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Carmelo Ciccia

Gli Scrittori che hanno unito l'Italia

Sintetica rivisitazione della letteratura italiana nel 150° dell’Unità (1861-2011)

Libraria Padovana Editrice / Literary 2010

Edizione revisionata nel 2015

© Tutti i diritti riservati

Conclusione

In questa sintetica rivisitazione della letteratura italiana abbiamo presentato — sia pure per sommi capi — molti scrittori che nell’arco di quasi un millennio hanno prefigurato, propiziato (spesso col proprio sangue) e sostenuto l’unità d’Italia, facendosene nel contempo interpreti con delle opere che la scuola d’una volta ha fatto studiare e spesso imparare a memoria. Grazie ad esse — anche a quelle di scrittori lontani nel tempo — si è progressivamente costituita e consolidata l’identità nazionale, che adesso tocca a noi difendere, conservare e tramandare come supremo bene comune.

Di secolo in secolo la suddetta rivisitazione è proseguita fino alla seconda guerra mondiale, con la quale il processo unitario ha raggiunto il suo completamento; ma nel frattempo si sono affermati altri scrittori che hanno fatto onore all’Italia, conseguendo riconoscimenti prestigiosi anche all’estero e accompagnando la nostra unità al traguardo del suo centocinquantenario.

Non va ignorato che da tale guerra, e ancor prima come reazione al Fascismo, è nata una nuova corrente (letteraria, artistica, cinematografica) detta Neorealismo, che ha fatto proprio il dato oggettivo della realtà — spesso crudo, orripilante, osceno, ripugnante — senza infiorarlo né commentarlo. Le sue prime manifestazioni s’erano avute negli anni ’30 del sec. XX (basta vedere certe pagine di Alberto Moravia, Corrado Alvaro, Francesco Jovine, Carlo Bernari, Cesare Pavese, ecc.), ma la sua esplosione s’è verificata nell’immediato secondo dopoguerra, quando al centro degl’interessi e delle descrizioni ci sono stati i bombardamenti, le macerie, le miserie, le lotte partigiane, operaie e contadine, i ricordi di combattimento e prigionia, la difficile ricostruzione e ripresa economica, l’euforia per la riacquistata libertà e l’avvento del benessere, che pur con molte difficoltà ci ha consentito di raggiungere un livello soddisfacente di vita. In sostanza si tratta d’una letteratura d’impegno sociale, da cui non sono rimasti assenti altri problemi quali la droga, il razzismo e il meridionalismo, e in cui a volte s’è riscoperto il proprio paese o il proprio quartiere.

In quest’ambito è stato fondamentale il ruolo del cinema, di cui sono memorabili le pellicole Roma città aperta, Montecassino, Roma città libera, Paisà, Sciuscià, Ladri di biciclette e molte altre; mentre con impronte e varietà individuali seguivano il Neorealismo — anche se non in tutte le opere e con beneficio d’inventario per quelli qui indicati — vari scrittori, quali: i piemontesi Carlo e Primo Levi, Mario Soldati (che fu anche sceneggiatore e regista), Davide Lajolo e Beppe Fenoglio; il cubano-ligure Italo Calvino; i lombardi Carlo Emilio Gadda e Lucio Mastronardi; i veneti Giuseppe Berto, Giulio Bedeschi, Carlo Cassola, Mario Rigoni Stern, Elio Bartolini e Goffredo Parise; l’emiliano-friulano Pier Paolo Pasolini (che fu anche sceneggiatore e regista); il toscano Vasco Pratolini; la laziale Elsa Morante; il marchigiano Luigi Bartolini; l’abruzzese Ennio Flaiano; il campano Domenico Rea; il pugliese Giuseppe Cassieri; il lucano Rocco Scotellaro; il calabrese Fortunato Seminara; i siciliani Elio Vittorini e Vitaliano Brancati; i sardi Giuseppe Dessì e Gavino Ledda.

Dopo il Neorealismo, e a volte intrecciandosi con esso, sono sorti altri movimenti e gruppi (spesso in chiave di rottura con la tradizione), esasperando l’Ermetismo e ponendosi sulla scia del Futurismo, a loro volta punte avanzate del Decadentismo e quindi del 3° Romanticismo. Fra essi, che in ogni caso hanno espresso la vivacità e la versatilità della nostra letteratura — anche se alcuni sono durati poco, continuamente evolvendosi e mutandosi a causa degli sperimentalismi — si ricordano: Postmodernismo, Avanguardia, Neoavanguardia, Novissimi, Terza avanguardia, Postnovissimi, Gruppo ’63, Antigruppo ’73, Gruppo del Golfo [di Rapallo] ’89, Realismo lirico, Liricismo venturistico (o Venturismo lirico), Poesia visiva, Poesia grafica, Poesia cosmica, Spazialismo, Dimensionismo, Omologismo, ecc.

