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Quando il diavolo era nemico della scienza

Il Seicento fu, com’è noto, il secolo che vide nascere quel movimento culturale che gli storici della scienza e delle idee definiscono «rivoluzione scientifica» (e associano, soprattutto in Italia, al nome di Galileo): un movimento di radicale trasformazione dei principi e dei metodi del sapere, che investì anche le scienze medico-naturali. Fu allora che la medicina incominciò ad acquisire quelle basi scientifiche che anche i medici di oggi pongono a fondamento della loro pratica clinica. Una logica stringente seppe aprirsi il varco fra le ridondanze esornative della retorica barocca; il rigore dell’esperimento e del ragionamento riuscì a farsi strada in una ridda di superfluità, d’iperboli, di orpelli, di bizzarrìe. Il Seicento, insomma, fu un secolo dalle molte ambiguità: antica dottrina degli umori corporei e nuova teoria del corpo macchina, pietra filosofale e chimica neonascente, magia da negromanti e filosofia di naturalisti, segreti cabalistici e divulgazione scientifica, dosi cospicue di ciarlataneria e prodromi di medicina sperimentale.

Fu anche il secolo delle grandi pestilenze, esemplificate dalla peste di Milano descritta da Manzoni e dalla peste di Londra descritta da Defoe. Dalla Biblioteca Ambrosiana di Milano fu tratta qualche anno fa la Vita di Federigo Borromeo manoscritta da Biagio Guenzati, che ci fece edotti della «sollecitudine» con cui il provvido arcivescovo milanese seppe «procurare il pubblico bene» in sintonia con l’«operanza de’ decreti che sortivano dal Tribunale della Sanità». Dalla stessa Biblioteca A­brosiana esce ora, per opera di Francesco di Ciaccia, la limpida traduzione dal latino delle Manifestazioni demoniache (Terziaria editrice, 2001) vergate nel 1624 dalla mano dello stesso cardinale Federico. «In un secolo dominato da una specie di febbre satanica o di effervescenza diabolica», scrive il prefatore monsignor Franco Buzzi, il cardinale contraddice gli errori deliranti di una mentalità «che arrivava a vedere abbondantemente nei fatti più diversi la presenza malefica del diavolo». Quasi alfiere delle scienze medico-naturali, il Borromeo afferma che «gran parte dei casi che potrebbero ricondursi all’intervento demoniaco sono rapportabili anche a malattie fisiche».

Nello scritto borromaico si inquadrano «incongruenze» che sono proprie della «cultura del tempo, lontana anni luce dalla nostra», commenta nella postfazione Gabriella Cattaneo. «Le parti del mondo che differiscono completamente tra loro sono certamente il Meridione e il Settentrione», scrive il cardinale, che aggiunge: «II Settentrione ha cattiva fama per l’affluenza di Spiriti maligni»; esso «è la sede specifica dei demoni». Il Meridione non è da meno: «i meridionali», scrive, «sono più superstiziosi e ripongono maggior fiducia nella religione»; però in quella «scelleratissima materia» che è la «medicina empirica», che contesta la dottrina la dottrina medica imperante nelle cattedre, «i meridionali hanno prodotto una tale quantità di scritti che a mala pena si possono contare». Settentrionali o meridionali, «non ci si meravigli che i demoni abbiano un dominio così vario, per apprestare agli uni e agli altri una diversa occasione di peccato. Le pratiche stregonesche infatti sono state introdotte tra coloro che si riuniscono in nome del demonio; poi ci sono altri: quelli che si dilettano nelle scienze e nelle ricerche culturali; e altri, che godono nei conviti e nei piaceri libidinosi».

Non è in questa antropologia geografica equanime, che vede il Nord popolato da streghe e licantropi e il Sud da maghi e medici empirici, che può essere rintracciato l’«illuminato umanesimo cristiano» di cui fa cenno il prefatore. Ben più illuminato, come dimostrerà sei anni dopo con i suoi interventi contro la peste, il cardinale ci appare quando si sforza di rischiarare le menti e di placare gli animi, ottenebrati e turbati da testimonianze che parlano della capacità del Maligno di impadronirsi a suo piacimento di uomini e donne. «Credenze e dicerie», scrive il Borromeo, sono una «eco che rimbalza in valli e in monti» e che, quando «ha catturato le menti del popolo, più facilmente la gente presta fede alle visioni, va in cerca dell’arte dei maghi e allaccia rapporti coi demoni». La religiosità autentica, sembra dirci il cardinale, non si nutre di apparizioni, non è compatibile con pratiche miracolistiche, non ha niente da spartire con quei guaritori, sacri o profani, che vedono nei malati degli esseri posseduti dalle forze del demonio.

Il Borromeo crede nell’esistenza degli «ossessi» e nella virtù liberatoria degli esorcismi. Però cita Ippocrate: «Esistono malattie di tal genere per cui i malati ritengono di vedere i demoni che li assalgono». Sono malati «invasati o durante le fasi lunari, o per la bile nera, o per afflizioni». La demonologia federiciana si stempera e si problematizza nelle influenze dei ritmi naturali, del temperamento malinconico, della patologia mentale. Contro le deliranti credenze in voga, il cardinale Federico si assume, per certi aspetti, la luciferina parte del diavolo.
Recensione
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