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Natura morta

La tinta carsica dell’esistenza

È un libro che colpisce per la complessità delle verità, per l’aspro realismo con cui Ruffilli parla di vita tra il niente e la materia, di margini sottili tra il bene e il male, dell’essere la cui qualità più propria è la Natura morta, l’essere-per-la-morte. Colpisce per la partecipazione sofferta attraverso una parola dal ritmo acrobatico, ma che sempre tocca terra dando un contributo fondativo del regno umano. Vi è una sorta di ontologia del non-essere costitutiva dell’essere, cercata con pazienza e umiltà. Vi è la tensione verso ogni frantumazione. Nessun paradiso del tempo. Sono fogli scritti sul ruvido, non tanto cercando una riconciliazione con l’esistenziale quanto per continuare a vivere con coraggio tra alti e bassi, tra superfici erose e sprofondamenti.

Il florilegio si apre con due poesie: Vita ( ...di quanta morte | necessita la vita | per fiorire) e Terra (...Terra in travaglio | costruttivo e distruttivo | senza fine). Seguono quattro movimenti: Preliminari, Interrogativi, Natura morta, Piccolo inventario delle cose notevoli.

Nei “Preliminari” il poeta cerca di far ricorso all’ordine della parola per dar solidi confini al pensiero, nello sforzo di organizzare | appunto negli insiemi | di ogni idea categoriale | il vasto ibrido mare | dell’indifferenziato | singolare-plurale. La parola è niente di statico o di decorativo, è l’energia, l’orlo che sale | impregna e gonfia. Ma la conoscenza è fatta soprattutto di finzione e immaginazione. Lo sguardo umano resiste alimentandosi | da quel che nel profondo | emerge e sente. Alla fine, ci ritroveremo nell’Ultima stanza, dove il tutto esistito si trova conficcato dentro al niente e aspetta l’incontro trascendente.

L’azione che dà forma e consistenza all’essere è l’ascolto. L’ascolto per eccellenza è quello che si realizza ne La voce del silenzio, il quale dando nome | a ciò che è assente | riplasma in lettere l’essenza. Il chiasso ci ha disabituati ai suoni più lievi e alla meditazione. L’orecchio della mente invece ha bisogno di suoni calmi. Se rispettate queste condizioni, l’uomo incontra l’anima comunicando con se stesso e poi con il mondo. “Ascoltare significa trasferire, travasare da un contenitore a un altro contenitore, parole, nozioni, emozioni, sentimenti. Come avviene tra vasi comunicanti (Piero Ferrero, psicoterapeuta e docente di Scienze cognitive). Dunque, per ascoltare bisogna accogliere uno spazio vuoto dentro: il vuoto è l’utilità vera del vaso, concretizza il poeta, in un verso bellissimo. Ma c’è anche il vuoto esistenziale, l’essere inevitabilmente tagliati fuori dalla totalità, quel vuoto che è radice del cielo e della terra, che è la vita assente, la voce che grida | non parlando | nel deserto. E dà “La sete”: Solo tra le braccia | della vita che rinasce | si spegne la sete | di risposta al buio del mistero. Buio sta per vuoto colossale, che solo un abbraccio cioè una relazione affettiva può addolcire. E Buio sta per condizione necessaria al fine di vedere la Rappresentazione: la terra grassa e scura - che - si fa musica sottile. Come avviene al cinema, quando si spengono le luci e comincia la proiezione ... certamente impariamo qualcosa di noi stessi. Per certi aspetti si può dire che il buio è inoltre il presupposto necessario alla confessione della nostra parte oscura, misteriosa. Mi pare sia sottointeso nei versi che si delineano alla fine della raccolta: Il mistero è | nelle cose, sì, || solo occultato dal più evidente. || Per rivelarlo a sé | in stato di patente || occorre alzarlo | al polo manifesto, || nel percettibile cioè | e farlo,lì, visibile | ...