Per varie tendenze ed esiti, o senza far parte d’alcuna corrente, vanno menzionati (soltanto per fare alcuni nomi): la piemontese Maria Luisa Spaziani; i liguri Camillo Sbàrbaro ed Edoardo Sanguineti; la lombarda Alda Merini; il trentino Lionello Fiumi; i veneti Ugo Fasolo, Dino Buzzati, Guido Piovene, Aldo Capasso, Andrea Zanzotto e Ugo Stefanutti; i friulani Vincenzo Bòsari e Carlo Sgorlon; i giuliani Biagio Marin e Ketty Daneo; i toscani Nicola Lisi, Piero Bargellini, Curzio Malaparte e Mario Luzi; il marchigiano Fabio Tombari; il laziale Vincenzo Cardarelli; i campani Giuseppe Marotta, Michele Prisco, Alfonso Gatto e Mario Pomilio; il lucano Leonardo Sinisgalli; il calabrese Leònida Rèpaci; i siciliani Antonio Aniante, Lucio Piccolo di Calanovella, Giuseppe Longo e Leonardo Sciascia; lo statunitense-siciliano Alfio Ferrisi.

Ora la difesa dell’identità nazionale impone anzitutto la difesa della lingua italiana, perché è proprio la lingua la prima espressione dell’identità nazionale. La massiccia e indiscriminata assunzione di termini anglo-americani, spesso non necessari, lentamente ma inesorabilmente sta alterando il nostro idioma. Ci rendiamo conto che ogni lingua nel corso del tempo ha subito le influenze di altre lingue, influenze che si sono concretizzate nell’assunzione di vocaboli a volte in forma diretta (embargo dallo spagnolo, folclore dall’inglese, gabbana dall’arabo, paltò dal francese, ecc.) altre volte in forma mediata (albicocco e arancio dall’arabo, cioccolata dallo spagnolo, sportivo dal francese, ecc.), senza dimenticare i termini d’origine dialettale (burino dal laziale, pizza dal campano, regata dal veneto, sfizio dal siciliano, ecc.): ma questo è un processo normale che non intacca la storia della nostra lingua e anzi l’arricchisce nel tempo.

Già nel Settecento, e prima, s’introducevano nell’italiano vocaboli provenienti dall’estero, specialmente dalla Francia: ma erano italianizzati e quindi assumevano caratteristiche morfo-fonologiche italiane. Invece ora il problema dell’identità si pone per il fatto che i vocaboli stranieri vengono introdotti così come sono all’estero, con morfologia e fonologia della lingua di provenienza anziché di quella italiana, e nella scrittura in italiano quasi sempre sono usati senza essere messi né fra virgolette né in corsivo: cosa che snatura la lingua italiana stessa.

Perciò a conclusione di questo lavoro auspichiamo che il potere politico assuma le opportune iniziative per la salvaguardia (all’interno e all’esterno) della nostra lingua, la quale ha saputo produrre opere letterarie tanto ammirate in tutto il mondo.

Appendice

L’unità d’Italia: sogno e realtà

Orazione ufficiale tenuta ad Auronzo di Cadore (BL) il 27.3.1961 in occasione della commemorazione del 1° centenario dell’unità d’Italia organizzata dall’amministrazione comunale

Autorità, Docenti, Signore, Signori e cari ragazzi!

Cento anni fa gli uomini politici e i patrioti riuscivano a dare all’Italia quell’unità politica da tanto tempo desiderata e sognata. Sono, dunque, trascorsi esattamente cento anni, da quando Vittorio Emanuele Il di Savoia, a Torino, il 17 marzo 1861 apponeva la sua firma a quella legge, con cui assumeva per sé e per i suoi discendenti il titolo di "Re d’Italia": "Il Senato e la Camera dei Deputati hanno approvato; Noi abbiamo sanzionato e promulghiamo quanto segue: Articolo unico: Il Re Vittorio Emanuele II assume per sé e suoi Successori il titolo di Re d’Italia. Ordiniamo che la presente, munita del Sigillo dello Stato, sia inserita nella raccolta degli atti del Governo, mandando a chiunque spetti di osservarla e di farla osservare come legge dello Stato. Da Torino addì 17 marzo 1861". La legge era stata precedentemente approvata dal Parlamento, il primo parlamento "italiano", composto dai rappresentanti di tutte le regioni d’Italia, e fu pubblicata qualche giorno dopo. L’unità politica dell’Italia era da quel momento una realtà.

