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Il fantasista del mare

Dalle intense composizioni della raccolta Il fantasista del mare si evince che Gianfranco Jacobellis non perde di vista cosa accade nel mondo reale e non cede alle facili illusioni. Con lucidità di pensiero infatti riconosce i tanti limiti dell'uomo e la sua impossibilità di afferrare il senso dell'esistere, scrive infatti: «È inutile cercare / il senso delle cose / che incontriamo / se i colori cambiano / e si perdono i suoni / nelle lontananze» (p. 9). Sa anche che l'essere umano è imperfetto e che quando si pone domande su cosa c'è dopo la morte diventa preda di dubbi.

Anche lui si chiede cosa c'è oltre la vita, se tutto finisce o se esiste qualcosa che va oltre la sua comprensione. Non riesce però a darsi delle risposte e tutte le sue incertezze non lo abbandonano. Ammette difatti «non so definire / cosa sia l'eternità / se la speranza è / che l'assenza dalla vita / non sia definitiva / eterno resterà / soltanto il dubbio» (p. 41). Anche nella poesia La conseguenza di un dono ribadisce: «dotato di pensiero / mi pongo delle domande / ma non ho aiuti per rispondermi / ancora non so se non sono solo / se l'anima è la mia compagna / o se è, al termine della vita, / l'estrema trasformazione / di me stesso».

È comunque convinto che avere dei dubbi non è sempre qualcosa di negativo, perché essi possono stimolare a guardare con più attenzione ciò che ci circonda: «dubitare si può / forse si deve / ciò che vediamo / può soltanto sembrare» (p. 53).

Il poeta riflette molto sulla vita che definisce “un particolare limitato e deperibile”. Nonostante essa regali anche momenti dolorosi, è convinto che sia un dono e che la sua struttura sia «costruita / dalla volontà / e dalle interferenze del caso / la componente morale è solo patrimonio personale» (p. 57).

Ritiene che il nemico della vita sia il tempo, nel suo incessante scorrere, infatti, indifferente la consuma, la corrode. Pensa inoltre che esso sia «un compagno infedele / che a volte si pente / si volta indietro e ci riporta / ad una nuova fanciullezza / ma consapevole di essere vicina / all'altra origine» (p. 177).

Per Gianfranco Jacobbelis la vita scorre su tracciati di luce e d'ombra. Anche se nella composizione La penombra afferma: «se potessi scegliere / come mostrarmi / non sarei di luce / neanche di ombra / ma di penombra» (p. 17), egli è proteso verso la luce. Spera infatti che essa possa inondare l'esistenza non solo per pochi illusori momenti, come fa la luce che “sfugge dai lampi”, ma in tutte le sue stagioni.

La poesia per il poeta non è solo il mezzo privilegiato attraverso il quale esprimere i suoi pensieri e il proprio modo di essere, ma è qualcosa che “nasce come il fiore / dalla terra”, qualcosa che è parte integrante della vita stessa.

In questa sua raccolta, Jacobellis servendosi di belle immagini, di testi di breve respiro e ricorrendo a un lessico limpido ma ricercato, esprime la propria visione dell'esistenza ed esterna le sue riflessioni su alcune peculiarità umane.

Recensione
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