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Mezzogiorno dell'animo

Al lettore che non conosca Enrico Pietrangeli, il titolo di questa plaquette, Mezzogiorno dell'animo, evocherà probabilmente immagini di solarità, di radiosa ed affabile inclinazione del sentimento. Difficilmente si lascerà ingannare, invece, chi già abbia avuto modo di soffermarsi sui suoi versi. Attento auscultatore delle esperienze poetiche otto-novecentesche, Pietrangeli aveva fin qui esplorato i registri cupi e bohémien della poesia simbolista francese, sperimentato i toni sottili e rarefatti dell’ermetismo, gli accenti rudi e provocatori della beat generation, spesso corrodendoli di ironia - e rivelandosi, in questo suo percorso, poeta scabro, irrequieto, altero e vulnerabile, affamato di vita come un adolescente e, come un monaco alessandrino, scaltrito e implacabile indagatore dell’interiorità. Ora, nelle ultime sue pagine, si vedrà che, attraverso tutte quelle esperienze, prove di stile, certo, ma soprattutto calchi formali dei quali esplorare le potenzialità espressive per dar forma ai moti dissonanti dell’io, Pietrangeli ha consumato le sue incertezze e si è, per così dire, sgombrato il campo e la vista da insicurezze, prolissità ed esitazioni.

Le pagine di Mezzogiorno dell'animo puntano infatti, direttamente, all’essenziale: mirano all’assoluto e rivelano il fondo mistico, laicamente mistico, e scandalosamente moralista del loro autore. Si comprenderà presto, alla lettura, che il titolo allude, con segreto riferimento dantesco, non ad uno stato o disposizione affettivi, ma ad un tempo biografico, ad una agognata e quasi raggiunta maturità, dall'alto della quale osservare, come da un arido pianoro, le immagini della vita: ad un «mezzo del cammin» dal quale tentare di riassumere in forma di meditazione poetica il senso di un’esperienza umana e di un personale itinerario. Si rivela, insomma, in questa raccolta, il proposito, tutto razionale, di astrarre dal magma del vissuto un succo quintessenziale, che, risomministrato a freddo, sia viatico di sapere e restituisca, insieme all’acre sapore del già visto e già patito, il barlume di un’intuizione, di una conoscenza non effimera.

Forse per questo, in modo intenzionalmente esplicito, i versi di Mezzogiorno dell'animo si riannodano a quelli del passato, delle precedenti pubblicazioni: il disegno dell’affresco, del poema scandito in ampie e successive lasse, si fa sempre più evidente nel passaggio dalla prima prova poetica (Di amore, di morte del 2000), alla seconda raccolta (Ad Istanbul, tra pubbliche intimità, 2007), fino a questo ultimo libro, nel quale ritroviamo ancora una sezione che risale al 1983: «Quarta parte» ed ideale continuazione del volumetto del 2000, come quello intitolata; mentre una «Terza parte», ancora denominata Di amore, di morte era comparsa nel 2007, tra le sezioni di pubbliche intimità, anch’esse come frammentate in sottocapitoli, o parti, che si disperdevano nell’indice, quasi a creare una traccia di continuum tra poesie apparentemente divergenti dall’asse tematico più evidente e centrale.

Che di tale quête sia filo conduttore l’esperienza amorosa, non può stupire: essa si rivela, anche per Pietrangeli, come per tanti nostri maggiori, un potente propulsivo, un portentoso solvente alchemico che riduce all’osso, al lapis niger, la materia prima, turgida e rutilante, della passione, additandone il finale prodotto di cenere. Brucia in questi versi l’amore, come una ferita, punge come un aculeo, lacera come una spada, pure se, negli ultimi componimenti, le sue precarie cronache vi appaiono dissimulate, ravvisabili a volte solo per coperti accenni o citate ad avvio di più disincarnate meditazioni. Di amore reale, però, e sensuale si tratta, ma esso si dà oggi come tramite, come velame e figura di altri amori -amicali, fraterni, spirituali e ulteriori-, esperiti di volta in volta nella sostanza di «risentito sentimento»: di privazione, abbandono, lontananza, immedicabile separazione, sogno, rovello, senso della fine e della morte, appunto: «Sogno il giardino proibito | dove mi guardi negli occhi | montandomi a cavalcioni | e stringendomi le gote. | Sogno il fantasma di te: | sussurra cadenzando | mentre sfuma svanendo | … | Sogno e quel sogno, | lentamente, prende lo sguardo | di un teschio, l’ultimo a svanire | dalla tomba segnando, secoli | prima dell’avvento della polvere, | l’imperversante giorno: | la mancata unione sgomenta | il risveglio generando attesa.» (Sogno di un mondo lontano).