Si avverava così il sogno delle innumerevoli schiere di martiri, i quali, col capestro al collo o con le pallottole nella carne, avevano donato la loro vita per la causa italiana al grido di "Viva l’ Italia!” Essi davano la propria vita per la vita dell’Italia; volevano che la Patria vivesse una e indipendente; e per questa causa mettevano a disposizione non solo la propria vita, ma anche i beni e gl’interessi propri. "Fate sapere a quei signori — aveva detto un giorno Carlo Alberto al patriota Massimo D’Azeglio — che ... presentandosi l’occasione, la mia vita, la vita dei miei figli, le mie armi, i miei tesori, il mio esercito, tutto sarà speso per la causa italiana".

In quella prima metà del secolo scorso le insurrezioni si susseguirono in tutti gli Stati dell’Italia; e ogni giorno che passava, aumentava il numero dei martiri. Ma è certo che il loro sangue non era sparso inutilmente; esso era il germe di nuovi martiri, nuovi eroi che si sarebbero battuti per l’unità d’Italia. Quando, nel 1858, Garibaldi desiderava che si componesse un inno patriottico che fosse cantato dalle schiere dei suoi volontari, espresse il concetto fondamentale della nuova composizione: la resurrezione dei martiri che guidavano gli eroi. E così Mercantini scrisse: "Si scopron le tombe, si levano i morti, i martiri nostri son tutti risorti".

Si può dire che ogni regione diede un contributo di pensatori, scrittori, agitatori, eroi e martiri alla libertà e all’indipendenza dell’Italia: Santorre dì Santarosa, Silvio Pellico, Federico Confalonieri, Guglielmo Pepe, Luigi Settembrini, Ciro Menotti, i fratelli Bandiera, Daniele Manin, Amatore Sciesa, i martiri dì Belfiore, Carlo Pisacane, Francesco Crispi, Nino Bixio; e l’elenco potrebbe continuare all’infinito. Ma al di sopra di essi stanno senza dubbio i più grandi artefici della Patria: Mazzini, Cavour, Garibaldi e Vittorio Emanuele II.

Nel 1844 Attilio ed Emilio Bandiera, traditi nel tentativo di fare insorgere la Calabria, furono fucilati nel Vallone di Rovito, presso Cosenza. Prima di tentare l’impresa, essi avevano scritto al Mazzini: “Se soccombiamo, dite ai nostri concittadini che imitino l’esempio".

A Milano, Amatore Sciesa, sorpreso mentre affiggeva un manifesto rivoluzionario, venne torturato dalla polizia austriaca affinché rivelasse i nomi dei complici. Ma egli tacque. E, quando fu portato davanti alla sua famiglia perché si commuovesse e facesse delle rivelazioni, egli gridò soltanto: “Tiremm innanz!”136. E così nel 1851 venne fucilato quale cospiratore.

Nel 1852, a Mantova fu scoperto un intero complotto organizzato da un prete, don Enrico Tazzoli; cinque dei componenti, e tra essi il Tazzoli stesso, furono impiccati nella valletta dì Belfiore e morirono col nome dell’Italia sulle labbra.

Nel 1857 l’ardente mazziniano Carlo Pisacane, liberati a Ponza trecento detenuti politici, sbarcò con loro nei pressi di Salerno, a Sapri, per tentare una rivolta nel Meridione. Ma quei pochi valorosi furono tutti sconfitti e uccisi. "Eran trecento, e non voller fuggire, parean tremila e vollero morire; ma vollero morir col ferro in mano, e avanti a loro correa sangue il piano... eran trecento, erano giovani e forti, e sono morti!": così il Mercantini.

Ma qui, in questa breve rievocazione di grandi figure del Risorgimento merita un posto d’onore il nostro Pier Fortunato Calvi, l’eroe del Cadore, cantato dal Carducci. Il Calvi, che aveva difeso il Cadore nel 1848, tentò di farlo insorgere nel ‘53; ma fu arrestato, processato e giustiziato a Mantova nel 1855.

