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Vivere nel verso

Di Lucio Zinna, del quale l’attento Walter Nesti segnalò ai nostri lettori Bonsai nel n. 44, è uscita un’antologia comprendente liriche dal ‘55 al ‘92. Trentasette anni di attività poetica, da Francesco De Nicola restituiti, nella loro frastagliata e severa sperimentazione, in un approfondito saggio introduttivo; da cui si profila “un poeta di sicuro talento", dotato “di un linguaggio del tutto personale, ‘fortemente intessuto di cultura classica e novecentesca’ (R. Pagnanelli), limpido e stringato e al tempo stesso fantasioso e creativo senza apparire però esibizionistico e pretensioso”.

Ma che il nome di Zinna non sia preclaro siccome non opera in una delle “capitali della grande editoria di libri e giornali”, credo sia vero solo marginalmente. La fama in vita, perlopiù, è dovuta non tanto ai meriti artistici quanto alle doti diplomatiche (non trovo altro eufemismo) di un autore; se queste mancano, l’abitare nella megalopoli sarà ancor più frustrante. E discordo dal generoso prefatore nel vedere inserita fra le “metropoli dominanti” di Milano Torino Roma, anche Firenze, “capitale di antiche tradizioni culturali”, ché in realtà da sessant’anni è ridotta a un libriscolastificio, a un tritacarne turistico modello serial killer. La fenice letteraria ha fatto nido altrove, ed è giusto. Del resto Luzi pubblica a Firenze? È già tanto che ci viva.

Zinna nella sua Palermo, che poi non è un villaggio dei Nebrodi, è stato, ed è, un testimone storico sensibilissimo. Dal picco di una propria verità esistenziale quanto mai provante, egli ha indagato con acribia quasi tattile questi decenni che non ci riescono a dare − diciamo così − molta soddisfazione civica. A mio sentire, la sua poesia più nitida si ritrova nel ricordo autobiografico, ove la società e la storia fungono da sofferto “basso continuo”. Nelle prove giovanili, ariose di esili versi, l’assolo lirico è poi così sinceramente esposto che gli si concede qualsiasi ingenuità enunciativa. Porto di Mazara (1958, ventenne):

“Già mi fumavo l’alfa | seduto sul pontone. | Dal cantiere mi giungevano | voci di calafati | rumore di martelli | e ferro tormentato. | Luigi Di Naro | marinaio pittore | (un oceano d’anima) | preparava qualcosa | nella cucina del natante | e mi accennava di Saffo | o di Beethoven. | Qualche sirena urlava | barche partivano a pesca. | Lampedusa. | Kelibia. | Io sognavo di artisti | e di pirati. | Conoscevo Heine e Ben Gun. | Avevo diciassette anni | allora | e la fantasia | era bagaglio più colmo che oggi | Porto di Mazara | sul Mediterraneo immenso | e affascinante.”

Oppure Sparse mi ritorna sequenze (I960), qui non estensibile, dal cui incipit ortogonale (“Io dell’ultima guerra non conobbi | stelle di piombo lamenti di figli lontani...”), con un dominante ritmo ternario, arcuato come i piloni di un ponte di pietra sulla fluida e dolorosa memoria, s’invera la visione dei giorni di guerra estremi, col “pane nero zuppa di lumache”, le “case fatte polvere e sassi | coi balconi come nasi strappati”. Il destino cane ha cominciato a non mollare il Nostro nella culla e anche prima, per cui − come dicono le maestre − è maturato presto: anche nello stile. Di taglio lapidario, bellissima, è la rievocazione Mio padre (1962). L’uomo che la sorte condusse lontano da lui nascituro, egli lo vide (non rivide!) a vent’anni passati, e “quindi riprese il treno | quella stessa sera”. (Poche volte l’aggettivo “stessa” è pesato tanto sulla carta.)

