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Pagine. Sul filo sottile del tempo

Nei brevi racconti autobiografici del libro Pagine. Sul filo sottile del tempo ritornano a galla i ricordi dell’infanzia e della giovinezza, carichi di pacata nostalgia e sana malinconia, di Lilia Slomp Ferrari. In essi, con stile limpido e delicato e con una prosa scorrevole dalla marcata impronta poetica, l’autrice descrive odori e colori di luoghi e paesaggi, parla delle persone a lei care e racconta la vita vista con gli occhi di una bambina esuberante, solare e curiosa.

I suoi ricordi sono legati sia a un periodo storico peculiare, quello del dopoguerra, sia a un mondo particolare, quello dei contadini. E lei (con il pensiero che spazia da “i Casoni”, situati nel rione popolare di San Giuseppe a Trento, dove viveva, fantasticava e soffriva, alla Cà Rossa dei suoi nonni dove i genitori ritornarono con lei nata da poco e dove si erano fermati i tedeschi durante la ritirata) ne rammenta i segni distintivi come la povertà, le difficoltà che le persone e i suoi familiari si trovarono ad affrontare ogni giorno per sopravvivere. Racconta pure dei personaggi che vivevano o si recavano ne “i Casoni” – lo straccivendolo che spingeva il suo «carretto di legno come fosse una carrozza dalle ruote d’oro»; la lavandaia Anéta il “terrore” dei ragazzini; ecc. – e parla delle persone a lei care – l’amata nonna «che raccontava la sua vita come fosse una fiaba» (p. 62); il padre operaio alla fabbrica SLOI, avvelenato dal piombo tetraetile come tanti altri operai; la mamma, con la quale ha un legame privo di effusioni; il fratello Ezio, dolcissimo compagno di giochi, scomparso troppo presto.

Nella mente della Slomp Ferrari è rimasto indelebile la memoria della nonna. Il giorno le insegnava a riconoscere erbe e fiori per preparare salutari infusi e a raccogliere frutti di bosco con i quali poi preparavano ottime marmellate, la sera le parlava di quel nonno disertore, sostenitore della tesi che il futuro dei figli non si costruisce con le guerre. La nonna è rimasta per lei una figura di riferimento piena di saggezza antica, da cui non solo imparava ricette segrete, ma anche il modo più consono di comportarsi con gli altri.

Un’altra figura, insieme a quella della nonna, di grande importanza per l’autrice è quella del padre. Maestosa si staglia su tutte le altre perché le ha insegnato, attraverso la magia delle fiabe da lui inventate popolate da creature immaginarie abitanti dei boschi, che la vita è meravigliosa.

La natura stessa diventa un personaggio del libro di Lilia Slomp Ferrari. Infatti, piante, fiori e animali lo popolano e sembra dialoghino con lei e che siano in simbiosi con il suo sentire. Spesso i suoi elementi acquistano significati sottintesi, metaforici.

Aleggia negli scritti un’atmosfera magica, scaturita da quella magia “bambina”, innocente e spontanea, che crede nella realizzazione dei sogni. E la scrittrice confessa che lei ancora mette «il piatto alla finestra col sale e la farina il giorno di Santa Lucia per ricreare l’attesa e la meraviglia, la favola con gli ingredienti della vita» (p. 51).

Ed è proprio la vita con le sue gioie e i suoi drammi la “principale” protagonista di Pagine. Sul filo sottile del tempo. Infatti, vi troviamo descritti oltre a eventi felici anche alcuni particolarmente tragici, rimasti scolpiti nella mente dell’autrice, come la tragica fine di Edda, la compagna di banco investita da un autobus. Vicino al suo corpo venne trovato un mazzetto di viole, quei fiori erano proprio per lei.

Con questi suoi trentacinque racconti, poetici e palpitanti, nei quali non di rado i dialoghi si svolgono in dialetto trentino quasi con l’intento di preservarlo dall’oblio che incombe su tutte le cose, la scrittrice ci trasporta in un mondo lontano, ricco di valori umani e bellezza, ma ormai quasi scomparso, fagocitato dal dirompente avanzare del progresso e della tecnologia.

Mi piace riportare, a conclusione di questa mia recensione, un passo tratto dall’acuta Prefazione di Mauro Neri, il cui contenuto ho trovato particolarmente condivisibile: «In fondo [quello della Slomp Ferrari] è uno stupendo libro di educazione personale e di emancipazione sociale, che parla con toni accorati, e a volte anche duri, della rinascita di un’intera generazione che era uscita debole e fiacca da un ventennio di atmosfere plumbee, da un quinquennio di guerra allucinante, da una povertà inattesa e proprio per questo ancora più pesante da sopportare.» E Lilia Slomp Ferrari parla di questo periodo pure con una tale sensibilità, limpidezza e serenità, che il lettore non può che essere trascinato nel vortice di “questo diario dell’anima” e delle sue parole piene di poesia così cariche di ricordi, sensazioni, emozioni.

Recensione
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