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Del sognato

La forza della poesia di Raffaele Piazza è di riuscire di volta in volta a rigenerare metaforicamente la natura. Così è anche in questa quarta raccolta del poeta napoletano, che appare dopo un’attesa durata oltre dieci anni, anche se la presenza della sua poesia è stata sempre viva su riviste cartacee e telematiche. Con i colori del Mediterraneo, azzurro e arancio, si presentano principalmente i paesaggi interiori di Piazza, esterni che vengono metabolizzati per cercare l’eternità, riportati in uno scenario di conchiglie, dono prezioso del mare, protagoniste sempiterne e trasportate nello spazio per rinnovare la presenza di una natura cercata ossessivamente e per questo ricreata.

E se il mare di un paesaggio campano si ricicla continuamente, un altro mare, fatto di onde invisibili, aiuta a “navigare” il poeta contro un isolamento possibile: «qui maturano/ i limoni e il verde delle pere coltivato/ a lungo nella serra della casa:/ si spostano i muratori fuori campo dalla finestra intravisti (Messaggio dall’esilio, p.20)». La fluidità di Internet, cantata da Piazza già in tempi non sospetti, ritorna per addomesticare l’assenza, rendere paradossalmente concreta la presenza, per la capacità del sogno, della mente di addolcire nella tenerezza anche un freddo messaggio, nella forza delle parole trasportate oltre i corpi, anche se ad essi dedicate o ispirate: «L’approccio con le onde/ per scoperte abitate da poeta/ a lettore ambulacri di senso dove/ ad ogni passo una fragola/ stimola il delta delle voglie per caso/ lei passava avvolta da indumenti intonati/ alla scena dell’asettico/ spessore (Camera per Internet, p.31)». Corpi attesi o protagonisti dell’immaginazione e del ricordo, defluiti nella natura più concreta, tra prati e giochi di sole, o il Parco Virgiliano, e soprattutto foglie per riempire le stanze dall’intimità disarmante. E In questa natura ha radice la ricerca della vita, costantemente giovane e gioiosa, speranza di eterna adolescenza: «Si chiama Alessia, percorre l’ufficio,/ lui si avvicina alla meta con un biglietto/ per la vita: lei prende la penna rossa e gli scrive sulla pelle… (1984, p.54)».

“Alessia – come spiega in prefazione Gabriela Fantato – […] sta a significare sia una sorta di mito, quasi fosse una ninfa dalle acque del mare, sia allo stesso tempo solo un nome, una figura inesistente […] Alessia in queste poesie però è anche una ragazza comune […] è un incontro che non avviene, che non è mai avvenuto o, forse, è un ricordo reale, ma artefatto dai giochi della mente, eppure solo Alessia pare colmare lo spazio vuoto dei giorni”. E poco si può aggiungere a questo perfetto quadro di possibilità che l’eterna adolescente rappresenta per il suo “creatore” perché, esistita o meno, è la creazione poetica a darle vita a rinnovare metaforicamente di volta in volta la musa di Raffaele Piazza: «Tu tocchi la mia solitudine e dalla ferita/ viene fuori una combinazione di noi,/ piante adesso sempreverdi nella rigenerazione/ tra negozi del nutrimento per carpirne/ pane e dischetti da ascoltare e visualizzare. (Piacere, p.15)».

Recensione
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