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Ombrìe

L'essenza delle ombre

In Ombrìe, florilegio in dialetto trentino, Lilia Slomp Ferrari apre le più profonde porte della sua esperienza, accogliendo le zone buie per mettere in luce il fondamento delle cose, dei rapporti, del suo essere. Le ombre sono ciò in cui consistiamo davvero. Custodirne l’esperienza dolente con la poesia vuol dire cercare di far rinascere il sentimento di un’umanità che, come dice Pavese, “giunge in un paese nuovo”, in un qualche luogo di armonia, di Sinfonia. Ed è questa la speranza che ci può salvare.

Le Ombrìe di Lilia Slomp Ferrari sono le nostre ombre: un insieme di destinazione opaca dell’essere umano, ma anche di consistenza, perché l’ombra è sempre frutto di materia, sia che essa provenga dai ricordi o sia nella trama del quotidiano come sostanza sommersa o affiorante o lampante.

Le ombre, dunque, sono architetture complesse della memoria e del dubbio (quante saràle ancora le tonde | ai labirinti stròvi del zervèl), della disgregazione e della malinconia (sora sta tera seca, senza buti), ma anche sono affioranti di speranza e leggerezza (note da ‘nventar ancòra ... el zifolar de venti curiosoni ‘ntra i boscheri ... i palazzi de sabia da zugar).

Poi ci sono le ombre della permanenza: quelle annegate nel bicchiere dei desideri (negada ‘ntel bicér dei desideri | de algéri, de ancòi e del doman), quelle arrugginite dentro casa (smarlòssi ‘nruzenìdi a la so cà), quelle della trasgressione e della tentazione perché noi siamo a volte come “lucciole” che vendono la pelle sulle strade (Vendén pèl de rosada su le strade).

E infine c’è l’ombra imperitura della nostalgia che, intrecciando le fassine dei ricordi, apre le catene della vita e trasmette la forza delle origini, senza rovello. Il canto aperto dalla nostalgia è come un ululato alla luna, la quale si riflette in un brulichio di stelle sparse sopra il prato (... tuta en sbrigolar de stèle sparpaiade sora ‘l prà) – così affermando che il rimpianto è un elemento naturale, è un nostro satellite, la cui riflessibilità è di conforto all’esistenza frammentata.

In Ombrìe non emerge la “leggenda del dolore” tipica delle altre raccolte della poetessa trentina, le ombre accompagnano il dolore, non sono il dolore. Il linguaggio sembra più la filiazione di un pluralismo di passionalità machadiana ( da approfondire). Una passionalità raccolta, un’identificazione tra uomo e ombra amara e pensierosa, ma dove l’istinto cammina sulle tracce di una gioia, di uno sguardo, di un’emozione, di una presa di ossigeno.

Vedi, ad esempio, Machado nella poesia Rinascita: “E tonare a sentire in mano nostra | quel palpitare della mano dolce | di nostra madre. E camminare in sogno /guidati...” – E i versi alla madre nella poesia Quel dì : “... te ciaperia la man come quel dì, | per quela seda blu en la tompèsta, | ... | quel nòs nar da regina si lontan | come tonda de ‘nsògni ...”. Le ombre che accompagnano fin dall’infanzia non smettono mai di credere alla luce, cioè al sogno di vivere.

In Ombrìe gli aggettivi, che di solito sono il cono d’ombra dei sostantivi, molto spesso hanno un significato un po’ più in là dell’accompagnamento di senso: pongono in evidenza altre ombre insigni, altri occhi, dimostrando la natura una e plurima di uno stesso elemento. Ad esempio: orizonti fracassadi sono gli orizzonti fracassati dall’azione dell’inconscio non una suggestione della Creazione, ma un sostantivare il rumore di una delusione mentre ci frammenta.

Il florilegio convince anche nella versione in italiano, dove permane l’anima sanguinante in un apparato di note dolcissime.

Recuperare tutti queste narrazioni delle Ombrìe non è stata impresa da poco. C’era in gioco la raggiungibilità dell’autentico e la capacità di assolvere alla funzione catartica della poesia. Lilia Slomp Ferrari ci è riuscita in pieno, conficcando nella sua pelle e nella nostra pelle la radice sacra delle ombre.

Recensione
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