In Mezzogiorno dell'animo, l’amore si racconta dunque come affetto inadempiuto -o addirittura tra di noi inadempibile-, si contempla con le parole del dolore, in forma di meditazione dolente, al modo che nei “misteri dolorosi” di Alfonso de’ Liguori, e le diverse sezioni del libro si dispongono, puntualmente, secondo “stazioni” di una laica via crucis: Il prologo del dolore, Le metamorfosi del dolore, Il contrappunto del dolore, L’anamnesi del dolore, Le fobie del dolore e così via, fino all’Epilogo e all’Esegesi del dolore, che potrebbe dare il titolo all’intero volume.

Il cui Incipit, tra un Proemio e un Abortum, denuncia la scelta, combattuta ma riconosciuta necessaria, di assumere perdita e nostalgia quale guida e via maestra («Del dolore scelsi il percorso | e non più di sopire il cuore | d’incompiuto sentire svanire»). È come se, dopo i giorni dell’ebbrezza e dell’invettiva, dopo i paradisi artificiali e la notte dell’anima, dopo l’utopia politica e il sogno letterario, l’aria si fosse a un tratto rarefatta e lo sguardo, introvertito, avesse scorto l’ansia di un bisogno nuovo: «Fammi sentire, o Signore, | non importa che sia dolore. | […] ma non lasciarmi solo, | non abbandonarmi mai | tra l’inedia di un nulla | dove sprofonda l’animo» (Fammi sentire). Malessere e delusione, scontento e solitudine, amarezza e insofferenza cessano di apparire tipologie del disagio, di un indefinito ennui (così si connotavano ancora nelle precedenti raccolte) e divengono categorie di un male di vivere radicale, connesso ad un troppo umano hic et nunc, che drammaticamente rinvia a quella innegabile condizione, al tempo stesso storica e ontologica, cui non si offre scampo – ma solo speranza di superamento qualora essa sia presa in carico, consapevolmente vissuta e scrutata – e leopardianamente acquisita – quale vincolo di solidarietà e fratellanza: «Penso alla croce |come valore aggiunto, | nel suo saper morire | è già viatico per l’altro» (Valore aggiunto). Torniamo così all’amore, a quell’esperienza di attaccamento, a quel patito anelito verso la vita traverso cui si invera forse l’unica nostra possibilità di superamento: «Vivere per giunger integri e non integrati alla meta, che è premessa ad altro e in nessun caso punto d’arrivo» (Quasi autunno, ma estate).

Ma la via appare tutta in salita. L’impostazione sottilmente dialogica del libro, simile a quella di una contentio attorno ad una sottesa tesi da dimostrare, documenta le difficoltà di uno spirito religioso che, come in Pietrangeli, si agita e cerca legittimità e riconoscimento entro i confini di una mente laica. È una situazione che non potrebbe non avere ricadute sul piano dello stile. E infatti accade che l’intelligenza secolare di Pietrangeli, cercando ragione dell’interna rivoluzione e modi per esprimerne lo sconcerto, produca immagini di moderno barocchismo, che, pur frammentandosi in brevi versi e in figure asciugate dal ritegno, ricordano le movenze di alcuni poeti religiosi del cinquecento francese o spagnolo: come ad esempio, di Jean de Sponde, autore, nel suo secolo, di Versi d’amore e di morte. Anche in Pietrangeli troviamo i principali temi che, a quegli scrittori, stettero a cuore: l’inconsistenza delle apparenza, il disfacimento che fa capolino dietro ogni manifestazione dell’esistenza, lo scandalo dell’ingiustizia e del male, l’oscurità del destino umano, il disinganno che induce a volgere lo sguardo all’eternità e al divino: e come in quei poeti, la sensibilità tormentata del Nostro si esprime, sul piano stilistico, in una ricerca di disequilibrio, talvolta di una enigmaticità o artificiosità, delle forme.

Non ci si attendano però, da queste pagine, lirici abbandoni, non si temano sproloqui depressivi, algolagniche tiritere, flagellazioni, autodafé: la prospettiva patetica è assunta con tutta la serietà richiesta ad un novizio, sullo sfondo di una vita ricca di avventure e di legami intriseci col mondo, con la profondità di una scommessa vitale con se stessi. Il pudore sovrintende ai versi di Pietrangeli, il cui dettato non oltrepassa mai il rigo di guardia dell’autocritica e che, anche mentre sfiora l’entusiasmo o si inebria del presentimento di una possibile consolazione o luce, non perde contatto con la faccia più scabra della realtà: come testimoniano, ad esempio, i brevi racconti inseriti a baricentro nel cuore del volume, Prosimetro del dolore, un concentrato di visioni di corruzione e di sfacelo, cui fanno da stringato contrappunto, dissimulate dalla contemplazione del paesaggio, rattenute immagini di ciclica rinascita e di resurrezione.

Nota critica elaborata per la seconda edizione del libro Mezzogiorno dell’animo, contente inediti ed altri materiali, in attesa di esecuzione.

Recensione
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