita, / che avverto nel punto che muore... (“La voce”); Oh! Valentino vestito di nuovo, / come le brocche dei biancospini! / Solo, ai piedini provati dal rovo / porti la pelle dei tuoi piedini... (“Valentino”); Al mio cantuccio, donde non sento / se non le reste brusir del grano... (“L’ora di Barga”); Il giorno fu pieno di lampi; / ma ora verranno le stelle... (“La mia sera”); “O cavallina, cavallina storna, / che portavi colui che non ritorna... (“La cavalla storna”).

Emozione, stupore, dolcezza: ecco che cosa c’invadeva e torna ad invaderci con queste poesie. Era la cullante musicalità, che a volte le trasformava in nenie, era la facilità d’apprendimento, era il senso di rilassamento e di quiete ch’esse sapevano infonderci: fatto sta che il Pascoli era uno dei nostri preferiti, a tal punto che alcuni imparavano a memoria anche qualche brano di sua composizione in latino, come “Thallusa”: Implicitos dextra pueros laevaque trahebat / serva duos [112 “Fiorente” (greco): “La serva si tirava appresso due fanciulli, afferrati con la destra e la sinistra” (latino).]... E tuttora non si può non pensare con rimpianto alla nostra infanzia e a quella scuola che tanto ha saputo darci, fissando per sempre nella nostra mente parole, pensieri e immagini così pregnanti.

È sepolto nella cappella del suo giardino di Castelvecchio, accanto alla sorella Maria.

Virginia Olper (Venezia 1856 – ivi 1919) fu una scrittrice e giornalista ebrea, vissuta a Padova per diversi anni. Figlia di padre massone e patriota, pubblicò fiabe, racconti e saggi, riscuotendo un modesto interesse. Femminista convinta, collaborò con recensioni ad alcuni giornali e agitò la questione femminile (disagio familiare e sociale, emancipazione, lavoro, divorzio, ecc.), ma presto cadde in oblio. Opere: Gloria di sole, Racconti sentimentali e novelle veneziane, Il movimento etico-sociale e l'Unione morale, Il raggio, La cieca, La donna nella realtà.

Edoardo Scarfoglio (Paganica, AQ, 1860 – Napoli 1917), marito di Matilde Serao, fu scrittore e giornalista, che a Napoli con la moglie fondò il giornale “Il mattino” e svolse un ruolo di primo piano nella cultura partenopea. In politica fu nazionalista e colonialista; in letteratura cominciò con l’ispirarsi al Carducci (I papaveri), ma poi seguì il D’Annunzio con novelle di carattere estetizzante (Il processo di Frine). Scrisse anche libri di recensioni e di viaggi.

Italo Svevo, pseudonimo d’Aron Hector Schmitz (Trieste 1861 – Motta di Livenza, TV, 1928), ebreo di padre tedesco, dopo avere studiato in Germania, per problemi economici della famiglia prima fu impiegato d’una banca triestina e dopo il matrimonio fu socio e quindi direttore dell’azienda del suocero, nella qual veste fece numerosi viaggi all’estero, più volte abbandonando l’idea di fare lo scrittore. I suoi romanzi Una vita (disagio e suicidio d’un campagnolo immigrato in città) e Senilità (innamoramento d’un maturo letterato per una formosa ragazza) non ebbero immediato successo; ma fu per l’amicizia con lo scrittore irlandese James Joyce, allora insegnante d’inglese a Trieste, che riuscì a lanciare La coscienza di Zeno. In questo romanzo, che presto diventò un caso d’interesse mondiale per la riconosciuta originalità, il protagonista è convinto d’essere un inetto e che la vita sia una malattia, per la qual cosa s’adagia su una posizione d’abulia. Il romanzo, quasi tutto basato sulla psicanalisi, si svolge in forma pressoché diaristica: i capitoli costituiscono singoli episodi su specifici temi; e sotto Zeno sembra celarsi lo scrittore stesso, che parla in prima persona e che alla fine si svela chiaramente. Sulla scorta delle dottrine dei filosofi Schopenhauer e Freud, lo Svevo portò il Verismo da una visione oggettiva ad una soggettiva, con ampie ripercussioni sulla propria interiorità dell’oggetto descritto: la zona popolare di Trieste, l’ambiente impiegatizio, il personaggio, il fatto; e da ciò deriva la sofferenza del protagonista, che lo scrittore — sia pure nel suo pessimismo — vorrebbe riscattare. In pratica qui si ha una commistione di Verismo e Decadentismo, anche se si può meglio parlare di Realismo decadente. Famose sono in questo romanzo le pagine relative all’ultima sigaretta e quelle finali in cui è descritto lo scoppio della prima guerra mondiale: lo scrittore, andato ad acquistare dei fiori in campagna, a sua insaputa si trova bloccato dall’avvio delle operazioni belliche ed è costretto ad un lungo giro, restando per un giorno fuori casa, digiuno e lontano dalla moglie. Dopo la sua morte, avvenuta per scontro automobilistico, uscirono Corto viaggio sentimentale e altri racconti inediti, Saggi e pagine sparse e sei commedie.