Negli “Interrogativi” Ruffilli, partendo dall’urlo esistenziale, cerca la matrice dell’anima del mondo, il poco-tutto che sta nel frantumato, capace di ricomporre il taglio e rendere all’essente ogni virtù. Si chiede quale oltrepista possiamo seguire per innescare | il clic dal buio | perché ne possa | deflagrare il flasch inaspettato. Le cose però sfuggono al nostro controllo. La presa resta impossibile perché la realtà continua a scorrere fluida, onda su onda è in divenire. L’afferrare è solo un caso. Oltre l’inganno e l’apparenza, il sogno e la speranza restano una virtù dell’assoluto coincidente, il loro avverarsi è una pura fatalità (Il presente). Allora, come far convivere il perso e disperso con le attese del presente? Nulla da fare: il nostro stampo è il vuoto colossale. Dal labirinto s’intravedono delle uscite minime: il sentimento che la parola possa aiutare ad attutire l’urto materiale e il sentimento che la nostalgia sia l’essenza non contaminata. È una nostalgia dove non c’è nessun trasalimento di ricordi infantili, è legata alla parte autentica della Natura, alla zona misteriosa | ...da cui proviene | insieme con la vita | tutta la schiera di mostri e di fantasmi | dispersa e trascinata | dalle onde (La nostalgia del mare).

Gli “Interrogativi” non hanno guida divina. Questo mi fa venire in mente il passo di una lettera che mi scrisse Roberta Dapunt, autrice per Einaudi di “La terra più del Paradiso”. Parlava di vera poesia, affermava e si chiedeva: “Ogni verso rimane un tentativo di proseguimento, la poesia lì dove Dio smette di parlare?” – mi sembra agganciarsi molto bene al procedere di Ruffilli. E quest’esposizione totale al dolore esistenziale, quell’essere completamente soli fino alla fine, ricorda Rimbaud: “Una volta sbarcato dal suo battello ebbro, era riuscito a diventare uno di quei selvaggi che lo scortavano dalle rive. Se la fortuna della sua opera è andata ben al di là delle ragioni dei poeti, è anche perché alla fine Rimbaud è riuscito nel suo intento: esporre se stesso, come un campione etnografico catturato nella selva” (da: La folie Baudelaire, di Roberto Calasso, Adelphi 2008).

“Natura morta”è il terzo movimento. Si divide in: Del tempo - Del nome - Del sapere.

Il tempo é la fiamma che eternamente mangia la sua coda (il fuoco del divenire di Eraclito),... aduna e scioglie | sigilla e rompe | ore su ore. È l’espressione stralunata e la liberazione, ha la verità che man mano viene a galla, ma è pure la negazione della verità: nulla mai di nuovo eppure | tutto nuovo avviene rispetto | all’infinito tempo già trascorso. La Memoria è un tempo infinito, un infinito all’indietro come in un pozzo senza fondo, dunque senza traccia di sedimenti. Nulla accade di nuovo, eppure tutto è nuovo, perché la memoria trattiene sempre un lembo della parte sua futura. Dov’è qui il tempo della felicità, dov’è? Non c’è nemmeno il tempo saggio a cui Epicuro tanto teneva e per cui sosteneva: “Non è possibile essere saggi senza la felicità”. Risposta: per Ruffilli ciò che sovrasta è l’anima del vuoto, quel vuoto che genera l’ansia, con la quale non sempre siamo in grado di convivere. La vita non smette di fare i conti con il vuoto, qui inteso come cenere (niente dura) e cordoglio (la perduta misura dell’intero orizzonte). Il vuoto “fredda” l’uomo. E il poeta lo fa a pelle viva, affidandoci a una continua verifica.

Del nome” si apre con i profondi versi: L’intero non ha dove: dal nome si protende ciò che non ha nome. Subito si sente l’eco del profondo, dell’origine. Dal moto dell’ombra, il nome si protende verso il futuro. Abbiamo un’anima segnata dall’origine, siamo un’identità non definita e senza meta, la nostra azione si basa sulla continua correzione di noi stessi. Tra dissolvenze e provvisorietà siamo una specie di confusione, dove L’essere e il  | non- essere | si specchiano | a vicenda || e ciò che è | è tale in quanto | ha dato dei | confini al nulla. || e dentro il vuoto | non c’è niente | che possa neppure | chiamarsi con il nome. Tutto vira verso il cupo, il colore è carsico, senza fiumi e in profondità caverne e acque sotterranee che continuano a scavare. Il poeta si misura con un labirinto, dove i mille volti dell’esistenza e le assurdità sono sempre in agguato. Ma qualcosa segue il passo della nostra vita, per questo Si forano i muri | per dare accesso || con porte e scale | finestre e balconate || e fare della casa | lo spazio incluso || sgombro per essere | appunto contenuto... Gli affetti ci accolgono. Ma quali sono gli altri veri contenuti quotidiani? Il moto o la quiete? La distanza o la vicinanza? La nostalgia o il presente? L’urlo o la conquista di senso? Tra le sponde opposte scorre un fluido che trascina con sé la vita e insieme la sua schiera di mostri e di fantasmi. Gli opposti si specchiano a vicenda. Per resistere, lo sforzo è di aggrapparsi al soffio | che risucchia dalle rive | nuovamente ai fatti.

