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Euforia del giorno eterno

Giovanni Tavčar interpreta con struggente e scorato anelito l’eden perduto, tutta la sua tensione verso l’infinito sconosciuto, la trascendenza irraggiungibile che trascolora in una miriade di immagini liriche intimistiche o naturalistiche, volte a raffigurare mirabilmente il vagare del poeta nello sconforto dell’impermanenza terrena e nella tristezza di un’impossibile certezza.

E’ Kronos, il dio crudele del tempo, a dominare la vita del mondo, quel dio che Esiodo nella sua Teogonia definisce il castratore, colui che amputa con il suo dominio ogni speranza di eternità.

E nei versi di Giovanni Tavčar, troveremo spesso questo inderogabile e assoluto tiranno: il tempo.

Questo non senso, accompagna i versi del poeta, in una foscoliana e disperante consapevolezza del buio oltre la siepe, e tuttavia con raggi di speranza universali che s’irradiano verso un paradiso miltoniano perduto.

E’ un continuo sentirsi scacciati dalla pienezza, un ininterrotto dialogo tra i propri ideali e la pochezza avara del mondo, che, anche se appare in tutta la sua bellezza, ha in sé le sembianze nascoste della morte.

I temi cari a Marcel Proust, le rimembranze, le fragranze, i colori del passato spingono Giovanni Tavčar in una rècherche che però smarrisce la meta.

Il senso del male del mondo, nella sua feroce efferatezza compare vivido, realistico, senza appello: in una considerazione sartriana, il poeta sa che nulla può cambiare destinicamente il dolore umano, né il male a cui assiste quotidianamente.

Ciò che per i credenti è il peccato originale e per i laici la coscienza dell’esistenzialismo, diviene nel poeta paradossalmente l’elan vitale che nell’intuizionismo di Bergson è all’origine dell’intera esistenza del cosmo.

Per il poeta Giovanni Tavčar è dal dolore che nasce questo grido catartico verso la vita, questo furor creativo artistico che maledice i numi impietosi, ma colma di bellezza la terra, il cielo, le creature.

E questo suo cantico, a tratti reca in sé quella pace e quella quiete atemporali, al di fuori del tempo e dello spazio, che gli danno ali poderose e selvagge per volare sopra il clangore delle armi, le tenebre della vita.

Cvosì il poeta si raccoglie in un divino rifugio nel quale tutto può essere possibile, anche se cronologicamente precario e breve.

E’ in questi momenti di dolce tregua che il poeta s’illumina di eternità, e spera: spera nel miracolo, nella comprensione assoluta, nell’epifania definitiva e chiarissima, fino al ricomparire del reale.

Perché Kronos, il tempo feroce e implacabile, tutto ghermisce senza pietà, anche i rari attimi celesti che il poeta gli ruba come Prometeo, innalzando una fiaccola che però ha in sé il seme dell’immortale, un fuoco inestinguibile e soave: la poesia.

Recensione
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