Ben poco si salvava della logorrea e grafomania di Gabriele D’Annunzio (Pescara 1863-Gardone Riviera, BS, 1938) — patriota, generale, governatore, deputato del Regno d’Italia e principe — il quale scriveva anche sui fazzoletti, sulle bombe sganciate dall’aereo e nelle bottiglie lanciate in mezzo al mare. Alto rappresentante del Decadentismo, fu anche nazionalista e colonialista, pieno di denaro e d’amanti (di cui la più celebre fu l’attrice Eleonora Duse) che gli permisero una vita “eroica”, ricca di non comuni piaceri e raffinatezze, nonché all’insegna della trasgressione.

Si può dire che nella sua vita e nella sua arte spesso convivano sensualismo e misticismo: un’associazione di tendenze — questa — presente in altri scrittori, come ad esempio il Fogazzaro.

Eppure, nonostante l’altisonante retorica, la sua figura d’eroe della prima guerra mondiale, che subì anche una parziale cecità ed ottenne varie decorazioni e onorificenze, è indiscutibile: tutti ricordiamo la cosiddetta beffa di Buccari a sud-est di Fiume (1918), il provocatorio volo su Vienna con lancio di volantini (1918), l’occupazione di Fiume coi suoi legionari (dopo la leggendaria marcia partita da Ronchi) e la sua Reggenza Italiana del Carnaro [113 Il termine Carnaro/Quarnaro deriva da una carneficina avvenuta in epoca mitologica, ai tempi del cosiddetto vello d’oro.] (1919), il “Natale di sangue” quando lui e i suoi legionari furono scacciati dalle truppe del regio esercito italiano (1920). Di queste imprese rimangono varie testimonianze nei suoi scritti, come ad esempio quella della beffa di Buccari in “La canzone del Quarnaro” [114 L’11 febbraio 1918 la squadra dannunziana (“trenta d’una sorte e trentuno con la morte”) penetrò con tre torpediniere (“tre gusci, tre tavole di ponte”) nel golfo del Quarnaro o Carnaro e quindi nella stretta baia di Buccari, alla ricerca d’una corazzata nemica da silurare, al posto della quale (non trovata) silurò quattro mercantili e lasciò nella baia tre bottiglie con un biglietto di scherno scritto dal poeta stesso. In questo brano della canzone egli allude alla grande trepidazione e compartecipazione con cui fu seguita attorno al golfo la sua impresa di liberazione. In un clima di gran festa per l’occasione, il poeta evoca città, isole e golfi, flora e paesaggi dell’Istria e Dalmazia. Albona sembra levata in piedi sulla collina, a ruggire insieme con il suo leone marciano e professare ancora una volta la sua venezianità-italianità; e questo ruggito incita le popolazioni vicine, rappresentando una sfida per chi, come un somaro, raglia senza comprendere le ragioni degl’Istriani e Dàlmati. Questa canzone, tutta pervasa di patriottismo (“ostia tricolore”) e di scherno per i nemici, è un importante documento storico oltre che poetico.]:

Siamo trenta d’una sorte
e trentuno con la morte.
Eia, l’ultima!
Alalà...
[115 Il grido “Eia, eia, alalà!” (dal greco alalài, che era il grido di guerra o di vittoria) diventò poi il saluto fascista.]