Del sapere” è l’atto che porta a un equilibrio: qualsiasi cosa accada, nell’esistenziale, il sapere fa parte di questa peregrinante avventura umana-disumana ...e porta a un equilibrio come La maniera del cielo | è di ridurre || quello che abbonda | e di aumentare || ciò che più scarseggia: | non perde e non guadagna || sul calcolo totale, ma pareggia.

Nel momento del capire si torna nello squilibrio per il processo del cammino continuato. Nel cammino è il sapere di non sapere la ricerca continua, dove l’essere diventa osservatore e predatore di saggezza.

Piccolo inventario delle cose notevoli”, ultimo movimento, si apre con la poesia “Del moto e della quiete”: Perché il moto, appena | spinto in corsa, è | principio di morte | .... | Ed è la quiete, invece, | il passo della vita. Ruffilli, parlando del moto, si aggancia al concetto di usura e non di vigore che, per legge della meccanica, provocando attrito, genera energia. Esclude anche il moto popolare, quel processo di avviamento per la rinascita e il cambiamento. Esclude anche il moto andante che, in musica, è espressione dell’anima senza usura. La protagonista preferita è la quiete: La quiete va più | a fondo e tempera | il calore, sa trarne | ogni vigore. La quiete | è la regola del mondo. Il moto rimane solo quel momento ravvivato appena con la spinta.

“Dell’aria” è la poesia della buona volontà della Creazione verso l’uomo. Lo stato d’animo è positivo. I profumi sono gli elementi dispensati da sempre: Acqua di rose, | nei vasi, e gocce | di laudano, | un pomo sempre | sopra al comodino, | una carruba e | una castagna in tasca... Sono la possibile epifania, la possibile armonia.

Nel ritmo della vita tutto torna dagli alti ai bassi e viceversa. La stanchezza è una compagna di strada; i gesti quotidiani, i più elementari, come il lavarsi, il mangiare, delimitano uno spazio che è il bisogno soprattutto di corporeità.

Il corpo resta il luogo appassionato, la forma delle nostre illusioni, il medium, il condizionamento biologico della fame, ma bisogna attenersi a certe regole per tenerlo sano. “Del bere e del mangiare” è la poesia che chiude “Natura morta”. Qui Ruffilli, attraverso un impegno stilistico lontano dai modelli di usura, rivela le regole per un vivere sano, lo fa con una fascio di sostantivi e verbi di profondità: sorbire, espellere, perduto, raggiunto, irrorato, astinenza, appetito, distacco, restauratore. Gli aggettivi sono pochi e nella volontà di dare voce ai momenti di tregua, laddove c’è il risveglio della semplicità. Sono attribuiti all’acqua “pura” che bevuta raggiunge e irrora ogni centimetro quadrato, all’aria “fresca”, ai cibi “caldi più che freddi”, alla cena “più leggera” del pranzo, al pane “salato leggermente” e bene “fermentato”, ai cibi “grossi” d’inverno e “teneri” d’estate, al vino “puro e chiaro, limpido e brillante” e non “torbido o velato”. In questi piccoli respiri di libertà si trova il senso primo della vita: la coscienza di lasciare vivi i sensi come inno all’intera esistenza.

Concludendo: Ruffilli, autentico ricercatore delle verità e delle realtà illusorie, lascia senza fiato. La sua poesia è intrisa di occhi di esperienza, rappresenta la vita violenta insieme a un’accettazione impercettibile, ma presente e calma, del destino. L’incontro con se stesso avviene tenendo sotto continuo controllo i fili della parola, dalle viscere attraverso un’eplosione fino all’erompere testimoniando vicende estreme o minimali, chiedendosi: oltre l’inganno | e l’apparenza | oltre la finta riconoscibile | sagoma del mondo ... come togliersi di dosso | la coperta ...? Non ci sono risposte, non c’è riscatto epico. Non c’è varco sull’Oltre. C’è varco sull’Altro, apertura possibile nonostante il movimento incessante. C’è coscienza e rigore. C’è profondità interiore di rara maturità. C’è la vita senza filtro, per afferrare con maggior facilità ciò che serve e porsi così nudo e liberato nella parola. La forma della parola è la forma dell’arte di vivere, forza misteriosa e scandaglio.

Recensione
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