Un poco più recente, ma già tesa ai modi espressivi della pienezza stilistica, è C’era un portone, di linee musicalmente più severe, dettata al metronomo di due tre parole oggettuali per verso, e il cui più largo metro, con cesura marcata, pare ora sostener tutta la gravita del quotidiano: “C’era un portone di legno secco dal tempo | un lungo androne lastricato in cemento | che a sinistra finiva in un pozzo d’acqua pura...”. Con solare e scavata precisione viene qui ritratto, nella nativa “casa proletaria”, il poeta da fanciullo, che primamente avverte l’odorante presenza delle Muse (“mi guardavo | attorno con stupore”) e si fa ghiotto di parole misteriose. E finalmente − forse qui Zinna è all’apice dell’elaborazione tematica − Arcaica sera (“Era una sera di ulivi e di fiaccole | lontane. Di fienile i tuoi sguardi.| Tiepida mi parlavi e sorridevi | dalla tua piccola veste...”), sospesa fra l’aerea rimembranza di un amore rimasto alle soglie carnali e una cadenza da ballata popolare, modulata da riprese variate, quasi lorchiana.

Ma come si fa a recensire una vita... Scelgo, dal mucchietto delle già scelte. Pastori di Sàgana (1983): “Poco a poco non scomparite anche voi. | Che non resti un’ipotesi − un ricordo − | di primo mattino il tepore del siero | nel circostante silenzio la religiosa | frescura della ricotta cagliata | sotto gli occhi il fluido cristallo | dell’acqua di roccia che traluce | tra i ciuffi rari di capelvenere.”

Un mondo mediterraneo, quasi un referto omerico, sempre più masticato dal Nulla... Amputazione d’anima che il primo verso, apotropaico, pare non riuscire a ostacolare (già il soggetto è un grumo anonimo, che si rastrema in clausola); ma che il lento giro sintattico dei sette seguenti avvia a sigillare in epigramma, nella memoria lenticolare (“sotto gli occhi”) dell’acqua di roccia che traluce” (“fluido cristallo” è cangiante perennità petrarchesca), fino all’immagine estrema che la divaricazione ritmica (“rari di capelvènere”) fonosimbolizza ariosamente, col dattilo aggettante nel silenzio. E forse l’“acqua di roccia che traluce tra i ciuffì rari” è un translato panico, speculare, degli stessi occhi fra le ciglia che commossi la guardano, essi la cui ipostasi è quel vedere mentale (“un ricordo”) nel quale si teme residuare una miracolosa empiria.

Concordo con De Nicola che Sessantacinque versi per il treno della Maiella sia, a parte qualche rudezza cronachistica, se non “certamente la pagina più alta e più ispirata”, senz’altro la più intrisa di verità testamentaria, quella che tutto dice di una vita, degli orizzonti odiosamati di una vita. Lo scorrere delle immagini, come di una quiete sgretolata e inerme, viste da questo “convoglio fragile di latta” attraverso una brumosa e ispida Arcadia appenninica, si porrà nella mente dei futuri lettori vicino a quelle consustanziali del nostro miglior Novecento (penso a un Montale “amiatino”, a un Caproni “cerimonioso”, a un Betocchi “cosentino”...). Ma “allogarsi da queste parti | con la sacrafamiglia nel più remoto villaggio” − rodente ne è la tentazione, e l’uso continuativo degli infiniti verbali realizza una tensione augurale in sé irrigidita − sarebbe “prima che entrino falsi cavalli abbandonare Troia” (i TG c’impoemano abbastanza ogni sera!). E non solo disertare la propria (nonostante tutto) civitas, ma la memoria stessa della madre, morta “una mattina | d’estate all’improvviso”, nella spasmodica attesa del soccorso pubblico (!). Stringe il cuore, e lo fortifica, quel proseguire “verso Palermo tradita moribonda | tra rifiuti e mostruosi palazzi”, con il finale del “sole irridente permaloso” (binomio stemmante una sicilianità assoluta), che riverbera, in un registro di avvilita consuetudine, quello tragico e catartico de I sepolcri.