La sua sterminata produzione va dalle prime sillogi di poesia (Primo vere [116 “All’inizio della primavera” (latino).], Canto novo), a quelle delle novelle (Terra vergine, Il libro delle vergini, San Pantaleone), all’Intermezzo di rime, alle altre sillogi poetiche L’Isotteo e Poema paradisiaco, ai romanzi (Il piacere, Giovanni Episcopo, L’innocente, Il trionfo della morte, Le vergini delle rocce, Il fuoco e Forse che sì forse che no), alle sillogi poetiche in vari volumi intitolati Laudi del cielo, del mare, della terra e degli eroi (Maia, Elettra, Alcyone, Mèrope o Canzoni delle gesta d’Oltremare, Astèrope o Canti della guerra latina), alle tragedie (La Gioconda, Francesca da Rimini, La figlia di Iorio, La fiaccola sotto il moggio [117 Il titolo deriva dai vangeli sinottici di Matteo (5, 15; 6, 22), Marco (4, 21) e Luca (11, 33-36), in cui si riferisce che Gesù nelle sue parabole ammoniva ad essere come una luce sul candelabro, la quale viene vista e utilizzata da tutti, e non come una lucerna o fiaccola sotto il moggio o sotto il letto, che è inutile e sprecata, come in questo caso.], ecc.), alle autobiografie (Le faville del maglio, Le cento e cento pagine del libro segreto di Gabriele D’Annunzio tentato di morire, Contemplazione della morte e Notturno), alle Orazioni patriottiche e ad altro ancora.

Dallo studio del filosofo tedesco Friedrich Nietzsche derivò l’ideale del superuomo e da altri autori (Schopenhauer, naturalisti e simbolisti francesi, ecc.) il suo estetismo e il suo simbolismo, che ne fecero il cosiddetto “poeta immaginifico”. Cominciò la sua carriera letteraria come verista, sulle orme del Verga, e la finì come immaginifico, a volte ritornando al marinismo con il suo preziosismo linguistico-espressivo, e non soltanto in poesia: cfr. “Il canto dell’usignolo” nel romanzo L’innocente. Eroe e superuomo era lui nell’arte e nella vita pratica, ed eroi e superuomini erano gli eroi dei suoi romanzi.

Tuttavia, più che i suoi romanzeschi superuomini, nella scuola d’una volta si preferiva l’aspetto intimistico di certa sua poesia, affascinante per panismo, mito, stupore, languore decadentistico, cesellatura dei versi e andamento melodico: O falce di luna calante / che brilli su l’acque deserte... (“O falce di luna calante”); ...Laudata sii pel tuo viso di perla, / o sera, e pe’ tuoi grandi umidi occhi ove si tace / l’acqua del cielo... (“La sera fiesolana”); Taci. Su le soglie / del bosco non odo / parole che dici / umane; ma odo / parole più nuove / che parlano gocciole e foglie / lontane... (“La pioggia nel pineto”); Settembre, andiamo. È tempo di migrare (“I pastori”); Non pianger più. Torna il diletto figlio / a la tua casa. È stanco di mentire... (“Consolazione”); Eravamo sette sorelle. / Ci specchiammo alle fontane: / eravamo tutte belle. / — Fiore di giunco non fa pane, / mora di macchia / non fa vino, / filo d’erba non fa panno lino — / la madre disse alle sorelle... (“La gioconda”). E per tutto ciò, nonché per il fiabesco evocato, questo poeta, dopo un’emarginazione dovuta a motivi politici, è tornato prepotentemente alla ribalta, raccogliendo nuovi consensi e simpatie, più meritati forse di quelli del Carducci e del Pascoli stesso, anche perché — pure dopo la cosiddetta età dannunziana, che fu una maniera sia di vivere sia di poetare — poeti nuovi, sperimentalisti e non-sensisti, sono derivati da lui.

