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Valichi

Proiettarsi nell'infinito che abbiamo dentro di noi seguendo il volo di una rondine

La riflessione sul tempo è il tema centrale dell'ultima opera di Giovanni Parrini, Valichi. Sensibile alla tematica ambientale, il poeta non manca di esprimere costantemente it suo disagio per un mondo in continuo cambiamento, dove pullulano cantieri e colate di cemento che tutto nascondono in nome della produttività.

Valichi, quarta fatica letteraria di Giovanni Parrini, si offre al pubblico densa di significati. E attraverso il titolo che si viene introdotti in un mondo di riflessioni personali, attimi di meditazione ritagliati nel continuum informe della vita quotidiana. A farla da padroni sono infatti gli oggetti di una vita, le situazioni concrete o i ricordi che offrono all'autore lo spunto per travalicare it reale e spingersi oltre, verso quel cielo stellato spesso immortalato nelle liriche e al quale l'autore sembra tendere costantemente. Nelle poesie che compongono l'opera, incorniciate da tre liriche che introducono, inframmezzano e chiudono it libro, versi brevissimi convivono con altri dal pin disteso andamento narrativo, che sembrano gareggiare, in quanto a liricità, con le tre prose poetiche inserite nella struttura.

Nella poesia introduttiva, Al cedere dell'ombra, il lettore e immerso nel ripetersi dei giorni, in una vita che trascorre sempre uguale a se stessa, ma e in questa regolarità, in questa circolarità del vivere che l'autore trova lo stimolo a «tendere le mani un poco per farsi ritrovare / portare lontano» così da «trasmutare l'assenza in altro / quanto basta a sentire in questa poca esistenza l'infinito di un'altra». L'andare oltre l'apparenza del reale (testimoniata dall'immagine del volo che si oppone alla caduta) ritorna costantemente nell'opera attraverso sguardi all'insn proiettati in un mondo cosmico fatto di supernove, satelliti, atomi, orbite e soli; questo altrove siderale fa da contraltare a una realtà moderna intrisa di strade, auto, cofani, corsie, traffico: immagini concrete da cui scaturisce l'occasione di poesia e di riflessione sul nostro destino («Non poco / avere l'occasione / vedere altro / questa fila che e uno stelo fragile di storie / come foglie e semi / che non sanno che altezze li sbaragliano / tra non molto / quale terra li aspetta / in questi amari e magnifici giri / che la bellezza fa», Ora).

Strade, mezzi di trasporto, super mercati, centri commerciali e sale d'attesa trovano spazio nelle poesie come luoghi diversi ma simili nella loro mancata prerogativa di essere identitari, spazi di transito ma non di sosta, dove gli uomini, «aggrappati alla loro stessa voce / per non sparire» (Tu li avrai visti i vecchi) e paradossalmente smarriti negli spazi reali, sembrano ritrovarsi solamente nell'anonimato. Ed è in questa esistenza trascorsa a trovare e trovarsi che «ti chiedi dove porta mai la vita / e che cosa sia stata. / Nemmeno un'impressione / un riflesso che si sfa sul vetro bagnato / mentre scendono tutti» (Tuttora e quel tepore sballottato).

Ricorre inoltre il tema del trasloco, inquadrato nella dimensione del ricordo a cui l'uomo si aggrappa nel trauma di una vita che finisce e ricomincia. Tornano tra le mani gli oggetti del passato, conservati e messi via per far spazio ad altra roba, un avvicendarsi di strati su strati, «accumuli di decisioni» (Un giocattolo emerge nel trasloco) serbati nella memoria mai pronta a lasciarli andar via definitivamente. E forte in questo caso la contrapposizione tra il passato, simboleggiato dall'immagine della specchiera «da staccare per ultima / che ha serbato un'immagine / la fiamma di quel tanto che doveva pur essere il presente / ora un riflesso sghembo / quasi niente» (Un giocattolo emerge nel trasloco) e il presente proiettato nel futuro, nella vita che ci attende al di là dello «spazio che non ci lascia andare»

Centrale in Valichi e infatti la riflessione sul tempo (testimoniata in alcuni casi dall'immagine dell'orologio) che scaturisce sempre da circostanze quotidiane («Potrebbe passare un'intera vita / non succedere niente / fatica si/ non senso / non bene interpretabili», Potrebbe passare un'intera vita) vissute nell'immediatezza del presente e alla cui ricorsività il poeta cerca di sfuggire, proiettandosi nell'infinito che ognuno ha dentro di se, magari seguendo con gli occhi il volo di una rondine e pensando «al suo viaggio / al mare che doveva parlarle il suo esperanto blu / per guidarla da te / ogni anno più pazza / fare i primi voli altissimi sfrenat i/ poi quelle picchiate ribelli / a radere il torpore dell'aia / li dove guardi attonito l'ammasso di rovi / cantando per resistere» (Nella lunga prospettiva alienata).

Sensibile alla tematica ambientale, il poeta non manca di esprimere costantemente il suo disagio per un mondo in continuo cambiamento, dove pullulano cantieri e colate di cemento che tutto nascondono in nome della produttività. E cosi che, tra tutti gli elementi atmosferici e naturali presenti nel libro, a farla da padroni, loro malgrado, sono i monti bucati dalle trivelle (come nella prima prosa, dove il monte agonizzante sembra lanciare fuori dalle viscere della terra un grido di disperazione per quel tormento) e soprattutto i tanti alberi sradicati brutalmente da uomini corsari per lasciare nel campo «un vuoto / una ferita fonda / che it vento non capisce quando passa / perché non ritrova l'impiglio delle foglie / a trattenerlo per parlare con lui» (Ora nel campo un vuoto).

Gli alberi, violati dall'era dell'asfalto, potrebbero assurgere a simbolo dell'umanità privata della propria linfa da un mondo che scorre velocemente e inesorabilmente, una realtà liquida, svuotata, priva di punti di riferimento, incapace di vivere spazi fisici e di recuperare la dimensione dell'incontro e della relazione vera (che qualitativamente cede sempre pin it passo all'ottica consumistica dell'"usa e getta"). Emblematica in questo senso e la lirica La misura migliore: «La misura migliore / e anche il fine / nel tempo che eravamo intenda spenderci per trovarli / a credere di fare come forsennati / siamo quasi svaniti / diventati assuefatti alla morte del cuore / da non sapere più che cosa lui significa / cosa ci sussurra / di cosa mai si nutre veramente». Gli uomini, soggetti sempre più sottoposti a dosi massicce di input (in larga parte digitali e sintetici), hanno subito uno spostamento delle loro essenze in quelle dimensioni e sono quindi sempre pin alienati dalla realtà, accumulano oggetti e tecnologia per essere, ma non sanno chi sono («la folla / emorragia opaca / la gente che trascina la sua noia e ha visto cosa non lo sa / non importa nemmeno», Ha il corpo minuto — «Perché alla fine abbiamo questa nuda carriera d'uomini / innamorata persa dietro al niente», La misura migliore). E per questo continuo errare che si contraddistingue la poesia di Giovanni Parrini, uno sforzo costante di «distrazione / l'evasione dal vivere solito / come il vivere e sempre» (Proprio una bella cena), per lasciarsi andare, farsi cullare dal vento come una foglia, nella consapevolezza che, per ricominciare realmente a vivere, «devo perdermi / questo si / lasciarmi alla grandezza che fa altro di noi» (Non so come ricominciare).

Recensione
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