Ma ecco Per una chiesa di una metropoli del Sud: un cantuccio di ombra e materiale e invisibile, “silente nel folto sferragliare negli accidentati | percorsi celata con ostentazione agli ingorghi | (oh gradini della separatezza e dell’invito) | rifugio breve da piogge e canicole”. Diretto, potente, umile, il rivolgersi a Dio: “Tu stai sempre lì in calici d’oro | in nicchie d’alabastro e lapislazzuli [...] (Davvero questi sconnessi balbettii ti inducono | a fatti nostri a nostre diuturne miserie?)”. E ancora più elettivi, con un loro granoso biancore d’ostia, i Versi per una fotografia di Teresa di Lisieux: “ci si può innamorare di un volto così [...] lasciarsi rapire dalla sofferta luce | che filtra per i tratti [...] a quali mondi aprirsi [...] Per un volto così si può tornare | a risentirsi fra uomini e salire”. Ci sono di quest’improvvisi, stanaglianti spiragli, in Zinna, che graziano di una chiarità diversa fin nei suoi penetraceli più malinconiosi.

Nella sezione Minutario postumo dell'eroe vagabondo − un poeta vero sgambetta sempre lungo il suo percorso, per quanto esso lineare sembri − mi illumina, con un senso perentorio di libertà immaginativa, il breve carme “Questa grotta magnifica...”, ove una Calipso, la Nasconditrice, svela al prescelto, fra i sempre più abbuiati interstizi del reale, la verità mitica: lampo che unifica, come disse un grande, “all mere complexities”.

E l’epifania si fa esperienza concreta nella sensuosa espressione: “Canta la ninfa e muove carnose | labbra (appena torno ad esse mi riappendo | mentre tesse l’attesa delle mie membra avide | alla spola dorata nei riflessi”. Che sarebbe, o scettici fra i lettori − per non dire voi, ossame neo-neoavanguardistico scricchiolante tra le mascelle accademiche (che inferno dev’essere!) − nientemeno che la Poesia in persona... Non è mica tanto facile trovarsela davanti, col “suo corpo di fulgente animale”, e poi di questi tempi anoressici. (Che mi balugina, nella stanza semibuia?... Ah, il sorriso ultraterreno di Robert Graves!... Sorridendo annuisco...).

Caro Lucio, era destino trovarci: anche coi capelli più radi ormai del tuo capelvenere, anche qua in fondo a un angiporto caccoso del tempo, con la bocca rugginosa di anatemi... Che importa? Noi saremo umili, non modesti come si vogliono i mediocri; per cui, a quel modo che Amore detta dentro, andremo ancora significando. Mi spiace − si fa per dire − per i critico-semiotico-ideologi: la ninfa non canterà mai per loro, per loro non moverà mai le labbra carnose, mai vi si appenderanno appagati. E quanto a te rasségnati, che l’aver vissuto altrove, in una di quelle “capitali della grande editoria di libri e giornali”, non ti avrebbe affatto garantito un alibi più sicuro per il crimine di esser nato poeta (veramente poeta, non come quei #500.000# in facsimile, che modestamente se ne vantano). Ma fra codesti pruni puntuti in cui vivi, e non nell’ovatta dei pollai editoriali, il tuo nido è isolato e sicuro. Così, non c’è maneggio letterario, ingranaggio parentale, macina burocratica, non c’è mafia, non c’è sottogoverno, non c’è becerume televisivo, che impedisca alla Nostra Signora di manifestarsi a te come ai pochissimi Suoi, ovunque càmpino rificcati. Amore muove le stelle: che vuoi che gl’importi di gazzettieri, faccendieri, agenti della Borsa Culturale scalmanati e volpini? Concedigli un po’ di fumo in vita, poveracci... Alla fine, come disse il filosofo, sulle rovine si erge solo la poesia.

Sis felix.
Recensione
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