Cinema e televisione hanno operato diverse trasposizioni di sue opere; e lo scrittore stesso collaborò alla realizzazione del film muto Cabiria.

Precursore del Fascismo, il D’Annunzio è sepolto a Gardone Riviera, non lontano dalla moglie, nella villa-museo “Il Vittoriale degli Italiani” donatagli da Benito Mussolini, di cui era amico ed estimatore.

Ugo Ojetti (Roma 1871 – Firenze 1946) fu scrittore, giornalista e direttore del “Corriere della sera”. Membro dell’Accademia d’Italia, firmò il manifesto fascista. Lontano dal D’Annunzio, preferì una prosa semplice e chiara. Lasciò i versi Paesaggi, i profili di scrittori Alla scoperta dei letterati, il romanzo Mio figlio ferroviere, la commedia Il matrimonio di Casanova, saggi d’arte (Mantegna, Raffaello, Veronese, La pittura italiana dell’Ottocento) e due raccolte dei suoi articoli.

Filippo Tommaso Marinetti (Alessandria d’Egitto 1876 – Bellagio, CO, 1944) fu l’ideatore del Futurismo, movimento artistico-letterario da lui fondato a Parigi con un apposito Manifesto, che fece tanto rumore per le sue strane proposizioni: abolizione della grammatica e della punteggiatura, associazione di lettere e cifre, parole in libertà e abbondanti onomatopee, metafore e sensi oscuri. Inoltre il Futurismo propugnava la guerra come sola igiene del mondo; e perciò i suoi aderenti furono militaristi e interventisti [118 Allo scoppio della prima guerra mondiale s’accese nel nostro Paese un vivo dibattito fra interventisti (coloro che volevano l’ingresso dell’Italia nella guerra) e neutralisti (coloro che volevano la neutralità dell’Italia). Con l’inizio delle ostilità del 24 Maggio 1915 prevalse la prima tendenza.], proponendosi a superuomini in consonanza con i postulati del D’Annunzio. Oggi si ricordano a stento suoi libri come il romanzo Mafarka il futurista e il poema Zang Tumb Tumb. Adrianopoli, ottobre 1912. Fu nazionalista, bellicista e fascista, che esaltò l’impresa di Libia (La battaglia di Tripoli), e fu nominato membro dell’Accademia d’Italia. Altri futuristi furono Paolo Buzzi, Ardengo Soffici e Luciano Fòlgore.

Massimo Bontempelli (Como 1878 – Roma 1960) — scrittore, drammaturgo e critico — all’esordio fu carducciano e futurista, ma poi intraprese una linea tutta sua, da lui detta “realismo magico”, che si rifaceva al Neoclassicismo. Fra le opere: i romanzi La scacchiera davanti allo specchio e Gente nel tempo, i drammi Cenerentola e Venezia salva, saggi su nostri grandi scrittori.

Giuseppe Fanciulli (Firenze 1881 – Castelveccana, VA, 1951) fu poeta dei fanciulli anche nel cognome, noto anche come Mastro Sapone. Dopo avere giustificato la prima guerra mondiale (Perché siamo in guerra), si mise sulla scia del Pascoli, collaborando al “Giornalino della Domenica” e producendo numerose opere per l’infanzia, quali: La banda a cavallo, San Giovanni Bosco: il santo dei ragazzi presentato ai ragazzi, L’omino turchino, L’isola degli uccelli, Il gatto nero, Il cavallo della giostra, Le onde senza corona, Racconti della terra e del mare, ecc. Era presente in quasi tutte le antologie scolastiche.

