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L'incanto della memoria in Pietro Nigro e Fédor Ivanoviç Tjutčev

Enzo Concardi

Nella gnoseologia platonica, cioè dottrina della conoscenza, si trova la suggestiva tesi che il sapere umano è stato appreso prima della nascita e che dopo la venuta al mondo l’uomo lo ha in qualche modo “dimenticato” nel fondo della sua anima. Esiste quindi una “memoria” già presente ma nascosta in lui, che la filosofia dovrà risvegliare con il “ricordo” (“anamnesi”), concetto su cui il filosofo ateniese fonda il convincimento che l’apprendere è un “ricordare”. Ecco forse perché la presenza delle tematiche della memoria in letteratura è così estesa, regola a cui nessun individuo si sottrae, date anche le funzioni positive sprigionate: la storia come maestra di vita, gli insegnamenti degli errori del passato, i dolci ricordi giovanili e tutte le altre dimensioni di ciò che appartiene al “vissuto” come fonte di perenne riflessione.

Nelle sillogi dell’autore la memoria presenta più aspetti che l’articolano in diversi strati, tempi e luoghi. I primi sono colti da Lucio Zinna che – nella Storia della Letteratura italiana, vol. IV, 2015 – scrive: “Il legame con la terra è tema fondamentale della poesia di Pietro Nigro; esso va a fondersi con un altro tema, costituito dal trascorrere del tempo, dal rimpianto del passato … Il poeta isolano emigrato-immigrato … resta dimidiato tra luoghi d’origine e luoghi d’elezione.” Tanti versi sono quindi ispirati dalle sue radici siciliane ed affondano la memoria ancora più indietro nella storia, fino agli albori della Magna Grecia. Ne abbiamo testimonianza, ad esempio, nella lirica Indefiniti confini (da Alfa e Omega, 1999), dove della sua isola solare ricorda il caldo vento del mare, le vigne e gli ulivi, le pietre bianche, il sapore greco antico … d’Eschilo e di Pindaro. Ed anche in Libertà (da Miraggi, 1989), nella quale troviamo gli aridi paesaggi mediterranei, ma anche la sofferenza della gente del Sud (“Ho percorso sentieri di pianto / tra campi di pietre, di sterpi e d’ortiche, / dimora millenaria d’infrante speranze / …”), le orme degli antenati e libertà smarrite.

E molti altri racchiudono un profondo sentimento del tempo, poiché egli s’ interroga se la memoria di oggi è identica alla realtà di ieri, o se noi rielaboriamo i ricordi attraverso filtri che la modificano; inoltre in lui è forte la preoccupazione della conservazione del bagaglio memoriale individuale e collettivo, tanto che in modo accorato si chiede che fine fanno i momenti vissuti, la loro perdita sarebbe un danno irreversibile, dal momento che persona e società avrebbero un’identità parecchio sbiadita senza memoria: “ … Radice è realtà primeva / cordone ombelicale, / che ti lega al perché d’una vicenda ignota …” (Se vuoi chiarezza da Astronavi dell’anima, 2003).

Dopo la parentesi di mondani e amorosi “souvenir” parigini (Ricordo da Il deserto e il cactus, 1982 – Montmartre da Canti d’amore, 2011 – Estate a Parigi da Miraggi, 1989) Nigro si congeda dal suo infinito viaggio nella memoria con toni e immagini che danno il senso dell’abbandono e dell’assenza in atmosfere sfumate e rarefatte: ecco apparire solitari comignoli ormai spenti, vuote fioriere di gerani, memorie di forme ormai scordate … e, nello stesso tempo, stati d’anime posseduti da una consolante e quasi rassegnata quiete che spegne anche gli ultimi rimpianti. Un tempo gli era sembrato che “… un fiore insospettato / fra aride brulle pareti …” fosse una compagnia paziente da visitare saltuariamente (Non potevo immaginare da Alfa e Omega, 1999).

Così anche in taluni versi in taluni versi del poeta russo Fëdor Ivanovič Tjutčev (Ovstug, 1803 – Carskoe Selo, 1873) la memoria riscontra la felicità del passato – la stagione estiva – rispetto allo squallore dei campi d’autunno; stagioni della natura e stagioni della vita in cui i ricordi dell’uomo giocano un ruolo essenziale: “Dove l’allegra falce passeggiava e cadeva la spiga, / ora tutto è deserto, tutto è libero spazio, / appena l’esile filo della tela del ragno / scintilla nel solco vuoto // L’aria è deserta, più non s’odono gli uccelli, / ma sono ancora lontane le prime bufere d’inverno …” (In Fëdor I. Tjutčev, Poesie, Milano, Mursia, 1959 – Traduzione di E. Bazzarelli). Tjutčev ebbe contatti con la cultura europea, soprattutto Heine e Schelling subendo l’influsso del Romanticismo tedesco.

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