* * *

Nel 1830 anche Mazzini era stato processato e condannato all’esilio. Ancora studente universitario, Giuseppe Mazzini aveva aderito alla Carboneria, ma subito aveva manifestato le sue idee repubblicane. Esule, fondò la "Giovine Italia", auspicando un’Italia libera, indipendente e repubblicana. Appariva ormai chiaro che la Carboneria era una esperienza scontata; essa aveva fatto il suo tempo. Ci voleva una società nuova, che abbracciasse nobili e plebei e avesse un programma ben definito.

"Dio e popolo" e "Libertà, unità e repubblica": questi i motti del Mazzini. Egli insisteva soprattutto sul concetto di "unità", che fino ad allora solo pochissimi avevano avuto. E in lui l’idea unitaria diventò convinzione e fede. "Non vi sono cinque Italie, tre Italie — egli scriveva —. Non vi è che un’Italia... Dio, creandola, sorrise sovr’essa, le assegnò per confine le due più sublimi cose ch’ei ponesse in Europa, simboli della eterna forza e dell’eterno moto, le Alpi e il Mare. Sia tre volte maledetto da voi e da quanti verranno dopo di voi qualunque presumesse di assegnarle confini diversi".

Per aver cospirato, il Mazzini fu condannato a morte in contumacia. Egli fu il maestro dei giovani, ai quali insegnava che, quando si tratta di affrettare il compimento della missione affidata da Dio all’Italia,il martirio non è mai sterile. Scrisse il Carducci: "la generazione del 1848 dietro la parola del Mazzini e la spada di Garibaldi corre alla morte con la poesia sulle labbra e la primavera nel cuore".

Ma l’unità d’Italia, oltre agli idealisti e ai martiri, aveva bisogno anche di abili diplomatici: e il conte Camillo Benso di Cavour, che per dieci anni diresse la grande opera di unificazione della Patria, si rivelò uomo politico abilissimo.

Il Piemonte era uscito dalla prima guerra contro l’Austria molto indebolito nelle sue economie. Occorreva un uomo che sapesse dare all’agricoltura, all’industria e al commercio del piccolo regno un impulso validissimo per il ritorno di una certa prosperità. E quest’uomo fu proprio il Cavour, il quale si acquistò molte benemerenze come ministro dell’agricoltura del Regno di Sardegna, promuovendo la ricchezza del paese con lo sviluppo delle ferrovie, dei canali, dei porti e di altre opere pubbliche. Con queste referenze, egli poté essere nominato capo del Governo da Vittorio Emanuele II nel 1852.

Il Cavour capì subito che, se si voleva risolvere il problema italiano, bisognava presentarlo ai capì delle grandi potenze. Per questo cercò di inserire (e vi riuscì) il Regno di Sardegna nel gioco degli interessi internazionali, partecipando alla guerra russo-turca. Solo così egli poté intervenire al Congresso di Parigi del 1856, durante il quale ebbe modo di esporre ai plenipotenziari la pietosa situazione del popolo italiano, oppresso dall’assolutismo e anelante di unirsi sotto un solo vessillo. Inoltre egli ottenne un appuntamento segreto con Napoleone III a Plombières, in cui si stabilì che la Francia avrebbe aiutato il Regno di Sardegna in caso dì attacco da parte dell’Austria.

Il 1859 manifestò subito i sintomi della guerra. Vittorio Emanuele Il, inaugurando la nuova Camera, affermò nel suo discorso di non essere insensibile al grido di dolore che da ogni parte d’Italia si levava verso il Piemonte.

Ancora una volta da ogni parte d’Italia accorsero i volontari; i quali, insieme ai piemontesi, e con l’aiuto dei francesi, riuscirono a strappare all’Austria la Lombardia (meno Mantova), mediante tante gloriose vittorie, che portano il nome di Montebello, Palestro, Magenta, Solferino e San Martino.

Intanto la Toscana e 1’Emilia proclamavano la loro annessione al Piemonte; Garibaldi compiva la leggendaria impresa di conquista del Meridione; e il Re di Sardegna invadeva e annetteva le Marche e l’Umbria. Mancavano Mantova, il Veneto e il Lazio, che sarebbero costati altro sangue qualche tempo dopo. E nelle prime sedute del nuovo parlamento italiano, proprio nei giorni 25 e 27 marzo di cent’anni fa, il Cavour affermò pubblicamente: "Roma dev’essere la capitale d’Italia... Senza Roma capitale d’Italia, l’Italia non si può costituire". E i deputati applaudirono.

