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Sinfonia per San Salvi

Camerata dei Poeti
18 settembre 2018

“Un canto sapientemente diversificato nella metrica contrassegna ed esalta il volume che presentiamo questo pomeriggio (con un numero dei versi vario da due a sette, da settenario a endecasillabo), vicino talora alla prosa fluido di immediata presa fotografica al tempo stesso di aulica voce e realtà quotidiana.

Una raccolta poetica, dalle tonalità medio alte, colta, celebrativa, ben costruita e ampiamente musicale che attraversa la storia degli uomini fino a giungere alla nostra contemporaneità, seguendo la traccia antica e moderna del mito.

Roberto Mosi, oltre che importante poeta, abile fotografo e attivissimo animatore culturale è oggi uno degli artisti più legato al concetto del “Mito” applicato alla scrittura poetica e ne dà in questo poemetto, composto da 18 stanze o momenti estatici, una esemplare dimostrazione, attraverso la figura di Orfeo.

Direi che il ricorso alla mitologia nell'arte è per i nostri giorni contrassegnati da un profondo vuoto intellettuale e da una aridità esistenziale una prioritaria esigenza, quale espediente per accedere ad una sorta di divina bellezza e Grazia, una sorta di accesso ad una eternità che contrasti le deformità e le fragilità del nostro attuale tempo.

Questo libro è attraversato costantemente dal trasalimento estatico del poeta, avvolto nell’incanto dei luoghi e nelle fragranti, salubri correnti della Fonte Santa, un'area boschiva a circa 700 metri di altitudine presso San Donato in collina, appellata anche come Fonte dei Baci da Michelangelo Buonarroti il giovane e Fonte Castalia, successivamente dai “pastori antellesi” della seicentesca Arcadia fiorentina.

Ed in questo angolo paradisiaco, tra le colline, dove la materia si fa luce, luogo sacro di magie, mormorii e tremori al suono del flauto d’oro, terra di antichissime storie e presenze di popoli etruschi e romani, e con reperti eccezionali come l'antico “Sassoscritto” scolpito con caratteri etruschi, sboccia il canto di Orfeo; l'Orfeo per intendersi quello violentato e decapitato dalle Baccanti, la cui testa cantante continua a rotolare assieme alla sua Lyra fino sull'isola di Lesbo, trasportata dalle onde.

Luogo che vide nel tempo anche transito, di pastori, mercanti, pellegrini, e migrazioni varie.

L’idea per Roberto Mosi, il suo ricorso all'ideale del Mito è quella di connettersi a Orfeo dio dell'umana malattia della nostalgia, dello struggimento che ci tormenta, per un anelito alla rigenerazione dell’arte e della vita, per il raggiungimento finale della speranza, della gioia e della luce e ricordiamo che il Mito rappresenta anche un simbolo di profondo equilibrio dei contrasti.

Del resto lo riafferma lui stesso con i suoi versi finali quando scrive: “Riprende il cammino/dopo che la neve si è sciolta/la natura respira, rinasce/”.

E dunque nel volume il tempo storico si annulla, passato, presente, futuro si fondono, mitologia e accadimenti tragici ed eroici come la guerra e lotta partigiana e il racconto di un femminicidio si amalgamano in un contenitore umano di fascini e fragilità.

Ed è veramente interessante e suggestivo per il lettore calarsi nella nel testo, lasciarsi trasportare nelle amenità dei luoghi, abbandonarsi al canto mitologico, insomma traguardare il tutto attraverso la chiara camera poetica dell’autore che inquadra spazi ed orizzonti di colline e sponde lontane, geometrie della Cupola.

E poi emozionarsi seguendo le storie dei popoli antichi, delle migrazioni, dei fatti tragici e degli eroi della resistenza partigiana, con il personaggio in particolare di Daviddi, anch’esso reso come rappresentazione mitica, il quale nasconde la sua bandiera rossa pronto a tornare a sventolarla dopo la liberazione.

Questa raccolta è contrassegnata mi pare dunque da un binomio pregevole rappresentato da Divinità e sofferta umanità, ambedue proiettate verso la luminosità ed in cui una reale gioia dei sensi investe il lettore, soprattutto quelli della vista, dell'udito, dell'olfatto.

I fatti rappresentati si legano indissolubilmente con i temi essenziali umani come la vita, la morte, il tempo, l’eternità, la bellezza, il bene, la crudeltà, la gioia ed il dolore.

Coniugata perfettamente ai versi la fotografia di Mosi, che arricchisce il volume; un'arte quella fotografica inscindibile ormai dal suo canto poetico in generale, del cui stretto rapporto vi parlerà più approfonditamente la nostra Silvia Ranzi nel suo intervento.

Personalmente penso che lo scatto fotografico sia per questo autore il primo trasalimento poetico sul quale e attorno al quale costruire poi la sua successiva poetica sia che essa riguardi il mito che la quotidianità dei luoghi celebrati della sua città o dei non luoghi di periferie e degrado urbani che assai bene ha rappresentato nelle sue precedenti pubblicazioni.

Ma ritorniamo alla rappresentazione del mito, fondamentale fonte a cui ricorre l'autore assieme agli amici poeti che ruotano attorno al gruppo dell’Officina del mito.

Mosi ne fa ricorso soprattutto collegandosi a Maria Rainer Rilke e ai suoi “Sonettane an Orpheus” del quale egli fa propria l'intuizione di una Weltinnenraum, quale espressione di una realtà unica in cui non ci sono un dentro e un fuori, un prima e un dopo, ma un tutto senza limiti.

Molto bella ed appropriata la copertina del libro. con l'immagine di una testa scolpita nel marmo, ripresa da una fonte del giardino di Boboli, con la bocca piena di ciuffi d'erba che rappresenta la metafora della vita che è e che scorre con il suono delle acque come riporta la prefazione del libro concludendo la sua disamina.

Dunque concludendo stiamo parlando di una silloge in cui è immediato il fascinoso trasporto nell’aurea mitica e paradisiaca dei luoghi, della storia, costruito con la solita maestria e magia dei versi di Mosi, una silloge di intellettuale consistenza, ma non ostentatrice di cultura bensì scaturita da una sapienza che trova nell’antico una chiave di interpretazione della contemporaneità.”

Recensione
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