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Berlino–Roma e viceversa

L’amore? “Non si spiega”:
è come la rosa di Silesius

Storia di una passione
che si ferma ai confini

Un viaggio nella violenza
che sta nel divenire della storia

Omaggio alla donna con Ortensia,
e al dialogo con Moro e Martini

La fragilità dell’amore.

Con Berlino-Roma e viceversa”, Besa editrice, 205 pagine, 21 €, dopo poesie, saggi, filosofia, teatro, la prof. emerita Antonietta Benagiano affronta in un romanzo il tema più vasto e più scabroso della letteratura mondiale: l’amore.

Venerdì prossimo, 22 maggio, alle 18, nel Palazzo della Cultura a Massafra, sua città natale, dopo i saluti del sindaco Martino Tamburrano e dell’assessore Antonio Cerbino, e dopo la presentazione di Stefano Milda, preside del liceo De Ruggieri, la prof. Maria Carmela Pagliari “interrogherà” l’autrice. Coordinerà i lavori la prof. Carla Gallo, presidente dell’Università popolare delle Gravine Ioniche.

Racconta la Benagiano di un grande amore sbocciato in uno scambio di sguardi fra due studenti di medicina, in una conferenza sulla “Teoria delle catastrofi”, titolo per così dire premonitore di quella storia: Thomas, un berlinese figlio di madre nazista irriducibile, ed Elena, figlia della Puglia delle discariche, complice una classe politica venale e corrotta.

Un amore, scrive lei stessa, “fra luci ed ombre”, ondivago, fragile. Ma il romanzo è anche un viaggio, seppure fra brevi squarci, della storia umana. Ecco l’appassionata oratoria di Ortensia, figlia del grande oratore Ortensio, collega e amico di Cicerone, il quale gli dedicò un’opera, purtroppo perduta, che Agostino cita come illuminazione per la sua conversione. Ortensia che rompe le convenzioni romane chiedendo di difendere un diritto delle donne: se non siamo rappresentate in politica, non possiamo pagare le tasse sui nostri monili. A cui fa da controcanto un’altra donna, perdutasi nel credo hitleriano, la madre di Thomas. La storia che evolve quasi sospinta dal più tossico dei propellenti, “la violenza”, e qui, l’autrice, rende il doveroso omaggio ad Aldo Moro, il politico italiano più lungimirante del dopoguerra, e perciò ucciso dai soliti violenti, o fanatici di un credo purchessia, quel Moro che, con una politica pensata per le grandi masse popolari dai due partiti che le rappresentavano, Dc e Pci, voleva inverare una massima di Erasmo, citata dalla Benagiano: “Aequalis non parit bellum”, (l’uguaglianza non partorisce guerra). Ed omaggia anche il cardinale Martini, teorico dell’alleanza fra fede e ragione e del dialogo attraverso il reciproco ascolto.

All’autrice, potenza evocatrice della sua prosa, bastano due desolanti squarci per raccontare la guerra: “Immoto sulle macerie, tumulo dei cari”, “Fra le vie superstiti silenziosi, affamati, sporchi, lerci”: condanna totale.

In questi spazi storici vive l’amore di Thomas ed Elena e vive, dice la Benagiano, “fra luci ed ombre”. Un amore appassionato, anzi una passione, che però, non riesce ad abbattere la barriera dei confini. Thomas non sa lasciare il padre solo a Berlino, Elena non sa resistere al richiamo di madre e sorella in Puglia. Ritrovatisi, si raggiungono in alcuni “fine settimana” a Roma, la culla del loro amore per poi tornarsene ciascuno nel suo nido e, pur adulti e professionisti affermati, coltivandosi con le video-chiamate.

Invecchiano, perdono i loro cari e perdono se stessi: dopo un lungo silenzio Thomas chiama, chiede il solito appuntamento romano, ma Elena lascia in sospeso la richiesta, ormai madre dei figli di sua sorella, con il padre lontano, in Africa, per lavoro e forse a rifarsi una vita.

La prosa della Benagiano è, per così dire, di profondità, il suo periodo, ora sincopato, ora piano, richiede una lettura attenta che si tramuta in partecipe, creando una simbiosi fra lettore e scrittrice.

Il libro si chiude con la frase di tutti gli incerti: “Meglio attendere il nuovo giorno”. Ma come si domanda il lettore, possibile che un amore che è stato travolgente si sia spento senza lasciar tracce? E che cos’è allora l’amore? Hanno ragione i freddi razionalisti secondo i quali si ama chi ti ama perché ti ama, cioè si ama colui/colei che ti dà il piacere, anzi l’orgoglio, d’essere amato/a, quindi si ama soltanto se stesso/a? Si amano soltanto gli attimi della più intensa emozione, una baluginante fiammata, o una folata di vento gelido?

La risposta la dà l’autrice quasi agli inizi, a pag. 55: “L’amore non si spiega”: né quando divampa, né quando si spegne. E forse è come la rosa di Silesius: “Fiorisce perché fiorisce, non pensa a sé”, quindi è il sentimento più fragile.

Recensione
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