Servizi
Contatti

Eventi


Dante Alighieri a 700 anni dalla morte
dell'autore della “Divina Commedia”

Sandro Botticelli, Dante Alighieri, 1495, Ginevra, Collezione privata.
Domenico di Michelino, Dante e i tre regni, 1465, Firenze, Santa Maria del Fiore.
Tratto da “Gli scrittori che hanno unito l'Italia” di Carmelo Ciccia
edito da Libraria Padovana Editrice / Literary.it, Padova 2010 in occasione del
150° anniversario dell'Unità d'Italia (1861-2011), pp. 13-16.

Dante Alighieri (Firenze 1265 – Ravenna 1321), padre della lingua, della letteratura e della nazione italiana, prima del suo celebre poema scrisse il trattato De vulgari eloquentia [9 “L'idioma volgare” (latino)], opera in latino perché se fosse stata scritta in volgare i dotti (a cui è rivolta) si sarebbero rifiutati di leggerla [10. Nelle università si continuò ad usare il latino fino al sec. XVIII,]. Questo trattato può essere considerato patriottico per vari motivi: anzitutto perché l’autore indica chiaramente i confini dell’Italia, così delineati: “Quelli che nell’affermare dicono , tengono la parte orientale dai confini dei Genovesi fino a quel promontorio d’Italia [Istria], dove comincia il seno del mare Adriatico, e alla Sicilia” (I, 8); e poi perché egli, dopo aver passato in rassegna tutti i dialetti italiani (nessuno dei quali lo soddisfa), addita all’Italia una lingua nazionale, da lui definita illustre (capace di dar lustro, quale quella usata dai dotti italiani, fra cui i poeti siciliani), cardinale (al di sopra dei dialetti, che ruotano intorno ad essa come ad un cardine o punto di riferimento), aulica o regale (perché degna d’essere usata in un’aula o reggia, se questa ci fosse in Italia) e curiale (degna d’essere parlata in una corte: parlamento, senato, tribunale) (I, 17-18).

Galileo Chini, manifesto ufficiale delle celebrazioni per il Seicentenario dalla morte di Dante.
13 settembre 1921 a Ravenna in piazza del Popolo il sindaco di Ravenna F. Buzzi  celebra i 600 anni dalla morte  del poeta. (fototeca Classense)

Da Gioacchino da Fiore e dal Poverello d’Assisi, poi, egli prese le mosse per il suo poema sacro, nel quale fece del loro messaggio l’essenza della Divina Commedia, ripetendo in qualche passo anche moduli espressivi del “Cantico delle creature”, che perciò egli dimostra di conoscere: basti ricordare la famosa parafrasi del Pater noster che contiene l’espressione “laudato sia ‘l tuo nome e ‘l tuo valore / da ogni creatura” (Purg. XI 4-5), eco d’evidente matrice francescana. In questo viaggio nella memoria, dunque, uno dei primi scrittori non può che essere proprio l’Alighieri, e ciò non soltanto per motivi cronologici, ma pure per il ruolo occupato dalla sua personalità, tanto che tuttora dire Dante significa dire Italia: infatti parecchi sono nella sua produzione gli aneliti di patriottismo.

Gustave Louis Christophe Doré (1832-1883), disegnatore e litografo famoso soprattutto per le illustrazioni della Divina Commedia di Dante.

In un celebre sonetto della Vita nova, che s’inserisce a pieno nella scuola del dolce stil novo (i cui primi esponenti furono i suoi amici Guido Guinizelli e Guido Cavalcanti) in Beatrice egli delinea una figura di donna angelicata ed esprime sentimenti difficilmente riscontrabili:

Tanto gentile e tanto onesta pare
la donna mia quand’ella altrui saluta
ch’ogni lingua devèn tremando muta,
e li occhi no l’ardiscon di guardare [...]

Ma è con la Divina Commedia, composta per esaltare la stessa Beatrice, che egli dà concretamente agl’italiani la lingua nazionale e si colloca in un posto di primissimo piano nel mondo intero: con grande emozione, e per tutto quello che rappresentano, ne ricordiamo sempre interi brani e particolarmente versi quasi proverbiali. Anzitutto lo storico inizio del poema:

Nel mezzo del cammin di nostra vita
mi ritrovai per una selva oscura,
ché la diritta via era smarrita [...]

E poi: Caron dimonio, con occhi di bragiaGaleotto fu il libro e chi lo scrisseFatti non foste a viver come bruti, / ma per seguir virtute e canoscenzaPoscia più che il dolor poté il digiunoE quindi uscimmo a riveder le stellePer correr migliori acque alza le veleAhi, serva Italia, di dolore ostelloEra già l’ora che volge il disio / a’ navicanti e ‘ntenerisce il core Non è ‘l mondan romore altro ch’un fiato / di ventoLa gloria di colui che tutto moveVergine madre, figlia del tuo figlioL’Amor che move il sole e l’altre stelle. Sentimenti così elevati, scene icastiche, personaggi noti e versi musicali fecero sì che il poema sacro acquistasse una facile popolarità, tanto che veniva recitato nelle piazze e nelle botteghe, costituendo anche motivo d’orgoglio e vanto per studenti e docenti che ne conoscessero e sapessero recitare più versi.