I mesti Colloqui in versi di Guido Gozzano (Torino 1883 – ivi 1916) ci portano alla pensosità del Crepuscolarismo, fra tende sbiadite, odor di stantio, pianoforti stanchi e depositi di piccole cose senza valore: si pensi alla Bellezza riposata dei solai / dove il rifiuto secolare dorme! (“La signorina Felicita ovvero La Felicità”). La poesia del Gozzano, iniziata sulle orme del D’Annunzio e poi approdata ad esiti tanto diversi, è di forma narrativa e oscilla fra distacco e ironia: due qualità che erano nel carattere del poeta, il quale preferiva “buone cose di pessimo gusto” e “dolci e bruttissimi versi”. Nella sua breve vita egli scrisse anche novelle, fiabe e il lungo racconto Verso la cuna del mondo, in cui parla d’un suo viaggio in India. Ma del Gozzano nelle scuole era molto diffusa anche la poesia natalizia “La notte santa” (in Poesie sparse), da lui composta per i bambini dopo che dall’agnosticismo era tornato alla pratica religiosa e che veniva anche drammatizzata:

- Consolati, Maria, del tuo pellegrinare!
Siam giunti. Ecco Betlemme ornata di trofei.
Presso quell’osteria potremo riposare,
ché troppo stanco sono e troppo stanca sei.
Il campanile scocca lentamente le sei...

Dino Campana (Marradi, FI, 1885 - Castel Pulci 1932) è ricordato come poeta, ma anche per la sua penosa vita che lo portò a diversi ricoveri in manicomio e a varie peregrinazioni per il mondo. Le sue poesie, uscite quasi tutte postume (Inediti, Taccuino, Canti orfici, ecc.) hanno elucubrazioni e visioni oniriche, a volte d'ascendenza dannunziana o d'altri autori, anche futuristi, e preludono all'Ermetismo.Nel 1973 è stato trovato fra le carte d'Ardengo Soffici il manoscritto campaniano intitolato Il più lungo giorno.

Clemente Rebora (Milano 1885 - Stresa, VB, 1952), poeta educato al culto dell'Illuminismo, del Razionalismo e del Risorgimento,dopo la laurea inlettere collaborò alla rivista prezzoliniana "La voce" di Firenze e pubblicò Frammenti lirici. Durante la prima guerra mondiale combatté ai fronti diAsiago edi Gorizia,rimanendo ferito da una mina, con conseguenze anche sul sistema nervoso: ne nacqueuna crisi esistenziale, per la quale egli si fece sacerdote rosminiano,segregandosi dal mondo per vivere in intimità con la sua fede. Lasciò fra l'altro i Canti dell'infermità, Gesù ilfedelee opere critiche, fra cui Per un Leopardi mal noto. La sua poesia a volte assume i connotati degli spasimi di Iacopone da Todi.

Aldo Palazzeschi, pseudonimo d’Aldo Giurlani (Firenze 1885 – Roma 1974) fu scrittore e attore, all’inizio della sua attività legato al Futurismo e al conseguente nazionalismo e interventismo. Egli si rese noto con sillogi poetiche intrise d’infantilismo e con romanzi oscillanti fra il grottesco e l’allegorico (L’incendiario, Il controdolore, Il codice di Perelà, Stampe dell’Ottocento, Sorelle Materassi e altri). Le celebri Sorelle sono poi diventate film. Ma non si può dimenticare anche la musicale poesiola “Rio Bo”, che s’imparava in tutte le scuole e che nella sua semplicità apparentemente infantile conquistava e faceva sognare:

Tre casettine
dai tetti aguzzi,
un verde praticello,
un esiguo ruscello: Rio Bo,
un vigile cipresso...

Marino Moretti (Cesenatico, RA, 1885 – ivi 1979) nelle sue sillogi poetiche (Fraternità, Poesie scritte col lapis, ecc.) ha riecheggiato il Pascoli e altri poeti decadentisti, mentre nei romanzi e racconti (La vedova Fioravanti, La camera degli sposi, ecc.) è stato alternativamente crepuscolare ed umoristico.

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