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Inedita per vestigia

Quella poesia che rappresenta il dramma della quotidianità

Il nodo centrale della poesia di Francesca Simonetti (attiva operatrice culturale e già docente e preside) è individuato da Paolo Ruffilli, che firma la prefazione della silloge Inedita per vestigia (Edizioni del Leone"), in "un percorso di autoconoscenza" che "si traduce in una lingua intarsiata, specchio di quella condizione psicologica che continuamente si divarica nel groviglio del pensiero, che è il groviglio stesso dell'esistenza".

Alimentata, dunque, dalla vita, questa poesia è proposta dall'autrice quale rappresentazione (la migliore possibile) di essa, per i lettori "stanchi delle parole inutili e senza accordi", come avverte nel «Preambolo: "Operetta teatrale"». "Poesia pura", di cui la musica sarà "ancella", come nello spirito della riforma settecentesca del melodramma, con la quale Apostolo Zeno rovesciava il rapporto musica-poesia, riaffermando il primato di quest'ultima.

E qui di rappresentazione teatrale si parla per la quale – avverte la poetessa – "il sipario non sarà necessario". Nei versi è il travaglio di una vita, di ogni vita, il continuo avvertimento della finitezza dell'essere umano e di quanto appartiene alla terra, del nemico inarrestabile che incalza, il tempo, "fiume in piena", mentre più forte si fa l'anelito all'oltre, rappresentato come "il mare in lontananza | ambito e trasognato sito come la pace | prospettiva sfuggente per i mortali | castigo di Sisifo dantesco: raggiungere | e ricominciare.", per prendere atto ancora e sempre di desideri inappagati, di illusioni che subentrano ad altre illusioni, di speranze nutrite di "rosato inganno" che non tarda a rivelarsi tale. E in questa condizione dis-umana si aprono, nel tormento della mente, spazi simili a tregue: spazi di contemplazione che, anche se acquietano spasimi e struggimento, non ci preservano del tutto dalla percezione della nostra precarietà: "... sopra ogni cosa il mare | archetipo d'ogni mistero | che si spande nei colori lunari | e noi da soli a contemplare | quanto si scorge nella notte | sospesi fra la terra e il cielo."

Si moltiplicano gli interrogativi nei versi vibranti del suono drammatico dei giorni, nel recupero delle orme di un passato cui la poetessa conferisce un senso innestandolo nel "futuribile", un senso alto di alimento vitale della poesia, "faro e vigile compagna | per i viandanti", che può raccogliere e rendere attuale, con la sua forza, anche il condivisibile pianto "di donne regine e schiave | Ecuba-Didone-Alceste" ed Elena troiana. Più distesi i versi delle "Panormite" del trittico: Novembre a Palermo, Dicembre a Palermo, Gennaio a Palermo.

Di questa, che è la sua città, coglie "il nuovo indecifrabile" e "il vecchio che resiste" e annota: "E' in queste disarmonie | di eventi che si cela | l'amorosa poesia delle cose". Ed è ancora la città, "regina e prigioniera", a rivelarle "l'araba mollezza... | tra la magia di suoni e di colori", ma anche "gli oltraggi" e "le beffe della storia | e degli eventi."

12 gennaio 2012

Recensione
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