La Tomba di Dante Alighieri a Ravenna in via Dante Alighieri, 9 (Ravenna Tourisme)

C’è da aggiungere che in quest’opera eccelsa anche Dante, dopo aver biasimato le lotte intestine, considerò l’Italia il giardin de lo imperio (Purg. VI 105), terra prediletta da Dio e predestinata ad una missione universale; egli la chiamò bel paese là dove il sì suona (Inf. XXXIII 80) e ne ridefinì i confini: a est il Carnaro, / ch’Italia chiude e suoi termini bagna (Inf. IX 113-114) e a nord l’Alpe che serra Lamagna / sovra Tiralli (Inf. XX 62-63), cioè l’Alpe che tiene al di là del castello di Tirolo (BZ) l’Austria, la quale parla una lingua germanica. Inoltre condannò aspramente il potere temporale dei papi, vedendo in esso un intralcio al potere spirituale:

Ahi, Costantin, di quanto mal fu matre,
non la tua conversion, ma quella dote
che da te prese il primo ricco patre!

(Inf. XIX 115-117).

Alcune edizioni della Divina Commedia

Nel suddetto canto VI del Purgatorio, da un occasionale abbraccio fra i due concittadini Sordello e Virgilio, scaturisce un’amara invettiva che è un prorompente grido d’amor di patria e d’italianità: il poeta, vedendo l’Italia (per colpa del temporalismo dei papi) abbandonata dall’imperatore, divisa in vari Stati e dilaniata dagli odi politici e familiari, col cuore straziato la vorrebbe ad ogni costo unita, in pace, domata come una cavalla già ribelle e saldamente governata dall’imperatore, tanto che, dopo aver pronunciato delle maledizioni contro i responsabili, esprime il timore che Dio stesso ignori la sua patria:

Ahi, serva Italia, di dolore ostello,
nave senza nocchiero in gran tempesta,
non donna di provincie, ma bordello!

(Purg. VI 76-78).

Una delle prime edizioni a stampa (Venezia 1772)

Quest’episodio è stato ritenuto importante anche in epoche successive a Dante, specialmente quando la situazione politica e sociale è stata piuttosto disordinata e confusa. Ad esempio, quando i trentini, riuscendo a farlo accettare al regime austriaco, nell’omonima piazza davanti alla stazione ferroviaria e di fronte alle Alpi (che il divino poeta con la mano indica come confine italiano), eressero il maestoso monumento a Dante, inaugurato nel 1896, nell’iconografia che lo arricchisce posero in evidenza l’incontro con Sordello, il quale esclama verso il suo concittadino Virgilio: “io son Sordello / de la tua terra”.

Secondo Dante, poi, la potestà di guidare i cittadini nel benessere terreno spetta soltanto all’autorità civile, essendo i due poteri provenienti entrambi direttamente da Dio:

Soleva Roma, che ‘l buon mondo feo,
due soli aver, che l’una e l’altra strada
facean vedere, e del mondo e di Deo.

(Purg. XVI 106-108).

Perciò egli auspicava il passaggio dei territori pontifici all’autorità politica italiana: cosa che poté avvenire soltanto più di mezzo millennio dopo, durante il nostro Risorgimento, quando prevalse il principio di Camillo Benso di Cavour “Libera Chiesa in libero Stato”, un principio ora ovvio e fatto proprio dalla Costituzione italiana, ma per molto tempo pervicacemente osteggiato dalla curia pontificia, a cui quei territori dovettero essere tolti con la forza il 20 Settembre 1870 per essere annessi all’Italia con plebiscito e che poi per quasi sessant’anni tenne il broncio al governo italiano.

La statua di Dante Alighieri in piazza Santa Croce a Firenze.

Il Foscolo definisce Dante “ghibellin fuggiasco” (Dei sepolcri 174), per sottolineare la sua forte aspirazione alla monarchia, anche se il divino poeta era stato prima guelfo e poi indipendente; Giuseppe Mazzini nello scritto Dell’amor patrio di Dante così ammonisce: “O Italiani! Studiate Dante...”; Cesare Balbo apre la sua Vita di Dante dichiarando: “Dante è gran parte della storia d’Italia; la sua vita è quella dell’italiano che più di niun altro raccolse in sé l’ingegno, la virtù, i vizi, le fortune della patria; insomma dell’italiano più italiano che sia stato mai.”, e il grande critico Francesco De Sanctis così scrisse di lui: “Dante è una delle immagini più poetiche del Medio evo e più compiute. In quest’anima di fuoco si riverbera l’esistenza in tutta la sua ampiezza, da ciò che vi è di più intellettuale a ciò che vi è di più concreto.” [11. Francesco De Sanctis, Carattere di Dante e sua utopia, 4a parte in “Rivista contemporanea”, Torino, dicembre 1858.]

E innumerevoli sono tuttora coloro che parlano e scrivono di Dante: basti pensare a ciò che da più d’un secolo fanno per lui la Società Dantesca Italiana di Firenze e la Società Dante Alighieri di Roma, quest’ultima diramata in tutto il mondo, dove diffonde e difende la lingua e la cultura italiana.

Infine Dante può essere considerato un precursore della ricerca scientifica, perché nella sua Quaestio de aqua et terra [12. “Questione intorno all'acqua e alla terra” (latino)] sostenne che la terra emersa è dappertutto più alta della superficie del mare; e nella Divina Commedia dimostrò di conoscere la sfericità della terra e la forza di gravità, precedendo gli studi di Galileo Galilei.

La sua sepoltura è a Ravenna, accanto alla chiesa dei frati minori conventuali, ma nella basilica fiorentina di S. Croce, tempio dei grandi italiani, c’è un cenotafio [13. Mausoleo vuoto.] con la scritta “Onorate l’altissimo poeta” (Inf. IV 80) [14. È un verso da Dante riferito a Virgilio.].

Il Dantedì, giorno dedicato ogni anno a Dante.

Illustrazione di Antonella Martino
per celebrare l'anniversario in tutti gli Istituti Italiani  di Cultura.
Literary © 1997-2021 - Issn 1971-9175 - Libraria Padovana Editrice - P.I. IT02493400283 - Privacy - Gerenza