Ma le enormi fatiche e preoccupazioni avevano minato la sua fibra: tre mesi dopo questo discorso, a soli 51 anni, il conte di Cavour moriva, lui che era stato uno dei massimi artefici della nostra unità.

Senza dubbio Vittorio Emanuele II aveva salvato il suo piccolo regno dall’anarchia e dalla reazione. Iniziando a regnare con gravi difficoltà, a Vignale non si era piegato ad accettare le miti condizioni offerte da Radetzky soltanto se fosse stato disposto a restaurare l’assolutismo. Ma egli non era come altri sovrani che prima giuravano le costituzioni e poi le revocavano: egli giurò lo Statuto e lo mantenne, a costo degli enormi sacrifici imposti dall’Austria. Per questo, soprattutto per questo egli meritò giustamente il titolo di Re Galantuomo.

La Camera dei deputati non aveva approvato il trattato di pace, e Vittorio Emanuele II l’aveva sciolta; poi la nuova Camera approvò quasi all’unanimità quel trattato, con cui si chiudeva la prima guerra per l’indipendenza.

Ora nel 1859, proprio con quelle parole che si riferivano al grido di dolore del popolo italiano, egli intese lanciare una sfida, intese provocare una guerra di liberazione. E la guerra venne: la seconda guerra per l’indipendenza.

In tutto questo ebbe una parte non meno rilevante l’opera di Giuseppe Garibaldi. Quando scoppiò la seconda guerra per l’indipendenza, egli accorse nel Veneto coi suoi Cacciatori delle Alpi, portando dall’America intorno a sé un alone di leggenda. Il segreto del suo successo personale stava certamente nel fascino che egli aveva sui suoi uomini, i quali gli si dimostravano fedelissimi.

Nel 1860, postosi il problema dell’Italia Meridionale, appena la Sicilia si agitò per cacciare i borbonici, Garibaldi da Genova lanciò un appello ai suoi ammiratori, i quali subito accorsero, indossando la camicia rossa. La spedizione ebbe la segreta approvazione del Cavour. L’Isola fu presto liberata; ma non bastava: bisognava liberare le altre regioni dominate dall’assolutismo. E Garibaldi varcò lo Stretto.

Intanto a Torino erano sorti dei sospetti: la crescente popolarità dell’eroe dei due Mondi e i suoi ripetuti successi, fecero temere al Governo e al Re che quell’uomo quasi invincibile potesse impadronirsi del potere e instaurare la repubblica o la dittatura su tutta la Penisola. Ma era un errore: Garibaldi non avrebbe preso nulla per sé, avrebbe solo donato. Quando, più tardi, nel 1866, egli stava per conquistare Trento, all’ordine di sospendere le ostilità rispose immediatamente ”Obbedisco!”: risposta con la quale egli fece il suo più grande sacrificio, sottomettendo il suo personalismo all’amore per l’Italia unita che stava per sorgere.

I sospetti torinesi del 1860 erano, dunque, infondati. A Teano, mentre molti temevano che potesse scoppiare una guerra civile, non avvenne niente dì tutto questo: Garibaldi e Vittorio Emanuele Il s’incontrarono da amici; e il Generale, col suo saluto, tra il timore e la commozione dei presenti, consegnò al Re tutto quello che aveva conquistato e poi se ne andò a Caprera, nel suo esilio volontario, senza onori e senza ricchezze, dove — dopo avere ancora combattuto per l’Italia ed essere stato deputato — morì, povero ma venerato, nel 1882.

Giuseppe Cesare Abba, uno dei fedelissimi dell’Eroe, descrisse il memorabile incontro dì Teano con parole commosse che vale la pena di riferire:

« A un tratto, non da lontano, un rullo di tamburo, poi la fanfara reale del Piemonte, e tutti a cavallo! In quel momento, un contadino, mezzo vestito di pelli, si volse ai monti di Venafro, e con la mano alle sopracciglia, fissò l’occhio forse a leggere l’ora in qualche ombra di rupi lontane. Ed ecco un rimescolio nel polverone che si alzava laggiù, poi un galoppo, dei comandi, e poi: — Viva! Viva! Il Re! Il Re! Mi venne quasi buio per un istante; ma potei vedere Garibaldi e Vittorio darsi la mano, e udire il saluto immortale: — Saluto al Re d’Italia! Eravamo a mezza mattinata. Il Dittatore parlava a fronte scoperta, il Re stazzonava il collo del suo bellissimo storno, che si piegava a quelle carezze... Forse nella mente del Generale passava un pensiero mesto. E mesto davvero mi pareva quando il Re spronò via, ed egli si mise alla sinistra di lui, e dietro di loro la diversa e numerosa cavalcata. Ma Seid, il suo cavallo che lo portò nella guerra, sentiva forse in groppa meno forte il leone, e sbuffava, e si slanciava di lato, come avesse potuto portarlo nel deserto, nelle Pampas, lontano da quel trionfo di grandi. »

Queste sono le tappe dell’unificazione dell’Italia. Ma il 1861 non segna la fine delle lotte per l’unità. Altre tappe saranno il 1866 e con la conquista di Mantova e del Veneto, il 1870 con quella del Lazio e il 1918 con quella del Trentino-Alto Adige e della Venezia Giulia. Ad esse vanno aggiunte il 25 aprile 1945, che segna l’apice della Resistenza dei partigiani, e il 2 giugno 1946, che, con l’istituzione della forma repubblicana, legittimò gl’ideali della Resistenza e le migliori aspirazioni di tutto il Risorgimento.

* * *

Autorità, Docenti, Signore, Signori e cari ragazzi!

Siamo qui riuniti per celebrare il centenario dell’unità politica dell’Italia. Ma questa celebrazione va al di là di qualsiasi rievocazione retorica. Essa deve assumere e assume per tutti il significato di una meditazione. Dobbiamo considerare, infatti, la ragione di tanti sacrifici, di tante lotte, di tanto sangue. Quegli uomini di cui abbiamo parlato, e le altre centinaia di migliaia che qui non possono essere ricordati e che negli anni passati osarono affrontare le pene più acerbe e anche la morte, lottarono e morirono per amore della Patria e per fare un’Italia come noi oggi l’abbiamo. Perciò, deve scaturire in noi un sentimento di perenne gratitudine per questi uomini, il quale deve estrinsecarsi nel dovere di amare e servire questa Patria, che costò tanto sangue.

Amare la Patria significa custodirne i sacri valori, specialmente l’unità e la libertà. Servire la Patria non significa esclusivamente indossare il grigioverde e portare lo schioppo sulle spalle: significa soprattutto compiere il proprio dovere, sempre e dovunque, da figli e da genitori, da alunni e da insegnanti, da lavoratori e da datori di lavoro, da amministrati e da amministratori.

Nel secolo scorso gli uomini politici e i patrioti lottarono per dare all’Italia la sospirata unità politica; oggi, a cento anni di distanza, ora che l’unità d’Italia è una palpitante realtà, le nuove politiche devono tendere a cementare ancor più questa unità, lottando per l’elevazione materiale, morale e sociale del nostro popolo.

Dobbiamo unirci sempre di più per poterci difendere dagli eventuali nemici. Sono sempre valide le famose parole del Manzoni: "Liberi non sarem, se non siam uni". E siccome alcune potenze straniere diventano sempre più forti e minacciano la pace del mondo e la libertà dei popoli, occorre che l’Italia si unisca ad altre nazioni per la difesa della comune libertà. Di fronte a due blocchi politici che si temono a vicenda, ma si minacciano, è necessario che si formi una terza forza: e questa si chiamerà Europa.

Unirsi ad altre nazioni non significa per l’Italia cancellare il suo passato o annullarsi nell’ambito di una comunità più vasta; perché, invece, quando sono assicurate la libertà e l’indipendenza, si può coltivare lo stesso l’amore di Patria. D’altra parte, nella futura unità politica, l’Italia dovrà svolgere un ruolo preminente, essendo ormai chiaro per mille esperienze che essa è stata a ciò destinata.

Oggi l’Europa è divisa in tanti Stati, come era cento anni fa la nostra Italia. Ma non è lontano il giorno in cui la confederazione degli Stati europei, anch’essa tanto sognata, sarà una realtà. E sarete soprattutto voi, cari ragazzi che mi ascoltate, quelli che formerete la nuova società europea e ne godrete i vantaggi.

Si chiude così, con l’auspicio dell’unità europea, questa celebrazione ufficiale del primo centenario dell’unità italiana.

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